Di
fronte al tentativo dell'opposizione di sollevare l'opinione pubblica si
riunisce il Comitato di maggioranza della Camera - del quale fa parte anche il
cattolico on. Mattei-Gentili, direttore del Corriere d'Italia - e vota un ordine
del giorno che contiene questa dichiarazione: «Il Comitato coglie
quest'occasione per rinnovare al Capo del governo l'immutabile solidarietà e la
profonda devozione della maggioranza parlamentare che, stringendosi sempre più
intorno a lui, lo conforta nell'opera necessaria e feconda attesa dalla Nazione». Già nella mattina del 16 i ministri avevano messo a disposizione di
Mussolini i loro portafogli al fine di ottemperare al desiderio del comitato il
quale chiedeva un rimaneggiamento del Gabinetto onde allontanare dal ministero
alcuni elementi che non hanno fatto buona prova. La riunione del comitato di
maggioranza dal quale uscirono queste deliberazioni assume grande importanza.
Contemporaneamente nel seno stesso del Gabinetto alcuni ministri esprimono la
necessità di un rinnovamento nell'azione del governo chiedendo un rimpasto, che
ha luogo in quei giorni: entrano a rinforzare il ministero i liberali
Alessandro Casati, Sarrocchi, De Nava, Celesia e Di Scalea. Le nuove nomine
sono accolte con soddisfazione anche dall'opposizione costituzionale e
soprattutto viene sottolineata la destinazione di Federzoni a ministro
dell'Interno, ed elogiate le sue parole nella circolare ai Prefetti: «Consolidare con energia e fermezza l'ordine nazionale sulla base dell'assoluto
rispetto alle leggi». E' favorevole a Federzoni anche il Corriere della Sera,
l'espressione dell’opposizione costituzionale.
A
Roma sono convocati i Consigli professionali forensi sotto la presidenza di
Víttorio Scialoia, ed approvano un ordine del giorno nel quale è detto che “ritengono
che l’opera della magistratura oramai investita dell’istruttoria non debba
essere turbata da alcuna manifestazione da parte della classe forense». Ettore
Viola, deputato della maggioranza e rappresentante dei combattenti, intervistato
dal Giornale d’Italia dopo aver dichiarato di voler chiedere a Mussolini un completo
rinnovamento del partito e del governo, con l'allontanamento delle persone equivoche,
conclude: «Direte così all'Italia o Duce, che i vostri non hanno creato il
martire, avendone subita tutta la vergogna; e al mondo che il fascismo, sotto
la vostra illuminata guida, è ancora e più di prima rinunzia e bellezza ».
Le
opposizioni usano un linguaggio di estrema violenza; ma se vi è smarrimento fra
i fascisti vi è anche incertezza e disunione nel campo avversario che il governo
accusa a sua volta di «speculazione» intorno ad un delitto del quale esso
stesso è il primo a subirne i danni e le conseguenze. Le dimissioni di alcune
personalità politiche e il rimpasto ministeriale, e gli arresti dei presunti
esecutori o mandanti, calmano in parte l'opinione pubblica. Se vi sono fascisti
che gettano il distintivo, è anche vero che vi sono avversari del regime od
indifferenti che, prendono la tessera per testimoniare la loro disapprovazione
alla tattica scandalistica dell'estrema.
Il Governo intanto, con la scusa dell'arrivo di
ras Tafari mobilita la
Milizia e concentra a Roma le legioni dell'Italia centrale. In
pochi giorni il fascismo passa dallo smarrimento al contrattacco
isolando sempre più le opposizioni che rinunciano al combattimento
lasciando le camicie nere arbitre della situazione. Dall'alto del loro colle
gli aventiniani chiedono le dimissioni del governo, ma il Duce risponde che ha
con sé la maggioranza della Camera, la maggioranza del Senato, la maggioranza
del Paese. Gli aventiniani si accaniscono nel pretendere che Mussolini dia le
dimissioni e non si rammentano che i loro predecessori della sinistra e
dell'estrema sinistra dell'epoca crispina rimproveravano a Giolitti di essersi
dimesso nel 1893
in seguito alle accuse per la
Banca Romana senza un voto della
Camera: dimissioni che dettero mano libera agli avversari di destra.
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