NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 26 settembre 2014

La Monarchia e il Fascismo - Ottavo capitolo - VII

L'Aventino, con la sua assenza si sottrae alla lotta nei momenti più favorevoli.


Un giornale satirico dell'opposizione ironizza sulle 
« quadrate legioni all'assalto dell'ultima trincea ».
Eppure, malgrado le incertezze della piccola opposizione costituzionale il momento propizio per tentare di abbattere il ministero o quanto meno per frenarlo nelle intemperanze della dittatura mussoliniana potrebbe essere questo. Il processo Balbo, intentato dal generale della Milizia contro La Voce repubblicana ha rivelato certi retroscena dell'uccisione di don Minzoni, parroco di Argenta, ed il sistema delle responsabilità impunite incomincia a suscitare le reazioni del pubblico e della stampa, anche perché Mussolini esprime a Balbo la sua solidarietà. Una lettera di Balbo, prodotta al processo e diretta ad un amico, dice, riferendosi ad alcuni socialisti assolti dai giudici di Mantova: «Se essi insistono a rimanere a Ferrara ed a procurare, di conseguenza, un disagio morale bisognerà bastonarli senza esagerare, ma con consuetudine fino a che si decidano». E più oltre: «Mostra pure questa parte della mia lettera al signor Prefetto, al quale dirai, a nome mio, che ho elementi sufficienti per giustificare la mia pretesa di non volere in città e provincia i masnadieri. La Questura farà bene a perseguitarli con fermi almeno settimanali, e sarà bene che il Prefetto faccia capire al Procuratore del Re che per eventuali bastonature (che dovranno essere di stile), non si desiderano imbastiture di processi. Se scrivo questo da Roma è segno che so quello che dico ».

L'impressione suscitata da questa lettera è enorme ed il Balbo è costretto a dimettersi da comandante generale della milizia. Il partito è insidiato dai fascisti dissidenti mentre nell'interno si inasprisce l’attrito fra «puri e revisionisti». In certi ambienti politici si ritiene che il governo potrebbe cadere, ma l'opposizione è assente e non ha dato prova di saper raccogliere la successione. Si incomincia a dubitare degli uomini del regime, ma non si ha fiducia alcuna in quelli dell'opposizione (1). Infatti il voto di fiducia al Senato sulla politica interna, dà questo risultato:

Votanti: 299; favorevoli: 208; contrari: 54; astenuti 37. (5 dicembre 1924).

Come si vede l'opposizione sale a Palazzo Madama, ma è rallentata dall'atteggiamento dell'Aventino al convegno di Milano che Mussolini sa abilmente sfruttare: ...«tutta l'assemblea fu pervasa da un profondo e spontaneo spirito repubblicano». Ed aggiunge sapendo di promuovere la commozione dei senatori: «Si è detto: voi volete restare al potere in ogni caso. Non è vero. Se il Re alla fine di questa discussione mi dicesse: - Se ne vada - io dinanzi a Sua Maestà Vittorio Emanuele III mi metterei sull'attenti e me ne andrei. Ma quando si tratta di Sua Maestà il Corriere della Sera io non me ne vado». Più che naturale che il Senato sostenga il governo dopo simile discorso. Tuttavia a quattro giorni di distanza (9 dicembre) nello scrutinio segreto sul bilancio dell’Interno i voti favorevoli scendono a 190 dopo le implacabili requisitorie di Tassoni e Zuppelli contro la Milizia (2). Il Senato, a differenza della Camera, non ha esitato ad affrontare i problemi fondamentali della situazione presente.

Per la prima volta da uomini che non appartengono a partiti di opposizione è stato posto nettamente il problema della Milizia e si sono chiesti al Capo del Governo provvedimenti decisivi e persuasivi che sostanziassero la calcolata imprecisione delle molte e varie promesse precedenti. Ciò è tanto importante che viene consacrato in un ordine del giorno votato dal Comitato direttivo delle opposizioni aventiniane. Quando alla Camera l'on. Lessona investe l'estrema: «Se continua di questo passo noi fascisti dovremo compiere veramente la seconda ondata, Mussolini lo interrompe: «Questo mai neppure per ipotesi».

Giunta si dimette da Vice della Camera a causa di una domanda di autorizzazione quale mandante di un delitto comune     ( aggressione all’on. Forni, ma le dimissioni sono respinte.      Giunta insiste e la maggioranza è costretta a ripiegare e ad accettarle, il che denota un segno del imitato stato d'animo di Mussolini. Infatti a Michele Bianchi che difende la tesi dei colleghi fascisti Mussolini dice: «Tu voterai a favore delle dimissioni e farai il tuo dovere!» Si tratta di un caso morale e giudiziario: rifiutando le dimissioni la Camera avrebbe sanato questa immoralità e Mussolini che ha compreso l'enormità del voto del giorno precedente ordina il capovolgimento della situazione. Viene così     il problema della perseguibilità dei reati imputati a fascisti cioè si è stabilito che tutti i reati debbano essere colpiti, da chiunque essi siano stati commessi qualunque sia
l'epoca in cui i reati risalgono.

Qualche cosa potrebbe maturare sia alla Camera che al Senato e forme anche nel Paese. Il discorso di Giolitti e quelli pronunciati a palazzo Madama hanno innegabilmente recato un grave colpo all'autorità morale del governo fascista. Ma l'Aventino non crede allo sfaldamento della maggioranza e continua a rimanere assente proclamandosi però l'autentico rappresentante della Nazione e negando di riconoscere l'autorità parlamentare dei ministri. Situazione paradossale alla quale non credono gli stessi oppositori. L'on. Giovanni Conti, ad esempio, che è fra i fanatici della tendenza repubblicana che attende la manna dal Re e poi disprezza con tanta virulenza Monarchia e governo, che rifiuta di riconoscere, non disdegna di inviare interrogazioni al Ministro dei Culti per ottenere... giustizia! Gli aventiniani sostengono la inutilità della battaglia parlamentare, ma quando alla metà di dicembre il progetto di legge sulla stampa - la cui discussione è stata chiesta di urgenza - viene rinviato alla prossima ripresa parlamentare, la Voce Repubblicana è costretta a riconoscere:
«Questo rinvio ha tutto il significato di una ritirata strategica. Il governo forte, il governo che disdegna i patteggiamenti e gli accomodamenti, ha dimostrato anche in questa evenienza tutta la sua intrinseca debolezza. Nonostante il cordone ombelicale di frode e di violenza che lega la maggioranza al governo l'on. Mussolini ha preferito rinunciare ad affrontare una discussione che avrebbe potuto essere fatale al suo programma di restare come che sia al Potere ».

Gli oppositori proclamano agli italiani con tono vittorioso che il fascismo è finito, che è sull'orlo del fallimento, ma che Mussolini non lascerà mai il suo posto per propria volontà. Allusione forse all'intervento regio, che invocano in privato e disprezzano in pubblico; forse alla rivoluzione della piazza che predicano ma nessuno ha il coraggio di capitanare. E intanto brancolano nella più sconcertante indecisione, anche perché vi è fra di loro discordanza intorno alla soluzione del conflitto: alcuni vorrebbero il siluramento pacifico del governo mediante l'intervento della Corona altri sognano di far cadere Mussolini mediante il trapasso dei poteri ad un governo militare. Assurdo che la Corona possa seguire le illusioni epilettiche dell'opposizione poiché non ha per una crisi pacifica e costituzionale indicazioni di sorta che non possono venire che dalle Camere, come non ha motivo di investire l'autorità militare se la piazza non mi muove.

(1) Luigi Salvatorelli, lo storico del periodo fascista (Venti anni tra due guerre - Ed. It. Roma 1941 a. XIX) per quanto la sua opera se non proprio apologetica tenda però alla giustificazione del regime, dice che «nè l'Aventino suscitò un moto nel paese nè un piccolo gruppo di opposizione alla Camera capitanato da Giolitti - che fino allora aveva sostenuto il Governo - ebbe successo in Parlamento » (pag. 259).

(2) Il senatore Zuppelli rivela, smentendo Mussolini, che non è affatto vero che le armi della Milizia siano custodite nelle caserme ma che invece i militari detengono personalmente a casa loro moschetti fucili e bombe a mano.

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