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| Giolitti aveva chiesto agli aventiniani di tornare in Parlamento |
E'
giunta l'ora dell'Aventino: ritornare in Parlamento e stringersi intorno al Re. Amendola, che domina gli elementi intransigenti
continua a tenere i suoi amici aggrappati al monte delle illusioni e dei fantastici
programmi mentre socialisti e democristiani, e specialmente i repubblicani
continuano nella campagna contro la Monarchia sotto l'insegna della bandiera rossa
sulla quale hanno scritto il motto: «Italia
senza Víttorio Emanuele». Invocano l'intervento del Sovrano e nello stesso
tempo lo insultano, accecati come sono dalla passione politica e oltrepassano
ogni limite. La sconfitta dell'Aventino e le conseguenze che ne deriveranno
hanno origine qui. Le gravissime responsabilità dei catoni montagnardi non
sfuggiranno al severo giudizio della storia.
Nel
discorso all'adunanza del Comitato delle opposizioni a Milano (1 ottobre)
Cipriano Facchinetti, dopo aver lanciato a nome del Partito Repubblicano e
dell'Italia Libera il nuovo grido di guerra, tenta persino la diffamazione,
dell'Esercito: «Sul Piave si fermarono i soldati quando molti generali non
c'erano più». Questa distinzione bassamente demagogica suscita lo sdegno fra i
combattenti i quali possono testimoniare dell'eroismo degli ufficiali e
generali sul Piave (1).
L'assurda
situazione dell'Aventino è aggravata dalla circolare dei cardinale Gasparri che
ordina ai sacerdoti, proprio in un momento in cui il Partito Popolare è passato
all'opposizione, di non ingerirsi di politica. Il divieto è diretto ad
allontanarvi il clero per dirigerlo ad appoggiare invece il fascismo.
Contemporaneamente il Vaticano ordina ai preti francesi di scendere nella lotta
politica. L'Avanti! fa di ciò aperta accusa alla Chiesa che permette o tollera
la benedizione dei gagliardetti, ma l'Osservatore Romano risponde: «Guardi
piuttosto ai suoi vicini l'Avanti!, ai vari suoi compagni di tenda
sull'Aventino: e vi riconoscerà parecchi di coloro che favorirono e salutarono
allora il fascismo quale era genuina reazione prorompente dall'esasperazione
per la prepotenza bolscevica unica vera, autentica favoreggiatrice delle sue
conquiste. L'organo Vaticano allude evidentemente ai vari sostenitori di
Mussolini prima e dopo la marcia su Roma ti
Paolo Cappa, Mario Cingolati, Eugenio Chiesa, Colonna di Cesarò,
Raffaele De Caro, Alcide De Gasperi, Giovanni Conti, Cipriano Facchinetti,
Giovanni Gronchi, Giulio Rodinò, Giuseppe Micheli per non citare che i
maggiormente compromessi, in cerca ora di
rifarsi una verginità.
A Livorno,
il congresso liberale (5-6 ottobre) non porta una sufficiente chiarificazione.
L'ordine del giorno Petrazzi che questi dichiara non essere di opposizione al governo
ma soltanto affermazione di autonomia ottiene circa 24 mila voti contro quello
di Ricci, di completa adesione, che ne raccoglie poco meno di 11 mila. Mussolini
respinge questo atteggiamento che non lo soddisfa poiché non è di completa
sottomissione
e il giorno stesso ribadisce i suoi concetti antiliberali in un discorso tenuto
a Milano: «Si vorrebbe questa libertà per fare dei cortei con bandiere rosse,
dei comizi nelle pubbliche piazze, magari per fracassare delle vetrine,
rovesciare le lucerne dei carabinieri gridare «Viva Lenin»; per ricominciare
insomma come negli anni scorsi. Ma questa libertà io non la do, non la posso
dare. Non la voglio dare perché coloro che me la chiedono, se domani fossero al
potere sono quelli che la negherebbero, quelli che durante gli scioperi non
ammettevano la libertà del lavoro, non ammettevano questa pratica applicazione
del liberalismo individuale applicata all'officina, esercitavano la tirannia».
Sarrocchi
e Casati, rappresentanti con Celesia De Nava e di Nava e Di Scalca dei liberali
nel ministero, confermano la loro collaborazione incondizionata, dopo aver
preso parte ad una riunione di 40 fra deputati e senatori presieduta dall'on.
Salandra e nella quale «Considerando, intangibili le istituzioni fondamentali
sancite dallo Statuto del Regno, decidono di perseverare nella loro reale
adesione al Governo Nazionale ».
L'unica
seria e fattiva opposizione di parte liberale si inizia nella seduta del 15
novembre col voto contrario di Giolitti il quale così giustifica il suo
atteggiamento:
GIOLITTI:
«Se il Governo si fosse limitato a chiedere il volo solo nella politica estera,
non avrei avuto difficoltà di darlo; ma perché egli ha dichiarato che il voto
doveva comprendere tutta la politica del governo, ciò che era logico
trattandosi di un bilancio essenzialmente politico, e per di più del bilancio
del Presidente del Consiglio, devo dire le ragioni del mio dissenso che sono
principalmente di politica interna. Dopo le elezioni generali le condizioni
della politica interna sono molto mutate; fu soppressa per decreto reale di
fatto e di diritto la libertà di stampa.
MUSSOLINI,
seccamente: «Di fatto no!».
GIOLITTI:
«Si dirà che quel decreto è applicato con discrezione; ma il rispetto di una
libertà statutaria non può dipendere dalla maggiore o minore tolleranza dei
prefetti. Vi sono stati nella storia del nostro Paese, momenti difficili, come
Novara, Aspromonte, Villafranca, Custoza e il regicidio, ma nessun governo
pensò di sopprimere la libertà di stampa; ciò che ha contribuito a far ritenere
il nostro Paese fra i più civili e liberi. Profondo turbamento ha prodotto il
proposito del Presidente del Consiglio di modificare, lo Statuto. Se si dovesse
dare seguito ai propositi vagamente accennati di restringere i poteri del
Parlamento, si dovrebbero addossare alla Corona le responsabilità che ora
spettano solo al Parlamento. La illegalità è patente quando si mantiene una
quantità di comuni senza amministrazione, specie quando si tratta di comuni
prima bene amministrati. Lei, on. Mussolini, ha l'abitudine di attaccare i suoi
predecessori. Non me ne dolgo. Il giudizio definitivo lo darà la storia. On.
Mussolini, per carità di Patria non tratti il popolo italiano come se fosse un
popolo che non merita quella libertà che ha sempre avuta nel passato».
Così
Giolitti si dimostra più vivo dell'Aventino. Egli difende i diritti del
Parlamento e quindi quelli delle libertà statutarie. Le opposizioni invece si
limitano a proclamare che il fascismo è in dissoluzione, ma continuano a
praticare la tattica tolstoiana di non resistenza al male. Disertato queste
l'arengo parlamentare - e sono oltre 100 deputati - i pochi rimasti nell'aula
si sperdono nel nulla poiché la maggior parte, come Orlando ed i combattenti,
si limitano ad astenersi, mentre votano a favore i mutilati. E così il voto
sulla politica generale del governo sul quale è stata posta la questione di
fiducia dà questi risultati:
Presenti:
347; favorevoli al Governo: 315; votanti: 321; contrari: 6; astenuti: 26. (15
novembre 1924).
Hanno
votato contro: Giolitti, Fazio, Poggi, Massimo Rocca, Rubilli e Soleri. La
votazione ha pertanto rivelato la secessione di una parte dei combattenti
Giolitti si distacca apertamente dalla maggioranza parlamentare mentre Orlando,
Gasparotto, Giovannini, Boeri e i combattenti che agiscono ancora con prudenza
si astengono. I fiancheggiatori accusano un certo malessere, incominciano le
dimissioni di personalità e di deputati del partito. Particolarità delle sedute
della Camera è pertanto questa: che deputati dell'opposizione possono
pronunciare lunghi discorsi di critica alla politica interna del governo
ascoltati in grande silenzio, come accade a Soleri che parla indisturbato per
alcune ore. Rumoreggiati invece i comunisti - scesi dall'Aventino e rientrati
in aula - per le loro violenze ed intemperanze.
Nella
seduta del 22 novembre, approvando il bilancio dell'interno la Camera concede ancora la
fiducia a Mussolini con 337 voti contro 17 e 18 astenuti, dopo che Orlando
parlando per dichiarazione di voto ha fatto una serena critica alla politica
interna, giustificando l'appoggio dato in passato al governo: «D'altronde -
dice testualmente il Presidente della Vittoria - l'istituto parlamentare
consente le dittature; il Parlamento, mirabile costruzione il cui solo difetto
è la sua estrema delicatezza, è capace di provvedere a tutte le necessità di un
Paese e di uno Stato ».
(1) Dopo il discorso i monarchici uscirono dall'Italia Libera che del resto non ebbe mai grande seguito.

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