NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 22 settembre 2014

La Monarchia e il Fascismo - Ottavo capitolo - VI

Giolitti aveva chiesto agli aventiniani
di tornare in Parlamento 
L'Aventino repubblicano. Congresso liberale di Livorno e dichiarazioni di Giolitti alla Camera - Come Orlando giustifica la dittatura.

E' giunta l'ora dell'Aventino: ritornare in Parlamento e stringersi intorno al Re. Amendola, che domina gli elementi intransigenti continua a tenere i suoi amici aggrappati al monte delle illusioni e dei fantastici programmi mentre socialisti e democristiani, e specialmente i repubblicani continuano nella campagna contro la Monarchia sotto l'insegna della bandiera rossa sulla quale hanno scritto il motto: «Italia senza Víttorio Emanuele». Invocano l'intervento del Sovrano e nello stesso tempo lo insultano, accecati come sono dalla passione politica e oltrepassano ogni limite. La sconfitta dell'Aventino e le conseguenze che ne deriveranno hanno origine qui. Le gravissime responsabilità dei catoni montagnardi non sfuggiranno al severo giudizio della storia.

Nel discorso all'adunanza del Comitato delle opposizioni a Milano (1 ottobre) Cipriano Facchinetti, dopo aver lanciato a nome del Partito Repubblicano e dell'Italia Libera il nuovo grido di guerra, tenta persino la diffamazione, dell'Esercito: «Sul Piave si fermarono i soldati quando molti generali non c'erano più». Questa distinzione bassamente demagogica suscita lo sdegno fra i combattenti i quali possono testimoniare dell'eroismo degli ufficiali e generali sul Piave (1).

L'assurda situazione dell'Aventino è aggravata dalla circolare dei cardinale Gasparri che ordina ai sacerdoti, proprio in un momento in cui il Partito Popolare è passato all'opposizione, di non ingerirsi di politica. Il divieto è diretto ad allontanarvi il clero per dirigerlo ad appoggiare invece il fascismo. Contemporaneamente il Vaticano ordina ai preti francesi di scendere nella lotta politica. L'Avanti! fa di ciò aperta accusa alla Chiesa che permette o tollera la benedizione dei gagliardetti, ma l'Osservatore Romano risponde: «Guardi piuttosto ai suoi vicini l'Avanti!, ai vari suoi compagni di tenda sull'Aventino: e vi riconoscerà parecchi di coloro che favorirono e salutarono allora il fascismo quale era genuina reazione prorompente dall'esasperazione per la prepotenza bolscevica unica vera, autentica favoreggiatrice delle sue conquiste. L'organo Vaticano allude evidentemente ai vari sostenitori di Mussolini prima e dopo la marcia su Roma ti  Paolo Cappa, Mario Cingolati, Eugenio Chiesa, Colonna di Cesarò, Raffaele De Caro, Alcide De Gasperi, Giovanni Conti, Cipriano Facchinetti, Giovanni Gronchi, Giulio Rodinò, Giuseppe Micheli per non citare che i maggiormente compromessi,  in cerca ora di rifarsi una verginità.
A Livorno, il congresso liberale (5-6 ottobre) non porta una sufficiente chiarificazione. L'ordine del giorno Petrazzi che questi dichiara non essere di opposizione al governo ma soltanto affermazione di autonomia ottiene circa 24 mila voti contro quello di Ricci, di completa adesione, che ne raccoglie poco meno di 11 mila. Mussolini respinge questo atteggiamento che non lo soddisfa poiché non è di completa
sottomissione e il giorno stesso ribadisce i suoi concetti antiliberali in un discorso tenuto a Milano: «Si vorrebbe questa libertà per fare dei cortei con bandiere rosse, dei comizi nelle pubbliche piazze, magari per fracassare delle vetrine, rovesciare le lucerne dei carabinieri gridare «Viva Lenin»; per ricominciare insomma come negli anni scorsi. Ma questa libertà io non la do, non la posso dare. Non la voglio dare perché coloro che me la chiedono, se domani fossero al potere sono quelli che la negherebbero, quelli che durante gli scioperi non ammettevano la libertà del lavoro, non ammettevano questa pratica applicazione del liberalismo individuale applicata all'officina, esercitavano la tirannia».

Sarrocchi e Casati, rappresentanti con Celesia De Nava e di Nava e Di Scalca dei liberali nel ministero, confermano la loro collaborazione incondizionata, dopo aver preso parte ad una riunione di 40 fra deputati e senatori presieduta dall'on. Salandra e nella quale «Considerando, intangibili le istituzioni fondamentali sancite dallo Statuto del Regno, decidono di perseverare nella loro reale adesione al Governo Nazionale ».

L'unica seria e fattiva opposizione di parte liberale si inizia nella seduta del 15 novembre col voto contrario di Giolitti il quale così giustifica il suo atteggiamento:

GIOLITTI: «Se il Governo si fosse limitato a chiedere il volo solo nella politica estera, non avrei avuto difficoltà di darlo; ma perché egli ha dichiarato che il voto doveva comprendere tutta la politica del governo, ciò che era logico trattandosi di un bilancio essenzialmente politico, e per di più del bilancio del Presidente del Consiglio, devo dire le ragioni del mio dissenso che sono principalmente di politica interna. Dopo le elezioni generali le condizioni della politica interna sono molto mutate; fu soppressa per decreto reale di fatto e di diritto la libertà di stampa.

MUSSOLINI, seccamente: «Di fatto no!».

GIOLITTI: «Si dirà che quel decreto è applicato con discrezione; ma il rispetto di una libertà statutaria non può dipendere dalla maggiore o minore tolleranza dei prefetti. Vi sono stati nella storia del nostro Paese, momenti difficili, come Novara, Aspromonte, Villafranca, Custoza e il regicidio, ma nessun governo pensò di sopprimere la libertà di stampa; ciò che ha contribuito a far ritenere il nostro Paese fra i più civili e liberi. Profondo turbamento ha prodotto il proposito del Presidente del Consiglio di modificare, lo Statuto. Se si dovesse dare seguito ai propositi vagamente accennati di restringere i poteri del Parlamento, si dovrebbero addossare alla Corona le responsabilità che ora spettano solo al Parlamento. La illegalità è patente quando si mantiene una quantità di comuni senza amministrazione, specie quando si tratta di comuni prima bene amministrati. Lei, on. Mussolini, ha l'abitudine di attaccare i suoi predecessori. Non me ne dolgo. Il giudizio definitivo lo darà la storia. On. Mussolini, per carità di Patria non tratti il popolo italiano come se fosse un popolo che non merita quella libertà che ha sempre avuta nel passato».

Così Giolitti si dimostra più vivo dell'Aventino. Egli difende i diritti del Parlamento e quindi quelli delle libertà statutarie. Le opposizioni invece si limitano a proclamare che il fascismo è in dissoluzione, ma continuano a praticare la tattica tolstoiana di non resistenza al male. Disertato queste l'arengo parlamentare - e sono oltre 100 deputati - i pochi rimasti nell'aula si sperdono nel nulla poiché la maggior parte, come Orlando ed i combattenti, si limitano ad astenersi, mentre votano a favore i mutilati. E così il voto sulla politica generale del governo sul quale è stata posta la questione di fiducia dà questi risultati:

Presenti: 347; favorevoli al Governo: 315; votanti: 321; contrari: 6; astenuti: 26. (15 novembre 1924).

Hanno votato contro: Giolitti, Fazio, Poggi, Massimo Rocca, Rubilli e Soleri. La votazione ha pertanto rivelato la secessione di una parte dei combattenti Giolitti si distacca apertamente dalla maggioranza parlamentare mentre Orlando, Gasparotto, Giovannini, Boeri e i combattenti che agiscono ancora con prudenza si astengono. I fiancheggiatori accusano un certo malessere, incominciano le dimissioni di personalità e di deputati del partito. Particolarità delle sedute della Camera è pertanto questa: che deputati dell'opposizione possono pronunciare lunghi discorsi di critica alla politica interna del governo ascoltati in grande silenzio, come accade a Soleri che parla indisturbato per alcune ore. Rumoreggiati invece i comunisti - scesi dall'Aventino e rientrati in aula - per le loro violenze ed intemperanze.
Nella seduta del 22 novembre, approvando il bilancio dell'interno la Camera concede ancora la fiducia a Mussolini con 337 voti contro 17 e 18 astenuti, dopo che Orlando parlando per dichiarazione di voto ha fatto una serena critica alla politica interna, giustificando l'appoggio dato in passato al governo: «D'altronde - dice testualmente il Presidente della Vittoria - l'istituto parlamentare consente le dittature; il Parlamento, mirabile costruzione il cui solo difetto è la sua estrema delicatezza, è capace di provvedere a tutte le necessità di un Paese e di uno Stato ».

(1) Dopo il discorso i monarchici uscirono dall'Italia Libera che del resto non ebbe mai grande seguito.

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