La dimostrazione per l'entrata in guerra ha superato quella della proclamazione dell'Impero. Piazza Venezia era rigurgitante, come non lo fu mai, di popolo autentico. Prima dell'adunata percorsi i quartieri popolari di Ponte: ovunque entusiasmo e certezza della vittoria, certezza assoluta che Mussolini avrebbe vinto la guerra in poche settimane (1).
Si ciancia sulla condotta dei Re in varie occasioni, durante il fascismo. Il Re doveva fare questo, doveva fare quello, il Re doveva intervenire ed impedire quest'altro, ecc. mentre fu proprio per opera di questi critici che gli furono tolti i più naturali diritti di intervento, e tutto questo in nome di una mal compresa democrazia. Nella tornata del 23 marzo 1921 l 'on. Modigliani parlando alla Camera contro la eventualità dello scioglimento di questa, contestando al governo che la situazione del paese richiedesse tale provvedimento, aggiungeva: «Ma si potrebbe dire che ciò dipende dalla Corona. Ma la Corona , nel concreto funzionamento del nostro ordinamento, ha veramente dei diritti d'iniziativa in materia? Tutti sarete concordi nel dire di no. Se per avventura un diritto d'iniziativa spettasse alla Corona, e questa ne usasse contro un partito, il grido di questo partito non potrebbe essere che uno solo: Abbasso la Corona !».
Altra volta il Re aveva rifiutato lo scioglimento della Camera e ne era stato elogiato. I sinistri elogiano il Re quando le sue decisioni coincidono con i loro piani elettorali e lo insultano quando prende decisioni che li toccano nelle loro aspirazioni e ch'Egli ritiene dover prendere nell'interesse del Paese. Ma il Re valuta le ragioni che militano pro e contro e poi decide.
Non altrimenti succede nella democratica Francia: Millerand si dimise nel giugno del 1924 in seguito ad un voto ostile della Camera dopo una tumultuosa seduta. In un messaggio ai deputati ed ai senatori egli aveva chiesto che il potere del Presidente fosse, in virtù della Costituzione stessa, mantenuto al riparo dalle fluttuazioni politiche. Ma la Camera respingeva il messaggio con 329 voti contro 214. Millerand in fondo è caduto per aver difeso la Costituzione. Egli aveva preso un atteggiamento deciso contro il radicalismo estremo e contro la sua politica disgregatrice. Eppure il Presidente francese ha un'azione diretta assai più vasta, un potere più spiccato di quello di un monarca britannico e, del Re d'Italia. In Francia è permesso al Presidente della Repubblica di esporre le proprie opiinioni sia pure moderatamente, ai Sovrani no. Tuttavia la democrazia non perdonò a Mac Mahon ed a Millerand di non essersi accontentati di regnare, ma di aver voluto governare.
Nessun appunto di questo genere può essere fatto al Re d'Italia: Egli ebbe sempre lo scrupolo di un giurista alla De Nicola, spinto fino all'eccesso. Garantiva soprattutto le minoranze ed aveva del Monarcato un concetto rigido: considerava il Capo dello Stato come un arbitro del tutto spassionato senza la minima inclinazione personale, custode della legge e della Costituzione.
I nostri santoni negavano al Sovrano il diritto di sciogliere la Camera (prerogativa contemplata dallo Statuto, art. 9) ma reclamavano da Lui l'allontanamento di Mussolini quando questi era sorretto dalla volontà popolare. E qui si rivela una caratteristica spiccata della nostra democrazia: per volontà popolare, per maggioranza, si intende quella favorevole. Le maggioranze contrarie si flagellano, si sgominano con la sovrapposizione delle minoranze turbolente ed aggressive. Per i nostri democratici la colpa di quello che succede è sempre degli altri.
Quando si dice dagli accusatori del Re che il popolo non ha voluto, la guerra, ebbene, costoro sono in mala fede. Non un solo atto, non un solo gesto è stato registrato a sostegno di questa tesi a carattere demagogico. Essi stessi non si sono mossi perchè sapevano benissimo che nessuno o per lo meno ben pochi li avrebbero seguiti. Le masse si erano lasciate trasportare dal fanatismo eroico così come trent'anni prima si erano lasciate adescare dalla follia tribunizia rivoluzionaria parolaia e facilona di Enrico Ferri e poi nel 1919 e 1921 dal sadismo antipatriottico e disgregatore dei bolscevichi dell'Avanti! e della Voce repubblicana, come più tardi si getteranno inconsciamente - come vedremo - fra le braccia dei sadici predicatori di odio e di vendetta annidati nei Comitati di Liberazione.
«Non vi è altro popolo, scriveva già nel 1893 Vilfrredo Pareto, credulo come l'italiano e che sia soddisfatto udendo le più strane novelle».
Non si può negare che la guerra mussoliniana ha avuto più aderenze che non quella del 1915-18, agitato da una minoranza di piazza: anarchici e sindacalisti, socialisti e repubblicani, trascinati anche loro dalla passione dell'irredentismo che in Italia era stata da anni alimentata dalla patriottica propaganda dell'Associazione Trento e Trieste. Essi ebbero ragione di una Camera di neutralisti che diede il voto a Salandra pur essendo col cuore favorevole a Giolitti. Fu il fervore della «buona causa», la passione che penetrò nel Paese, allora quando durante la sciagura di Caporetto seppe prontamente reagire e, seguendo la via additata dal Sovrano, raggiungere la Vittoria.
Quella del 1915-18 fu una guerra imposta da una minoranza alla quale appartennero molti degli avversari della guerra fascista. I social riformisti ed i repubblicani che ora accusano la Monarchia di avere dichiarato nel 1940 una guerra non voluta dal popolo, sono proprio quelli che ascrivono a loro merito l'avere imposto, come minoranza (cioè contro la volontà popolare) la guerra del 1915-18, merito così vantato dal loro capo spirituale, Ivanoe Bonomi: «una minoranza che per i suoi atteggiamenti sediziosi assunse l'aspetto di maggioranza». Fu una coraggiosa voce la cui tesi venne sanzionata dalla Camera che traeva il suo spirito da una visione di palpitante sentimentalismo, donde esulava la conquista ma aleggiava l'anelito della liberazione di Trento e Trieste, l'intimo desiderio di completare l'unità nazionale. Se nella prima guerra noi volontari accorremmo in numero cospicuo, nella guerra del 1940 gli arruolamenti volontari raggiunsero una cifra assai più alta, poiché la propaganda impostata dal governo e dal partito fascista in favore dell'intervento trovò nel susseguirsi delle vittorie tedesche temi facili di penetrazione e di convinzione soprattutto nell'anima popolare.
Le sinistre protestano perchè nell'ottobre del 1922 il Re consegnò il governo a Mussolini senza la designazione parlamentare - ma sono proprio queste stesse sinistre che nel maggio del 1915 avevano provocato la ricostituzione del Governo Salandra al di fuori del Parlamento. Le sinistre si accaniscono ancora contro il Re specialmente perchè nel 1940 dichiarò la guerra senza consultare la Camera. Ma se la Camera era addomesticata ed avrebbe dato a Mussolini non una, ma dieci approvazioni! Indipendentemente da questa considerazione, non dice l'art. 5 dello Statuto che «il Re dichiara la guerra»? Senza alcuna consultazione delle Camere ben inteso.
E volendo pur attenersi alla rigida osservanza delle consuetudini costituzionali, rammentiamo a questi critici, troppo interessati per essere sereni, che quando Giolitti abbandonò nel 1921 l 'Albania senza interpellare la Camera , essi lo applaudirono. E così quando Sforza regalò, di soppiatto, Porto Barros alla Jugoslavia senza autorizzazione alcuna del Parlamento.
Eppure anche qui lo Statuto, sempre all'art. 5 parla chiaro: «I trattati che importassero variazioni di territorio dello Stato, non avranno effetto se non dopo ottenuto l'assenso delle Camere ». Invece la cessione fu fatta alla chetichella, di nascosto, dal sig. Sforza, e le sinistre applaudirono. Applaudirono alla cessione di Porto Barros, gioirono per l'abbandono dell'Albania, come nel 1896 gridavano Viva Menelik, nel 1921 invocavano Lenin, nel 1936 auguravano la vittoria del Negus e nel 1943 inneggiavano ai bombardieri anglo-americani che massacravano la popolazione inerme. In altri termini le sinistre gridano allo scandalo quando lo Statuto viene scrupolosamente osservato ed applaudono quando un loro compare agisce ai danni della Nazione.
E' l'imposizione alle rinunce che costituisce infrazione alla Costituzione e non la dichiarazione di guerra, tanto più quando questa è preceduta dal consenso popolare.
(1) In alcune aziende tipografiche da me visitate in quel giorno dove le maestranze erano notoriamente avverse al regime queste abbandonavano il lavoro per recarsi in piazza Venezia con le bandierine sul cappello convinte che con la disfatta dell'Inghilterra l'Italia si sarebbe arricchita a dismisura: «Ci prenderemo le sue colonie e tutto il suo oro, andremo al lavoro in automobile ed avremo tutti i giorni il pollo in pentola». Era il ritornello che risuonava fra le masse e coi quale si era imbottito loro il cranio; masse illuse sì, ma animate da spirito guerriero imbevute di quella tale morale eroica che, portata all'esasperazione dalla propaganda fascista aveva creato un clima di pericoloso fanatismo. Ma oramai non si poteva più tornare indietro.
Nessun commento:
Posta un commento