I
comitati di Liberazione tentano colpire alle spalle Umberto. La equivoca
provenienza dei mezzi di propaganda.
Si
è formato «il fascismo dell'antifascismo» creando contro la Monarchia un fronte
unico fra i Comitati di L. e la
Repubblica del Nord mentre si dà mano alla demolizione dello
Statuto puntando sulla Costituente che in esso non vi è contemplata; e con
procedimento senza precedenti la si fa riconoscere sul piano internazionale
prima che sia riconosciuta dagli italiani che non sono nemmeno interpellati.
L'Italia diverrà preda di gente inetta, sempre digiuna dei più elementari
principi dell'organizzazione statale: gente inacidita dalla solitudine e dalle
insoddisfatte ambizioni che non ha all'attivo altre benemerenze che i pugilati
e le intolleranze alla Camera, quelle intolleranze e quei pugilati che avevano
provocato la nascita del fascismo, molti rientrati dall'estero dopo lunga
assenza, protetti dalle baionette straniere. A loro frammisti troviamo i soliti
doppiogiochisti che, dopo avere appoggiato il fascismo per un periodo più o
meno lungo, ma sempre quel tanto da esserne compromessi, si affrettarono a
presentarsi con la maschera di Bruto, per creare il bersaglio atto a sviare la
ricerca delle loro responsabilità. Il bersaglio fu la Monarchia. Fra i
tiratori scelti, eccovi, esponentì dei partiti dei Comitati di L.: Casati,
liberale, già ministro di Mussolini fino alla notte del 3 gennaio 1925;
Cingolani, incensatore di Mussolinì e sostenitore della necessità
dell'esperimento fascista; De Gasperi, autore con Gronchi del secondo veto a
Giolitti nel 1922, veto che con quello di don Sturzo spianò la via al fascismo;
La Malfa , il
più accanito contro il Re, per il Partito d'Azione nel quale primeggiano fior
di intellettuali che avevano giurato fedeltà al regime e contribuito dalla
cattedra e quindi non disinteressatamente ad imbottire i crani dei giovani
sulla infallibilità del Duce; Gronchi, (autore dell'ordine antimonarchico
stillato in un nascondiglio romano) già ministro di Mussolini quando questi
creò il Gran Consiglio e la
Milizia ; Spataro, della Democrazia Cristiana che non
disdegnava durante il regime raccogliere favori; Carandini, liberale, il quale
mentre reclamava una «monarchia pulita» e si accaniva a chiederne la decadenza,
scriveva opuscoli nei quali la difendeva. E' l'apologia del doppio gioco.
Se
l'antifascismo avesse combattuto Mussolini con l'accanimento col quale ha
combattuto la Monarchia
e gli interessi dell'Italia, il fascismo sarebbe caduto nel 1923. Ma allora il
pericolo era incombente e reale, il popolo era contro di loro, nessuno ebbe mai
il coraggio di affrontare la impopolarità e lo straniero esultava per il
tribuno romagnolo; e poi non erano ancora aperti i conventi a rifugio dei nuovi
coccapieller.
I
Comitati di L. si affannano a proclamarsi « rappresentanti del popolo » ma
nessuno sa dire da chi e quando essi hanno avuta la investitura. La verità è
che senza la protezione straniera non sarebbero vissuti una sola settimana.
Infatti quando nel gennaio del 1944 il Comitato di Roma lancia manifestini nei
quali si invita la popolazione ad insorgere, nessun capo uscì dai nascondigli a
prendere la direzione dell'iniziativa e pertanto questa fallisce. Mentre Umberto
va al fronte, passa fra le sventagliate della mitraglia che colpisce il suo
apparecchio e dà secondo la scuola dei Savoia - magnifico esempio di coraggio e
sprezzo del pericolo, parte dei dirigenti i Comitati non danno che spettacolo
di vigliaccheria. Questi cospiratori sono talmente consapevoli della loro
inferiorità che quando gli Alleati esprimono la decisione di decorare Umberto
di medaglia d'argento per lo sprezzo del pericolo dimostrato, essi vi si
oppongono energicamente. Nel Comitato dì Roma, fra i più accesi rivoluzionari
vi è Scoccimarro, che vorrebbe una grande insurrezione di popolo: egli si reca
a S. Paolo dove operai e granatieri combattono, col proposito di organizzare la
resistenza per le strade. Ma incontrato un ferito ne approfitta per caricarlo
sull'automobile e torna indietro: da rivoltoso a damo della Croce Rossa (1).
Esponenti
del Partito d'Azione nel comitato romano troviamo La Malfa e Salvatorelli, i più
aggressivi e velenosi avversari della Monarchia: entrambi furono fascisti e dal
regime non ebbero che benefici. Il La
Malfa fu iscritto al Gruppo Boldini di Milano, stipendiato da
un Istituto fascistissimo come l'Enciclopedia Treccani: ora intransigente
repubblicano come allora era intransigente fascista sempre in stivaloni e
orbace. Al Laterano troviamo fra altri: Nenni, Ruini, De Gasperi, Amendola. Per
dare un'idea dello stato d'animo di costoro, la cui antifona è l'accusa di
viltà al Re, ecco cosa scrive Bonomi nel suo Diario di un anno: «Alcuni
tedeschi avvinazzati cantano davanti ai cancelli del Laterano ed hanno fatto
credere ad una invasione. Siamo stati per oltre un'ora in un cunicolo
sotterraneo dove non era possibile che rimanere seduti nell'oscurità più
completa» (pagina 144). Altro che barricate! Fu dopo la constatazione dei
pericoli personali ai quali si sarebbero esposti scendendo in piazza che
costoro avevano deciso (16 settembre 1943) di escludere la proclamazione della
Repubblica con un moto insurrezionale. E rimasero nascosti invece nei conventi
ad organizzare la demolizione della Monarchia nazionale con la diffamazione,
sistema di lotta che non importa nessun pericolo. All'epoca del Risorgimento la
logica della rivolta eran le barricate, la libera ed aperta competizione; la
logica dei Comitati è, per i capi, il nascondiglio e per i gregari l'anarchia
dello squadrismo rosso, dei ratti notturni, delle esecuzioni segrete. Il
congresso di Bari con i discorsi di Sforza, Croce e Omodeo fu la scuola di
questa nuova filosofia immorale. Solo con questa logica affiancata dal volgare
atteggiamento contro la
Monarchia essi potevano aprirsi un varco nei bassifondi
sociali e politici speculando sulla mancanza di dignità nazionale di certi
ambienti. La Radio
comunicava con voce brutale e sprezzante la morte di Mafalda. La Regina Elena e Re
Vittorio non ne sapevano nulla. A Umberto, da Roma, era stato abilmente
impedito di informarne i genitori. Croce e Sforza incitano i soldati al
tradimento e poi denigrano l'esercito accusandolo di mancanza di spirito
bellico e di questo ne incolpano la Monarchia ! Fra le accuse al Re vi era quella
della lista civile, Il milioni di lire carta, mai aumentata (anzi da 14 era
stata così ridotta su richiesta dello stesso Re nel 1921) che Casa reale
spendeva quasi tutto in beneficenza, vivendo coi soli redditi delle terre di
proprietà della Corona.
Nitti,
rimproverando la repentina e inattesa conversione di Einaudi (da lui fatto
senatore) dalla Monarchia alla Repubblica e dalla parsimonia più estrema alla
più estrema prodigalità dopo avere per tutta la vita fatto l'elogio
dell'avarizia, lo confronta con Vittorio Emanuele III che aveva «abitudini di
modestia ». « Non si abita da modesto cittadino al Quirinale senza avere il capogiro
»- . Sia pertanto di monito a quei propagandisti repubblicani, da Conti a Cingolani,
i quali impostarono la loro propaganda sulla lista civile, che, la Presidenza della
Repubblica, con annessi e connessi costa di più della Monarchia, sia pure tenendo presente nel conteggio
della svalutazione della moneta. Il Principe Umberto, Luogotenente del Regno,
con tutti gli impegni per il personale e per la beneficenza, percepiva ancora 5
milioni all'anno, meno dell'introito di certi politici, deputati o senatori
della nuova democrazia con figli e congiunti sistemati nei ministeri. E Umberto
fu costretto a fare dei debiti per vivere e per pagare i dipendenti. I Comitati
di L. invece non hanno mai negata la immorale provenienza delle enormi somme
(oltre i 101) milioni mensili degli Alleati) spese per la propaganda
repubblicana. Provenienza identificata nei grandi esponenti della siderurgica i
quali hanno interesse ad ipotecare un futuro governo repubblicano per le
tariffe doganali. I nostri Comitati di Liberazione, per la realizzazione dei
loro fini miravano all'abbattimento della Monarchia la quale, estranea e
lontana dall'affarismo, non poteva concedere quello che invece offriva loro la
plutocrazia bancaria e borsistica anelante alla rapina del risparmio nazionale
Protettore e finanziatore dei C. di L. attraverso una azienda di carboni, è
oramai arcinoto, è un aderente al Partito d'Azione, direttore di una grande
banca creatrice e monopolizzatrice della plutocrazia siderurgica dalla quale
trasse in passato utili ingentissimi; banca che fu accusata di essere al soldo
della Germania prima della guerra 1915-18. Adesso la plutocrazia siderurgica
protegge e sostiene in modo particolare la stampa repubblicana.
E'
noto che Tito non appena occupata Trieste, l'Istria e la Venezia Giulia
diede subito mano al cambio della moneta. Fece ritirare presso Enti, banche e
privati le lire italiane dando in cambio biglietti jugoslavi. La nostra moneta
venne consegnata al Partito Comunista Italiano che se ne servi per le
spettacolari spese di propaganda, forse facendone partecipi socialisti e
democristiani, allora in perfetta armonia antimonarchica. Il ministro Soleri
calcolava le lire passate in Italia ai partiti repubblicani di sinistra intorno
ai 10.12 miliardi. E' così che i loro interessi coincidono con l'umiliazione
dell'Italia e quindi l’umiliazione del Re, sia con l'insulto che con la solidarietà
con lo straniero.
Poi
la sorda ostilità si appunta contro il Luogotenente, ed ancora tutte le falsificazioni
sono armi buone per la loro battaglia. Un fatto al quale non si dà a dovuta
importanza ma che rivela l'essenza della mentalità e dei sistemi della
demagogia imperante, è quella che si riferisce alla intervista di Umberto col
giornalista Mattews. Anzi, più che, di una intervista si tratta dì una udienza,
come osserva lo stesso Mattews, nella quale il Luogotenente espone alcuni suoi
punti di vista che così sì possono riassumere:
1)
La Monarchia ,
al pari di tutte le istituzioni politiche dell’Europa postbellica, si muoverà
verso sinistra.
2)
Gratitudine agli Alleati per quello che fanno per il popolo italiano.
3)
Sì augura che la decisione per la forma istituzionale non avvenga mentre il paese
è in fermento a causa della situazione economica, ma bensì allorché la Nazione sarà ritornata in
un relativo stato di normalità. E chiede per i soldati ancora fuori d'Italia il
diritto di esprimere i propri sentimenti, e lascia vagamente capire, che lo
Statuto dovrebbe servire come base per una radicale revisione.
4)
Difficoltà che i monarchici incontrano nel l'esporre al pubblico il proprio
punto di vista.
5)
Desiderio di dimostrare che nel futuro l'Italia potrà essere altrettanto
democratica sotto una Monarchia quanto sotto una Repubblica
6)
Considera la sua posizione al di sopra dei partiti politici e non desidera che monarchici
e repubblicani si accapiglino fra di loro.
7)
La forma di governo non altera il problema della democrazia poiché Repubblica
come quella tedesca possono essere dittature, e Monarchie come quella inglese
possono essere democratiche. L'andare a sinistra non contrasta minimamente
coll'Istituto monarchico.
Commenta
il Mattews: «Senza dubbio si ha l'impressione di un uomo che ha un programma e
sa per che cosa combatte. A mio giudizio i repubblicani hanno un avversario più
forte di quel che immaginano».
Poche
parole di storia di questo incidente: storia incredibile ma vera. Umberto
combina in pieno accordo col presidente Bonomi e coi ministri il testo della
così detta intervista. L'originale rimane per circa un mese nelle mani del
presidente il quale vi apporta di sua mano alcune modifiche. All'apparire della
corrispondenza sul New York Times, questa è accolta con simpatia e fa
guadagnare quota alla Monarchia. Ma il Consiglio dei ministri si affretta ad
emanare un comunicato che suona deplorazione per il Luogotenente!
Qualunque
parola di serenità e di saggezza è dunque interdetta al Capo dello Stato: egli
deve stare nell'ombra, succube del livore e della faziosità demagogica dei
nuovi tiranni. Costoro - e Bonomi si presta alla bisogna - addossano a Umberto
ipotetiche responsabilità che poi non sono affatto sue ma di tutti i ministri.
Il Luogotenente pertanto si affretta ad invitare al Comando Alleato la
fotografia del documento originale ad attestazione della disonestà del suo
Governo, ma alla stampa è fatto divieto di accennare al «falso» ministeriale (2).
1)
Ivanoe Bonomi, Diario di un anno, Roma
2)
Ci risulta che il dattiloscritto con le correzioni apportate da Bonomi trovasi
presso l'ex Ministro della Real Casa marchese Falcone Lucifero il quale per
correttezza costituzionale (quella correttezza sempre ignorata dal Governo) non
ha ceduto alle sollecitazioni per la pubblicazione né ha mai concesso ad alcuno
di prenderne visione.

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