NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 23 marzo 2015

La Monarchia e il Fascismo - undicesimo capitolo - II

I comitati di Liberazione tentano colpire alle spalle Umberto. La equivoca provenienza dei mezzi di propaganda.

Si è formato «il fascismo dell'antifascismo» creando contro la Monarchia un fronte unico fra i Comitati di L. e la Repubblica del Nord mentre si dà mano alla demolizione dello Statuto puntando sulla Costituente che in esso non vi è contemplata; e con procedimento senza precedenti la si fa riconoscere sul piano internazionale prima che sia riconosciuta dagli italiani che non sono nemmeno interpellati. L'Italia diverrà preda di gente inetta, sempre digiuna dei più elementari principi dell'organizzazione statale: gente inacidita dalla solitudine e dalle insoddisfatte ambizioni che non ha all'attivo altre benemerenze che i pugilati e le intolleranze alla Camera, quelle intolleranze e quei pugilati che avevano provocato la nascita del fascismo, molti rientrati dall'estero dopo lunga assenza, protetti dalle baionette straniere. A loro frammisti troviamo i soliti doppiogiochisti che, dopo avere appoggiato il fascismo per un periodo più o meno lungo, ma sempre quel tanto da esserne compromessi, si affrettarono a presentarsi con la maschera di Bruto, per creare il bersaglio atto a sviare la ricerca delle loro responsabilità. Il bersaglio fu la Monarchia. Fra i tiratori scelti, eccovi, esponentì dei partiti dei Comitati di L.: Casati, liberale, già ministro di Mussolini fino alla notte del 3 gennaio 1925; Cingolani, incensatore di Mussolinì e sostenitore della necessità dell'esperimento fascista; De Gasperi, autore con Gronchi del secondo veto a Giolitti nel 1922, veto che con quello di don Sturzo spianò la via al fascismo; La Malfa, il più accanito contro il Re, per il Partito d'Azione nel quale primeggiano fior di intellettuali che avevano giurato fedeltà al regime e contribuito dalla cattedra e quindi non disinteressatamente ad imbottire i crani dei giovani sulla infallibilità del Duce; Gronchi, (autore dell'ordine antimonarchico stillato in un nascondiglio romano) già ministro di Mussolini quando questi creò il Gran Consiglio e la Milizia; Spataro, della Democrazia Cristiana che non disdegnava durante il regime raccogliere favori; Carandini, liberale, il quale mentre reclamava una «monarchia pulita» e si accaniva a chiederne la decadenza, scriveva opuscoli nei quali la difendeva. E' l'apologia del doppio gioco.

Se l'antifascismo avesse combattuto Mussolini con l'accanimento col quale ha combattuto la Monarchia e gli interessi dell'Italia, il fascismo sarebbe caduto nel 1923. Ma allora il pericolo era incombente e reale, il popolo era contro di loro, nessuno ebbe mai il coraggio di affrontare la impopolarità e lo straniero esultava per il tribuno romagnolo; e poi non erano ancora aperti i conventi a rifugio dei nuovi coccapieller.

I Comitati di L. si affannano a proclamarsi « rappresentanti del popolo » ma nessuno sa dire da chi e quando essi hanno avuta la investitura. La verità è che senza la protezione straniera non sarebbero vissuti una sola settimana. Infatti quando nel gennaio del 1944 il Comitato di Roma lancia manifestini nei quali si invita la popolazione ad insorgere, nessun capo uscì dai nascondigli a prendere la direzione dell'iniziativa e pertanto questa fallisce. Mentre Umberto va al fronte, passa fra le sventagliate della mitraglia che colpisce il suo apparecchio e dà secondo la scuola dei Savoia - magnifico esempio di coraggio e sprezzo del pericolo, parte dei dirigenti i Comitati non danno che spettacolo di vigliaccheria. Questi cospiratori sono talmente consapevoli della loro inferiorità che quando gli Alleati esprimono la decisione di decorare Umberto di medaglia d'argento per lo sprezzo del pericolo dimostrato, essi vi si oppongono energicamente. Nel Comitato dì Roma, fra i più accesi rivoluzionari vi è Scoccimarro, che vorrebbe una grande insurrezione di popolo: egli si reca a S. Paolo dove operai e granatieri combattono, col proposito di organizzare la resistenza per le strade. Ma incontrato un ferito ne approfitta per caricarlo sull'automobile e torna indietro: da rivoltoso a damo della Croce Rossa (1).

Esponenti del Partito d'Azione nel comitato romano troviamo La Malfa e Salvatorelli, i più aggressivi e velenosi avversari della Monarchia: entrambi furono fascisti e dal regime non ebbero che benefici. Il La Malfa fu iscritto al Gruppo Boldini di Milano, stipendiato da un Istituto fascistissimo come l'Enciclopedia Treccani: ora intransigente repubblicano come allora era intransigente fascista sempre in stivaloni e orbace. Al Laterano troviamo fra altri: Nenni, Ruini, De Gasperi, Amendola. Per dare un'idea dello stato d'animo di costoro, la cui antifona è l'accusa di viltà al Re, ecco cosa scrive Bonomi nel suo Diario di un anno: «Alcuni tedeschi avvinazzati cantano davanti ai cancelli del Laterano ed hanno fatto credere ad una invasione. Siamo stati per oltre un'ora in un cunicolo sotterraneo dove non era possibile che rimanere seduti nell'oscurità più completa» (pagina 144). Altro che barricate! Fu dopo la constatazione dei pericoli personali ai quali si sarebbero esposti scendendo in piazza che costoro avevano deciso (16 settembre 1943) di escludere la proclamazione della Repubblica con un moto insurrezionale. E rimasero nascosti invece nei conventi ad organizzare la demolizione della Monarchia nazionale con la diffamazione, sistema di lotta che non importa nessun pericolo. All'epoca del Risorgimento la logica della rivolta eran le barricate, la libera ed aperta competizione; la logica dei Comitati è, per i capi, il nascondiglio e per i gregari l'anarchia dello squadrismo rosso, dei ratti notturni, delle esecuzioni segrete. Il congresso di Bari con i discorsi di Sforza, Croce e Omodeo fu la scuola di questa nuova filosofia immorale. Solo con questa logica affiancata dal volgare atteggiamento contro la Monarchia essi potevano aprirsi un varco nei bassifondi sociali e politici speculando sulla mancanza di dignità nazionale di certi ambienti. La Radio comunicava con voce brutale e sprezzante la morte di Mafalda. La Regina Elena e Re Vittorio non ne sapevano nulla. A Umberto, da Roma, era stato abilmente impedito di informarne i genitori. Croce e Sforza incitano i soldati al tradimento e poi denigrano l'esercito accusandolo di mancanza di spirito bellico e di questo ne incolpano la Monarchia! Fra le accuse al Re vi era quella della lista civile, Il milioni di lire carta, mai aumentata (anzi da 14 era stata così ridotta su richiesta dello stesso Re nel 1921) che Casa reale spendeva quasi tutto in beneficenza, vivendo coi soli redditi delle terre di proprietà della Corona.

Nitti, rimproverando la repentina e inattesa conversione di Einaudi (da lui fatto senatore) dalla Monarchia alla Repubblica e dalla parsimonia più estrema alla più estrema prodigalità dopo avere per tutta la vita fatto l'elogio dell'avarizia, lo confronta con Vittorio Emanuele III che aveva «abitudini di modestia ». « Non si abita da modesto cittadino al Quirinale senza avere il capogiro »- . Sia pertanto di monito a quei propagandisti repubblicani, da Conti a Cingolani, i quali impostarono la loro propaganda sulla lista civile, che, la Presidenza della Repubblica, con annessi e connessi costa di più della Monarchia,        sia pure tenendo presente nel conteggio della svalutazione della moneta. Il Principe Umberto, Luogotenente del Regno, con tutti gli impegni per il personale e per la beneficenza, percepiva ancora 5 milioni all'anno, meno dell'introito di certi politici, deputati o senatori della nuova democrazia con figli e congiunti sistemati nei ministeri. E Umberto fu costretto a fare dei debiti per vivere e per pagare i dipendenti. I Comitati di L. invece non hanno mai negata la immorale provenienza delle enormi somme (oltre i 101) milioni mensili degli Alleati) spese per la propaganda repubblicana. Provenienza identificata nei grandi esponenti della siderurgica i quali hanno interesse ad ipotecare un futuro governo repubblicano per le tariffe doganali. I nostri Comitati di Liberazione, per la realizzazione dei loro fini miravano all'abbattimento della Monarchia la quale, estranea e lontana dall'affarismo, non poteva concedere quello che invece offriva loro la plutocrazia bancaria e borsistica anelante alla rapina del risparmio nazionale Protettore e finanziatore dei C. di L. attraverso una azienda di carboni, è oramai arcinoto, è un aderente al Partito d'Azione, direttore di una grande banca creatrice e monopolizzatrice della plutocrazia siderurgica dalla quale trasse in passato utili ingentissimi; banca che fu accusata di essere al soldo della Germania prima della guerra 1915-18. Adesso la plutocrazia siderurgica protegge e sostiene in modo particolare la stampa repubblicana.

E' noto che Tito non appena occupata Trieste, l'Istria e la Venezia Giulia diede subito mano al cambio della moneta. Fece ritirare presso Enti, banche e privati le lire italiane dando in cambio biglietti jugoslavi. La nostra moneta venne consegnata al Partito Comunista Italiano che se ne servi per le spettacolari spese di propaganda, forse facendone partecipi socialisti e democristiani, allora in perfetta armonia antimonarchica. Il ministro Soleri calcolava le lire passate in Italia ai partiti repubblicani di sinistra intorno ai 10.12 miliardi. E' così che i loro interessi coincidono con l'umiliazione dell'Italia e quindi l’umiliazione del Re, sia con l'insulto che con la solidarietà con lo straniero.

Poi la sorda ostilità si appunta contro il Luogotenente, ed ancora tutte le falsificazioni sono armi buone per la loro battaglia. Un fatto al quale non si dà a dovuta importanza ma che rivela l'essenza della mentalità e dei sistemi della demagogia imperante, è quella che si riferisce alla intervista di Umberto col giornalista Mattews. Anzi, più che, di una intervista si tratta dì una udienza, come osserva lo stesso Mattews, nella quale il Luogotenente espone alcuni suoi punti di vista che così sì possono riassumere:

1) La Monarchia, al pari di tutte le istituzioni politiche dell’Europa postbellica, si muoverà verso sinistra.

2) Gratitudine agli Alleati per quello che fanno per il popolo italiano.

3) Sì augura che la decisione per la forma istituzionale non avvenga mentre il paese è in fermento a causa della situazione economica, ma bensì allorché la Nazione sarà ritornata in un relativo stato di normalità. E chiede per i soldati ancora fuori d'Italia il diritto di esprimere i propri sentimenti, e lascia vagamente capire, che lo Statuto dovrebbe servire come base per una radicale revisione.

4) Difficoltà che i monarchici incontrano nel l'esporre al pubblico il proprio punto di vista.

5) Desiderio di dimostrare che nel futuro l'Italia potrà essere altrettanto democratica sotto una Monarchia quanto sotto una Repubblica

6) Considera la sua posizione al di sopra dei partiti politici e non desidera che monarchici e repubblicani si accapiglino fra di loro.

7) La forma di governo non altera il problema della democrazia poiché Repubblica come quella tedesca possono essere dittature, e Monarchie come quella inglese possono essere democratiche. L'andare a sinistra non contrasta minimamente coll'Istituto monarchico.

Commenta il Mattews: «Senza dubbio si ha l'impressione di un uomo che ha un programma e sa per che cosa combatte. A mio giudizio i repubblicani hanno un avversario più forte di quel che immaginano».

Poche parole di storia di questo incidente: storia incredibile ma vera. Umberto combina in pieno accordo col presidente Bonomi e coi ministri il testo della così detta intervista. L'originale rimane per circa un mese nelle mani del presidente il quale vi apporta di sua mano alcune modifiche. All'apparire della corrispondenza sul New York Times, questa è accolta con simpatia e fa guadagnare quota alla Monarchia. Ma il Consiglio dei ministri si affretta ad emanare un comunicato che suona deplorazione per il Luogotenente!

Qualunque parola di serenità e di saggezza è dunque interdetta al Capo dello Stato: egli deve stare nell'ombra, succube del livore e della faziosità demagogica dei nuovi tiranni. Costoro - e Bonomi si presta alla bisogna - addossano a Umberto ipotetiche responsabilità che poi non sono affatto sue ma di tutti i ministri. Il Luogotenente pertanto si affretta ad invitare al Comando Alleato la fotografia del documento originale ad attestazione della disonestà del suo Governo, ma alla stampa è fatto divieto di accennare al «falso» ministeriale (2).



1) Ivanoe Bonomi, Diario di un anno, Roma


2) Ci risulta che il dattiloscritto con le correzioni apportate da Bonomi trovasi presso l'ex Ministro della Real Casa marchese Falcone Lucifero il quale per correttezza costituzionale (quella correttezza sempre ignorata dal Governo) non ha ceduto alle sollecitazioni per la pubblicazione né ha mai concesso ad alcuno di prenderne visione.

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