NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
lunedì 19 febbraio 2018
Un regime imperfetto che non cambiò l’Italia
Studiare la storia per smontare l'allarme fascismo
Ecco tutte le linee di
continuità tra Stato liberale e fascismo
di Francesco Perfetti
17/02/2018
Verso la metà degli anni Sessanta cominciarono ad apparire i primi
risultati della ricerca di Renzo De Felice sul fascismo e sulla biografia di
Mussolini. La storiografia imboccò la strada di una analisi realmente storica e
fondata sulla ricostruzione di quella stagione politica al di là delle
deformazioni della politica e dell’ideologia.
Molti risultati degli studi di De Felice – all’inizio guardati con
scetticismo o sufficienza – divennero patrimonio della letteratura
storiografica più avvertita: la differenza per esempio tra «movimento» e
«regime», il riconoscimento dell’esistenza di un diffuso «consenso» al fascismo
e via dicendo. Ed entrarono a far parte del comune sentire.
Negli ultimi tempi, però, quali che ne siano le motivazioni, la polemica
politica, attraverso la riscoperta di un risibile pericolo neo-fascista, ha
riportato indietro di interi decenni i discorsi sul fascismo, addirittura
all’epoca precedente gli studi defeliciani.
Si è tornati, per motivi puramente politici e propagandistici, a una utilizzazione
estensiva e demonologica del termine «fascismo» che non ha più nessun
riferimento concreto e reale con il fenomeno storico che esso dovrebbe evocare.
In una situazione del genere è da salutare con grandissimo apprezzamento
l’uscita in libreria di un importante e denso saggio di Guido Melis dal
titolo La macchina imperfetta. Immagine e realtà dello Stato fascista
(Il Mulino, pagg. 624, euro 38), che si propone di studiare, con equilibrio
e grande finezza, i meccanismi essenziali del regime.
Si tratta di un lavoro, opera di uno studioso della storia delle
istituzioni e dell’amministrazione pubblica, che, sia pure da una prospettiva
diversa, riprende e prosegue il cammino storiografico iniziato da Renzo De
Felice.
Il problema centrale dello studio di Melis è quello del rapporto tra lo
Stato fascista e lo Stato liberale. In altre parole, è quello di cercare di
capire come, e fino a che punto, la «macchina» del fascismo sia riuscita a
incidere sulla continuità amministrativa e burocratica dello Stato preesistente
per portare avanti la sua opera di rottura o, se si preferisce, la sua
rivoluzione.
Melis fa notare come, fra le carte della Presidenza del Consiglio sia
conservata una busta intestata «Consiglio dei Ministri» recante la data 31
luglio 1943-XXI con questa frettolosa annotazione sul frontespizio del
fascicolo interno: «Non ha avuto luogo per mutamento del Ministero».
È significativo, più che curioso, il fatto che la fine del regime,
all’indomani del 25 luglio 1943, sia stata, da un qualche burocrate, declassata
al livello di un puro e semplice cambiamento di governo.
La verità è che le istituzioni del fascismo, a cominciare proprio dalla
struttura burocratica, si sono trovate a convivere con le vecchie istituzioni
dello Stato liberale.
Il fascismo giunse al potere all’indomani della conclusione della Grande
Guerra in una situazione di crisi generale, politica, economica e sociale
determinata dalle immani trasformazioni anche psicologiche indotte dal
conflitto.
La classe dirigente venuta fuori dal conflitto era, come ben sottolinea
Melis, «non priva di forti individualità», ma «dominata ossessivamente dal
culto del capo e da un impulso primordiale all’obbedienza gerarchica, insieme
frutto della pedagogia della trincea e portato storico dei grandi fenomeni di
irreggimentazione sociale imposti dall’industrializzazione».
Questa classe politica fece il suo ingresso nei gangli di una struttura
statuale che, dal punto di vista delle istituzioni, si ricollegava direttamente
allo Stato liberale dell’anteguerra con la sua architettura
burocratico-amministrativa e con la sua legislazione fortemente radicata in un
impianto normativo ancora ottocentesco.
Il fascismo, giunto dunque al governo, si trovò, così, ad operare in un
contesto istituzionale, burocratico, amministrativo e legislativo consolidato
anche se, per comune ammissione, bisognoso di ritocchi o ammodernamenti dovuti
alle nuove sfide, diretta conseguenza del conflitto mondiale, di una società
che stava diventando di massa e stava imboccando la strada dell’industrializzazione.
Esso fece ricorso al personale, peraltro di elevato livello e di grande
competenza, che aveva consentito il funzionamento della macchina
burocratico-amministrativa della tarda età giolittiana.
Gli uomini di Mussolini, una volta insediati nei posti di comando, si
appoggiarono al personale in ruolo nella amministrazione pubblica o a tecnici
di settore e grande importanza ebbe la figura del capo di gabinetto.
In alcune amministrazioni – si pensi, per esempio, al Ministero degli
Esteri, dove per diversi anni la carica di Segretario Generale venne ricoperta
da Salvatore Contarini, uomo della destra conservatrice di tradizione liberale
– tutte queste personalità operarono, più che come cerniera, come fattori di
collegamento con l’Italia liberale.
L’analisi proposta da Guido Melis col supporto di un ampio e preciso
apparato statistico pone implicitamente, quanto meno a livello di personale
burocratico-amministrativo, il problema della continuità-rottura fra lo Stato
liberale e lo Stato fascista.
Si tratta di una questione rilevante dal punto di vista storiografico
perché, al di là delle biografie intellettuali del personale
burocratico-amministrativo, pone il problema della natura stessa del regime e
della sua effettiva capacità di essere o trasformarsi in un regime
compiutamente totalitario.
In effetti, a ben vedere, il traguardo della realizzazione di uno Stato
totalitario non venne raggiunto. La struttura della stessa «diarchia», cioè a
dire la convivenza tra fascismo e Monarchia, lo rendeva di fatto impossibile.
E del resto lo Stato fascista non ebbe carattere monolitico: nelle sue
strutture si trovarono a convivere fascisti in senso proprio, ma anche
esponenti dell’Italia liberale, uomini che rappresentavano interessi economici,
ovvero oligarchie o potentati.
Un grande mix, insomma, che si ritrovava anche nella convivenza di
istituzioni preesistenti al fascismo e di istituzioni da questo create ex novo.
Una convivenza spesso dialettica se non ambigua. Appare, in proposito,
interessante il fatto che la più celebrata rivoluzione economica del fascismo,
cioè il corporativismo con quel che esso avrebbe dovuto comportare, finì per
essere messa da parte dalla nascita, a partire dagli anni Trenta, di quello
«Stato imprenditore» e di quella «economia mista» che sarebbero sopravvissuti
al regime.
In proposito osserva Melis: «Emerge la novità ambigua di uno Stato-partito
costruito ex novo modificando in profondo la Costituzione liberale, ma al tempo
stesso condizionato sino all’ultimo dalla sopravvivenza degli antichi
equilibri: cioè dal modello dello Stato ideato a fine Ottocento dai maestri del
diritto costituzionale e amministrativo».
Emerge, in altre parole, l’immagine di uno Stato che, rispetto ai suoi
propositi di realizzare un regime totalitario, si rivelò, come recita il titolo
del volume di Melis, «una macchina imperfetta»
domenica 18 febbraio 2018
Il libro azzurro sul referendum - X cap - 3
«Da Roma in giù la disorganizzazione non
ebbe praticamente limiti. Ore di attesa tumultuosa e snervante furono
necessarie per poter avvicinarsi alle urne, con interventi « energici » degli
ausiliari forniti di robusti manganelli, sia pure rivestiti di gomma. Sotto un
sole spietato le file si allungavano; molte donne venivano meno... Nelle
campagne molti elettori credettero che la donna colla corona turrita
raffigurante la repubblica rappresentasse la Monarchia e la testa
della Regina »...
della Regina »...
Casi di irregolarità
verificatisi durante lo svolgimento delle elezioni Italia Nuova del 8-9-10
giugno ha pubblicato: «Ci risulta che presso la 8“ sezione di
via Giubbonari n. 4 le operazioni furono sospese dal Presidente del seggio
Ferrara Antonio perchè dal conteggio delle schede risultava che avevano votato
cento persone di più di quelle risultanti dal registro elettori.
Alla sezione elettorale 606 di Roma la
signora Antobelli Elisabetta avendo notato che la scheda consegnatale per il
«referendum» era completamente sprovvista dei due simboli prescritti, faceva
rilevare la cosa al presidente, ma uno degli scrutatori l’ammoniva di tacere.
A Roma alla sezione 618 i componenti del
seggio abbandonarono il lavoro alle ore 20 del 3 giugno senza aver ultimato lo
scrutinio.
A Roma seggio 608 il presidente
trasportava di sua iniziativa e senza scorta il plico contenente i documenti
relativi alla votazione a mezzo auto privato direttamente alla pretura.
Il presidente della 532° sezione di Roma
unitamente agli scrutatori alle ore 13 del 4 giugno abbandonava sui tavoli,
senza prima avervi apposto i sigilli, tutto il materiale elettorale.
Dal Comune di Roma sono stati distribuiti numerosi
certificati elettorali a persone non iscritte all’ufficio anagrafico.
Una parte di tali certificati con nomi apocrifi si
trovano già presso la Corte di Cassazione. Impossibilità di controllare i voti
nulli ed il numero stesso dei voti. (I verbali spessissimo incompleti coi soli totali
scritti a matita) ».
Brogli elettorali e ricorsi
Il rappresentante della lista del Blocco
Nazionale della libertà ha presentato formale protesta e reclamo per far
dichiarare nulla la votazione nel Collegio di Napoli Caserta a norma dell’art.
18 del D.L.L. 23 aprile 1946 n. 219. Il ricorso è motivato dal fatto che sia
nella compilazione delle liste sia nelle operazioni di voto e di scrutinio sono
state commesse numerose irregolarità.
Irregolarità rilevanti alla 846° sezione
di Milano, a Terlizzi, in provincia di Brindisi, all’ospedale del Littorio di
Roma, in molti comuni della provincia
di Mantova, a Castelnuovo Don Bosco, in provincia di Viterbo, di Cosenza, di
Campobasso... Violazioni delle norme di legge denunciate dal sig. Filippo Franceschi rappresentante effettivo di lista della lista n. 16 (Blocco nazionale della libertà) all’ufficio centrale elettorale della Circoscrizione di Roma...
di Mantova, a Castelnuovo Don Bosco, in provincia di Viterbo, di Cosenza, di
Campobasso... Violazioni delle norme di legge denunciate dal sig. Filippo Franceschi rappresentante effettivo di lista della lista n. 16 (Blocco nazionale della libertà) all’ufficio centrale elettorale della Circoscrizione di Roma...
Signor Direttore del giornale « Roma » - Napoli.
Nel 1948 impiegato nella FF. SS. prestavo
servizio a Genova P.P. Non pochi ferrovieri asserivano che nel 1946 avevano
votato «repubblica» e naturalmente socialcomunismo, ciascuno in diverse sezioni
elettorali, poiché ciascuno fornito dalla rossa amministrazione comunale di più
di un certificato elettorale.
Per converso era notorio che a non pochi cittadini
dichiaratamente monarchici ed anticomunisti il certificato stesso non venne
recapitato, per cui i cittadini in parola dovettero pestare i piedi presso gli
uffici comunali se non vollero essere privati del diritto di voto.
Grato signor Direttore, se vorrà regalarmi un po’ di spazio, anche perché
il senatore illustrissimo (diviso quattro) le « Istorie » sue postillar possa.
Distintamente la saluto.
Distintamente la saluto.
NICOLA LONGO
Via Vittorio Emanuele - Pontegaldolfo (Benevento).
(Da « La Mole » II ottobre 1952 - anno VI n. 29).
(1) Da Storia segreta..., pagg. 94, 95.
sabato 17 febbraio 2018
9 maggio 1946: Umberto di Savoia da Luogotenente a Re D’Italia
Testo della conferenza del 4 Febbraio 2018 per il Circolo Rex di Domenico Giglio
La data stabilita era il 2 con
prosecuzione nel giorno successivo 3 giugno fino alle ore 12 dopo di che sarebbe
iniziati lo spoglio delle schede cominciando da quelle del referendum istituzionale.
La Regina votò il 2 e non avendo ritirato la scheda del referendum fu quasi accusata
di essere repubblicana non comprendendone la signorilità del gesto lo stesso che
la mattina del 3 avrebbe fatto il Re che non intendeva votare per se stesso sempre
per quella superiore visione di imparzialità e disinteresse personale-che lo aveva
contraddistinto nei due anni di Luogotenenza.
Adesso si entra nelle vicende
del conteggio dei voti con una lettera iniziale del 4 giugno di De Gasperi a Lucifero
attestante una maggioranza monarchica che l’indomani 5 giugno veniva ribaltata con
un vantaggio per la-repubblica di due milioni di voti ormai incolmabile. Di fronte
a questi risultati il Re prese-una amara decisione altrimenti inspiegabile, di far
partire da Napoli per il Portogallo, la Regina ed i principini sull’incrociatore
“Duca degli Abruzzi”, che un mese prima aveva portato in esilio in Egitto il Re
Vittorio e la Regina Elena che per la storia furono accolti regalmente dall’allora
Re Farouk, prendendo residenza in una modesta villetta denominata “Villa
Jela”(nome di Elena in montenegrino ). Ed in questa villa ad Alessandria d’Egitto
si spense il successivo 28 dicembre 1947 il Re Vittorio Emanuele avendo sempre grazie
alla signorilità di Farouk funerali imponenti con l’esercito egiziano schierato
presenti i Reali di tutte le maggiori famiglie, oltre logicamente al Re Umberto
ed i Savoia per essere tumulato in una semplice tomba nella Chiesa di Santa Caterina
da dove dopo settant’anni rientrato il feretro in Italia è stato accolto nel Santuario
di Vicoforte opera di un suo avo Carlo Emanuele I.
Sempre in questa giornata il
Re ritenne di dover lasciare in deposito nel caveau della Banca d’Italia le gioie
della Corona con la scritta “ a chi di dovere” atto ancora una volta di una estrema
signorilità perché obiettivamente appartenevano a Casa Savoia, come esclamò Einaudi
presente quale Governatore “ma perché non se le porta via. E’ tutta roba sua “,
gioie che Lucifero scrive “…io vedo per la prima volta e che sono davvero meravigliose:
valgono più di un miliardo.”
Tornando alle vicende post referendarie
inizia qui il drammatico scontro tra il Re che vuole il rispetto della legalità
democratica e che tutto si svolga regolarmente con il controllo della Corte Suprema
di Cassazione cui per legge spettava il controllo finale dei risultati ed il Governo
in cui la quasi totalità dei ministri repubblicani ritiene oramai decisa la vittoria
repubblicana e legittimo il risultato e non vede cosa aspetti il Sovrano a lasciare
anche lui l’Italia. Ma il 7 giugno alcuni politici-di parte monarchica in primo
luogo Enzo Selvaggi ed alcuni giuristi di Padova trovano che alle cifre-esposte
da Romita manca qualcosa di molto importante e cioè il numero totale dei “votanti”
come scritto nelle legge sul quale calcolare la effettiva maggioranza dei voti e
da qui nascono i ricorsi alla Corte di Cassazione sul significato di “votante”,
mentre giungono alla stessa centinaia di ricorsi su singoli fatti avvenuti nelle
sezioni-prima e durante gli scrutini. Il Re che deve consultarsi con i suoi consiglieri
divisi tra i fautori della maniera “forte” nei confronti del Governo e quelli più
propensi a soluzioni diplomatiche divisione di punti di vista che durerà fino alla
scelta del 13 giugno si reca in una visita già definibile di “commiato” la sera
del 7 alle 19,30 in Vaticano, da Pio XII. L’incontro privato di trenta minuti ha
ormai solo un carattere protocollare ed il Pontefice accomiatandosi dal Re ha per
Lui nobili parole,” E’ nel segno del rispetto della legge divina ed umana che Vostra
Maestà troverà in questi giorni amarissimi la giusta strada secondo le tradizioni
della sua Casa”, ma che ormai non possono portare ad alcun risultato pratico. E
di questo carattere privato e politicamente inutile la controprova è nel diario
di Lucifero che alla data del 7 non ne fa alcun accenno avendo avuto invece
incontri importanti fra i quali quello con Massimo Pilotti Procuratore Generale
della Cassazione.
La Chiesa infatti si era mantenuta
piuttosto equidistante sul problema referendario anche se fra le righe del messaggio
papale poteva scorgersi una certa contrarietà-a cambiamenti istituzionali ma era
abbastanza noto che i due maggiori collaboratori del Pontefice i monsignori Montini
e Tardini fossero uno più propenso alla soluzione repubblicana e l’altro al
mantenimento della Monarchia. Del resto nessuna pressione era stata esercitata sul
partito democratico cristiano che-si era pronunciato nel suo congresso prima del
referendum a maggioranza degli iscritti ( circa un milione ) particolarmente i giovani
ed i maggiorenti del partito per la repubblica maggioranza che non corrispose a
quella dei suoi elettori che furono 8.083.208
( otto milioni ottantatremiladuecentootto ) dei quali la stragrande maggioranza votò
per la Monarchia.
Nella giornata dell’8 giugno
da parte del Presidente dell’Unione Monarchica Italiana Tullio Benedetti, che era
stato eletto alla Costituente con il Blocco Nazionale della Libertà viene inviata
una lettera all’ammiraglio Stone per sottolineare la irregolarità del referendum
ma la lettera rimane senza risposta. Gli anglo-americani pilatescamente si lavano
le mani circa le vicende elettorali ed a nulla pure giova un incontro del generale
Infante sempre con Stone malgrado una amicizia personale tra i due militari. La
Monarchia abbandonata anche da generali spergiuri e da una parte della nobiltà da
sola aveva affrontato la battagli referendaria e sola era anche adesso con il solo
popolo altrimenti non si spiegherebbero i milioni di-voti ottenuti mentre i
“poteri forti” nazionali ed internazionali avevano parteggiato per la repubblica
facendo in particolare, per quelli nazionali della Monarchia il “capro espiatorio”
delle loro colpe ben maggiori per cui come scrisse un grande giornalista liberale
Manlio Lupinacci “la Monarchia non è stata sconfitta è stata tradita”.Del resto
gli americani erano fondamentalmente e storicamente contrari alle monarchie e nel
Regno Unito dal 1945 non vi era al governo Churchill, di cui conosciamo i lusinghieri
giudizi sulla figura di Umberto - battuto alle elezioni dal laburista Attlee.
Queste manovre di esponenti del
governo sulla magistratura per affrettare la proclamazione della repubblica con
pressioni e motivazioni menzognere sul Presidente Pagano portano ad una riunione
ufficiale della Corte Suprema di Cassazione il pomeriggio del 10 giugno a Montecitorio
nella Sala della Lupa ma, il Presidente-Pagano si limita alla lettura dei dati pervenutigli
con i voti attribuiti alle due forme istituzionali rinviando ad una successiva seduta
i-dati definitivi. Questa lettura provoca un grande scorno nel campo repubblicano
e dà motivo al Re di attendere sempre sereno e fiducioso la seconda riunione da
tenersi dopo l’esame delle contestazioni, delle proteste dei reclami e dei ricorsi.
Il Guardasigilli Togliatti non
era stato però in tutti i mesi precedenti con le mani in mano per cui la Suprema
Corte aveva già al suo interno una parte “governativa” guidata dal Consigliere Brigante
e di questo si sarebbe avuta la prova in occasione della discussione del ricorso
sul numero dei votanti quando contro il parere espresso dal Procuratore Generale
12 consiglieri votarono contro l’accoglimento dei ricorsi e solo sette compreso
il Presidente Pagano a favore..Perciò si doveva mettere il Re di fronte al “fatto
compiuto” e dal 10 al 12 giugno si susseguono tra il Presidente del Consiglio,
De Gasperi, e Lucifero ed il Re incontri e scontri per costringerLo a partire tanto
che il Re in quella che sarebbe stata l’ultima notte in territorio italiano pernottò
in una abitazione privata a via Verona 3 raggiungibile solo attraverso il generale
Graziani dopo essere stato a cena a casa dell’amico giornalista Luigi Barzini circostanza
che denota la tranquillità del Re che non immaginava quanto stava avvenendo nel
Consiglio dei Ministri. Ed il Ministro Lucifero quando- si reca da Lui il 13 mattina
alle 8,30 con il comunicato del Governo che proclamava De Gasperi quale Presidente
del Consiglio nuovo capo dello stato facendo del Sovrano un privato cittadino trova
il Re già al corrente perché avvertito dal Barzini così-da questa ora iniziano per
terminare alle 15,30-le sette ore più drammatiche della vita del Re e della moderna
storia d’Italia.
venerdì 16 febbraio 2018
Il Re visiterà la Catalogna per la prima volta dal colpo di stato indipendentista
Don Felipe presiederà la cena
inaugurale del Mobile World Congress di Barcellona, in programma per domenica
25 febbraio
Sei mesi dopo la sua ultima visita, il Re tornerà in Catalogna per
la cena inaugurale del Mobile World Congress di Barcellona, in programma per
Domenica 25 febbraio, che si terrà presso il Palau de la Musica Catalana.
Questa è la prima visita di Don Felipe in Catalogna dalla
partecipazione alla manifestazione
il 27 agosto per le vittime degli attacchi jihadisti a Barcellona
e Cambrils, e soprattutto la prima visita dal golpe indipendentista del deposto
governo di Carles
Puigdemont .
La sfida separatista della Generalitat portò Don Felipe a
pronunciare un messaggio
alla nazione di carattere eccezionale in ottobre, in cui
rivendicava "i legittimi poteri dello Stato di assicurare l'ordine
costituzionale" davanti ad "una situazione di estrema gravità".
Come
confermato dalla Casa del Re, Don Felipe presiederà, come nelle precedenti
edizioni, la cena ufficiale offerta da GSMA - l'entità che rappresenta gli
interessi di oltre 800 operatori mobili e più di 250 aziende nell'ecosistema
mobile - e l'istituzione organizzativa mobile World Capital Barcelona per dare
il benvenuto al «GSMA Mobile World Congress 2018».
Il
congresso, che si terrà a Barcellona dal 26 febbraio al 1 marzo, è un incontro
di riferimento mondiale che riunisce a Barcellona le aziende e i professionisti
leader nel settore delle telecomunicazioni mobili, sottolinea la Casa del Re.
Sebbene
la presenza del monarca all'apertura del congresso, che si terrà il 26 di
mattina nei locali della Fira de Barcelona a L'Hospitalet de Llobregat, non sia
ufficialmente confermata, le fonti governative ritengono che il capo dello
stato presiederà l'apertura del MWC.
Nella
sua ultima visita a Barcellona, nella già citata marcia contro il terrorismo,
Don Felipe fu accolto da fischi e fischi di manifestanti, in un momento di
massima tensione dovuto al processo separatista avviato da Puigdemont.
Fonte: www.abc.es
Visita al Castello di Racconigi
Il Castello Reale di
Racconigi, chiamato in piemontese “ ël castel ëd Racunìs”, è situato
nel comune di Racconigi, in provincia di Cuneo non molto
distante da Torino . Nel corso della sua quasi millenaria storia
ha visto numerosi ristrutturazioni e divenne casa Savoia a
partire dalla seconda metà del XIV secolo. In seguito divenne poi residenza
ufficiale del ramo dei Savoia-Carignano e
successivamente divenne sede ufficiale delle “Reali Villeggiature” della Famiglia Reale dei Re di Sardegna (e poi d’Italia) nei mesi estivi e autunnali.
Cosa vedere al Castello di Racconigi?
Dal 1994 il castello è tornato nuovamente visitabile
ed è oggetto di costanti restauri di natura conservativa per preservare la
struttura e riportare agli antichi splendori i piani della residenza
reale. Al suo interno questo castello custodisce ambienti neoclassici,
fino a comprendere sale di gusto déco risalenti alla prima metà del Novecento.
Restaurati con estrema cura, essi mantengono le decorazioni e gli allestimenti
originali conservati nel corso del tempo.
[...]giovedì 15 febbraio 2018
Conferenza del Professor Sfrecola per il circolo Rex
CIRCOLO DI EDUCAZIONE E
CULTURA POLITICA
REX
“Il più antico Circolo Culturale
della Capitale”
***
Come è stato scritto che
dopo la grande guerra 1914-1918 “nulla fu come prima” a complemento di questo ciclo
storico, non bisogna dimenticare oltre agli altissimi costi umani, altre importanti
conseguenze i cui effetti durarono decenni e coinvolsero tutti i paesi coinvolti.
Su questo tema parlerà
Domenica 18 febbraio, ore
10.30
il Prof. Avv. Salvatore Sfrecola,
Presidente Associazione Italiana Giuristi di Amministrazione:
I costi umani e finanziari
della
Grande Guerra
Sala
Roma presso “Associazione Piemontesi a Roma”,
via
Aldrovandi 16 (ingresso con le scale),
o 16/B (ingresso con ascensore)
o 16/B (ingresso con ascensore)
raggiungibile con le linee
tramviarie “3” e “19” ed autobus, “ 910” ,” 223” e “ 52”
***
Ingresso libero
Io difendo la Monarchia - Cap III - 2
Così
nelle provincie di confine era il fascismo che metteva fine all'autonomismo
spiccato di quei territori. Nel marzo 1922 a Fiume il deputato toscano Giunta
capitanava una vera azione guerresca contro lo Zanella che dopo l'avventura di
D’Annunzio impersonava l'autonomismo locale. Si trattava di saturare
gradualmente il paese dell’attività del fascismo con azioni di gusto
popolare e patriottico così da potersi, alla prima occasione sostituire
agevolmente al Governo parlamentare sin troppo debole e screditato. Invano in
tutto questo processo si potrebbe ricercare qualche episodio, sia pure minimo,
di iniziativa monarchica. L’antifascismo odierno cerca di inventare questa
presunta complicità ma non vi riesce.
I
fascisti si mobilitavano ora in una regione, ora in un'altra, per dare
spettacolo e per tener vivo il fermento: a Roma per il 21 aprile 1922 : «Molto
dello spirito immortale di Roma risorge nel fascismo; romano è il littorio,
romana la nostra organizzazione di combattimento, romano il nostro orgoglio e
coraggio. Roma è il nostro mito » - così scriveva Mussolini nel Popolo d'Italia
e tutte queste parole che oggi ispirano diffidenza e fastidio pel male che
hanno fatto, allora accendevano l'entusiasmo dei giovani e creavano fantasmi di
grandezza e di gloria nei reduci della guerra vittoriosa. Dopo tre settimane
grande adunata di 50 mila fascisti a Ferrara capitanati da Italo Balbo per
domandare l’esecuzione di grandi opere pubbliche. Era un nuovo genere di sciopero
per affermare che « chi ha fatto la guerra ha diritto alla vita» Le masse
cittadine rurali si mobilitano, occupano le città con formazioni di
combattimento. È un fenomeno nuovo, disastroso per lo Stato liberale e per
tutte le autorità di tale Stato a cominciare dalla più alta.
Molti si
domandavano: «Vuole il fascismo restaurare o sovvertire lo Stato?» E i fascisti
rispondevano che essi volevano restaurare l’autorità dello Stato per impedirgli
di cedere alla pressione sovversiva, ma nello stesso tempo dicevano di tendere
a un nuovo Stato più forte di quello «agnostico» del liberalismo.
Il
momento decisivo della lunga battaglia si può considerare quello della crisi
governativa dell’estate 1922 con lo sciopero «legalitario» del 31 luglio. Il
giorno prima Filippo Turati era stato consultato dal Re per la soluzione della
difficile crisi. Era la prima volta che il Turati consentiva di recarsi dal Re.
Ma egli non accettava di salire al Governo: forse anche, per dissuaderlo da
qualunque adesione, il socialismo massimalista deliberava lo sciopero generale
per il giorno dopo. Nessun atto fu più sconsigliato di quello. L'attenzione del
paese fu immediatamente distolta dalla crisi parlamentare per essere portata
allo sciopero e alle sue reazioni. Il fascismo che aveva perduto nei mesi
precedenti un po’ del favore popolare per certi episodi di violenza
unanimemente deplorati, ebbe un motivo nuovo e straordinariamente opportuno per
accusate la sinistra di voler impedire il funzionamento dello Stato e di voler
paralizzare la vita della nazione in un momento così delicato come quello della
laboriosa crisi di Governo, con lo sciopero dei servizi pubblici.
Il fascismo poté anche ostentare la sua forza e mostrare che esso era capace di sostituirsi agli organi e ai poteri dello Stato in una vicenda nella quale aveva per sé il favore della opinione pubblica. Non basta. Esso poteva affermare allora e sempre continuerà ad affermare che il pericolo del bolscevismo non era affatto superato in Italia nei mesi che precedettero la «marcia su Roma» . Se il Sovrano faceva appello a Turati è chiaro che faceva un lodevole tentativo per risollevare il prestigio del Parlamento suggerendo la coalizione di tutte le correnti democratiche per isolare l’estrema sinistra e la destra fascista e nazionalista. Questa coalizione non si poté fare: il vecchio Giolitti non poté tornare al Governo per il veto, si disse, di don Sturzo.
Il
partito popolare, come abbiamo detto più sopra, aveva già il triste vanto di
avere reso impossibile il funzionamento del sistema parlamentare con
l’applicazione della proporzionale; ora avrà il vanto di avere impedito
l’ultimo tentativo di salvezza del Parlamento minacciato dalle squadre armate
del fascismo. Il nuovo Ministero Facta, nato dalla lunga crisi dell’estate 1922,
significava che il dramma politico, non risolto sul terreno legale, sarebbe
arrivato nei prossimi mesi alla sua logica conclusione con il prevalere di una
delle due forze: quella legale o quella insurrezionale. I fascisti lanciarono un ultimatum agli scioperanti
e al Governo: «O nelle 48 ore lo sciopero cesserà o noi agiremo per farlo
cessare».
E dopo 48
ore uffici e stazioni furono occupate nei centri nevralgici da squadre
fasciste; i treni vennero condotti da tecnici volontari o difesi da formazioni
fasciste. Il movimento approfittò dell’occasione per dilagare.
Occupò con la forza il comune di Milano (3 agosto) cacciandone i socialisti e inalberandovi il tricolore. D’Annunzio parlò quel giorno dal balcone del palazzo. Violenza dunque, sempre violenza, ma non si racconti che non era appoggiata dal favore popolare e dallo Spirito della Vittoria.
Occupò con la forza il comune di Milano (3 agosto) cacciandone i socialisti e inalberandovi il tricolore. D’Annunzio parlò quel giorno dal balcone del palazzo. Violenza dunque, sempre violenza, ma non si racconti che non era appoggiata dal favore popolare e dallo Spirito della Vittoria.
Qualunque
Monarca avrebbe subito ceduta a tanta declamazione eroica, e a tanta e così
infiammata suggestione popolare: Re Vittorio no. Egli esita, resiste: E’ ancorato
fortemente alla soluzione costituzionale e parlamentare; un po’ per educazione
mentale e per debito del suo alto ufficio; molto per il suo temperamento serio,
schivo, riflessivo, avverso a tutte le improvvisazioni, alle romanticherie e
alla rettorica.
Ma la
guerra civile riprende con sanguinosi scontri a Savona, a Parma e a Livorno. E
anche qui un eroe dannunziano della impresa di Buccari capeggia l'occupazione
del comune di Livorno; anche qui riti e simboli fiumani e fascisti; ventimila
cittadini si inginocchiano nella piazza al momento della «riconsacrazione» del
Municipio con il tricolore. È facile ora parlare di bande armate ma allora
erano folle interminabili, commosse, plaudenti. Il 5 agosto è la volta di
Genova, Palazzo S Giorgio viene occupato. L’illegalità è certa e deplorevole e
avrà, a ciclo conchiuso, funeste conseguenze: ma il consenso popolare v’era,
sicuro, entusiasta, travolgente. Se oggi i Comitati di liberazione avessero un
decimo di quei consensi che cosa non oserebbero?
Sarà
stato un male, anzi fu certo un male, ma la cronaca o la storia di quegli
avvenimenti non può essere modificata per utilità polemica. I socialisti non
seppero collaborare con la democrazia per impedire la rivoluzione
antiparlamentare e non seppero educare le masse alla propria rivoluzione. Per
legge di natura, per istinto di conservazione la nazione italiana doveva darsi
rapidamente uno Stato perché quello legale cadeva da tutte le parti sotto i
colpi del fascismo.
Lo
sciopero di agosto era stato, così si disse da parte socialista, la Caporetto
del socialismo. «Era l’ultima carta, si leggeva nel giornale: La Giustizia di
Reggio Emilia (22 agosto 1922), l’abbiamo giocata, l’abbiamo persa.
Ci hanno
tolto Milano e Genova nostri capisaldi che parevano imbattibili. Ci hanno dato
alle fiamme i due maggiori giornali, L’Avanti! a Milano e II Lavoro a Genova.
Dovunque
è giunta la raffica fascista ci ha spazzato. Le varie soluzioni che noi abbiamo
tentato al problema della nostra esistenza sono state tutte tardive; tardiva la
soluzione collaborazionista che si doveva tentare nel 1921; tardiva quella
rivoluzionaria dello sciopero generale di protesta tentata quando molti dei nostri fortilizi erano già caduti. La colpa è
dei dissensi interni di metodo e delle deviazioni dalla rotta originaria.
Bisogna ritornare alle origini, alla carta costituzionale del socialismo
italiano del 1892...».
mercoledì 14 febbraio 2018
Cosa è un Re?
Don Felipe lo ha spiegato a sua figlia Leonor il 30
gennaio e oggi 21 bambini da tutta la Spagna lo spiegheranno al Re
Tredici giorni fa è stato Don Felipe
a spiegare che cos'è un Re per lui. Fino ad allora non aveva avuto
l'opportunità di farlo, e ha approfittato del suo 50esimo compleanno, quando
ha imposto il Toson d'oro
alla figlia Leonor, per dare una lezione di Monarchia. La
lezione era indirizzata alla Principessa delle Asturie, di dodici anni, ma
tutti gli spagnoli potevano sentirlo. Era la lezione di un Re a
un'erede della Corona, ma anche di un padre, di un padre a sua figlia.
Don Felipe ha parlato di
sacrifici, di responsabilità, di dimissioni, richieste e arrendersi senza
riserve al suo paese. Ha detto a sua figlia che doveva assumersi le
proprie responsabilità «ispirandosi
ai valori e agli ideali più profondi" perché "tutte le tue azioni
devono essere guidate dal maggior senso di dignità ed esemplarità,
dall'onestà e integrità , dalla capacità di rinunciare e di
sacrificio, per lo spirito permanente di superamento, e per la tua dedizione
senza riserve al tuo paese e al tuo popolo».
«Dovrai rispettare gli altri, le loro idee e credenze e amerai
la cultura, le arti e le scienze, perché ci danno la migliore dimensione umana
per essere migliori e per aiutare la nostra società a progredire", ha
aggiunto. «Sarai guidata in modo permanente dalla Costituzione,
adempiendola e osservandola; servirai la Spagna con umiltà e consapevole
della tua posizione istituzionale; e farai tue tutte le preoccupazioni e
le gioie, tutti i desideri e le sensazioni degli spagnoli», ha detto.
Oggi
ci saranno 21 bambini da tutta la Spagna che spiegheranno a Don Felipe
cos'è un Re per loro. Sua Maestà li riceverà nel Palazzo Reale di
El Pardo e gli studenti parteciperanno all'incontro accompagnati dai loro
insegnanti e parenti e mostreranno a Don Felipe i lavori che hanno permesso
loro di vincere il concorso "Che cos'è un Re per te?", Organizzato
dalla Fondazione Istituzionale
Spagnola (FIES) e sponsorizzata da Orange e dalla sua
fondazione .
Questi 21 bambini sono i vincitori
nelle rispettive Comunità e Città Autonome e nelle categorie di Educazione
speciale e Multimedia, della 36° edizione del concorso scolastico, a cui hanno
partecipato 20.543 studenti (il 3,7% in più rispetto all'anno
precedente), da 1.954 centri in tutta la Spagna.
Nostra traduzione, aiutata da Google, dell'articolo del quotidiano Spagnolo ABC
L'originale al seguente link;
A Saluzzo si parla della Regina Elena
Venerdì 16 febbraio allo
Spazio culturale piemontese la sua storia raccontata dalla storica di casa
Savoia, Maura Aimar.
Allo Spazio culturale
piemontese di corso Roma 4, continuano gli appuntamenti di Piemonte terra di Contesse,
Duchesse e Regine.
Venerdì 16 febbraio alle 18,
la storica di casa Savoia, Maura Aimar del Centro Studi Principe Oddone,
èarlerà della Regina Elena.
“Una sovrana colta, che con
semplicità e modestia, governò il suo popolo come una madre e una sorella,
sempre pronta ad esporsi in prima persona in opere di carità e assistenza
morale”.
Entrata ad offerta libera.
Info al numero 330 204153. www.spazioculturale piemontese.it.
info@spazioculturalepiemontese.it
[...]
martedì 13 febbraio 2018
I Savoia - Potere e bellezza
Al link seguente il programma andato in onda ieri su Rai Storia, per quelli che lo avessero perso:
http://www.raistoria.rai.it/articoli-programma/potere-e-bellezza-i-savoia/31691/default.aspx
Monarchia o Repubblica?

Le
repubbliche nascono quanto la situazione di uno Stato è deteriorata: quando uno
Stato ha perso la guerra o quando prevale una rivoluzione, quasi sempre di una
minoranza.
Tuttavia,
la repubblica non risolve i mali lamentati.
Nelle
MONARCHIE, il concetto di programmazione è implicito; basta considerare le
grandi riforme che sono state fatte in Italia durante i primi 20 anni del 1900;
mentre la repubblica è condannata a fronteggiare l’emergenza che sua stessa
natura determina.
Ma,
soprattutto, il difetto più grave della repubblica è di essere istituzione
irreversibile. Una volta instaurata, in una qualsiasi maniera anche se con la
truffa o con l’inganno, è pressoché impossibile tornare indietro, a meno di
rivoluzioni sanguinose e spesso dalle conseguenze autoritarie. Per il resto, i
cambiamenti sono solo di facciata; mai di sostanza, tanto che si può
tranquillamente affermare che, in repubblica, parafrasando l’affermazione del
Principe di Salina ne «Gattopardo», si ha l’illusione del cambiamento secondo
le attese del popolo, ma in effetti, «tutto continua a restare come
prima», secondo i meccanismi del regime.
Anche
sotto questo profilo la MONARCHIA è migliore, perché in essa nella quale, se le
cose non vanno bene, l’Istituzione ne soffre ed è in pericolo. Quindi, c’è una
spia automatica dell’andamento della situazione.
La
repubblica, invece, quanto peggio vanno le cose, tanto più si rafforza ed a sua
difesa scattano i meccanismi di difesa.
In altri
termini, la repubblica è come la droga; quanto più se ne è prigionieri, tanto
più se ne sente la necessità.
In
definitiva, la MONARCHIA:
- È la
forma istituzionale che meglio garantisce le libertà civili e il progresso
sociale;
- È
l’ordinamento naturale e perpetuo perché si rinnova secondo le necessità dei
Popoli e dei tempi; Incarna l’indipendenza e l’unità della nazione.
- Solo la MONARCHIA difende le minoranze dal prepotere delle maggioranze.
- Solo la MONARCHIA difende le minoranze dal prepotere delle maggioranze.
- Le
MONARCHIE sono sempre nate come alleate dei Ceti minori per proteggerli ed
elevarli.
- Le
MONARCHIE sono per loro natura popolari e sociali e sono saggiamente
rivoluzionarie perché proteggono le Classi più elevate dall’invidia e dalla
rabbia dei Ceti meno abbienti.
Quindi sono GARANZIA DI GIUSTIZIA PER TUTTI.
Quindi sono GARANZIA DI GIUSTIZIA PER TUTTI.
6 Euro
Edizioni Catinaccio Bolzano
Via Cesare Battisti 46, 39100 Bolzano - Italia
http://www.edizionicatinaccio.it/
domenica 11 febbraio 2018
I Savoia, "Potere e Bellezza" su Rai Storia
I Savoia. Potere e Bellezza,
su Rai Storia il 12 febbraio 2018. "Dagli 'esordi', nel Sedicesimo secolo,
all'impresa di unificare l'Italia, tre secoli dopo. E' la storia dei Savoia, e
in particolare di Vittorio Emanuele II, primo Re d'Italia, la protagonista di
'Potere e Bellezza' - il programma di Rai Cultura, coprodotto da Rai Storia e
Ballandi Multimedia\Ballandi Arts - in onda lunedì 12 febbraio alle 22.10 su
Rai Storia" viene riferito in una nota dalla tv di Stato.
[...]
9 maggio 1946: Umberto di Savoia da Luogotenente a Re D’Italia
II parte
di Domenico Giglio
Testo della conferenza del 4 Febbraio 2018 per il Circolo Rex
I venti giorni
prima del referendum
Ritornando al Re dopo il 14 maggio
quando inviò un opportuno messaggio di saluto-agli italiani d’ America tramite il
diffuso giornale “Progresso Italo-Americano” diretto da Generoso Pope in modo che
gli stessi scrivessero ai loro parenti in Italia in favore del voto alla Monarchia
iniziarono il 18 le sue visite alle principali città italiane e caratteristica di
queste visite furono i messaggi inviati alla popolazione delle città dove si era
recato con riferimenti storici specifici per ciascuna di queste di cui il più significativo
fu quello di Genova dove si accennava ad un secondo referendum, qualora la maggioranza
eventualmente raggiunta dalla Monarchia fosse stata troppo esigua. Questa promessa
rientrava nella mentalità e sensibilità democratica del Re che riteneva che il nuovo
Regno dovesse basarsi su di un largo consenso popolare. Non si doveva infatti dimenticare
la precedente esperienza del Regno dopo il 1861 quando la Monarchia aveva saputo
lentamente attrarre nella sua orbita molti repubblicani per cui anche un modesto
risultato positivo nel 1946 poteva essere seguito da un successivo risultato migliore,
sia per il ravvedimento di molti che avevano votato repubblica per disinformazione
sia per il voto delle centinaia di migliaia di italiani che non avevano potuto votare
il 2 giugno e che mai successivamente furono-interpellati in ordine al problema
istituzionale. Ragion per cui anticipando i risultati ufficiali del voto referendario
del 1946 ( repubblica -voti 12.717.923; Monarchia – voti 10.719.284),tenendo conto
dei voti nulli ( 1.509.735) e di queste centinaia di migliaia di cittadini che non
potettero votare e che assommano ad oltre due milioni possiamo affermare serenamente
che la repubblica il cui vantaggio ufficiale sul numero complessivo dei votanti
( “4.946.942) già si era ridotto a soli-244.451 voti è stata scelta da una minoranza
degli italiani !
Oltre alle visite nelle principali
città italiane e- al ricevere al Quirinale tutti coloro che ne facevano
richiesta il primo atto di Umberto II, l ‘ 11 maggio era stata la richiesta usuale
nella tradizione monarchica all’avvento di un nuovo RE di un’ampia amnistia politica
militare ed amministrativa che facilitasse la pacificazione interna ma venne a cozzare
con la volontà del Guardasigilli che era appunto il leader comunista Palmiro Togliatti,
il quale frappose tutti i possibili ostacoli offrendo una ridicola amnistia che
a questo punto il Re logicamente rifiutò. Si aveva con questo episodio la conferma
che avendo subito la presenza nei due dicasteri principali Giustizia e Interni di
due repubblicani dichiarati la Monarchia era già condannata prima ancora del risultato
elettorale ! Per la storia ricordiamo che quell’ampia amnistia negata ad Umberto
II, fu poi predisposta e concessa, dopo il referendum dalla repubblica.
Come detto le visite iniziarono con la Sardegna
arrivando a Cagliari il 18 maggio di prima mattina, proseguendo, lungo la strada
intitolata a “Carlo Felice” - per Sassari ed Alghero, fermandosi brevemente anche
a Macomer per tornare nuovamente la sera a Cagliari accolto da una grande manifestazione
di entusiasmo popolare. Sia in queste sue prime visite sia in quelle successive
nulla avevano fatto le autorità prefettizie per dare notizia della visita alla popolazione
per cui il radunarsi delle folle fu sempre spontaneo. Nel caso della Sardegna si
deve ricordare anche l’interessamento del Re che volle visitare le zone colpite
da una impressionante invasione di cavallette -intrattenendosi con operai e gente
del luogo.
Dove però l’entusiasmo popolare
raggiunse il culmine fu l’indomani 19 maggio a Napoli dove Piazza del Plebiscito
non fu sufficiente a raccogliere la folla inneggiante al Re ed a Casa Savoia dimostrazione
di una fedeltà che portò dopo il referendum a pacifiche ma imponenti manifestazioni
monarchiche che la polizia riempita da Romita con esponenti provenienti da gruppi
partigiani-di sinistra stroncò nel sangue in quelle tragiche giornate che hanno
visto cadere arrossando con il loro sangue le strade di Napoli, undici giovani il
più giovane-, Carlo Russo, aveva 14 anni tra i quali era anche una donna l’unica
non napoletana ma milanese Ida Cavalieri di 19 anni passati alla storia come “
martiri di Via Medina”.
Bisognava però puntare al Nord
! Per due anni e più prima con i giornali “repubblichini”, poi con i giornali ciellenisti
il Re, Casa Savoia la Monarchia erano state oggetto di una campagna diffamatoria
condotta con una virulenza polemica alla quale solo dopo la Liberazione aveva potuto
cominciare ad opporsi-qualche voce monarchica con ad esempio il quotidiano “Corriere
Lombardo” diretto da Edgardo Sogno ed “Il mattino d’Italia”, che era praticamente
quello che l’ Italia Nuova aveva rappresentato a Roma e nel Mezzogiorno per cui
la presenza del nuovo Re rappresentava la prima importante riaffermazione che la
Monarchia ancora esisteva e non era cessata come la avevano definita gli avversari.
E la prima città dove recarsi il 22 maggio non poteva non essere per il Re, già
Principe di Piemonte che Torino capitale del Ducato di Savoia, poi Regno di Sardegna
ed infine Regno d’Italia. E di questi motivi storici - dinastici e risorgimentali
è composto il proclama lasciato dopo una giornata che aveva visto Umberto II, visitare
la-mensa per i poveri un asilo nido la Basilica di Superga e la “Consolata” e poi
ricevere centinaia di cittadini che appreso della presenza del Re volevano salutarlo,e
tra questi anche qualche comunista. Il Re che in questi viaggi era sempre accompagnato
tranne che a Genova dal Ministro Lucifero che serviva di collegamento con la autorità
dopo aver predisposto il programma delle visite non mancò mai di incontrare-le massime
autorità ecclesiastiche delle città visitate in molti casi Cardinali che specie
nelle città del Meridione propendevano per il mantenimento dell’ istituto monarchico
storicamente congeniale alle locali popolazioni.
Stanco della giornata torinese
o forse per rivedere il luogo dove era nato Umberto volle recarsi la mattina successiva
a Racconigi per poi rientrare a Roma dove lo attendevano altri visitatori tra cui
alcuni importanti industriali il che è significativo perché queste persone non si
erano fatte vive prima della sua ascesa al Trono come pure aveva ricevuto l’
omaggio dei Senatori del Regno. Questo soggiorno romano durò alcuni giorni che servivano
per gli incontri sopra citati- ed a Lucifero per gli ultimi tocchi della campagna
elettorale monarchica di cui aveva preso le redine da-alcune settimane e per definire
il messaggio che avrebbe letto alla Radio, dato che era rimasto insoddisfatto di
quanto preparato da collaboratori.
E la mattina del 28 il Re era
a Palermo dove fu oggetto di un’altra manifestazione delirante della folla-accorsa
stimata in 200.000 persone come giorni prima a Napoli. Poi visita a due ospedali
e forse per ricrearsi lo spirito una corsa a Monreale per rivedere l’eccezionale-mosaico
del Duomo. Poi a Trapani e l’indomani a Catania Messina sempre accolto da folle
numerose e plaudenti -attraversando lo Stretto su di una torpediniera della Regia
Marina, per raggiungere Reggio Calabria. E questo entusiasmo questa folla che si
stringeva fisicamente al suo Re portarono a strappi della giacca e della camicia,
come non era avvenuto né avvenne in seguito per tanti capi partito e per i presidenti
della repubblica.
La scadenza elettorale si avvicinava
e mancava nel calendario delle visite la più importante città del Nord Milano nonché
Genova e Venezia. Ed a Genova il 31 maggio il Re nel proclama prospettava un
secondo referendum come già scritto in precedenza. Proposta e promessa altamente
democratica che non ebbe alcun riscontro nei repubblicani che mai pensarono ad un
secondo referendum ad esempio per l’approvazione popolare della nuova Costituzione.
L’ indomani Milano e Venezia dove se vi furono applausi vi furono anche fischi che
erano scontati ma specie a Venezia dove il Re percorse-le calli in un motoscafo
vi furono maggiori manifestazioni di simpatia.
Avvicinandosi alla chiusura della
campagna elettorale il 24 maggio vide ancora una imponente manifestazione monarchica
al comizio in Piazza del Popolo che ebbe tra gli oratori il generale Bencivenga
che era stato il principale esponente della Resistenza a Roma dopo la cattura e
l’uccisione del colonnello Montezemolo.Folla che volle poi salire al Quirinale ostacolata
dalla Polizia, dove Romita come già detto aveva immesso migliaia di ex partigiani
social comunisti come documentò il quotidiano “Italia Nuova”, acclamando al Re che
si affacciò al balcone prima solo poi con la Regina ed i principini.
Chiuse infine-la campagna elettorale
per la Monarchia alla Radio il Ministro-Lucifero con un calmo e nobile discorso
ragionato ed obiettivo in cui venivano tratteggiate le linee di una moderna rinnovata
Monarchia sempre più aperta al popolo ed ai problemi sociali come del resto era-stata
la tradizione sabauda, ed anche il desiderio del Padre frustrato dall’atteggiamento
miope e controproducente dei socialisti incapaci di imboccare la strada del riformismo
e della collaborazione governativa come era accaduto in altri stati monarchici con
vantaggio delle classi lavoratrici.
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