NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
sabato 6 luglio 2013
venerdì 5 luglio 2013
La Monarchia e il Fascismo - terzo capitolo - XV
Tutta l'Italia è inquieta. Anche i cattolici che dovrebbero
portare la parola della pace e della moderazione non disdegnano seguire Miglioli
che lancia il grido: «il contadino non più salariato, l'agricoltore non più
padrone». I contadini del soresinese iscritti alle organizzazioni cattoliche
procedono alla occupazione delle cascine, ne scacciano i proprietari ed
iniziano la gestione della produzione agricola. E' il primo tentativo di
esperimento comunista in Italia fatto ad opera dei democristiani. Questo
programma viene proclamato in omaggio alla Rerum Novarum che pure esorta al
rispetto del padrone e della proprietà privata. La propaganda sovvertitrice del
sindacalismo cattolico sbocca nel «lodo Bianchi» il quale consacra al
movimento dei contadini due conquiste: il controllo delle aziende agricole e l'abolizione
del salariato. Tutto il sistema agricolo è rivoluzionato, le difficoltà da
superare per l'attuazione della nuova economia aziendale sono formidabili senza
portare benefici rilevanti. La compartecipazione nell'agricoltura è già in atto
da secoli, nella mezzadria . Facile è la divisione del prodotto, ma il
difficile sarà dividere gli utili, quegli utili che nella mente dei
nuovi profeti dovrebbero sostituire il salario.
Questo lodo, insomma non è che il prodotto della inaudita
demagogia democristiana: illusione di riforma per attirare le masse con un
complesso di angherie fuori della realtà agricola e sociale, da renderlo
inapplicabile. E' servito solo ad illudere i contadini disturbando la pace e la produzione. Giuridicamente poi
non è a posto. Per questo dopo aver fatto tanto danno dovrà essere abbandonato.
L'Osservatore romano che ad ogni
eccidio sempre fa seguire una filippica contro le
violenze e contro le turbolenze demagogiche dei partiti non capisce o finge di
non capire che il partito da lui tanto protetto non è meno responsabile dell'anomalo atteggiamento delle masse proletarie illuse continuamente da
questi miraggi e promesse fallaci.
Nel campo politico l'elemento democristiano non è meno
sovvertitore che in quello economico. A Roma durante il congresso dei giovani
cattolici la questura vieta il corteo ma l’adunata avviene lo stesso in
trasgressione degli ordini emanati. Partendo dai giardini del Vaticano i
congressisti si dirigono verso piazza Venezia gridando eccitatissimi: «A
palazzo Giustiniani! Abbasso la Massoneria! Abbasso il Governo! Evviva il Papa
Re!» agitando bastoni e bandiere. Avvengono colluttazioni fra studenti e
carabinieri. Nel pomeriggio in dispregio delle disposizioni governative si
ritenta la sfilata malgrado il divieto. Queste disposizioni sono state prese in
Consiglio dei ministri di cui fanno parte alcuni democristiani che protestano
contro il... Governo nel quale sono largamente rappresentati con 3 ministri e 5
sottosegretari! Ma già altra volta essi avevano cercato di insidiare il
ministero con una strana tattica di De Gasperi, tattica che provocava una
reazione di Bonomi il quale dovette richiamare il deputato trentino alla lealtà
della coalizione.
Il Giornale d'Italia insistendo sulla inopportunità dello
spiegamento delle forze cattoliche in un momento tanto delicato di convulsioni
popolari, scrive: «Il Governo è formato da una coalizione fra i partiti
liberali e democratici e il partito popolare. Ciò implica l'obbligo di non
turbare con manifestazioni partigiane la sensibilità dei partiti coalizzati».
La Epoca in una breve nota contesta addirittura ai giovani cattolici il diritto
di cantare l'inno di Mameli, «canto nato dal cuore e fiorito sulle labbra
moriture di un eroe della libertà italiana contro la schiavitù sacerdotale». Il
Corriere della Sera deplorando i fatti accaduti non è meno severo: «E' da
augurare nello stesso tempo che i capi del Partito Popolare, i dirigenti delle associazioni
cattoliche, smettendola una buona volta con gli atteggiamenti altezzosi e
tracotanti, invece di montare, come hanno fatto ora sul caval d'Orlando, non
cerchino di sminuire ai proprii occhi il significato del monito contenuto nella
voce unanime dell'opinione pubblica; il Paese vuole da tutti il rispetto
dell'ordine e della disciplina, e i popolari, se vogliono essere coerenti ai
loro principi, debbono essere i primi a praticarlo». La Corrispondenza, agenzia
ufficiosa del Vaticano emette una nota nella quale è detto fra l'altro che il
Papa «esprime ai giovani cattolici tutta la sua benevolenza»!
Questa demagogia democristiana si riafferma al congresso del
P.P. di Venezia dove sono convalidati gli episodi di intemperanza che troppe
volte ed in troppi luoghi non differiscono da quelli dei partiti estremi,
neanche nell'oblio o nella ignoranza di quelle massime che dovrebbero essere
l'essenza, lo spirito cristiano. L'on. Gronchi, segretario della Federazione
dei sindacati bianchi, crede di vedere il fascismo verso il tramonto ed esamina
l'eventualità della formazione di un partito del lavoro e di una collaborazione
coi socialisti che dovrebbe avvenire attraverso le loro organizzazioni
economiche. Dopo le risposte del relatore Cingolani viene approvato l'ordine
del giorno favorevole alla nuova tendenza, atteggiamento dalla quale traspare
come questa intesa sarà informata verso la sopraffazione. Ed il Corriere della
Sera commenta: « Il vantaggio della Nazione è confuso col vantaggio del
partito. Le cronache elettorali di questi ultimi tempi ricordano che l'austero
don Sturzo si fece sostenitore ostinato di uomini gravemente discussi solo
perché un'aureola di popolarità, propizia al largo rastrellamento di voti, li
circondava ».
giovedì 4 luglio 2013
Chiesta la sepoltura dei Re d’Italia Vittorio Emanuele III e Umberto II nel Pantheon in Roma
Una proposta di Legge d’ iniziativa del deputato CATANOSO GENOESE, del PDL,che ha lo scopo di “compiere un atto di riconciliazione nazionale in favore di quella parte del popolo italiano che fu ingiustamente esclusa dalla vita civile e politica del secondo dopoguerra a causa dell’esito del referendum istituzionale del 1946”. Questo quanto si legge nella premessa. Ma vi è di più. Il deputato specifica che “occorre che l’Italia tutta si riconcili con la propria storia di Nazione, riconoscendo il passato nella sua complessità` composta da luci e da ombre; e questo e` il momento propizio, giacche´, a distanza di quasi settant’anni dagli eventi, e` quasi completamente sparita la generazione dei testimoni che hanno giudicato i fatti storici con la passione della cronaca, inserendovi i propri sentimenti di amore e di odio, mentre ora e` possibile valutare con maggiore serenità` quanto appartiene al popolo italiano”.
[....]
Seguono alcune sciocchezze che potete leggere al link sottostante
Itinerari di un Re
di Renzo De Simone
Il 20 giugno 2013 apre al pubblico “Itinerari di un re”, un’esposizione allestita presso la Biblioteca Nazionale Reale di Torino in collaborazione con la Biblioteca stessa, la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte e il Centro documentazione Residenze Reali.
La mostra prende origine dal ritrovamento di uno dei Diari manoscritti di Vittorio Emanuele creduto perduto, l’Itinerario generale dopo il 1 giugno 1896. Si tratta di una sorta di ‘atto’ d’amore del re a sua moglie, la regina Elena, iniziato il giorno in cui i due futuri sposi si incontrarono, il 1 giugno 1896, e terminato il 24 ottobre 1946 in occasione delle loro nozze d’oro. Oggi il manoscritto è tanto più prezioso perché è l’unico Diario del sovrano preservato dal tempo e dalla distruzione; si racconta infatti che la principessa Jolanda di Savoia Calvi di Bergolo avesse bruciato le ‘famose’ Memorie che il re, suo padre, aveva redatto nel corso del Regno e, in particolare, durante gli anni dell’esilio. Proprio per la natura particolare del documento, e grazie ai numerosi cimeli prestati dalla Biblioteca Reale di Torino e dalla Biblioteca Nazionale di Palermo, la mostra cercherà di fare emergere gli aspetti privati del re, naturalmente intrecciati agli eventi dell’alta politica, della guerra e della drammatica fine della monarchia in Italia.
La mostra esporrà inoltre una ricca varietà di materiale legato alla figura di Vittorio Emanuele III, proveniente da archivi privati; degno di nota soprattutto un documento denominato “Diario siciliano” che Vittorio Emanuele scrisse in lingua inglese, giovanissimo, all’età di undici anni durante un soggiorno nelle province meridionali assieme ai suoi genitori.
Il percorso è arricchito dall’utilizzo di filmati e di due postazioni multimediali: due monitor touch screen in cui sarà possibile sfogliare i due diari esposti in formato digitale.
A seguire, durante il periodo della mostra, sarà presentato il risultato editoriale del ritrovamento dell’ “Itinerario generale”: l’edizione facsimilare del diario originale in edizione limitata e numerata e un ricco commentario dal titolo “Sì, è il Re! Le memorie di un sovrano” che contiene una serie di saggi firmati da illustri giornalisti e insigni storici che approfondiscono ulteriormente la figura di Vittorio Emanuele e indagano le vicende legate alle sue memorie perdute. All’interno del commentario è inoltre presente una sezione che riproduce le pagine del diario, affiancate dalle copertine de “La Domenica del Corriere” e della “Tribuna Illustrata”.
Un progetto editoriale che si colloca nell’ambito dell’iniziativa “Salviamo una Biblioteca”, nata alla fine del 2008 e promossa da Novacharta, che ha come scopo di attirare l’attenzione su biblioteche pubbliche e private, su raccolte librarie custodite da enti e comunità di grande valore bibliografico e storico-documentario, di impegnarsi a organizzare e sostenere il lavoro di catalogazione e di restauro di interi lotti bibliografici, di creare e promuovere occasioni di conoscenza e di studio delle collezioni, di divulgare l’esistenza della biblioteca nel suo territorio e di trovare le competenze per la ricostruzione di fondi librari. Partner dell’iniziativa è il Centro documentazione Residenze Reali, istituto culturale lombardo che annovera tra i suoi soci il MiBAC e i Comuni di Monza e Milano, nato per promuovere e valorizzare le dimore reali e nobiliari lombarde e i loro materiali documentari e iconografici.
Gli orari di apertura della mostra seguono quelli della Biblioteca Reale di Torino, e sono:
lunedì-mercoledì-venerdì dalle 8.15 alle 18.45; martedì-giovedì dalle 8.15 alle 13.45; sabato dalle 8.15 alle 13.30
lunedì 1 luglio 2013
La Monarchia e il fascismo - terzo capitolo - XIV
Le armi ai fascisti. Gasparotto vettovaglia le squadre mentre
il democristiano Micheli le fa viaggiare gratis.
Riprendono con insistenza le accuse al Ministero Bonomi di
fare armare dal suo ministro della guerra on. Gasparotto le squadre fasciste.
Questi è anche accusato di avere fatto concedere il rancio militare e gli
alloggiamenti a Roma durante il congresso nonché la concessione dei biglietti
ferroviari gratuiti. Gasparotto fa smentire dalla Stefani ma la Voce repubblicana
commenta e rileva che egli non smentisce il suo intervento nelle cerimonie ed
alle riunioni fasciste all'Hótel des Princes durante i tumulti di Roma, quasi
volesse mettere a disposizione del fascismo le forze armate della Nazione: «Sarebbe
ora che questo ministro tirato su al dicastero della guerra per dimostrare
ancora più a qual basso livello è ridotta l'Italia ufficiale, smettesse le sue
arie buffonesche poiché la Nazione non può assistere senza reagire, ai suoi
tentativi di trascinare l'Esercito ai piedi del fascismo». «Quando il processo
di decomposizione vince in un organismo, questo non ha più pudore, e oggi
assistiamo allo spettacolo di un ministro d'Italia, del quale non si contano
più le gaffes, che tenta di portare l'esercito nell'organizzazione fascista,
carezzando stolidi sogni di presidenza del consiglio e colpi di Stato
militareschi».
L'Avanti! chiama Gasparotto «il più tenace
difensore delle squadre armate dei fascisti perché segue la tradizione dell'on.
Bonomi che, quando dirigeva il dicastero della guerra sotto Giolitti aveva
voluto e saputo rendere saldi i vincoli tra il fascismo e l'esercito.
Gasparotto perfeziona l'opera di Bonomi. Egli considera le squadre degli
uccisori e degli sbafatori come dei veri reparti dell'esercito italiano,
reparti che egli fa armare e vettovagliare ed ai quali presta - ove occorra -
la direzione tecnica degli ufficiali, i camions le munizioni». Più tardi
l'Avanti! ripeterà l'accusa aggravata dalla documentazione: «Cinque giorni
prima della data della grande impresa, un comunicato ufficiale del segretario
generale dei fasci toscani a firma Perrone, avvertiva che per una speciale
concessione dell'Amministrazione ferroviaria erano stati concessi tre treni
speciali partenti per Roma. Si stabiliva l'itinerario determinando le ore e le
fermate obbligatorie come se si fosse trattato di un regolare dislocamento di
truppa militarmente inquadrata e ufficialmente riconosciuta». Per la storia e
per le responsabilità è bene rilevare che è ministro dei Lavori Pubblici, dai
quali dipende l'Amministrazione delle Ferrovie dello Stato, l'esponente del
Partito Popolare on. Micheli.
L'accusa degli aiuti dati agli squadristi è rivolta in modo
particolare all'on. Bonomi come ministro della guerra del Ministero Giolitti (1).
I giornali ne sono pieni, le interruzioni e le invettive dell'estrema sinistra
alla Camera su questo tema sono quasi quotidiane. Noi non vogliamo qui fare un
processo a questo atteggiamento dei due ministeri, ma unicamente fare opera di
rilievo storico. Del resto i fascisti sfilano per le città inquadrati ed armati
e nessuno pensa né a disarmarli né a scioglierli.
Il nostro rilievo muove pertanto soprattutto, oltre che alla
ricerca della verità, a stabilire le responsabilità di coloro i quali, dopo avere
appoggiato il fascismo in tutte le sue manifestazioni, culturali, legislative,
apologetiche, sportive e squadristiche, un giorno tenteranno invano rinnegare
la loro complicità addossando ogni responsabilità alla Monarchia. La
letteratura e la documentazione a conforto della nostra inchiesta ha tanta
materia da riempire dei volumi.
Roberto Farinacci nella sua Storia della rivoluzione fascista
rileva sovente gli atteggiamenti della forza pubblica durante le contese fra
fascisti e sovversivi. Già nel novembre del 1919 (ministero Nitti) Bissolati,
capo spirituale del socialismo riformista, deve parlare in un comizio
elettorale con Farinacci del quale è compagno di lista. Prima della riunione,
in un caffè, sono insultati e fatti segno ad una intensa sassaiuola da una
schiera di leghisti rossi e stanno per essere sopraffatti: «Ma ad un tratto
giungono a grande velocità due autocarri, uno pieno di fascisti, l'altro di
guardie di P.S. al comando del commissario Petruccelli. Essi intuiscono il
pericolo che corriamo: fermano di colpo le macchine e bastonano senza pietà».
L'elezione di Bissolati fu assicurata dalla coraggiosa propaganda fascista,
ostacolato com'era dalle masse a causa della sua adesione e partecipazione alla
guerra. Tutti gli altri candidati del Blocco fascista, compreso Ettore Sacchi,
furono soccombenti.
Afferma il Farinacci nelle sue considerazioni per il 1921: «Il
fuoco dei sovversivi d'altra parte, era diretto là, dove quelli che dovevano
esserne le vittime erano sempre o fascisti o carabinieri. Qual meraviglia che
nelle rappresaglie di Portomaggiore dopo l'uccisione del Moretti, i Carabinieri
Reali cantassero gli inni fascisti? Come si poteva esigere che gli stessi
sentimenti non vibrassero in questi forti uomini ch'erano stati sempre i
soldati più fedeli e disciplinati dello esercito, mentre l'esplosione dell'odio
sovversivo cercava proprio nell'esercito l'oggetto della distruzione? Certo,
gli eccessi dei fascisti furono molti e molto dolorosi; e noi possiamo
accettare per vera anche la fosca amplificazione che delle spedizioni punitive
fu fatta dai capi del partito socialista ufficiale» (p. 309 v. 11). E più
avanti: «Anche il Governo, con la sua ignavia che prima era stata utile ai
sovversivi o con quell'astuzia vecchia, che Giolitti si illudeva di poter
applicare genialmente ai casi nuovi (opprimere la violenza dei rossi con le
violenze dei fascisti), anche il governo, con i suoi stessi vizi, contribuì,
almeno nei primi momenti, e contro le sue previsioni, all'esaltazione del moto
fascista; come vi contribuirono istintivamente, fatta eccezione per casi
particolari o per ordini formali di governo, gli agenti della forza pubblica,
ch'erano stati ingiuriati e percossi e avevano visto massacrare i colleghi
dall'odio plebeo e dalla nuova rabbia sovversiva per tutto questo tempo». Le
cronache dei giornali di quel dopo guerra sono piene di fatti che rivelano la
naturale, spontanea solidarietà fra fascisti e forza pubblica, presi entrambi di
mira dalle turbe rosse ma sopratutto affluiscono a dare man forte alle squadre
agenti e militari isolati spinti dall'istinto di conservazione. Nei conflitti i
Carabinieri accorrono e alle volte vengono presi fra due fuochi, ma accolti da
applausi dai fascisti e insultati come «belve monturate» dai Socialisti, è
naturale che le loro simpatie vadano ai primi.
A Busseto i sovversivi tentano di sorprendere i fascisti
nella loro sede e si inizia un combattimento «in campo aperto fra i sovversivi
da una parte e i fascisti e i carabinieri dall'altra, e si conclude con tre
morti e parecchi feriti». «A Cerignola in un combattimento tra sovversivi da
una parte, asserragliati nella Camera del Lavoro, e fascisti e Carabinieri
dall'altra, questi hanno parecchi morti e una quarantina di feriti». E così per
azioni innumerevoli dal 1919 al 1922.
Nel marzo del 1921 si preannunciano le elezioni e la Critica
Sociale scrive: «Giolitti ha sentito l'instabilità della situazione ministeriale,
ha visto che il gruppo parlamentare socialista non si adatta ad entrare a far
parte della sua maggioranza e persisteva in una recisa opposizione: è andato
quindi a cercar appoggio nella destra (da cui fu sino a ieri vituperato) e l'ha
conquistata lasciando mano libera alla violenza dei fascisti». Matteotti alla
Camera: «In moltissime città di pieno giorno, tutti i giorni, partono camions
dalle piazze centrali con nuclei armati cantando inni di violenza, di
distruzione». In una mozione presentata dal socialista Lollini è detto: « ...
rilevando che il governo e le autorità locali assistono impassibili alle
minacce, alle violenze, agli incendi da parte di bande armate e pubblicamente
armate a tale scopo e le proteggono anche con l'impedire la difesa legittima
delle persone, delle amministrazioni e delle organizzazioni colpite, condanna
la politica del governo».
L'on. Bergamo interroga il Presidente del Consiglio «per
sapere quali provvedimenti intenda prendere per garantire nella provincia di
Treviso la libertà di organizzazione per tutti i partiti, minacciata dalle
bande armate del Partito Popolare spalleggiato dalle autorità», mentre l'on.
Trozzi rimprovera al ministero Giolitti di «sussidiare, di presidiare, di
confortare la guardia bianca reclutata fra studenti in veste di arditi, armati
di rivoltelle senza possedere il porto d'armi».
Durante le elezioni (maggio 1921) il sindaco di Barletta
Antonio Violante ed il collega Aurelio De Tuddo inviano al ministro
dell'Interno una protesta per le sopraffazioni delle squadre fasciste armate,
sopraffazioni ch'essi sostengono siano organizzate dalla autorità
politico-militare locale e tollerate dal governo. La protesta del De Tuddo è
ripetuta all'Associazione della stampa romana. Il prof. Giuseppe Patruno,
segretario del Partito Socialista Riformista, invia al suo capo partito on.
Bonomi un vibrato richiamo.
L'Avanti! in un articolo di fondo del 31 maggio, accenna al
fatto che i più sanguinosi scontri che si sono avuti sono quelli sotto il
governo di Giolitti. Con Bonomi ministro della guerra, quando i fascisti si
presentano armati di tutto punto. E' opinione comune dice il giornale, che
siano stati armati dal governo.
Arturo Labriola, che è ministro di Giolitti con Bonomi,
scrive sul Roma: «Egli (Bonomi) viene proprio dal circolo degli intimi di
Filippo Turati, ciò che gli è valso il perdono di avere fatto organizzare il
fascismo presso il ministero della guerra». Ancora in carica il 24 aprile in un
discorso a Napoli il Labriola così commenta: «Sedicenti spedizioni punitive di
armati che ostentano le armi vietate, su camions vietati dalla legge per futili
pretesti, talora ad arte creati, si organizzano pubblicamente, scorrazzano,
ricattano ogni militante...». Il Paese noto fra i più accaniti accusatori di
Bonomi e di Giolitti, si domanda: «Chi fornisce camions, elmetti, bombe, pugnali,
armi in genere ai violenti? D'onde essi li prelevano? Il governo deve saperlo e
deve provvedere ad applicare contro chi detiene le armi e contro chi le fornisce.
le sanzioni promulgate...» E l'Avanti! «La organizzazione armata del fascismo
risale all'epoca in cui il Bonomi era ministro della guerra, quando incoraggiò
gli ufficiali ad inquadrare le bande dei nuovi eroi» mentre Scalarini lo veste
da squadrista col teschio e col manganello.
Già nel precedente Ministero Nitti l'on. Bonomi, ministro
della guerra, aveva inviato ai Comandi di Corpo d'Armata una circolare a tutela
della incolumità degli ufficiali nella quale fra l'altro era detto: « Oggi di
fronte alle minacce di violenze l'ufficiale deve essere più guardingo e più
difeso, giacché la divisa che egli indossa rappresenta l'immagine augusta della
Patria che non può tollerare di essere offesa». E terminava dicendo che
bisognava prendere «tutte le misure intese a garantire la sicurezza personale
degli ufficiali e della truppa». (29 aprile del 1920).
Nitti nel suo libro La disgregazione dell'Europa dopo avere
affermato che Bonomi «aiutò e fornì armi al fascismo», così precisa: «I
Prefetti ebbero l'ordine di chiudere un occhio su tutte le violenze e il
ministro Fera (ministero Giolitti) fece pressioni sui procuratori generali perché
reati commessi «per fine nazionale», cioè dai fascisti, non fossero perseguiti.
Al tempo stesso il ministro della guerra, l'ex socialista Bonomi, uomo onesto
ma incerto e pavido sopratutto durante il periodo elettorale, lasciò armare i
fascisti fornendoli di autocarri, di moschetti, ecc. ecc. e dando il permesso
agli ufficiali di iscriversi ai fasci».
Questa politica di Bonomi verso il fascismo si accentua
specialmente fra il dicembre 1920 e l'aprile 1921 e le accuse sono in questo
periodo quotidiane e violente. Più tardi, nel marzo 1924, quando gli amori col
fascismo sono rimasti disillusi, l'on Bonomi in una lettera a Guglielmo
Quadrotta negherà questa circostanza, spiegando come nell'ottobre del 1920 uno
dei tanti uffici dello Stato Maggiore, senza interrogare né il ministro della
guerra, né il Capo di Stato Maggiore, chiedeva informazioni sui primi fasci di
combattimento, con una dizione che poteva ingenerare qualche equivoco circa
l'apprezzamento di quei primi fasci, allora più dannunziani che mussoliniani. «Un
comandante dell'Italia Centrale - o meglio come si assodò in seguito, un suo
subalterno - interpretò quella richiesta di informazioni come una adesione, e
stillò e divulgò una circolare laudativa dei fasci, dirigendola ai comandi
militari dipendenti e ai tre prefetti della regione».
L’on. Bonomi continua spiegando come egli - informato della
cosa - sia intervenuto e, con circolare a firma del generale Badoglio allora
Capo di Stato Maggiore, avesse richiamato i Comandi militari facendo rilevare
il grave errore in cui taluno di essi era caduto. Ma i giornali insistono ed
obbiettano: 1) che proprio nel periodo in cui egli era ministro della guerra le
squadre fasciste depredarono allegramente i magazzeni militari comparendo per
le strade d'Italia completamente armate ed equipaggiate con moschetti, elmetti,
munizioni e buffetterie al completo: 2) che egli pronunciò in parlamento, nel
momento più aspro della guerra civile, parole che diedero animo e forza e
ardore alla sanguinosa offensiva fascista.
In questo discorso (6 dicembre 1921) Bonomi si difende dalle
accuse di avere tollerato il congresso ed il corteo fascista del novembre, di
avere concesso treni speciali, di avere lasciato circolare i fascisti armati,
di avere dato alloggio ai congressisti nelle caserme. Interrompe daII’Estrema
l'on. Cavina: «Parlateci della circolare emanata da voi quando eravate ministro
della guerra, che autorizza l'armamento dei fascisti» - Bonomi: «Non è vero!» -
Cavina e altri. «E' verissimo e non potete smentirlo!» Bonomi continua
giustificando il movimento fascista come reazione alle violenze socialiste: «Fu
allora che la divisa del soldato italiano, la divisa che sul Carso e sulle Alpi
rappresentò l'immagine della Patria e si coprì di valore, venne oltraggiata e
dileggiata nelle vie e nelle piazze. Fu allora che sorse questa reazione
antirivoluzionaria».
E' di questo periodo il rimprovero di Romita: «Bonomi, altro
pioniere del fascismo che favorì in tutti i modi e che del fascismo fu vittima,
altro fascista che armò il fascismo e dal fascismo fu schiacciato». L'onorevole
Turati alla Camera (24 giugno 1921) nel discorso per la risposta a quello della
Corona invoca: «Disarmiamo davvero da ambo le parti, dimenticando che, da parte
nostra... c'è ben poco da disarmare». Egli dice questo metaforicamente, ma la
sospensiva vuole alludere alle armi materiali. E mentre enumera gli articoli
del Codice Penale che il governo continua a non applicare, dice: «E non ricordo
la omessa denuncia di armi ed esplodenti, l'omessa consegna dei medesimi,
prevista dal decreto 3 agosto 1919 ».
Il gruppo parlamentare socialista emana un comunicato col
quale decide di opporsi con tutte le forze al Ministero Giolitti, e fra l'altro
dice: «... udite le dichiarazioni della direzione del partito, ispirandosi al
mirabile esempio offerto dal proletariato socialista nel resistere all'assalto
violento ed illegale dei gruppi armati, incoraggiati e spalleggiati secondo i
casi, dalla forza dello Stato; delibera in particolare di opporsi con tutte le
forze al ministero Giolitti».
Il generale Roberto Bencivenga, in un articolo: «L'Esercito e
le fazioni» scrive sul Paese: «Cosicché, per un motivo e per l'altro l'esercito
non rimase, come avrebbe dovuto, estraneo alle questioni di parte. E prese
partito, specie con i suoi giovani ufficiali, per quella fazione che più alto
diceva o si vantava di porre l’idea della Patria». La Voce repubblicana in una
critica al ministero Bonomi, parlando del suo titolare così lo descrive: «Egli,
da ministro della guerra nel gabinetto Giolitti è stato l'armatore delle bande
fasciste: questa accusa, apparsa come un pettegolezzo di Montecitorio, è stata
fatta propalare dall’on. Corradini il quale aveva interesse a scagionarsi delle accuse lui rivolte. Naturalmente Corradini pretendeva
spogliare la politica interna della complicità volontaria e necessaria col fascismo mettendo
in evidenza le responsabilità del ministro della guerra il quale aveva potuto e
saputo armare di sotto mano le bande fasciste, che in nessun altro modo avrebbero
potuto armarsi. Ma Corradini rigettando su Bonomi la responsabilità
dell'armamento non poteva escludere che dell'organismo armato da Bonomi,
Giolitti e Corradini si erano valsi come efficace strumento di politica interna».
Nelle accuse per l'armamento dello squadrismo i giornali di
sinistra volgono sopratutto le loro contumelie ed i loro strali a Giolitti ed a
Bonomi ma chiamano sovente responsabili anche Benedetto Croce e Sforza, Fera e
Rodinò. Micheli e Gasparotto, quali esponenti influenti di partiti e membri
responsabili di governi che l'Avanti! definisce «briganteschi, turpi ed infami
composti di assassini e di frodolenti, disonore di un paese libero». A queste
accuse nessuno protesta, nessuno interviene a rettificare, nessuno nega. Solo
venticinque anni più tardi, volte le sorti del fascismo alla catastrofe,
fioccheranno le smentite.
Se fosse arriso il trionfo, quale gara per farsi un merito di
avere dato consigli e dottrina al nuovo movimento ed armi e munizioni allo
squadrismo, di avere insomma salvato la Patria dalle orde bolsceviche!
D'altronde su questo increscioso argomento i bonomiani accusano Giolitti ed a
loro volta i seguaci di questo - mentre fanno rilevare l'atteggiamento di
prudenza del vecchio Presidente piemontese - rigettano ogni responsabilità su
Bonomi al quale rimproverano la circolare ai Comandi militari e le sue aperte
adesioni al fascismo. Responsabilità che estendono agli on. Rodinò e Gasparotto
ministri della Guerra rispettivamente di Giolitti e di Bonomi. Noi abbiamo
registrato imparzialmente le accuse venute da ogni parte, anche se esse
dovessero avere un valore puramente polemico.
(1)Bonomi fu alla
Guerra nel ministero Giolitti dall'avvento di questo il 5 giugno 1920 al 2
aprile 1921, poi passò al Tesoro e gli successe il popolare Rodinò. Il
ministero Giolitti cadde il 4 luglio e gli successe Bonomi che durava in carica
fino al 26 febbraio 1922 per lasciare il posto a Facta.
venerdì 28 giugno 2013
La Monarchia e il Fascismo - terzo capitolo - XIII
![]() |
| Il deputato socialista Giuseppe Di Vagno, ucciso dai fascisti |
A Bologna i fasci chiedono per l'Emilia libertà d'azione.
Ovunque riprendono i conflitti. Contemporaneamente si acuisce sempre più
l'attrito fra socialisti e comunisti. Questi, che al Patto furono decisamente
avversi, tendono alla lotta ad oltranza. Atroci accuse si scambiano a vicenda i
due partiti. Vi è meno asprezza nel linguaggio dei comunisti contro i fascisti
che contro i cugini socialisti che chiamano «traditori». I fascisti
dissenzienti temono che un periodo prolungato di questa pacificazione possa
essere funesto al movimento che andrebbe a poco a poco spegnendosi. Il germe
della indisciplina e della violenza dilaga, anche i fascisti fiorentini si
pronunciano contro la pacificazione. Qualche giornale crede di intravedere una
grave crisi nel fascismo. Questa crisi - scrive il Corriere d’Italia - dipende
principalmente dal fatto che, avendo il suo capo condannato il fenomeno della
violenza, espressione fondamentale, viene a mancare a questo movimento la sua
base e la sua forza». Il Giornale d’Italia constatando la crisi rileva che,
dopo avere disarmato «con santissima violenza» la violenza rossa, ha tolto di mezzo
la sua ragione di essere ed è segnata l'ora della sua fine, pur auspicando che
in caso di riapparizione del pericolo, «si ricomponga come per incanto e
risorga con la più efficace e rapida energia».
Mussolini protesta che bisogna tener fede al Patto di
pacificazione ma vede sfuggirgli di mano la sua creazione e si dimette da
membro del Comitato Esecutivo dei fasci in seguito alla sconfessione inflittagli
dal convegno di Bologna: «Dopo il Patto di Roma egli scrive - il partito che
avesse dato ferma prova di disciplina unitaria, sarebbe stato in realtà il
vittorioso. Il fascismo esce da questa prova sconfitto. Altre più crudeli
ragioni di ciò saranno esaminate a suo tempo, la partita è oramai chiusa. Chi è
sconfitto deve andarsene. Ed io me ne vado dai primi posti. Resto e spero di
poter restare, semplice gregario, del Fascio milanese». Mussolini rimane e
finisce per riprendere la direzione del movimento, ma non riesce a frenare i
suoi. Dopo aver portato in piazza le squadre educate alla violenza ed alle
spedizioni punitive, non può capovolgerne la tattica.
Ricominciano infatti ovunque azioni e reazioni fra partiti
avversari: aggressioni, imboscate, incendi di circoli, invasioni delle leghe di
resistenza. A Mola di Bari viene ucciso il deputato socialista Giuseppe Di
Vagno, fervente sostenitore del collaborazionismo (1). A Modena in un conflitto
con la polizia vi sono 7 morti ed è ferito l'on. Arturo Vicini. Il Corriere
della Sera dopo alcune considerazioni sulle provocazioni socialiste e sulle
reazioni fasciste aggiunge: «Oggi, purtroppo, gli eccessi si succedono agli
eccessi, gli odi si perpetuano e si rinfocolano le passioni travolgendo
talvolta gli stessi agenti dell'ordine. Così a Modena, dove alle assurde
pretese fasciste le guardie regie hanno risposto con impulsività tragicamente
eccessiva, impugnando i moschetti e le rivoltelle. E' dunque ora di arrestare
la fatale altalena ».
La verità è che cittadini e soldati, carabinieri e guardie
regie, tutti sono esautorati e stanchi, nessuno è più padrone dei propri nervi,
il paese vive in stato anormale. Mentre il governo emana provvedimenti
eccezionali per il disarmo e l'ordine pubblico, anche i combattenti pensano
alla costituzione di squadre d'azione e così i cattolici formano i loro «Avanguardisti
bianchi» che fanno sfilare a Milano alla maniera fascista. Dal canto suo l'Avanti! riprende contro Bonomi l'accusa
fatta al Ministero Giolitti: «Non era stato forse da tempo proibito il porto
d'armi? E non l'hanno per contro sempre autorizzato le autorità ai nostri
nemici e nei nostri danni? Si è mai visto usare tante armi, circolare tanti
camions, esplodere tante bombe da quando un decreto ne fece tassativa
proibizione? Non è stato ad esuberanza dimostrato che è proprio nelle caserme
dei carabinieri che i violenti si armano? Che si preparano le spedizioni
punitive?».
Ma l'impotenza del governo ed un poco l'atmosfera medioevale
che avvolge il Paese mutano anche la mentalità e gli atteggiamenti degli uomini
nella lotta politica. A Bologna compaiono le squadre d'azione liberali al
comando di Sandro Ruggiero mentre a Salerno domina la Legione Amendola
costituita, secondo alcuni per fronteggiare le bande fasciste ma in effetti per
tener testa alla candidatura del nazionalista Camera. Scrive il prof. Gaetano
Rossi, presidente del Gruppo nazionalista di Salerno che «a testimonianza di
reggenti di partiti avversari questa Legione amendoliana - avente per
distintivo un nastrino verde - era composta « dalle più tipiche canaglie del
Sarnese e da delinquenti comuni regolarmente e lautamente stipendiati,
portavano spavaldamente armi, bivaccavano sui treni e sui tramvai in funzione
di spie, provocavano tumulti, intimorivano gli elettori, contrattavano voti».
Il Congresso dei fasci a Roma (9-11-1921) segna la fine
definitiva del Patto di pacificazione coi socialisti. Mussolini subisce
l'influenza e la volontà dei più facinorosi e di Grandi il quale parla fra le
acclamazioni dei congressisti con una certa asprezza rivolgendosi a Mussolini.
A questi il congresso ha riserbato le più entusiastiche ovazioni, ma col chiaro
ammonimento: Se tu vuoi essere il nostro Duce devi seguirci. A Roma i
ferrovieri scioperano per impedire ai congressisti di affluire alla Capitale o
di ripartire e vi sono scontri con 2 morti e 150 feriti: i fascisti
ristabiliscono il servizio con personale aderente ai fasci di combattimento. Vi
è del disagio per la denuncia del Patto, ed alcuni esponenti cercano di
attribuirlo ai conflitti di Roma ma quando Grandi parlò all'Augusteo i fatti
non erano ancora avvenuti. La denuncia del Patto è stata senza dubbio un grave
errore che peserà sul Paese, poiché l'intolleranza politica si esaspera sempre
più: i fascisti danno origine a conflitti per un fazzoletto rosso, socialisti e
comunisti per una bandiera tricolore.
(1) Canditato in una lista opposta alla sua, ebbi col Di Vagno durante le elezioni un contraddittorio a Casamassima. Equilibrato e misurato, uomo generoso e sollecito del bene degli umili, intendeva il socialismo come una fede politica. Espansivo ed affettuoso, diventammo amici. La sua uccisione ed il trionfo decretato in seguito ai suoi uccisori - tutti giovani studenti - fu una brutta pagina nel passivo del fascismo. Il delitto venne organizzato a scopo vendicativo. I funerali furono veramente imponenti, fra una pioggia di fiori, data la mitezza e la lealtà della vittima e l'ingiustificato atteggiamento dei fascisti.
(1) Canditato in una lista opposta alla sua, ebbi col Di Vagno durante le elezioni un contraddittorio a Casamassima. Equilibrato e misurato, uomo generoso e sollecito del bene degli umili, intendeva il socialismo come una fede politica. Espansivo ed affettuoso, diventammo amici. La sua uccisione ed il trionfo decretato in seguito ai suoi uccisori - tutti giovani studenti - fu una brutta pagina nel passivo del fascismo. Il delitto venne organizzato a scopo vendicativo. I funerali furono veramente imponenti, fra una pioggia di fiori, data la mitezza e la lealtà della vittima e l'ingiustificato atteggiamento dei fascisti.
giovedì 27 giugno 2013
Castelli Aperti: tutti gli appuntamenti del 30 giugno
Un emozionante itinerario tra Racconigi e Savigliano
Domenica 30 giugno la rassegna propone un itinerario che parte da Racconigi e prosegue alla scoperta delle bellezze architettoniche di Savigliano.
Cuore dell’itinerario è il castello Reale di Racconigi residenza molto amata dai Savoia e oggi ritornata agli antichi fasti.
Del castello si apprezzano i grandi saloni e gli appartamenti della vita quotidiana della corte, ma anche il grande parco romantico che si estende per più ettari, frutto dell’architetto paesaggista X. Kurten. E’ un luogo incantevole per passeggiare, meditare e godere delle belle giornate di sole.
Inoltre, il parco, ospita fino al 13 ottobre, l’edizione 2013 della Biennale Internazionale di Scultura dal titolo Pensare lo spazio. Dialoghi tra natura e immaginazione.(ore 10.00 – 19.00; ingresso 2 euro). L’esposizione consiste in 62 sculture di grande dimensione realizzate da artisti provenienti da Italia, Spagna e Germania. La mostra è un esempio di espressione artistica multigenerazionale, con scultori che provengono da percorsi culturali eterogenei. Sono artisti affermati nel pieno della loro maturità creativa, noti per le personali scelte di poetica e di linguaggio.
Nei locali sottostanti la serra della Margaria sarà presentata una sezione storica di scultori operanti nel secondo dopoguerra in Italia, una sorta di “numi tutelari” degli artisti le cui opere sono disseminate nel grande Parco.
http://www.targatocn.it/2013/06/27/leggi-notizia/argomenti/eventi/articolo/castelli-aperti-tutti-gli-appuntamenti-del-30-giugno.html#.UcywsDtM_Z0
Rimpiangiamo la monarchia
Giovedì, 27 giugno 2013 - 09:29:00
Tutti siamo soliti pensare a Montesquieu come ad uno dei padri della moderna concezione dello Stato e in effetti la sua teoria della divisione dei poteri, per non citare che questa, è un prezioso principio di buon governo. Tuttavia molti sarebbero sorpresi di sapere che per questo philosophe il regime ideale non è la democrazia, di cui sembra essere il padre, ma la monarchia. Proprio quella monarchia francese assoluta in cui era nato e che ancora dominava la Francia quando lui morì.
Il fatto si spiega tenendo conto che egli aveva sotto gli occhi una nazione con un forte senso di quella che inglesi chiamerebbero "decency". Il re aveva un potere assoluto ma era lungi dall'abusarne, tanto che, nella concezione di Montesquieu, nella monarchia, nel quadro di leggi stabilite, l'individuo è libero anche più che in democrazia, dove il moralismo del popolo può divenire opprimente. Infine la monarchia si distingue dal dispotismo perché mentre quest'ultimo riposa sulla paura che il dittatore incute a tutti, il sovrano fonda il suo potere sul consenso e sul senso del dovere dei sudditi. Anche per ambizione, gli stessi aristocratici che gli fanno corona desiderano piacergli e dimostrarsi degni della sua stima. In una parola, il collante dell'intero Paese è il sentimento dell'onore che domina tutti, re compreso.
Qui non si tratta tanto di sostenere teorie che oggi suonano più sorprendenti che convincenti, quanto di notare perché un pensatore come Raymond Aron ha considerato Montesquieu uno dei padri della moderna sociologia. Pur essendo il più noto sostenitore della teoria della divisione dei poteri - cioè dello strumento tecnico fondamentale per evitare l'assolutismo - il giurista francese era infatti molto sensibile al dato (anche economico e climatico) della società cui si riferiva. Ciò che egli sostanzialmente diceva di Luigi XIV, del Reggente e di Luigi XV non l'avrebbe certo detto di Ivan il Terribile. Ed è a questo punto che si inserisce un problema riguardante l'Italia attuale.
Il fatto si spiega tenendo conto che egli aveva sotto gli occhi una nazione con un forte senso di quella che inglesi chiamerebbero "decency". Il re aveva un potere assoluto ma era lungi dall'abusarne, tanto che, nella concezione di Montesquieu, nella monarchia, nel quadro di leggi stabilite, l'individuo è libero anche più che in democrazia, dove il moralismo del popolo può divenire opprimente. Infine la monarchia si distingue dal dispotismo perché mentre quest'ultimo riposa sulla paura che il dittatore incute a tutti, il sovrano fonda il suo potere sul consenso e sul senso del dovere dei sudditi. Anche per ambizione, gli stessi aristocratici che gli fanno corona desiderano piacergli e dimostrarsi degni della sua stima. In una parola, il collante dell'intero Paese è il sentimento dell'onore che domina tutti, re compreso.
Qui non si tratta tanto di sostenere teorie che oggi suonano più sorprendenti che convincenti, quanto di notare perché un pensatore come Raymond Aron ha considerato Montesquieu uno dei padri della moderna sociologia. Pur essendo il più noto sostenitore della teoria della divisione dei poteri - cioè dello strumento tecnico fondamentale per evitare l'assolutismo - il giurista francese era infatti molto sensibile al dato (anche economico e climatico) della società cui si riferiva. Ciò che egli sostanzialmente diceva di Luigi XIV, del Reggente e di Luigi XV non l'avrebbe certo detto di Ivan il Terribile. Ed è a questo punto che si inserisce un problema riguardante l'Italia attuale.
[...]
mercoledì 26 giugno 2013
IL SENSO DEL RIDICOLO
dell'Ing. Domenico Giglio
“Liberiamo Roma“, ”Roma è stata liberata“: siamo nel 1944 o nel 2013 ? Io penserei al 1944, quando Roma è stata liberata dopo i nove mesi dell’occupazione tedesca con le perquisizioni, le deportazioni , le retate, le fucilazioni e le stragi, perpetrate dalle S.S. naziste. Invece queste frasi sono del 2013 ed hanno fatto parte della campagna elettorale del candidato Sindaco della sinistra e si riferivano ai 5 anni dell’amministrazione Alemanno.
“Liberiamo Roma“, ”Roma è stata liberata“: siamo nel 1944 o nel 2013 ? Io penserei al 1944, quando Roma è stata liberata dopo i nove mesi dell’occupazione tedesca con le perquisizioni, le deportazioni , le retate, le fucilazioni e le stragi, perpetrate dalle S.S. naziste. Invece queste frasi sono del 2013 ed hanno fatto parte della campagna elettorale del candidato Sindaco della sinistra e si riferivano ai 5 anni dell’amministrazione Alemanno.
Ora io
ho vissuto a
Roma tutti questi
anni e non mi sono
mai sentito prigioniero
se non in
occasione di assembramenti, sit-in, manifestazioni , comizi , marce organizzate
dal sindacato di
sinistra, o da partiti
sempre di sinistra
o dalla sinistra
extraparlamentare quando polizia
e carabinieri hanno
dovuto bloccare strade, dirottare il
traffico degli effettivi
lavoratori romani,intendendo per tali
l’operaio, il commerciante, l’impiegato e
il professionista o
fronteggiare attacchi se
non addirittura sommosse.
In questo stesso periodo non ho sentito il passo cadenzato di truppe, né visto cannoni e carri armati , né posti di blocco se non per i controlli della polizia stradale, ma forse ero sordo o cieco. Perciò parlare di “liberazione” , paragonando Alemanno, a suo tempo elettoralmente eletto da una larga maggioranza di romani, accorsi a votare in un numero molto superiore a quello registrato il 26 maggio ed il 9 giugno, ad un “gauleiter” è ridicolo, se non offensivo, ma la cosa non deve stupirci perché la tipologia della propaganda di sinistra è sempre stata improntata alla esagerazione, od al ricatto od all’invenzione, esempi tipici “O la repubblica o il caos “( Nenni all’epoca del referendum), ”le forze oscure della reazione in agguato” ( !!!,sempre nel 1946 e seguenti), “Il generale Peste” (riferendosi al comandante americano delle Forze della Nato in Europa), senza mai un filo di umorismo anche nella satira ,eredità storica dei loro vecchi giornali satirici, pesanti e volgari nelle battute e nelle vignette, di cui il famoso “Asino” di Podrecca fu l’esempio più tipico.
In ogni caso siamo stati “liberati” e vediamo subito come il “liberatore” inizi la sua attività con un divieto della circolazione automobilistica in Via dei Fori Imperiali a partire dal 15 agosto prossimo, provvedimento di cui tutti i romani votanti e non votanti sentivano l’impellente necessità ,mentre le buche nelle strade, la raccolta e lo smaltimento delle immondizie, il (dis)servizio pubblico possono logicamente aspettare ! Ora il discorso sulle pedonalizzazioni è un discorso da tecnici del traffico ,in quanto le stesse possono riuscire quando non strangolano il traffico veicolare ,che non è né di destra, né di sinistra, ma di centinaia di migliaia di romani di tutte le opinioni politiche, se continua a svolgersi ai suoi margini, come nel caso della Piazza di San Lorenzo in Lucina, dove appunto la pedonalizzazione è ottimamente riuscita, di Piazza San Silvestro, riuscita meno bene, così pure di Piazza del Popolo e della zona tra il Colosseo e l’arco di Costantino, nonché della chiusura della vecchia via del Carcere Tulliano.
Il flusso veicolare è infatti molto simile all’acqua : bloccata o crea un invaso od esonda, ma per il traffico questo non è possibile, o cerca e trova altre strade ed altri sbocchi, aumentando la portata di corsi d’acqua preesistenti e creandosi una via nuova , il che anche qui è possibile per l’acqua, ma lo è molto meno o addirittura impossibile per il traffico in una città già intensamente costruita ed abitata come Roma, se non con sventramenti massicci come quelli effettuati a suo tempo per realizzare proprio la via dei Fori Imperiali e per Via della Conciliazione, con l’abbattimento della famosa spina dei Borghi , oggi irrealizzabili per l’assoluta mancanza di spazi. La chiusura proposta saturerà quindi oltre ogni limite strade come Via del Teatro di Marcello, Via Petroselli , Via degli Annibaldi, cambiandone il senso di marcia e lascerà un enorme senso di vuoto nel tratto della Via dei Fori dal momento che per i turisti, gli unici a percorrerla, sono più che sufficienti i normali ampi marciapiedi esistenti. Se poi il divieto sarà parziale e vi transiteranno i mezzi pubblici, avremo la conferma di un atteggiamento politico contro gli automobilisti privati che ripetiamo non girano per turismo, ma per lavoro, forse che gli elettori del nuovo Sindaco non hanno anche loro un’automobile od un motorino ?
Domenico Giglio – dottore in
ingegneria civile -
lunedì 24 giugno 2013
La Monarchia e il Fascismo - terzo capitolo - XII
![]() |
| I corpi di alcune delle vittime della strage di Sarzana |
Il ministero Bonomi, la strage di Sarzana e il Patto di
pacificazione tra socialisti e fascisti.
Dopo faticose trattative si costituisce il Ministero Bonomi
(4-7-1921) al quale partecipano riformisti, democristiani, democrazia sociale,
liberali, e che l'Avanti! definisce «ministero di destra fatto con uomini di
sinistra». Bonomi impernia la sua politica soprattutto sulla pacificazione
interna ma nello stesso tempo esige il rispetto della legge: «Nessuno e tanto
meno coloro che affermano voler salda e sicura l'autorità dello Stato, può
chiedere che esso abdichi alla sua funzione, che è quella di severo, giusto,
imparziale tutore della legge, nel cui ambito è la libertà necessaria alla vita
ed allo sviluppo di tutte le idee e di tutti i partiti». E nel frattempo
intensifica le iniziative per una pacificazione fra fascisti e comunisti.
L'Italia continua ad essere teatro di imboscate, assassini,
aggressioni fra socialisti e fascisti. La stampa unanime invoca un ritorno
all'ordine e alla pace. Il paese è stanco di guerriglie e di spedizioni
punitive. Ma avvengono i fatti di Sarzana che mandano all'aria le trattative di
pacificazione: 700 fascisti si sono radunati sul piazzale della stazione per
una dimostrazione di forza contro gli arditi del popolo dei quali si teme un
tentativo di rivolta. Il capitano dei carabinieri Jurgens ha avuto una
consegna: «A nessun costo i fascisti devono entrare in Sarzana ». Poiché essi -
con Dumini in testa - cercano di forzare la consegna, egli ordina di sparare:
13 morti e numerosi feriti. Una violenta, criminale, selvaggia brutalità
omicida si scatena sui feriti e sui fuggiaschi, con raccapriccianti episodi di
caccia ai fascisti sbandatisi per le campagne. Sono assaliti i treni per
arrestare i fascisti che vengono a Sarzana. I fatti destano ovunque grande
impressione ed in alcune città si sospendono gli spettacoli in segno di lutto.
Manifestazioni e scontri si accendono in varie città con fucileria ed incendi a
circoli sovversivi. L'atmosfera di violenza va aumentando, si ripetono episodi
sanguinosi, alcuni fascisti sono barbaramente straziati e poi uccisi.
Alla Camera le discussioni si fanno violente e Bonomi
dichiara che si opporrà ad ogni costo alle minacce insurrezionali, mentre la
Confederazione del lavoro scinde le proprie responsabilità dall'atteggiamento
dei comunisti. Turati accusa Mussolini quale artefice della guerra civile ma
questi risponde: «Voi siete ancora capo di un partito che per due anni questa
guerra civile ha predicato innanzi alle folle ». Ed aggiunge: «Noi siamo
disposti, ripeto, alla pacificazione ma siamo anche disposti a continuare la
lotta ed a portarla all’ultima conseguenza ».
Napoleone Colajanni, sul Popolo d’Italia in un articolo dal
titolo «Le forze morali della nuova Camera contro i rinnegati e contro i
disertori», dopo aver detto che i fasci sono in Parlamento una forza morale
perché rappresentano la difesa della Patria italiana e che il fascismo ha
salvato l'Italia anche attraverso la guerra civile, «mezzo per arrestare la
marcia trionfale dei social comunisti che si proponevano di asservire l'Italia
al turpe e disastroso bolscevismo russo», così concludeva: «A Montecitorio col
fascismo per un momento è sembrato che entrasse la violenza; in realtà col
soffio patriottico è entrata la libertà di discutere, che è la libertà di
parola, la libertà di discutere che è la conditio sine qua non del regime
rappresentativo e che i social-comunisti, invidi della servitù abietta del
sovietismo, avevano completamente distrutta».
Bonomi riprende l'iniziativa tentata da Giolitti per la
pacificazione ma le trattative sono lunghe e faticose: mentre a Roma si discute
per trovare una via di accordo, altri conflitti turbano l'andamento delle
discussioni. A Grosseto si hanno 13 morti e parecchi feriti. E mentre da una
parte i dirigenti fascisti affermano la necessità di ristabilire l'autorità
dello Stato, d'altro lato gregari indipendenti od indisciplinati organizzano
concentramenti e manifestazioni precisamente per imporre la propria volontà
agli organi dello Stato e si ribellano apertamente ai loro ordini. Farinacci si
dimette dalla direzione del partito perché contrario alla pacificazione. A
Montecitorio si chiacchiera, si fanno esercizi di pugilato e si congiura.
Finalmente il 3 agosto nel gabinetto del Presidente della Camera on. De Nicola
si firma il concordato tra fascisti e socialisti. Comunisti e popolari non vi
partecipano. Nel concordato le parti fra altro «si impegnano a fare immediata
opera perché minacce, vie di fatto, rappresaglie, punizioni, vendette,
pressioni e violenze personali di qualsiasi specie abbiano a cessare». Sul Popolo
d'Italia Mussolini scrive: «Difenderò con tutte le mie forze questo trattato di
pace il quale, a mio avviso, assurge all'importanza di un avvenimento storico,
anche per la sua singolarità senza precedenti: e metterò in pratica un vecchio
proverbio che dice: Chi non usa le verghe odia suo figlio ».
Ma il concordato pacificatore non ha fortuna.
sabato 22 giugno 2013
IL RUOLO DELLA MONARCHIA E L’AZIONE DEI MONARCHICI DOPO IL REFERENDUM
Recensione al libro: "I monarchici e la politica estera italiana nel secondo dopoguerra",
del Nostro Amico, benemerito per i suoi preziosi consigli e collaborazione,
Ing Domenico Giglio.
Ing Domenico Giglio.
![]() |
| Il diplomatico Raffaele Guariglia, esponente del PNM |
Dopo silenzi ultra decennali qualcosa
si sta muovendo
nella pubblicistica, relativamente alla Monarchia
Sabauda nella storia
dell’Italia unita ed
ai monarchici dopo
il referendum del
1946. Nel giro di
qualche mese dall'uscita
del fondamentale testo
di Domenico Fisichella, ”Dal Risorgimento
al fascismo”, (editore Carocci), ricco di
dati statistici e di analisi
storico-politiche sul ruolo
della Monarchia nello
sviluppo e nel
progresso dell’Italia, insieme con
il giudizio durissimo
sulle responsabilità del
partito popolare e
di quello socialista nell'avvento al potere
del fascismo, tema sul
quale, più recentemente, ha portato
un ulteriore contributo
di documenti inoppugnabili, oltre ad
un commento rigoroso
delle vicende dei
governi Facta nel
1922, Aldo Mola, con il
suo “Mussolini a
pieni voti”, (edizioni del
capricorno), si sono aggiunti
contributi più specifici
sul ruolo dei
monarchici dopo il
referendum del 1946, dal
libro di Fabio
Torriero su “Alfredo
Covelli – la mia destra” (i
libri del Borghese), arricchito da
interventi e ricordi
di qualificati esponenti
monarchici, ancora oggi presenti
ed attivi, da uno
studio sul movimento
monarchico in Sicilia
ed infine, recentissimo, “I monarchici
e la politica
estera italiana nel
secondo dopoguerra”, di Luciano
Monzali ed Andrea
Ungari, (editore Rubbettino), libro
diviso in due
parti, la prima aderente
al titolo, di Ungari, la seconda
invece specifica sulla
figura di Raffaele
Guariglia, diplomatico, ambasciatore, ministro degli
Esteri, nel Governo Badoglio, ed
infine senatore del
Partito Nazionale Monarchico
e successivamente Presidente
dell’Unione Monarchica Italiana.
Dal nostro punto
di vista la
prima parte di
Ungari, già autore de
“In nome del RE - i monarchici italiani
dal 1943 al
1948 - “(edizioni Le lettere – anno
2004), affrontando lo studio
dell’azione del P.N.M., basandosi principalmente sul
periodico “Italia Monarchica”, e su
articoli di giornali ideologicamente vicini fra
i quali “Governo”, diretto da
Cantalupo, e di cui
ricordo la modestissima sede
in Via del
Piè di marmo, il
tutto con ricchezza
di citazioni di
documenti politici e
partitici, e di interventi parlamentari, riveste quel
necessario carattere di
documentazione e di memoria, di cui
oggi vi è
particolarmente bisogno per
rinforzare le convinzioni
degli attuali monarchici, che lo
sono diventati quasi
per germinazione spontanea
non avendo conosciuto ,per motivi
anagrafici questi loro
predecessori ed il
loro operato, positivo o
negativo che fosse.
Ungari ad esempio
sottolinea il significato
che ebbe l’ingresso
nel P.N.M. di
un gruppo qualificato
di ambasciatori, da Roberto
Cantalupo, a Guido Rocco, (questi
due ricordo facevano parte
della Giunta Esecutiva
del Partito fino
al 1958 ), ad Emanuele
Grazzi, ad Armando Koch, a
Raffaele Guariglia, il tutto
pare per sollecitazione del
Re Umberto, che Re
di tutti gli
italiani, non poteva non
guardare con particolare
interesse e simpatia, e
lo provano anche
alcuni Suoi iniziali
messaggi, a questa giovane
formazione politica, il P.N.M., dove
mancava una vera
classe dirigente, che, appunto,
poteva essere costituita
da diplomatici, ricchi di
personali esperienze nei
più diversi paesi
del mondo, e dotati di
una cultura storico -politica di
elevato livello, che era
stato il vanto
della nostra scuola
diplomatica durante tutto
il Regno.
Sui principali ed in molti
casi dolorosi argomenti
che si susseguirono
dal 1946 al
1954, periodo preso in
esame in quanto, come dice
giustamente Ungari, dopo la
scissione laurina del
2 giugno 1954: “…da
quel momento il
monarchismo come partito
politico organizzato scivolò
progressivamente verso l’irrilevanza
politica…”; la posizione parlamentare
dei monarchici fu
da un lato
coerente con la
loro ispirazione nazionale, solo in
alcuni,moderatamente
nazionalista, vedi il problema
della ratifica del
Trattato di Pace, di
Trieste e dei
confini con la Jugoslavia, e delle Colonie
dell’Africa, e dall'altra aperta, concreta, moderna e
lungimirante come per
l’adesione al Patto
Atlantico e per
gli inizi della
costruzione europea, anche se
sempre sensibile, propositiva
e di stimolo
nei confronti del
Governo, nel riaffermare la
posizione storica e
geopolitica
dell’Italia,ricollegandosi in questo più all'Italia liberale, e sempre
con ricchezza di
argomenti, grazie alla preparazione
specifica dei suoi
esponenti, riconosciuta ed in diversi
casi apprezzata anche dai
nostri avversari. Del resto
se vediamo il
nome dei parlamentari
del P.N.M., eletti il
7 giugno 1953, tra
militari, giuristi, scienziati
e tecnici possiamo
affermare che i
monarchici avrebbero potuto
ricoprire incarichi in
tutti i ministeri
di un eventuale
Governo!
Da questa analisi
serena, ricca anche di
nominativi di altri esponenti
del movimento monarchico, quale ad
esempio il colonnello
Enzo Avallone, esperto di
problemi militari, dobbiamo trarre
il convincimento che
non siamo stati
né figli di
un dio minore
né i parenti
poveri della politica
italiana, almeno sicuramente fino
al 1954 ed
ancora fino al
1958.
Domenico Giglio
La Monarchia e il Fascismo - terzo capitolo - XI
![]() |
| L'ordine nuovo, giornale diretto da Gramsci |
Mentre liberali e
repubblicani solidarizzano col fascismo, socialisti e comunisti si accapigliano
fra di loro.
Fuori dal Parlamento la vita politica dei partiti continua ad
avvelenare l'atmosfera. Al convegno fascista di Milano il Consiglio Nazionale
si dichiara solidale con Mussolini per la sua tendenzialità repubblicana. I
fasci che salgono oramai a 1500 telegrafano quasi tutti la loro adesione. Di
fronte a questo ingiusto ed ingeneroso contegno contro la Monarchia il convegno
liberale di Milano viene fuori con questa inconcepibile dichiarazione: «Non
bisogna svalutare l'opera dei fasci di combattimento poiché non sono le
pregiudiziali che contano dal momento che c'è un comune denominatore che unisce,
cioè l'amore per il Paese». E così i due movimenti politici sempre più si
affratellano ed il liberalismo delinea sin dalla costituzione in partito la sua
responsabilità nello sviluppo del fascismo.
Socialisti e comunisti continuano a dilaniarsi ritorcendosi
atroci accuse in una polemica detta dei «puri e impuri». Vi sono in palio le
organizzazioni economiche. Interessanti le accuse del sindacalista Mario
Guarnieri contro Antonio Gramsci considerato il capo degli intellettuali del
comunismo, ex redattore dell'Avanti!. Il Guarnieri conferma che «Tonino Gramsci
doveva andare al Popolo d'Italia ed era quasi deciso a partire per Milano ed a
farsi arruolare da Mussolini». E Mario Gioda del Popolo d’Italia annota che Gramsci,
« il capo dei pari non è altro che un bollato e matricolato interventista, un
impuro che per mero caso non entrò nella nostra famiglia di venduti
guerrafondai». I repubblicani continuano ad aggredire la periferia investe
sempre più violentemente la direzione del partito. Si fondano nuovi circoli in contrasto
coi dirigenti romani al fine di «separare la loro responsabilità da quella dei
dirigenti i quali, pure invocando Mazzini seguono in pratica le vie che esso
condannò». I circoli « mazziniani » mandano il loro saluto di solidarietà al
congresso fascista. Battista P. Solinas, dirigente del Partito sardo d'Azione, di
cui è primo esponente Lussu, scrive al Popolo d’ltalia: « Questo movimento che
vive e rigurgita in Sardegna è vero e puro fascismo timbrato con etichetta di
Partito sardo d'Azione per il fatto semplicissimo che il Fascismo originale non
vi è stato importato da nessuno». Ed aggiunge che il movimento sardista si identifica
col fascismo «in quanto tutti i postulati fascisti sono postulati di ordine
nazionale».
Dal Congresso di Falconara alla costituzione dei circoli
repubblicani autonomi ed alle «Avanguardie repubblicane» è messo in rilievo
come si prepari un urto fra le due anime che agitano il P.R.: quella
tradizionale, classica, italiana e mazziniana e quella moderna che oscilla fra
l'apologia del comunismo e la copiatura dei metodi fascisti. Questa crisi si
era già delineata nel congresso di Roma del 1919 con attacchi a Chiesa ed a
Comandini i quali, con Cappa, Federici, Mirabelli, Colajanni, demoralizzati
dalle tendenze bolsceviche della direzione del partito, amoreggiano col
fascismo. A Genova viene costituita l'Alleanza repubblicana composta delle
associazioni genovesi «Mazzini» e «Unione repubblicana» che pubblica una
rivista, L'Italia del popolo, diretta
dall'on. Macaggi ed ha in testa questa dichiarazione di principi: culto della
rivoluzione per la rivoluzione noi lo consideriamo, come Mazzini, pericoloso ed
immorale». Quando la Voce repubblicana chiede in un violento articolo lo
scioglimento delle squadre d'azione e Mussolini protesta, l'on. Eugenio Chiesa
manda a questi una calorosa lettera di adesione.
Il dissidio repubblicano è caratterizzato tanto dalla
personalità degli esponenti del movimento che dalla tendenza della massa degli
adepti. Questi esponenti del partito hanno nella politica e nella cultura
posizioni di rilievo, sia nel Foro che nelle cattedre Universitarie; la massa
non è molto rilevante ma aggressiva e intransigente. In Romagna, animata dalla
passione interventista che la fa scagliare contro le leghe socialiste,
riprendono le antiche lotte che passarono alla storia sotto il nome di «gialli
e rossi» preparando ai fascisti i quadri per la futura grande offensiva che ha
la sua prima impostazione, all'inizio di settembre a Forlì, nel convegno delle
Avanguardie e squadre d'azione repubblicane, assorbite poi in massima parte da
quelle fasciste. Il pernio della crisi è Cesena con la sua Consociazione
capeggiata dall'on. Ubaldo Comandìni sul quale puntano gli strali della Voce,
mentre tutta la Romagna partecipa dello stato d'animo dei repubblicani di
Cesena. Fra gli oppositori dei bolscevizzanti della direzione vi è, sempre il
vecchio Napoleone Colajanni il quale nella sua Rivista Popolare così li
investe: «Canaglie simili è difficile trovarne nei più bassi strati della
delinquenza politica e della degenerazione parlamentare: chi vuole vederne i
campioni più caratteristici deve cercarli presso la redazione della Voce
repubblicana ». Questa poi, sia nel linguaggio dei suoi redattori che nelle
vignette, cerca di superare in violenza le figure di Scalarini sull'Avanti!
Il settimanale socialista La lotta di classe di Forlì raccomanda
ai comunisti di non scendere in piazza: «La nostra guerra deve essere
l'imboscata». Compaiono qua e là gli arditi del popolo, lo squadrismo dell’estrema
sinistra al Comando dell'on. Mingrìno, «militarmente inquadrati e marcianti al
passo militarmente - come li descrive l'Ordine Nuovo - portano a spalla nodosi
randelli e vere clave di legno, grossolanamente foggiate». La lotta sulle
piazze fra i vari squadrismi, fascista-repubblicano e socialista, imperversa
ancora: oltre alla delinquenza vi è il gusto sportivo della guerriglia. Si era
tentata da Giolitti una intesa fra capi socialisti e fascisti al fine di
gettare le basi di una durevole pace che ponesse termine alla violenza e
conciliasse gli animi ma le trattative subirono impreveduti arresti.
Intanto si fatica per risolvere la crisi. Si pensa a De
Nicola, sempre incerto e dubbioso, indi si profila la possibilità di un
Ministero Orlando, che farebbe comodo ai socialisti per il dominio della
politica interna e darebbe modo a don Sturzo di realizzare un potere superiore
a quello che Giolitti gli aveva concesso. Ma dello statista siciliano sono
troppi i ricordi che danno corpo alla sua debolezza per tener testa
all'eccessivo assolutismo del prete di Caltagirone il quale vuol disporre di
portafogli e sottoportafogli, nel trattare basi programmatiche, nell'accordarsi
direttamente col Presidente del Consiglio, senza tener conto alcuno del
Direttorio del Gruppo del suo partito, ridotto a funzioni puramente consultive
e privo di qualsiasi mezzo d'azione.
Iscriviti a:
Post (Atom)






.jpg)


