L'Aventino,
con la sua assenza si sottrae alla lotta nei momenti più favorevoli.
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| Un giornale satirico dell'opposizione ironizza sulle « quadrate legioni all'assalto dell'ultima trincea ». |
Eppure,
malgrado le incertezze della piccola opposizione costituzionale il momento
propizio per tentare di abbattere il ministero o quanto meno per frenarlo nelle
intemperanze della dittatura mussoliniana potrebbe essere questo. Il processo
Balbo, intentato dal generale della Milizia contro La Voce repubblicana ha rivelato
certi retroscena dell'uccisione di don Minzoni, parroco di Argenta, ed il
sistema delle responsabilità impunite incomincia a suscitare le reazioni del
pubblico e della stampa, anche perché Mussolini esprime a Balbo la sua
solidarietà. Una lettera di Balbo, prodotta al processo e diretta ad un amico,
dice, riferendosi ad alcuni socialisti assolti dai giudici di Mantova: «Se essi
insistono a rimanere a Ferrara ed a procurare, di conseguenza, un disagio
morale bisognerà bastonarli senza esagerare, ma con consuetudine fino a che si
decidano». E più oltre: «Mostra pure questa parte della mia lettera al signor
Prefetto, al quale dirai, a nome mio, che ho elementi sufficienti per
giustificare la mia pretesa di non volere in città e provincia i masnadieri. La Questura farà bene a
perseguitarli con fermi almeno settimanali, e sarà bene che il Prefetto faccia
capire al Procuratore del Re che per eventuali bastonature (che dovranno essere
di stile), non si desiderano imbastiture di processi. Se scrivo questo da Roma
è segno che so quello che dico ».
L'impressione
suscitata da questa lettera è enorme ed il Balbo è costretto a dimettersi da
comandante generale della milizia. Il partito è insidiato dai fascisti
dissidenti mentre nell'interno si inasprisce l’attrito fra «puri e revisionisti».
In certi ambienti politici si ritiene che il governo potrebbe cadere, ma
l'opposizione è assente e non ha dato prova di saper raccogliere la
successione. Si incomincia a dubitare degli uomini del regime, ma non si ha
fiducia alcuna in quelli dell'opposizione (1). Infatti il voto di fiducia al
Senato sulla politica interna, dà questo risultato:
Votanti:
299; favorevoli: 208; contrari: 54; astenuti 37. (5 dicembre 1924).
Come
si vede l'opposizione sale a Palazzo Madama, ma è rallentata dall'atteggiamento
dell'Aventino al convegno di Milano che Mussolini sa abilmente sfruttare: ...«tutta
l'assemblea fu pervasa da un profondo e spontaneo spirito repubblicano». Ed
aggiunge sapendo di promuovere la commozione dei senatori: «Si è detto: voi
volete restare al potere in ogni caso. Non è vero. Se il Re alla fine di questa
discussione mi dicesse: - Se ne vada - io dinanzi a Sua Maestà Vittorio
Emanuele III mi metterei sull'attenti e me ne andrei. Ma quando si tratta di
Sua Maestà il Corriere della Sera io non me ne vado». Più che naturale che il
Senato sostenga il governo dopo simile discorso. Tuttavia a quattro giorni di
distanza (9 dicembre) nello scrutinio segreto sul bilancio dell’Interno i voti
favorevoli scendono a 190 dopo le implacabili requisitorie di Tassoni e
Zuppelli contro la Milizia
(2). Il Senato, a differenza della Camera, non ha esitato ad affrontare i
problemi fondamentali della situazione presente.
Per
la prima volta da uomini che non appartengono a partiti di opposizione è stato
posto nettamente il problema della Milizia e si sono chiesti al Capo del
Governo provvedimenti decisivi e persuasivi che sostanziassero la calcolata imprecisione
delle molte e varie promesse precedenti. Ciò è tanto importante che viene consacrato
in un ordine del giorno votato dal Comitato direttivo delle opposizioni
aventiniane. Quando alla Camera l'on. Lessona investe l'estrema: «Se continua
di questo passo noi fascisti dovremo compiere veramente la seconda ondata,
Mussolini lo interrompe: «Questo mai neppure per ipotesi».
Giunta
si dimette da Vice della Camera a causa di
una domanda di autorizzazione quale mandante di un delitto comune ( aggressione all’on. Forni, ma le
dimissioni sono respinte. Giunta
insiste e la maggioranza è costretta a ripiegare e ad accettarle, il che denota
un segno del imitato stato d'animo di Mussolini. Infatti a Michele Bianchi che
difende la tesi dei colleghi fascisti Mussolini dice: «Tu voterai a favore
delle dimissioni e farai il tuo dovere!» Si tratta di un caso morale e giudiziario:
rifiutando le dimissioni la
Camera avrebbe sanato questa immoralità e Mussolini che ha
compreso l'enormità del voto del giorno precedente ordina il capovolgimento della
situazione. Viene così il problema
della perseguibilità dei reati imputati a fascisti cioè si è stabilito che
tutti i reati debbano essere colpiti, da chiunque essi siano stati commessi qualunque
sia
l'epoca
in cui i reati risalgono.
Qualche
cosa potrebbe maturare sia alla Camera che al Senato e forme anche nel Paese.
Il discorso di Giolitti e quelli pronunciati a palazzo Madama hanno
innegabilmente recato un grave colpo all'autorità morale del governo fascista.
Ma l'Aventino non crede allo sfaldamento della maggioranza e continua a
rimanere assente proclamandosi però l'autentico rappresentante della Nazione e
negando di riconoscere l'autorità parlamentare dei ministri. Situazione
paradossale alla quale non credono gli stessi oppositori. L'on. Giovanni Conti,
ad esempio, che è fra i fanatici della tendenza repubblicana che attende la
manna dal Re e poi disprezza con tanta virulenza Monarchia e governo, che
rifiuta di riconoscere, non disdegna di inviare interrogazioni al Ministro dei
Culti per ottenere... giustizia! Gli aventiniani sostengono la inutilità della
battaglia parlamentare, ma quando alla metà di dicembre il progetto di legge
sulla stampa - la cui discussione è stata chiesta di urgenza - viene rinviato
alla prossima ripresa parlamentare, la Voce Repubblicana
è costretta a riconoscere:
«Questo
rinvio ha tutto il significato di una ritirata strategica. Il governo forte, il
governo che disdegna i patteggiamenti e gli accomodamenti, ha dimostrato anche
in questa evenienza tutta la sua intrinseca debolezza. Nonostante il cordone
ombelicale di frode e di violenza che lega la maggioranza al governo l'on.
Mussolini ha preferito rinunciare ad affrontare una discussione che avrebbe
potuto essere fatale al suo programma di restare come che sia al Potere ».
Gli
oppositori proclamano agli italiani con tono vittorioso che il fascismo è
finito, che è sull'orlo del fallimento, ma che Mussolini non lascerà mai il suo
posto per propria volontà. Allusione forse all'intervento regio, che invocano
in privato e disprezzano in pubblico; forse alla rivoluzione della piazza che
predicano ma nessuno ha il coraggio di capitanare. E intanto brancolano nella
più sconcertante indecisione, anche perché vi è fra di loro discordanza intorno
alla soluzione del conflitto: alcuni vorrebbero il siluramento pacifico del
governo mediante l'intervento della Corona altri sognano di far cadere Mussolini
mediante il trapasso dei poteri ad un governo militare. Assurdo che la Corona possa seguire le illusioni
epilettiche dell'opposizione poiché non ha per una crisi pacifica e
costituzionale indicazioni di sorta che non possono venire che dalle Camere,
come non ha motivo di investire l'autorità militare se la piazza non mi muove.
(1)
Luigi Salvatorelli, lo storico del periodo fascista (Venti anni tra due guerre
- Ed. It. Roma 1941 a .
XIX) per quanto la sua opera se non proprio apologetica tenda però alla
giustificazione del regime, dice che «nè l'Aventino suscitò un moto nel paese
nè un piccolo gruppo di opposizione alla Camera capitanato da Giolitti - che
fino allora aveva sostenuto il Governo - ebbe successo in Parlamento » (pag.
259).

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