NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 4 settembre 2014

La Monarchia e il Fascismo - Ottavo capitolo - III

Solidarietà della maggioranza della Camera col Governo e rimpasto ministeriale.

Di fronte al tentativo dell'opposizione di sollevare l'opinione pubblica si riunisce il Comitato di maggioranza della Camera - del quale fa parte anche il cattolico on. Mattei-Gentili, direttore del Corriere d'Italia - e vota un ordine del giorno che contiene questa dichiarazione: «Il Comitato coglie quest'occasione per rinnovare al Capo del governo l'immutabile solidarietà e la profonda devozione della maggioranza parlamentare che, stringendosi sempre più intorno a lui, lo conforta nell'opera necessaria e feconda attesa dalla Nazione». Già nella mattina del 16 i ministri avevano messo a disposizione di Mussolini i loro portafogli al fine di ottemperare al desiderio del comitato il quale chiedeva un rimaneggiamento del Gabinetto onde allontanare dal ministero alcuni elementi che non hanno fatto buona prova. La riunione del comitato di maggioranza dal quale uscirono queste deliberazioni assume grande importanza. Contemporaneamente nel seno stesso del Gabinetto alcuni ministri esprimono la necessità di un rinnovamento nell'azione del governo chiedendo un rimpasto, che ha luogo in quei giorni: entrano a rinforzare il ministero i liberali Alessandro Casati, Sarrocchi, De Nava, Celesia e Di Scalea. Le nuove nomine sono accolte con soddisfazione anche dall'opposizione costituzionale e soprattutto viene sottolineata la destinazione di Federzoni a ministro dell'Interno, ed elogiate le sue parole nella circolare ai Prefetti: «Consolidare con energia e fermezza l'ordine nazionale sulla base dell'assoluto rispetto alle leggi». E' favorevole a Federzoni anche il Corriere della Sera, l'espressione dell’opposizione costituzionale.

A Roma sono convocati i Consigli professionali forensi sotto la presidenza di Víttorio Scialoia, ed approvano un ordine del giorno nel quale è detto che “ritengono che l’opera della magistratura oramai investita dell’istruttoria non debba essere turbata da alcuna manifestazione da parte della classe forense». Ettore Viola, deputato della maggioranza e rappresentante dei combattenti, intervistato dal Giornale d’Italia dopo aver dichiarato di voler chiedere a Mussolini un completo rinnovamento del partito e del governo, con l'allontanamento delle persone equivoche, conclude: «Direte così all'Italia o Duce, che i vostri non hanno creato il martire, avendone subita tutta la vergogna; e al mondo che il fascismo, sotto la vostra illuminata guida, è ancora e più di prima rinunzia e bellezza ».

Le opposizioni usano un linguaggio di estrema violenza; ma se vi è smarrimento fra i fascisti vi è anche incertezza e disunione nel campo avversario che il governo accusa a sua volta di «speculazione» intorno ad un delitto del quale esso stesso è il primo a subirne i danni e le conseguenze. Le dimissioni di alcune personalità politiche e il rimpasto ministeriale, e gli arresti dei presunti esecutori o mandanti, calmano in parte l'opinione pubblica. Se vi sono fascisti che gettano il distintivo, è anche vero che vi sono avversari del regime od indifferenti che, prendono la tessera per testimoniare la loro disapprovazione alla tattica scandalistica dell'estrema.
Il Governo intanto, con la scusa dell'arrivo di ras Tafari mobilita la Milizia e concentra a Roma le legioni dell'Italia centrale. In pochi giorni il fascismo passa dallo smarrimento al contrattacco isolando sempre più le opposizioni che rinunciano al combattimento lasciando le camicie nere arbitre della situazione. Dall'alto del loro colle gli aventiniani chiedono le dimissioni del governo, ma il Duce risponde che ha con sé la maggioranza della Camera, la maggioranza del Senato, la maggioranza del Paese. Gli aventiniani si accaniscono nel pretendere che Mussolini dia le dimissioni e non si rammentano che i loro predecessori della sinistra e dell'estrema sinistra dell'epoca crispina rimproveravano a Giolitti di essersi dimesso nel 1893 in seguito alle accuse per la Banca Romana senza un voto della Camera: dimissioni che dettero mano libera agli avversari di destra. 

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