Il primo di luglio 1924 la Commissione delle Camere
si reca a portare al Sovrano l'indirizzo di risposta al discorso della Corona.
Il Re, riferendosi all'appello alla concordia rivolto al Paese nel suo discorso
alle due Camere il 24 maggio, così parla ai deputati e senatori presenti:
«...Questa parola di concordia da me pronunciata esprime
l'aspirazione unanime della coscienza popolare. Oggi che un efferato delitto ha
suscitato la esecrazione mia e del mio Governo, dei due rami del Parlamento e
del Paese, è più che mai necessario che le Camere diano alla Nazione esempio di
saggezza e di conciliazione ».
Ma l'invocazione del Monarca non è stata ascoltata. L'Avanti! accoglie questo appello con
parole di diffidenza, quasi di scherno. L'on. Di Rodinò del Partito Popolare,
unico rappresentante delle opposizioni nell'ufficio di Presidenza della Camera,
si dimette dalla carica per non recarsi al Quirinale. Popolari, demosociali,
socialisti, insomma gli aventiniani di estrema sinistra, attendono dal Sovrano
la soluzione dei guai di cui sono i responsabili, ma non fanno che insultarlo e
vilipenderlo. Il Corriere della Sera saggiamente commenta: « Evidentemente
l'invito del Re non era soltanto rivolto alle opposizioni. Egli parlava ai
rappresentanti della maggioranza governativa delle due Camere e il meno che si
possa con la maggior discrezione supporre è che il suo discorso fosse anche per
le orecchie dei presenti ».
Su questa direttiva pare voglia mettersi lo stesso Mussolini
se poche settimane più tardi parlando al Gran Consiglio affermava
esplicitamente: « Se normalizzazione significa repressione dell'illegalismo, le
cronache giudiziarie di questi ultimi tempi grondano, se non di sangue, di anni
di galera distribuiti ai fascisti con una prodigalità che io mi guardo bene dal
discutere e che accetto anzi senza discutere. L'illegalismo fascista, dunque, o
è impedito o è represso, mentre riprende l'illegalismo politico e morale dei partiti
antinazionali. Normalizzazione significa forse il processo al regime? Allora
noi rispondiamo che il regime non si fa processare se non dalla storia» (1). Vi
sono del resto esempi di rigoroso intervento del governo contro i facinorosi. A
Napoli vengono arrestati in massa tutti i componenti la milizia portuaria.
Mussolini fa dei dichiarati tentativi di riavvicinamento ai liberali contro i
quali finora non ha avuto che parole quasi di disprezzo. Con questo tentativo
si delinea una nuova fase politica.
Ma nello stesso tempo il Duce respinge l'ordine del giorno
dei combattenti dissidenti riuniti ad Assisi, che pure esprime appoggio al
governo condizionato soltanto dalla condanna dell'illegalismo. E così parlando
ai minatori di Monte Amiata egli esprime severe minacce agli oppositori: «Il
giorno in cui uscissero dalla vociferazione molesta per andare alle cose
concrete, quel giorno noi di costoro faremo lo strame per gli accampamenti
delle camicie nere». I giornali dicono che le sue parole sono accolte da una
lunga ovazione. Egli pronuncia queste frasi nella stessa ora in cui i
combattenti portano al Re l'ordine del giorno di Assisi ch'Egli non soltanto
accetta ma loda, e fa suoi i concetti in esso espressi. Un ordine del giorno in
cui si chiede che cessino le distinzioni faziose che negano lo spirito della
guerra e l'essenza stessa della Vittoria e impone che si dia luogo a una
normalizzazione e a una pacificazione che solo può esservi con la restaurazione
della legge scritta e morale, col ripristino dei diritti dei cittadini, con il
ritorno al rispetto delle idee e delle attività pubbliche e private.
Ad una settimana di distanza, perdurando l'aspra contesa
delle fazioni e sotto l'incubo della «seconda ondata , della quale si parla con
insistenza in campo fascista, Mussolini viene ricevuto dal Re. Ne dà notizia un
comunicato dell'Ufficio stampa della Presidenza del Consiglio scritto, a
giudicare dallo stile, dallo stesso Mussolini e tendente a rassicurare
l'opinione pubblica allarmata dal linguaggio dei fogli fascisti che
preannunciano la ripresa di azioni violente. Si attende da ogni parte che dopo
il colloquio il governo debba cambiare rotta e si dà grande importanza
all'intervento del Sovrano e a questo atto politico di Mussolini il quale mai
si era così impegnato.
(1) Un discepolo di B. Croce e lo stesso filosofo, non farebbero
affermazioni diverse dalla conclusione mussoliniana.

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