NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 5 luglio 2013

La Monarchia e il Fascismo - terzo capitolo - XV

I popolari incitano i contadini alla guerra sociale.


Tutta l'Italia è inquieta. Anche i cattolici che dovrebbero portare la parola della pace e della moderazione non disdegnano seguire Miglioli che lancia il grido: «il contadino non più salariato, l'agricoltore non più padrone». I contadini del soresinese iscritti alle organizzazioni cattoliche procedono alla occupazione delle cascine, ne scacciano i proprietari ed iniziano la gestione della produzione agricola. E' il primo tentativo di esperimento comunista in Italia fatto ad opera dei democristiani. Questo programma viene proclamato in omaggio alla Rerum Novarum che pure esorta al rispetto del padrone e della proprietà privata. La propaganda sovvertitrice del sindacalismo cattolico sbocca nel «lodo Bianchi» il quale consacra al movimento dei contadini due conquiste: il controllo delle aziende agricole e l'abolizione del salariato. Tutto il sistema agricolo è rivoluzionato, le difficoltà da superare per l'attuazione della nuova economia aziendale sono formidabili senza portare benefici rilevanti. La compartecipazione nell'agricoltura è già in atto da secoli,  nella mezzadria . Facile è      la divisione del prodotto, ma il difficile sarà  dividere  gli utili, quegli utili che nella mente dei nuovi profeti dovrebbero sostituire il salario.
Questo lodo, insomma non è che il prodotto della inaudita demagogia democristiana: illusione di riforma per attirare le masse con un complesso di angherie fuori della realtà agricola e sociale, da renderlo inapplicabile. E' servito solo ad illudere i contadini disturbando  la pace e la produzione. Giuridicamente poi non è a posto. Per questo dopo aver fatto tanto danno dovrà essere abbandonato. L'Osservatore        romano che ad ogni eccidio sempre fa seguire una filippica contro   le violenze e contro le turbolenze demagogiche dei partiti non capisce o finge di non capire che il partito da lui tanto protetto non è meno responsabile dell'anomalo atteggiamento delle masse proletarie illuse continuamente da questi miraggi e promesse fallaci.
Nel campo politico l'elemento democristiano non è meno sovvertitore che in quello economico. A Roma durante il congresso dei giovani cattolici la questura vieta il corteo ma l’adunata avviene lo stesso in trasgressione degli ordini emanati. Partendo dai giardini del Vaticano i congressisti si dirigono verso piazza Venezia gridando eccitatissimi: «A palazzo Giustiniani! Abbasso la Massoneria! Abbasso il Governo! Evviva il Papa Re!» agitando bastoni e bandiere. Avvengono colluttazioni fra studenti e carabinieri. Nel pomeriggio in dispregio delle disposizioni governative si ritenta la sfilata malgrado il divieto. Queste disposizioni sono state prese in Consiglio dei ministri di cui fanno parte alcuni democristiani che protestano contro il... Governo nel quale sono largamente rappresentati con 3 ministri e 5 sottosegretari! Ma già altra volta essi avevano cercato di insidiare il ministero con una strana tattica di De Gasperi, tattica che provocava una reazione di Bonomi il quale dovette richiamare il deputato trentino alla lealtà della coalizione.
Il Giornale d'Italia insistendo sulla inopportunità dello spiegamento delle forze cattoliche in un momento tanto delicato di convulsioni popolari, scrive: «Il Governo è formato da una coalizione fra i partiti liberali e democratici e il partito popolare. Ciò implica l'obbligo di non turbare con manifestazioni partigiane la sensibilità dei partiti coalizzati». La Epoca in una breve nota contesta addirittura ai giovani cattolici il diritto di cantare l'inno di Mameli, «canto nato dal cuore e fiorito sulle labbra moriture di un eroe della libertà italiana contro la schiavitù sacerdotale». Il Corriere della Sera deplorando i fatti accaduti non è meno severo: «E' da augurare nello stesso tempo che i capi del Partito Popolare, i dirigenti delle associazioni cattoliche, smettendola una buona volta con gli atteggiamenti altezzosi e tracotanti, invece di montare, come hanno fatto ora sul caval d'Orlando, non cerchino di sminuire ai proprii occhi il significato del monito contenuto nella voce unanime dell'opinione pubblica; il Paese vuole da tutti il rispetto dell'ordine e della disciplina, e i popolari, se vogliono essere coerenti ai loro principi, debbono essere i primi a praticarlo». La Corrispondenza, agenzia ufficiosa del Vaticano emette una nota nella quale è detto fra l'altro che il Papa «esprime ai giovani cattolici tutta la sua benevolenza»!

Questa demagogia democristiana si riafferma al congresso del P.P. di Venezia dove sono convalidati gli episodi di intemperanza che troppe volte ed in troppi luoghi non differiscono da quelli dei partiti estremi, neanche nell'oblio o nella ignoranza di quelle massime che dovrebbero essere l'essenza, lo spirito cristiano. L'on. Gronchi, segretario della Federazione dei sindacati bianchi, crede di vedere il fascismo verso il tramonto ed esamina l'eventualità della formazione di un partito del lavoro e di una collaborazione coi socialisti che dovrebbe avvenire attraverso le loro organizzazioni economiche. Dopo le risposte del relatore Cingolani viene approvato l'ordine del giorno favorevole alla nuova tendenza, atteggiamento dalla quale traspare come questa intesa sarà informata verso la sopraffazione. Ed il Corriere della Sera commenta: « Il vantaggio della Nazione è confuso col vantaggio del partito. Le cronache elettorali di questi ultimi tempi ricordano che l'austero don Sturzo si fece sostenitore ostinato di uomini gravemente discussi solo perché un'aureola di popolarità, propizia al largo rastrellamento di voti, li circondava ».

giovedì 4 luglio 2013

Chiesta la sepoltura dei Re d’Italia Vittorio Emanuele III e Umberto II nel Pantheon in Roma

Una proposta di Legge d’ iniziativa del deputato CATANOSO GENOESE, del PDL,che ha lo scopo di “compiere un atto di riconciliazione nazionale in favore di quella parte del popolo italiano che fu ingiustamente esclusa dalla vita civile e politica del secondo dopoguerra a causa dell’esito del referendum istituzionale del 1946”. Questo quanto si legge nella premessa. Ma vi è di più. Il deputato specifica che “occorre che l’Italia tutta si riconcili con la propria storia di Nazione, riconoscendo il passato nella sua complessità` composta da luci e da ombre; e questo e` il momento propizio, giacche´, a distanza di quasi settant’anni dagli eventi, e` quasi completamente sparita la generazione dei testimoni che hanno giudicato i fatti storici con la passione della cronaca, inserendovi i propri sentimenti di amore e di odio, mentre ora e` possibile valutare con maggiore serenità` quanto appartiene al popolo italiano”.

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Seguono alcune sciocchezze che potete leggere al link sottostante

Itinerari di un Re


di Renzo De Simone


Il 20 giugno 2013 apre al pubblico “Itinerari di un re”, un’esposizione allestita presso la Biblioteca Nazionale Reale di Torino in collaborazione con la Biblioteca stessa, la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte e il Centro documentazione Residenze Reali.

La mostra prende origine dal ritrovamento di uno dei Diari manoscritti di Vittorio Emanuele creduto perduto, l’Itinerario generale dopo il 1 giugno 1896. Si tratta di una sorta di ‘atto’ d’amore del re a sua moglie, la regina Elena, iniziato il giorno in cui i due futuri sposi si incontrarono, il 1 giugno 1896, e terminato il 24 ottobre 1946 in occasione delle loro nozze d’oro. Oggi il manoscritto è tanto più prezioso perché è l’unico Diario del sovrano preservato dal tempo e dalla distruzione; si racconta infatti che la principessa Jolanda di Savoia Calvi di Bergolo avesse bruciato le ‘famose’ Memorie che il re, suo padre, aveva redatto nel corso del Regno e, in particolare, durante gli anni dell’esilio. Proprio per la natura particolare del documento, e grazie ai numerosi cimeli prestati dalla Biblioteca Reale di Torino e dalla Biblioteca Nazionale di Palermo, la mostra cercherà di fare emergere gli aspetti privati del re, naturalmente intrecciati agli eventi dell’alta politica, della guerra e della drammatica fine della monarchia in Italia.

La mostra esporrà inoltre una ricca varietà di materiale legato alla figura di Vittorio Emanuele III, proveniente da archivi privati; degno di nota soprattutto un documento denominato “Diario siciliano” che Vittorio Emanuele scrisse in lingua inglese, giovanissimo, all’età di undici anni durante un soggiorno nelle province meridionali assieme ai suoi genitori.

Il percorso è arricchito dall’utilizzo di filmati e di due postazioni multimediali: due monitor touch screen in cui sarà possibile sfogliare i due diari esposti in formato digitale.

A seguire, durante il periodo della mostra, sarà presentato il risultato editoriale del ritrovamento dell’ “Itinerario generale”: l’edizione facsimilare del diario originale in edizione limitata e numerata e un ricco commentario dal titolo “Sì, è il Re! Le memorie di un sovrano” che contiene una serie di saggi firmati da illustri giornalisti e insigni storici che approfondiscono ulteriormente la figura di Vittorio Emanuele e indagano le vicende legate alle sue memorie perdute. All’interno del commentario è inoltre presente una sezione che riproduce le pagine del diario, affiancate dalle copertine de “La Domenica del Corriere” e della “Tribuna Illustrata”.

Un progetto editoriale che si colloca nell’ambito dell’iniziativa “Salviamo una Biblioteca”, nata alla fine del 2008 e promossa da Novacharta, che ha come scopo di attirare l’attenzione su biblioteche pubbliche e private, su raccolte librarie custodite da enti e comunità di grande valore bibliografico e storico-documentario, di impegnarsi a organizzare e sostenere il lavoro di catalogazione e di restauro di interi lotti bibliografici, di creare e promuovere occasioni di conoscenza e di studio delle collezioni, di divulgare l’esistenza della biblioteca nel suo territorio e di trovare le competenze per la ricostruzione di fondi librari. Partner dell’iniziativa è il Centro documentazione Residenze Reali, istituto culturale lombardo che annovera tra i suoi soci il MiBAC e i Comuni di Monza e Milano, nato per promuovere e valorizzare le dimore reali e nobiliari lombarde e i loro materiali documentari e iconografici.

Gli orari di apertura della mostra seguono quelli della Biblioteca Reale di Torino, e sono:

lunedì-mercoledì-venerdì dalle 8.15 alle 18.45; martedì-giovedì dalle 8.15 alle 13.45; sabato dalle 8.15 alle 13.30


lunedì 1 luglio 2013

La Monarchia e il fascismo - terzo capitolo - XIV

Le armi ai fascisti. Gasparotto vettovaglia le squadre mentre il democristiano Micheli le fa viaggiare gratis.

Riprendono con insistenza le accuse al Ministero Bonomi di fare armare dal suo ministro della guerra on. Gasparotto le squadre fasciste. Questi è anche accusato di avere fatto concedere il rancio militare e gli alloggiamenti a Roma durante il congresso nonché la concessione dei biglietti ferroviari gratuiti. Gasparotto fa smentire dalla Stefani ma la Voce repubblicana commenta e rileva che egli non smentisce il suo intervento nelle cerimonie ed alle riunioni fasciste all'Hótel des Princes durante i tumulti di Roma, quasi volesse mettere a disposizione del fascismo le forze armate della Nazione: «Sarebbe ora che questo ministro tirato su al dicastero della guerra per dimostrare ancora più a qual basso livello è ridotta l'Italia ufficiale, smettesse le sue arie buffonesche poiché la Nazione non può assistere senza reagire, ai suoi tentativi di trascinare l'Esercito ai piedi del fascismo». «Quando il processo di decomposizione vince in un organismo, questo non ha più pudore, e oggi assistiamo allo spettacolo di un ministro d'Italia, del quale non si contano più le gaffes, che tenta di portare l'esercito nell'organizzazione fascista, carezzando stolidi sogni di presidenza del consiglio e colpi di Stato militareschi».
L'Avanti! chiama Gasparotto «il più tenace difensore delle squadre armate dei fascisti perché segue la tradizione dell'on. Bonomi che, quando dirigeva il dicastero della guerra sotto Giolitti aveva voluto e saputo rendere saldi i vincoli tra il fascismo e l'esercito. Gasparotto perfeziona l'opera di Bonomi. Egli considera le squadre degli uccisori e degli sbafatori come dei veri reparti dell'esercito italiano, reparti che egli fa armare e vettovagliare ed ai quali presta - ove occorra - la direzione tecnica degli ufficiali, i camions le munizioni». Più tardi l'Avanti! ripeterà l'accusa aggravata dalla documentazione: «Cinque giorni prima della data della grande impresa, un comunicato ufficiale del segretario generale dei fasci toscani a firma Perrone, avvertiva che per una speciale concessione dell'Amministrazione ferroviaria erano stati concessi tre treni speciali partenti per Roma. Si stabiliva l'itinerario determinando le ore e le fermate obbligatorie come se si fosse trattato di un regolare dislocamento di truppa militarmente inquadrata e ufficialmente riconosciuta». Per la storia e per le responsabilità è bene rilevare che è ministro dei Lavori Pubblici, dai quali dipende l'Amministrazione delle Ferrovie dello Stato, l'esponente del Partito Popolare on. Micheli.
L'accusa degli aiuti dati agli squadristi è rivolta in modo particolare all'on. Bonomi come ministro della guerra del Ministero Giolitti (1). I giornali ne sono pieni, le interruzioni e le invettive dell'estrema sinistra alla Camera su questo tema sono quasi quotidiane. Noi non vogliamo qui fare un processo a questo atteggiamento dei due ministeri, ma unicamente fare opera di rilievo storico. Del resto i fascisti sfilano per le città inquadrati ed armati e nessuno pensa né a disarmarli né a scioglierli.
Il nostro rilievo muove pertanto soprattutto, oltre che alla ricerca della verità, a stabilire le responsabilità di coloro i quali, dopo avere appoggiato il fascismo in tutte le sue manifestazioni, culturali, legislative, apologetiche, sportive e squadristiche, un giorno tenteranno invano rinnegare la loro complicità addossando ogni responsabilità alla Monarchia. La letteratura e la documentazione a conforto della nostra inchiesta ha tanta materia da riempire dei volumi.
Roberto Farinacci nella sua Storia della rivoluzione fascista rileva sovente gli atteggiamenti della forza pubblica durante le contese fra fascisti e sovversivi. Già nel novembre del 1919 (ministero Nitti) Bissolati, capo spirituale del socialismo riformista, deve parlare in un comizio elettorale con Farinacci del quale è compagno di lista. Prima della riunione, in un caffè, sono insultati e fatti segno ad una intensa sassaiuola da una schiera di leghisti rossi e stanno per essere sopraffatti: «Ma ad un tratto giungono a grande velocità due autocarri, uno pieno di fascisti, l'altro di guardie di P.S. al comando del commissario Petruccelli. Essi intuiscono il pericolo che corriamo: fermano di colpo le macchine e bastonano senza pietà». L'elezione di Bissolati fu assicurata dalla coraggiosa propaganda fascista, ostacolato com'era dalle masse a causa della sua adesione e partecipazione alla guerra. Tutti gli altri candidati del Blocco fascista, compreso Ettore Sacchi, furono soccombenti.
Afferma il Farinacci nelle sue considerazioni per il 1921: «Il fuoco dei sovversivi d'altra parte, era diretto là, dove quelli che dovevano esserne le vittime erano sempre o fascisti o carabinieri. Qual meraviglia che nelle rappresaglie di Portomaggiore dopo l'uccisione del Moretti, i Carabinieri Reali cantassero gli inni fascisti? Come si poteva esigere che gli stessi sentimenti non vibrassero in questi forti uomini ch'erano stati sempre i soldati più fedeli e disciplinati dello esercito, mentre l'esplosione dell'odio sovversivo cercava proprio nell'esercito l'oggetto della distruzione? Certo, gli eccessi dei fascisti furono molti e molto dolorosi; e noi possiamo accettare per vera anche la fosca amplificazione che delle spedizioni punitive fu fatta dai capi del partito socialista ufficiale» (p. 309 v. 11). E più avanti: «Anche il Governo, con la sua ignavia che prima era stata utile ai sovversivi o con quell'astuzia vecchia, che Giolitti si illudeva di poter applicare genialmente ai casi nuovi (opprimere la violenza dei rossi con le violenze dei fascisti), anche il governo, con i suoi stessi vizi, contribuì, almeno nei primi momenti, e contro le sue previsioni, all'esaltazione del moto fascista; come vi contribuirono istintivamente, fatta eccezione per casi particolari o per ordini formali di governo, gli agenti della forza pubblica, ch'erano stati ingiuriati e percossi e avevano visto massacrare i colleghi dall'odio plebeo e dalla nuova rabbia sovversiva per tutto questo tempo». Le cronache dei giornali di quel dopo guerra sono piene di fatti che rivelano la naturale, spontanea solidarietà fra fascisti e forza pubblica, presi entrambi di mira dalle turbe rosse ma sopratutto affluiscono a dare man forte alle squadre agenti e militari isolati spinti dall'istinto di conservazione. Nei conflitti i Carabinieri accorrono e alle volte vengono presi fra due fuochi, ma accolti da applausi dai fascisti e insultati come «belve monturate» dai Socialisti, è naturale che le loro simpatie vadano ai primi.

A Busseto i sovversivi tentano di sorprendere i fascisti nella loro sede e si inizia un combattimento «in campo aperto fra i sovversivi da una parte e i fascisti e i carabinieri dall'altra, e si conclude con tre morti e parecchi feriti». «A Cerignola in un combattimento tra sovversivi da una parte, asserragliati nella Camera del Lavoro, e fascisti e Carabinieri dall'altra, questi hanno parecchi morti e una quarantina di feriti». E così per azioni innumerevoli dal 1919 al 1922.

Nel marzo del 1921 si preannunciano le elezioni e la Critica Sociale scrive: «Giolitti ha sentito l'instabilità della situazione ministeriale, ha visto che il gruppo parlamentare socialista non si adatta ad entrare a far parte della sua maggioranza e persisteva in una recisa opposizione: è andato quindi a cercar appoggio nella destra (da cui fu sino a ieri vituperato) e l'ha conquistata lasciando mano libera alla violenza dei fascisti». Matteotti alla Camera: «In moltissime città di pieno giorno, tutti i giorni, partono camions dalle piazze centrali con nuclei armati cantando inni di violenza, di distruzione». In una mozione presentata dal socialista Lollini è detto: « ... rilevando che il governo e le autorità locali assistono impassibili alle minacce, alle violenze, agli incendi da parte di bande armate e pubblicamente armate a tale scopo e le proteggono anche con l'impedire la difesa legittima delle persone, delle amministrazioni e delle organizzazioni colpite, condanna la politica del governo».

L'on. Bergamo interroga il Presidente del Consiglio «per sapere quali provvedimenti intenda prendere per garantire nella provincia di Treviso la libertà di organizzazione per tutti i partiti, minacciata dalle bande armate del Partito Popolare spalleggiato dalle autorità», mentre l'on. Trozzi rimprovera al ministero Giolitti di «sussidiare, di presidiare, di confortare la guardia bianca reclutata fra studenti in veste di arditi, armati di rivoltelle senza possedere il porto d'armi».

Durante le elezioni (maggio 1921) il sindaco di Barletta Antonio Violante ed il collega Aurelio De Tuddo inviano al ministro dell'Interno una protesta per le sopraffazioni delle squadre fasciste armate, sopraffazioni ch'essi sostengono siano organizzate dalla autorità politico-militare locale e tollerate dal governo. La protesta del De Tuddo è ripetuta all'Associazione della stampa romana. Il prof. Giuseppe Patruno, segretario del Partito Socialista Riformista, invia al suo capo partito on. Bonomi un vibrato richiamo.
L'Avanti! in un articolo di fondo del 31 maggio, accenna al fatto che i più sanguinosi scontri che si sono avuti sono quelli sotto il governo di Giolitti. Con Bonomi ministro della guerra, quando i fascisti si presentano armati di tutto punto. E' opinione comune dice il giornale, che siano stati armati dal governo.
Arturo Labriola, che è ministro di Giolitti con Bonomi, scrive sul Roma: «Egli (Bonomi) viene proprio dal circolo degli intimi di Filippo Turati, ciò che gli è valso il perdono di avere fatto organizzare il fascismo presso il ministero della guerra». Ancora in carica il 24 aprile in un discorso a Napoli il Labriola così commenta: «Sedicenti spedizioni punitive di armati che ostentano le armi vietate, su camions vietati dalla legge per futili pretesti, talora ad arte creati, si organizzano pubblicamente, scorrazzano, ricattano ogni militante...». Il Paese noto fra i più accaniti accusatori di Bonomi e di Giolitti, si domanda: «Chi fornisce camions, elmetti, bombe, pugnali, armi in genere ai violenti? D'onde essi li prelevano? Il governo deve saperlo e deve provvedere ad applicare contro chi detiene le armi e contro chi le fornisce. le sanzioni promulgate...» E l'Avanti! «La organizzazione armata del fascismo risale all'epoca in cui il Bonomi era ministro della guerra, quando incoraggiò gli ufficiali ad inquadrare le bande dei nuovi eroi» mentre Scalarini lo veste da squadrista col teschio e col manganello.
Già nel precedente Ministero Nitti l'on. Bonomi, ministro della guerra, aveva inviato ai Comandi di Corpo d'Armata una circolare a tutela della incolumità degli ufficiali nella quale fra l'altro era detto: « Oggi di fronte alle minacce di violenze l'ufficiale deve essere più guardingo e più difeso, giacché la divisa che egli indossa rappresenta l'immagine augusta della Patria che non può tollerare di essere offesa». E terminava dicendo che bisognava prendere «tutte le misure intese a garantire la sicurezza personale degli ufficiali e della truppa». (29 aprile del 1920).

Nitti nel suo libro La disgregazione dell'Europa dopo avere affermato che Bonomi «aiutò e fornì armi al fascismo», così precisa: «I Prefetti ebbero l'ordine di chiudere un occhio su tutte le violenze e il ministro Fera (ministero Giolitti) fece pressioni sui procuratori generali perché reati commessi «per fine nazionale», cioè dai fascisti, non fossero perseguiti. Al tempo stesso il ministro della guerra, l'ex socialista Bonomi, uomo onesto ma incerto e pavido sopratutto durante il periodo elettorale, lasciò armare i fascisti fornendoli di autocarri, di moschetti, ecc. ecc. e dando il permesso agli ufficiali di iscriversi ai fasci».

Questa politica di Bonomi verso il fascismo si accentua specialmente fra il dicembre 1920 e l'aprile 1921 e le accuse sono in questo periodo quotidiane e violente. Più tardi, nel marzo 1924, quando gli amori col fascismo sono rimasti disillusi, l'on Bonomi in una lettera a Guglielmo Quadrotta negherà questa circostanza, spiegando come nell'ottobre del 1920 uno dei tanti uffici dello Stato Maggiore, senza interrogare né il ministro della guerra, né il Capo di Stato Maggiore, chiedeva informazioni sui primi fasci di combattimento, con una dizione che poteva ingenerare qualche equivoco circa l'apprezzamento di quei primi fasci, allora più dannunziani che mussoliniani. «Un comandante dell'Italia Centrale - o meglio come si assodò in seguito, un suo subalterno - interpretò quella richiesta di informazioni come una adesione, e stillò e divulgò una circolare laudativa dei fasci, dirigendola ai comandi militari dipendenti e ai tre prefetti della regione».

L’on. Bonomi continua spiegando come egli - informato della cosa - sia intervenuto e, con circolare a firma del generale Badoglio allora Capo di Stato Maggiore, avesse richiamato i Comandi militari facendo rilevare il grave errore in cui taluno di essi era caduto. Ma i giornali insistono ed obbiettano: 1) che proprio nel periodo in cui egli era ministro della guerra le squadre fasciste depredarono allegramente i magazzeni militari comparendo per le strade d'Italia completamente armate ed equipaggiate con moschetti, elmetti, munizioni e buffetterie al completo: 2) che egli pronunciò in parlamento, nel momento più aspro della guerra civile, parole che diedero animo e forza e ardore alla sanguinosa offensiva fascista.

In questo discorso (6 dicembre 1921) Bonomi si difende dalle accuse di avere tollerato il congresso ed il corteo fascista del novembre, di avere concesso treni speciali, di avere lasciato circolare i fascisti armati, di avere dato alloggio ai congressisti nelle caserme. Interrompe daII’Estrema l'on. Cavina: «Parlateci della circolare emanata da voi quando eravate ministro della guerra, che autorizza l'armamento dei fascisti» - Bonomi: «Non è vero!» - Cavina e altri. «E' verissimo e non potete smentirlo!» Bonomi continua giustificando il movimento fascista come reazione alle violenze socialiste: «Fu allora che la divisa del soldato italiano, la divisa che sul Carso e sulle Alpi rappresentò l'immagine della Patria e si coprì di valore, venne oltraggiata e dileggiata nelle vie e nelle piazze. Fu allora che sorse questa reazione antirivoluzionaria».

E' di questo periodo il rimprovero di Romita: «Bonomi, altro pioniere del fascismo che favorì in tutti i modi e che del fascismo fu vittima, altro fascista che armò il fascismo e dal fascismo fu schiacciato». L'onorevole Turati alla Camera (24 giugno 1921) nel discorso per la risposta a quello della Corona invoca: «Disarmiamo davvero da ambo le parti, dimenticando che, da parte nostra... c'è ben poco da disarmare». Egli dice questo metaforicamente, ma la sospensiva vuole alludere alle armi materiali. E mentre enumera gli articoli del Codice Penale che il governo continua a non applicare, dice: «E non ricordo la omessa denuncia di armi ed esplodenti, l'omessa consegna dei medesimi, prevista dal decreto 3 agosto 1919 ».
Il gruppo parlamentare socialista emana un comunicato col quale decide di opporsi con tutte le forze al Ministero Giolitti, e fra l'altro dice: «... udite le dichiarazioni della direzione del partito, ispirandosi al mirabile esempio offerto dal proletariato socialista nel resistere all'assalto violento ed illegale dei gruppi armati, incoraggiati e spalleggiati secondo i casi, dalla forza dello Stato; delibera in particolare di opporsi con tutte le forze al ministero Giolitti».

Il generale Roberto Bencivenga, in un articolo: «L'Esercito e le fazioni» scrive sul Paese: «Cosicché, per un motivo e per l'altro l'esercito non rimase, come avrebbe dovuto, estraneo alle questioni di parte. E prese partito, specie con i suoi giovani ufficiali, per quella fazione che più alto diceva o si vantava di porre l’idea della Patria». La Voce repubblicana in una critica al ministero Bonomi, parlando del suo titolare così lo descrive: «Egli, da ministro della guerra nel gabinetto Giolitti è stato l'armatore delle bande fasciste: questa accusa, apparsa come un pettegolezzo di Montecitorio, è stata fatta propalare dall’on. Corradini il quale aveva interesse a scagionarsi delle    accuse lui rivolte. Naturalmente Corradini pretendeva spogliare la politica interna della complicità  volontaria e necessaria col fascismo mettendo in evidenza le responsabilità del ministro della guerra il quale aveva potuto e saputo armare di sotto mano le bande fasciste, che in nessun altro modo avrebbero potuto armarsi. Ma Corradini rigettando su Bonomi la responsabilità dell'armamento non poteva escludere che dell'organismo armato da Bonomi, Giolitti e Corradini si erano valsi come efficace strumento di politica interna».

Nelle accuse per l'armamento dello squadrismo i giornali di sinistra volgono sopratutto le loro contumelie ed i loro strali a Giolitti ed a Bonomi ma chiamano sovente responsabili anche Benedetto Croce e Sforza, Fera e Rodinò. Micheli e Gasparotto, quali esponenti influenti di partiti e membri responsabili di governi che l'Avanti! definisce «briganteschi, turpi ed infami composti di assassini e di frodolenti, disonore di un paese libero». A queste accuse nessuno protesta, nessuno interviene a rettificare, nessuno nega. Solo venticinque anni più tardi, volte le sorti del fascismo alla catastrofe, fioccheranno le smentite.
Se fosse arriso il trionfo, quale gara per farsi un merito di avere dato consigli e dottrina al nuovo movimento ed armi e munizioni allo squadrismo, di avere insomma salvato la Patria dalle orde bolsceviche! D'altronde su questo increscioso argomento i bonomiani accusano Giolitti ed a loro volta i seguaci di questo - mentre fanno rilevare l'atteggiamento di prudenza del vecchio Presidente piemontese - rigettano ogni responsabilità su Bonomi al quale rimproverano la circolare ai Comandi militari e le sue aperte adesioni al fascismo. Responsabilità che estendono agli on. Rodinò e Gasparotto ministri della Guerra rispettivamente di Giolitti e di Bonomi. Noi abbiamo registrato imparzialmente le accuse venute da ogni parte, anche se esse dovessero avere un valore puramente polemico.

(1)Bonomi fu alla Guerra nel ministero Giolitti dall'avvento di questo il 5 giugno 1920 al 2 aprile 1921, poi passò al Tesoro e gli successe il popolare Rodinò. Il ministero Giolitti cadde il 4 luglio e gli successe Bonomi che durava in carica fino al 26 febbraio 1922 per lasciare il posto a Facta.


venerdì 28 giugno 2013

La Monarchia e il Fascismo - terzo capitolo - XIII

Il deputato socialista Giuseppe Di Vagno, ucciso dai fascisti 
I fascisti di Bologna e di Firenze sconfessano Mussolini ed il Congresso di Roma rinnega il Patto.

A Bologna i fasci chiedono per l'Emilia libertà d'azione. Ovunque riprendono i conflitti. Contemporaneamente si acuisce sempre più l'attrito fra socialisti e comunisti. Questi, che al Patto furono decisamente avversi, tendono alla lotta ad oltranza. Atroci accuse si scambiano a vicenda i due partiti. Vi è meno asprezza nel linguaggio dei comunisti contro i fascisti che contro i cugini socialisti che chiamano «traditori». I fascisti dissenzienti temono che un periodo prolungato di questa pacificazione possa essere funesto al movimento che andrebbe a poco a poco spegnendosi. Il germe della indisciplina e della violenza dilaga, anche i fascisti fiorentini si pronunciano contro la pacificazione. Qualche giornale crede di intravedere una grave crisi nel fascismo. Questa crisi - scrive il Corriere d’Italia - dipende principalmente dal fatto che, avendo il suo capo condannato il fenomeno della violenza, espressione fondamentale, viene a mancare a questo movimento la sua base e la sua forza». Il Giornale d’Italia constatando la crisi rileva che, dopo avere disarmato «con santissima violenza» la violenza rossa, ha tolto di mezzo la sua ragione di essere ed è segnata l'ora della sua fine, pur auspicando che in caso di riapparizione del pericolo, «si ricomponga come per incanto e risorga con la più efficace e rapida energia».
Mussolini protesta che bisogna tener fede al Patto di pacificazione ma vede sfuggirgli di mano la sua creazione e si dimette da membro del Comitato Esecutivo dei fasci in seguito alla sconfessione inflittagli dal convegno di Bologna: «Dopo il Patto di Roma egli scrive - il partito che avesse dato ferma prova di disciplina unitaria, sarebbe stato in realtà il vittorioso. Il fascismo esce da questa prova sconfitto. Altre più crudeli ragioni di ciò saranno esaminate a suo tempo, la partita è oramai chiusa. Chi è sconfitto deve andarsene. Ed io me ne vado dai primi posti. Resto e spero di poter restare, semplice gregario, del Fascio milanese». Mussolini rimane e finisce per riprendere la direzione del movimento, ma non riesce a frenare i suoi. Dopo aver portato in piazza le squadre educate alla violenza ed alle spedizioni punitive, non può capovolgerne la tattica.
Ricominciano infatti ovunque azioni e reazioni fra partiti avversari: aggressioni, imboscate, incendi di circoli, invasioni delle leghe di resistenza. A Mola di Bari viene ucciso il deputato socialista Giuseppe Di Vagno, fervente sostenitore del collaborazionismo (1). A Modena in un conflitto con la polizia vi sono 7 morti ed è ferito l'on. Arturo Vicini. Il Corriere della Sera dopo alcune considerazioni sulle provocazioni socialiste e sulle reazioni fasciste aggiunge: «Oggi, purtroppo, gli eccessi si succedono agli eccessi, gli odi si perpetuano e si rinfocolano le passioni travolgendo talvolta gli stessi agenti dell'ordine. Così a Modena, dove alle assurde pretese fasciste le guardie regie hanno risposto con impulsività tragicamente eccessiva, impugnando i moschetti e le rivoltelle. E' dunque ora di arrestare la fatale altalena ».
La verità è che cittadini e soldati, carabinieri e guardie regie, tutti sono esautorati e stanchi, nessuno è più padrone dei propri nervi, il paese vive in stato anormale. Mentre il governo emana provvedimenti eccezionali per il disarmo e l'ordine pubblico, anche i combattenti pensano alla costituzione di squadre d'azione e così i cattolici formano i loro «Avanguardisti bianchi» che fanno sfilare a Milano alla maniera fascista. Dal canto suo l'Avanti! riprende contro Bonomi l'accusa fatta al Ministero Giolitti: «Non era stato forse da tempo proibito il porto d'armi? E non l'hanno per contro sempre autorizzato le autorità ai nostri nemici e nei nostri danni? Si è mai visto usare tante armi, circolare tanti camions, esplodere tante bombe da quando un decreto ne fece tassativa proibizione? Non è stato ad esuberanza dimostrato che è proprio nelle caserme dei carabinieri che i violenti si armano? Che si preparano le spedizioni punitive?».
Ma l'impotenza del governo ed un poco l'atmosfera medioevale che avvolge il Paese mutano anche la mentalità e gli atteggiamenti degli uomini nella lotta politica. A Bologna compaiono le squadre d'azione liberali al comando di Sandro Ruggiero mentre a Salerno domina la Legione Amendola costituita, secondo alcuni per fronteggiare le bande fasciste ma in effetti per tener testa alla candidatura del nazionalista Camera. Scrive il prof. Gaetano Rossi, presidente del Gruppo nazionalista di Salerno che «a testimonianza di reggenti di partiti avversari questa Legione amendoliana - avente per distintivo un nastrino verde - era composta « dalle più tipiche canaglie del Sarnese e da delinquenti comuni regolarmente e lautamente stipendiati, portavano spavaldamente armi, bivaccavano sui treni e sui tramvai in funzione di spie, provocavano tumulti, intimorivano gli elettori, contrattavano voti».

Il Congresso dei fasci a Roma (9-11-1921) segna la fine definitiva del Patto di pacificazione coi socialisti. Mussolini subisce l'influenza e la volontà dei più facinorosi e di Grandi il quale parla fra le acclamazioni dei congressisti con una certa asprezza rivolgendosi a Mussolini. A questi il congresso ha riserbato le più entusiastiche ovazioni, ma col chiaro ammonimento: Se tu vuoi essere il nostro Duce devi seguirci. A Roma i ferrovieri scioperano per impedire ai congressisti di affluire alla Capitale o di ripartire e vi sono scontri con 2 morti e 150 feriti: i fascisti ristabiliscono il servizio con personale aderente ai fasci di combattimento. Vi è del disagio per la denuncia del Patto, ed alcuni esponenti cercano di attribuirlo ai conflitti di Roma ma quando Grandi parlò all'Augusteo i fatti non erano ancora avvenuti. La denuncia del Patto è stata senza dubbio un grave errore che peserà sul Paese, poiché l'intolleranza politica si esaspera sempre più: i fascisti danno origine a conflitti per un fazzoletto rosso, socialisti e comunisti per una bandiera tricolore.

(1) Canditato in una lista opposta alla sua, ebbi col Di Vagno durante le elezioni un contraddittorio a Casamassima. Equilibrato e misurato, uomo generoso e sollecito del bene degli umili, intendeva il socialismo come una fede politica. Espansivo ed affettuoso, diventammo amici. La sua uccisione ed il trionfo decretato in seguito ai suoi uccisori - tutti giovani studenti - fu una brutta pagina nel passivo del fascismo. Il delitto venne organizzato a scopo vendicativo. I funerali furono veramente imponenti, fra una pioggia di fiori, data la mitezza e la lealtà della vittima e l'ingiustificato atteggiamento dei fascisti.

giovedì 27 giugno 2013

Castelli Aperti: tutti gli appuntamenti del 30 giugno

Un emozionante itinerario tra Racconigi e Savigliano



Domenica 30 giugno la rassegna propone un itinerario che parte da Racconigi e prosegue alla scoperta delle bellezze architettoniche di Savigliano.
Cuore dell’itinerario è il castello Reale di Racconigi residenza molto amata dai Savoia e oggi ritornata agli antichi fasti. 
Del castello si apprezzano i grandi saloni e gli appartamenti della vita quotidiana della corte, ma anche il grande parco romantico che si estende per più ettari, frutto dell’architetto paesaggista X. Kurten. E’ un luogo incantevole per passeggiare, meditare e godere delle belle giornate di sole. 
Inoltre, il parco, ospita fino al 13 ottobre, l’edizione 2013 della Biennale Internazionale di Scultura dal titolo Pensare lo spazio. Dialoghi tra natura e immaginazione.(ore 10.00 – 19.00; ingresso 2 euro). L’esposizione consiste in 62 sculture di grande dimensione realizzate da artisti provenienti da Italia, Spagna e Germania. La mostra è un esempio di espressione artistica multigenerazionale, con scultori che provengono da percorsi culturali eterogenei. Sono artisti affermati nel pieno della loro maturità creativa, noti per le personali scelte di poetica e di linguaggio.
Nei locali sottostanti la serra della Margaria sarà presentata una sezione storica di scultori operanti nel secondo dopoguerra in Italia, una sorta di “numi tutelari” degli artisti le cui opere sono disseminate nel grande Parco. 


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http://www.targatocn.it/2013/06/27/leggi-notizia/argomenti/eventi/articolo/castelli-aperti-tutti-gli-appuntamenti-del-30-giugno.html#.UcywsDtM_Z0

Rimpiangiamo la monarchia

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it


Giovedì, 27 giugno 2013 - 09:29:00
Tutti siamo soliti pensare a Montesquieu come ad uno dei padri della moderna concezione dello Stato e in effetti la sua teoria della divisione dei poteri, per non citare che questa, è un prezioso principio di buon governo. Tuttavia molti sarebbero sorpresi di sapere che per questo philosophe il regime ideale non è la democrazia, di cui sembra essere il padre, ma la monarchia. Proprio quella monarchia francese assoluta in cui era nato e che ancora dominava la Francia quando lui morì.

Il fatto si spiega tenendo conto che egli aveva sotto gli occhi una nazione con un forte senso di quella che inglesi chiamerebbero "decency". Il re aveva un potere assoluto ma era lungi dall'abusarne, tanto che, nella concezione di Montesquieu, nella monarchia, nel quadro di leggi stabilite, l'individuo è libero anche più che in democrazia, dove il moralismo del popolo può divenire opprimente. Infine la monarchia si distingue dal dispotismo perché mentre quest'ultimo riposa sulla paura che il dittatore incute a tutti, il sovrano  fonda il suo potere sul consenso e sul senso del dovere dei sudditi. Anche per ambizione, gli stessi aristocratici che gli fanno corona desiderano piacergli e dimostrarsi degni della sua stima. In una parola, il collante dell'intero Paese è il sentimento dell'onore che domina tutti, re compreso.

Qui non si tratta tanto di sostenere teorie che oggi suonano più sorprendenti che convincenti, quanto di notare perché un pensatore come Raymond Aron ha considerato Montesquieu uno dei padri della moderna sociologia. Pur essendo il più noto sostenitore della teoria della divisione dei poteri - cioè dello strumento tecnico fondamentale per evitare l'assolutismo - il giurista francese era infatti molto sensibile al dato (anche economico e climatico) della società cui si riferiva. Ciò che egli sostanzialmente diceva di Luigi XIV, del Reggente e di Luigi XV non l'avrebbe certo detto di Ivan il Terribile. Ed è a questo punto che si inserisce un problema riguardante l'Italia attuale.
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mercoledì 26 giugno 2013

IL SENSO DEL RIDICOLO

dell'Ing. Domenico Giglio

“Liberiamo  Roma“, ”Roma  è  stata  liberata“:  siamo  nel  1944  o  nel   2013 ? Io  penserei  al  1944, quando  Roma  è  stata  liberata  dopo  i  nove  mesi  dell’occupazione  tedesca  con  le  perquisizioni, le deportazioni , le  retate, le  fucilazioni  e  le  stragi, perpetrate  dalle  S.S.  naziste. Invece  queste  frasi  sono  del  2013  ed  hanno  fatto  parte  della  campagna  elettorale  del   candidato  Sindaco  della  sinistra  e  si  riferivano  ai  5  anni  dell’amministrazione  Alemanno.

Ora  io  ho  vissuto  a  Roma  tutti  questi  anni  e  non  mi  sono  mai  sentito  prigioniero  se  non  in  occasione  di  assembramenti,  sit-in, manifestazioni , comizi , marce  organizzate  dal  sindacato  di  sinistra, o  da  partiti  sempre  di  sinistra  o  dalla  sinistra  extraparlamentare   quando  polizia  e  carabinieri  hanno  dovuto  bloccare  strade, dirottare  il  traffico  degli  effettivi  lavoratori  romani,intendendo  per tali  l’operaio, il  commerciante, l’impiegato  e   il  professionista  o  fronteggiare  attacchi  se  non  addirittura  sommosse.

In  questo  stesso   periodo  non  ho  sentito  il  passo  cadenzato  di  truppe,  né  visto  cannoni  e  carri  armati , né  posti  di  blocco  se  non  per  i  controlli  della  polizia  stradale, ma  forse  ero  sordo  o  cieco.  Perciò  parlare  di  “liberazione”  , paragonando  Alemanno, a  suo  tempo  elettoralmente  eletto  da  una  larga  maggioranza  di  romani, accorsi  a  votare  in  un  numero  molto  superiore  a  quello  registrato  il  26  maggio  ed  il  9  giugno, ad  un  “gauleiter”  è  ridicolo, se  non  offensivo, ma  la  cosa  non  deve  stupirci  perché  la  tipologia  della  propaganda  di  sinistra  è  sempre  stata  improntata  alla  esagerazione, od  al  ricatto  od  all’invenzione, esempi  tipici  “O  la  repubblica  o  il  caos “( Nenni  all’epoca  del  referendum), ”le  forze  oscure  della  reazione  in  agguato” ( !!!,sempre  nel  1946  e  seguenti),  “Il  generale  Peste” (riferendosi  al  comandante  americano  delle  Forze  della  Nato  in  Europa), senza  mai  un  filo  di  umorismo  anche  nella  satira ,eredità  storica  dei  loro  vecchi  giornali  satirici, pesanti  e  volgari  nelle  battute  e  nelle  vignette, di  cui  il  famoso  “Asino”  di  Podrecca   fu  l’esempio  più  tipico.

In  ogni  caso  siamo  stati  “liberati”  e  vediamo  subito   come  il  “liberatore”  inizi  la  sua  attività  con  un  divieto  della  circolazione  automobilistica  in  Via  dei  Fori  Imperiali  a  partire  dal  15   agosto  prossimo, provvedimento  di  cui  tutti  i   romani  votanti  e  non  votanti  sentivano  l’impellente  necessità ,mentre  le  buche  nelle  strade, la  raccolta  e  lo  smaltimento  delle  immondizie, il  (dis)servizio  pubblico  possono  logicamente  aspettare ! Ora  il  discorso  sulle  pedonalizzazioni  è  un  discorso  da  tecnici  del  traffico ,in  quanto  le  stesse  possono  riuscire  quando  non  strangolano  il  traffico  veicolare ,che  non  è  né  di  destra, né  di  sinistra, ma  di  centinaia  di  migliaia  di romani  di  tutte  le  opinioni  politiche, se    continua  a  svolgersi  ai  suoi  margini, come  nel  caso  della  Piazza  di  San  Lorenzo  in  Lucina, dove  appunto  la  pedonalizzazione  è  ottimamente  riuscita, di  Piazza  San  Silvestro, riuscita  meno  bene, così  pure  di  Piazza  del  Popolo  e  della  zona  tra  il  Colosseo  e  l’arco  di  Costantino, nonché  della  chiusura  della  vecchia  via  del  Carcere  Tulliano.

Il  flusso  veicolare  è  infatti  molto  simile   all’acqua : bloccata  o  crea  un  invaso  od  esonda, ma  per  il  traffico  questo  non  è  possibile,  o  cerca  e  trova  altre  strade  ed  altri  sbocchi, aumentando  la  portata  di  corsi  d’acqua  preesistenti  e  creandosi  una  via  nuova , il  che  anche  qui  è  possibile  per  l’acqua, ma  lo  è  molto  meno  o  addirittura  impossibile  per  il  traffico  in  una  città  già  intensamente  costruita  ed  abitata  come  Roma, se  non  con  sventramenti  massicci  come  quelli  effettuati  a  suo  tempo  per  realizzare   proprio  la  via  dei  Fori  Imperiali  e  per  Via  della  Conciliazione, con  l’abbattimento  della  famosa  spina  dei  Borghi , oggi  irrealizzabili  per  l’assoluta  mancanza  di  spazi. La  chiusura  proposta  saturerà  quindi  oltre  ogni  limite  strade  come  Via  del  Teatro  di  Marcello, Via Petroselli , Via  degli  Annibaldi, cambiandone  il  senso  di  marcia  e  lascerà  un  enorme  senso  di  vuoto  nel   tratto  della  Via  dei  Fori  dal  momento  che  per  i  turisti, gli  unici  a  percorrerla, sono  più  che  sufficienti  i  normali  ampi  marciapiedi  esistenti. Se  poi  il  divieto  sarà  parziale  e  vi  transiteranno  i  mezzi  pubblici, avremo  la  conferma  di  un  atteggiamento  politico  contro  gli  automobilisti  privati  che  ripetiamo  non  girano  per  turismo, ma  per  lavoro, forse  che  gli  elettori  del  nuovo  Sindaco  non  hanno  anche  loro  un’automobile  od  un  motorino ?


Domenico  Giglio – dottore  in  ingegneria  civile -

lunedì 24 giugno 2013

La Monarchia e il Fascismo - terzo capitolo - XII

I corpi di alcune delle vittime della strage di Sarzana
Il ministero Bonomi, la strage di Sarzana e il Patto di pacificazione tra socialisti e fascisti.

Dopo faticose trattative si costituisce il Ministero Bonomi (4-7-1921) al quale partecipano riformisti, democristiani, democrazia sociale, liberali, e che l'Avanti! definisce «ministero di destra fatto con uomini di sinistra». Bonomi impernia la sua politica soprattutto sulla pacificazione interna ma nello stesso tempo esige il rispetto della legge: «Nessuno e tanto meno coloro che affermano voler salda e sicura l'autorità dello Stato, può chiedere che esso abdichi alla sua funzione, che è quella di severo, giusto, imparziale tutore della legge, nel cui ambito è la libertà necessaria alla vita ed allo sviluppo di tutte le idee e di tutti i partiti». E nel frattempo intensifica le iniziative per una pacificazione fra fascisti e comunisti.

L'Italia continua ad essere teatro di imboscate, assassini, aggressioni fra socialisti e fascisti. La stampa unanime invoca un ritorno all'ordine e alla pace. Il paese è stanco di guerriglie e di spedizioni punitive. Ma avvengono i fatti di Sarzana che mandano all'aria le trattative di pacificazione: 700 fascisti si sono radunati sul piazzale della stazione per una dimostrazione di forza contro gli arditi del popolo dei quali si teme un tentativo di rivolta. Il capitano dei carabinieri Jurgens ha avuto una consegna: «A nessun costo i fascisti devono entrare in Sarzana ». Poiché essi - con Dumini in testa - cercano di forzare la consegna, egli ordina di sparare: 13 morti e numerosi feriti. Una violenta, criminale, selvaggia brutalità omicida si scatena sui feriti e sui fuggiaschi, con raccapriccianti episodi di caccia ai fascisti sbandatisi per le campagne. Sono assaliti i treni per arrestare i fascisti che vengono a Sarzana. I fatti destano ovunque grande impressione ed in alcune città si sospendono gli spettacoli in segno di lutto. Manifestazioni e scontri si accendono in varie città con fucileria ed incendi a circoli sovversivi. L'atmosfera di violenza va aumentando, si ripetono episodi sanguinosi, alcuni fascisti sono barbaramente straziati e poi uccisi.
Alla Camera le discussioni si fanno violente e Bonomi dichiara che si opporrà ad ogni costo alle minacce insurrezionali, mentre la Confederazione del lavoro scinde le proprie responsabilità dall'atteggiamento dei comunisti. Turati accusa Mussolini quale artefice della guerra civile ma questi risponde: «Voi siete ancora capo di un partito che per due anni questa guerra civile ha predicato innanzi alle folle ». Ed aggiunge: «Noi siamo disposti, ripeto, alla pacificazione ma siamo anche disposti a continuare la lotta ed a portarla all’ultima conseguenza ».

Napoleone Colajanni, sul Popolo d’Italia in un articolo dal titolo «Le forze morali della nuova Camera contro i rinnegati e contro i disertori», dopo aver detto che i fasci sono in Parlamento una forza morale perché rappresentano la difesa della Patria italiana e che il fascismo ha salvato l'Italia anche attraverso la guerra civile, «mezzo per arrestare la marcia trionfale dei social comunisti che si proponevano di asservire l'Italia al turpe e disastroso bolscevismo russo», così concludeva: «A Montecitorio col fascismo per un momento è sembrato che entrasse la violenza; in realtà col soffio patriottico è entrata la libertà di discutere, che è la libertà di parola, la libertà di discutere che è la conditio sine qua non del regime rappresentativo e che i social-comunisti, invidi della servitù abietta del sovietismo, avevano completamente distrutta».
Bonomi riprende l'iniziativa tentata da Giolitti per la pacificazione ma le trattative sono lunghe e faticose: mentre a Roma si discute per trovare una via di accordo, altri conflitti turbano l'andamento delle discussioni. A Grosseto si hanno 13 morti e parecchi feriti. E mentre da una parte i dirigenti fascisti affermano la necessità di ristabilire l'autorità dello Stato, d'altro lato gregari indipendenti od indisciplinati organizzano concentramenti e manifestazioni precisamente per imporre la propria volontà agli organi dello Stato e si ribellano apertamente ai loro ordini. Farinacci si dimette dalla direzione del partito perché contrario alla pacificazione. A Montecitorio si chiacchiera, si fanno esercizi di pugilato e si congiura. Finalmente il 3 agosto nel gabinetto del Presidente della Camera on. De Nicola si firma il concordato tra fascisti e socialisti. Comunisti e popolari non vi partecipano. Nel concordato le parti fra altro «si impegnano a fare immediata opera perché minacce, vie di fatto, rappresaglie, punizioni, vendette, pressioni e violenze personali di qualsiasi specie abbiano a cessare». Sul Popolo d'Italia Mussolini scrive: «Difenderò con tutte le mie forze questo trattato di pace il quale, a mio avviso, assurge all'importanza di un avvenimento storico, anche per la sua singolarità senza precedenti: e metterò in pratica un vecchio proverbio che dice: Chi non usa le verghe odia suo figlio ».

Ma il concordato pacificatore non ha fortuna.

sabato 22 giugno 2013

IL RUOLO DELLA MONARCHIA E L’AZIONE DEI MONARCHICI DOPO IL REFERENDUM

Recensione al libro: "I monarchici e la politica estera italiana nel secondo dopoguerra",
del Nostro Amico, benemerito per i suoi preziosi consigli e collaborazione, 
Ing Domenico Giglio.

Il diplomatico Raffaele Guariglia,
esponente del PNM
Dopo  silenzi  ultra decennali  qualcosa  si  sta  muovendo  nella  pubblicistica, relativamente  alla  Monarchia  Sabauda  nella  storia  dell’Italia  unita  ed  ai  monarchici  dopo  il  referendum  del  1946. Nel  giro  di  qualche  mese  dall'uscita  del  fondamentale  testo  di  Domenico  Fisichella, ”Dal  Risorgimento  al  fascismo”, (editore  Carocci), ricco  di  dati  statistici  e  di  analisi  storico-politiche  sul  ruolo  della  Monarchia  nello  sviluppo  e  nel  progresso  dell’Italia, insieme  con  il  giudizio  durissimo  sulle  responsabilità  del  partito  popolare  e   di  quello  socialista  nell'avvento  al  potere  del  fascismo, tema  sul  quale, più  recentemente, ha  portato  un  ulteriore  contributo  di  documenti  inoppugnabili, oltre  ad  un  commento  rigoroso  delle  vicende  dei  governi  Facta  nel  1922,  Aldo  Mola, con  il  suo  “Mussolini  a  pieni  voti”, (edizioni  del  capricorno), si  sono  aggiunti  contributi  più  specifici  sul  ruolo  dei  monarchici  dopo  il  referendum  del  1946, dal  libro  di  Fabio  Torriero  su  “Alfredo  Covelli – la  mia  destra” (i  libri  del  Borghese), arricchito  da  interventi  e  ricordi  di  qualificati  esponenti  monarchici, ancora  oggi  presenti  ed  attivi, da  uno  studio  sul  movimento  monarchico  in  Sicilia  ed  infine, recentissimo, “I  monarchici  e  la  politica  estera  italiana  nel  secondo  dopoguerra”, di  Luciano  Monzali  ed  Andrea  Ungari, (editore  Rubbettino), libro diviso  in  due  parti, la  prima  aderente  al titolo, di  Ungari, la  seconda  invece  specifica  sulla  figura  di  Raffaele  Guariglia, diplomatico, ambasciatore, ministro  degli  Esteri, nel  Governo  Badoglio, ed  infine  senatore  del  Partito  Nazionale  Monarchico  e  successivamente  Presidente  dell’Unione  Monarchica  Italiana.
Dal  nostro  punto  di  vista  la  prima  parte  di  Ungari, già  autore  de  “In  nome  del  RE - i  monarchici  italiani  dal  1943  al  1948 - “(edizioni  Le  lettere – anno  2004), affrontando  lo  studio  dell’azione  del  P.N.M., basandosi  principalmente  sul  periodico  “Italia   Monarchica”, e  su  articoli  di giornali  ideologicamente  vicini fra  i  quali  “Governo”, diretto  da  Cantalupo, e  di  cui  ricordo  la modestissima  sede  in  Via  del  Piè  di  marmo, il  tutto  con  ricchezza  di  citazioni  di  documenti  politici  e  partitici, e di  interventi  parlamentari, riveste  quel  necessario  carattere  di  documentazione  e  di  memoria, di  cui  oggi  vi  è  particolarmente  bisogno  per  rinforzare  le  convinzioni  degli  attuali  monarchici, che  lo  sono  diventati  quasi  per  germinazione  spontanea  non  avendo  conosciuto ,per  motivi  anagrafici  questi    loro  predecessori  ed  il  loro  operato, positivo  o  negativo  che  fosse.
Ungari  ad  esempio  sottolinea  il  significato  che  ebbe  l’ingresso  nel  P.N.M.  di  un  gruppo  qualificato  di  ambasciatori, da  Roberto  Cantalupo, a  Guido  Rocco, (questi  due ricordo  facevano  parte  della  Giunta  Esecutiva  del  Partito  fino  al  1958 ), ad  Emanuele  Grazzi, ad  Armando  Koch, a  Raffaele  Guariglia, il  tutto  pare  per  sollecitazione  del  Re  Umberto, che  Re  di  tutti  gli  italiani, non  poteva  non  guardare  con  particolare  interesse  e  simpatia, e  lo  provano  anche  alcuni  Suoi  iniziali  messaggi, a  questa  giovane  formazione  politica, il  P.N.M., dove  mancava  una  vera  classe  dirigente, che, appunto, poteva  essere  costituita  da  diplomatici, ricchi  di  personali  esperienze  nei  più  diversi  paesi  del  mondo, e dotati  di  una  cultura  storico -politica  di  elevato  livello, che  era  stato  il  vanto  della  nostra  scuola  diplomatica  durante  tutto  il  Regno. 
Sui  principali  ed  in  molti  casi  dolorosi  argomenti  che  si  susseguirono  dal  1946  al  1954, periodo  preso  in  esame in  quanto, come  dice  giustamente  Ungari, dopo  la  scissione  laurina  del  2  giugno  1954: “…da  quel  momento  il  monarchismo  come  partito  politico  organizzato  scivolò  progressivamente  verso  l’irrilevanza  politica…”; la  posizione  parlamentare  dei  monarchici  fu  da  un  lato  coerente  con  la  loro  ispirazione  nazionale, solo  in  alcuni,moderatamente  nazionalista, vedi  il  problema  della  ratifica  del  Trattato  di  Pace, di  Trieste  e  dei  confini  con  la Jugoslavia, e delle  Colonie  dell’Africa, e  dall'altra  aperta, concreta, moderna  e  lungimirante  come  per   l’adesione  al  Patto  Atlantico  e  per  gli  inizi  della  costruzione  europea, anche  se  sempre  sensibile,  propositiva  e  di  stimolo  nei  confronti  del  Governo, nel  riaffermare  la  posizione  storica  e  geopolitica  dell’Italia,ricollegandosi  in  questo più  all'Italia  liberale, e    sempre  con  ricchezza  di  argomenti, grazie  alla  preparazione  specifica  dei  suoi  esponenti, riconosciuta ed  in  diversi  casi  apprezzata anche  dai  nostri  avversari. Del  resto  se  vediamo  il  nome  dei  parlamentari  del  P.N.M., eletti  il  7  giugno  1953, tra  militari, giuristi, scienziati  e  tecnici  possiamo  affermare  che  i  monarchici  avrebbero  potuto  ricoprire  incarichi  in  tutti  i  ministeri  di  un  eventuale  Governo!
Da  questa  analisi  serena, ricca  anche  di  nominativi  di  altri  esponenti  del  movimento  monarchico, quale  ad  esempio  il  colonnello  Enzo  Avallone, esperto  di  problemi  militari, dobbiamo  trarre  il  convincimento  che  non  siamo  stati  né  figli  di  un  dio  minore  né  i  parenti  poveri  della  politica  italiana, almeno  sicuramente  fino  al  1954  ed  ancora  fino  al  1958.



Domenico  Giglio

La Monarchia e il Fascismo - terzo capitolo - XI

L'ordine nuovo, giornale diretto da Gramsci
Mentre liberali e repubblicani solidarizzano col fascismo, socialisti e comunisti si accapigliano fra di loro.

Fuori dal Parlamento la vita politica dei partiti continua ad avvelenare l'atmosfera. Al convegno fascista di Milano il Consiglio Nazionale si dichiara solidale con Mussolini per la sua tendenzialità repubblicana. I fasci che salgono oramai a 1500 telegrafano quasi tutti la loro adesione. Di fronte a questo ingiusto ed ingeneroso contegno contro la Monarchia il convegno liberale di Milano viene fuori con questa inconcepibile dichiarazione: «Non bisogna svalutare l'opera dei fasci di combattimento poiché non sono le pregiudiziali che contano dal momento che c'è un comune denominatore che unisce, cioè l'amore per il Paese». E così i due movimenti politici sempre più si affratellano ed il liberalismo delinea sin dalla costituzione in partito la sua responsabilità nello sviluppo del fascismo.
Socialisti e comunisti continuano a dilaniarsi ritorcendosi atroci accuse in una polemica detta dei «puri e impuri». Vi sono in palio le organizzazioni economiche. Interessanti le accuse del sindacalista Mario Guarnieri contro Antonio Gramsci considerato il capo degli intellettuali del comunismo, ex redattore dell'Avanti!. Il Guarnieri conferma che «Tonino Gramsci doveva andare al Popolo d'Italia ed era quasi deciso a partire per Milano ed a farsi arruolare da Mussolini». E Mario Gioda del Popolo d’Italia annota che Gramsci, « il capo dei pari non è altro che un bollato e matricolato interventista, un impuro che per mero caso non entrò nella nostra famiglia di venduti guerrafondai». I repubblicani continuano ad aggredire la periferia investe sempre più violentemente la direzione del partito. Si fondano nuovi circoli in contrasto coi dirigenti romani al fine di «separare la loro responsabilità da quella dei dirigenti i quali, pure invocando Mazzini seguono in pratica le vie che esso condannò». I circoli « mazziniani » mandano il loro saluto di solidarietà al congresso fascista. Battista P. Solinas, dirigente del Partito sardo d'Azione, di cui è primo esponente Lussu, scrive al Popolo d’ltalia: « Questo movimento che vive e rigurgita in Sardegna è vero e puro fascismo timbrato con etichetta di Partito sardo d'Azione per il fatto semplicissimo che il Fascismo originale non vi è stato importato da nessuno». Ed aggiunge che il movimento sardista si identifica col fascismo «in quanto tutti i postulati fascisti sono postulati di ordine nazionale».

Dal Congresso di Falconara alla costituzione dei circoli repubblicani autonomi ed alle «Avanguardie repubblicane» è messo in rilievo come si prepari un urto fra le due anime che agitano il P.R.: quella tradizionale, classica, italiana e mazziniana e quella moderna che oscilla fra l'apologia del comunismo e la copiatura dei metodi fascisti. Questa crisi si era già delineata nel congresso di Roma del 1919 con attacchi a Chiesa ed a Comandini i quali, con Cappa, Federici, Mirabelli, Colajanni, demoralizzati dalle tendenze bolsceviche della direzione del partito, amoreggiano col fascismo. A Genova viene costituita l'Alleanza repubblicana composta delle associazioni genovesi «Mazzini» e «Unione repubblicana» che pubblica una rivista, L'Italia del popolo, diretta dall'on. Macaggi ed ha in testa questa dichiarazione di principi: culto della rivoluzione per la rivoluzione noi lo consideriamo, come Mazzini, pericoloso ed immorale». Quando la Voce repubblicana chiede in un violento articolo lo scioglimento delle squadre d'azione e Mussolini protesta, l'on. Eugenio Chiesa manda a questi una calorosa lettera di adesione.
Il dissidio repubblicano è caratterizzato tanto dalla personalità degli esponenti del movimento che dalla tendenza della massa degli adepti. Questi esponenti del partito hanno nella politica e nella cultura posizioni di rilievo, sia nel Foro che nelle cattedre Universitarie; la massa non è molto rilevante ma aggressiva e intransigente. In Romagna, animata dalla passione interventista che la fa scagliare contro le leghe socialiste, riprendono le antiche lotte che passarono alla storia sotto il nome di «gialli e rossi» preparando ai fascisti i quadri per la futura grande offensiva che ha la sua prima impostazione, all'inizio di settembre a Forlì, nel convegno delle Avanguardie e squadre d'azione repubblicane, assorbite poi in massima parte da quelle fasciste. Il pernio della crisi è Cesena con la sua Consociazione capeggiata dall'on. Ubaldo Comandìni sul quale puntano gli strali della Voce, mentre tutta la Romagna partecipa dello stato d'animo dei repubblicani di Cesena. Fra gli oppositori dei bolscevizzanti della direzione vi è, sempre il vecchio Napoleone Colajanni il quale nella sua Rivista Popolare così li investe: «Canaglie simili è difficile trovarne nei più bassi strati della delinquenza politica e della degenerazione parlamentare: chi vuole vederne i campioni più caratteristici deve cercarli presso la redazione della Voce repubblicana ». Questa poi, sia nel linguaggio dei suoi redattori che nelle vignette, cerca di superare in violenza le figure di Scalarini sull'Avanti!
Il settimanale socialista La lotta di classe di Forlì raccomanda ai comunisti di non scendere in piazza: «La nostra guerra deve essere l'imboscata». Compaiono qua e là gli arditi del popolo, lo squadrismo dell’estrema sinistra al Comando dell'on. Mingrìno, «militarmente inquadrati e marcianti al passo militarmente - come li descrive l'Ordine Nuovo - portano a spalla nodosi randelli e vere clave di legno, grossolanamente foggiate». La lotta sulle piazze fra i vari squadrismi, fascista-repubblicano e socialista, imperversa ancora: oltre alla delinquenza vi è il gusto sportivo della guerriglia. Si era tentata da Giolitti una intesa fra capi socialisti e fascisti al fine di gettare le basi di una durevole pace che ponesse termine alla violenza e conciliasse gli animi ma le trattative subirono impreveduti arresti.

Intanto si fatica per risolvere la crisi. Si pensa a De Nicola, sempre incerto e dubbioso, indi si profila la possibilità di un Ministero Orlando, che farebbe comodo ai socialisti per il dominio della politica interna e darebbe modo a don Sturzo di realizzare un potere superiore a quello che Giolitti gli aveva concesso. Ma dello statista siciliano sono troppi i ricordi che danno corpo alla sua debolezza per tener testa all'eccessivo assolutismo del prete di Caltagirone il quale vuol disporre di portafogli e sottoportafogli, nel trattare basi programmatiche, nell'accordarsi direttamente col Presidente del Consiglio, senza tener conto alcuno del Direttorio del Gruppo del suo partito, ridotto a funzioni puramente consultive e privo di qualsiasi mezzo d'azione.