NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 14 marzo 2015

La Monarchia e il Fascismo - undicesimo capitolo - I

COME LE SINISTRE HANNO FATTO SCEMPIO DELLO STATUTO E DELLA MORALE POLITICA

La paura movente dell'Esarchia repubblicana - Croce e Sforza collaboratori della disfatta. - I Comitati di Liberazione Nazionale e la decadenza della classe intellettuale.

25 luglio e 8 settembre - 7 giugno 1944: i giacobini dell'Esarchia si organizzano per riversare sul Sovrano le loro responsabilità.

Il 25 luglio è salutato dal popolo italiano con dimostrazioni di giubilo e con acclamazioni al Re. Masse, disilluse per aver creduto nella guerra facile e vittoriosa, nella guerra lampo, ritornano fiduciose al Sovrano per affidarsi alla sua saggezza. Ma i responsabili sono in agguato. Essi sanno benissimo che nella revisione del passato le loro responsabilità emergerebbero alla luce del sole ed il popolo ingannato ne chiederebbe loro conto. Nello scatenamento delle vendette contro il regime fascista è facile coinvolgere la Monarchia: i popoli, nelle grandi catastrofi mirano sempre alla ricerca di qualcuno cui addossare le colpe delle loro follie. Quando viene indicato il bersaglio nella persona del Sovrano, questi si trova preso fra due fuochi da parte dei repubblicani di Salò e dagli antifascisti preoccupati soltanto di sfuggire alle responsabilità. Le due forze antagonistiche sono solidali fra di loro così come lo furono dal 1919 al 1921. Ma se il fascismo lotta ancora per la salvezza di un principio con aneliti di patriottismo, l'antifascismo esprime soprattutto vendetta. Per questo la caduta della Monarchia vorrebbe dire il soddisfacimento di appetiti troppo a lungo repressi e di ambizioni personali. La direzione di tale atteggiamento nefasto per il Paese viene assunto dal Partito d'Azione, un partito così detto di intellettuali composto di generali senza soldati, tutti aspiranti alle alte cariche, di presidente della Repubblica o di ministro o per lo meno a posti ben retribuiti. E così sarà. Niente di originale scaturì da questo partito: teorie professorali di gente digiuna di politica, dotata soltanto di grande presunzione e di ambizioni sfrenate. Mai partito si presentò alla ribalta con tanta mancanza di fede. E così l'Italia diventò la preda di un branco di speculatori politici avidi soltanto di prebende e di potere. E fu il periodo più triste della nostra vita nazionale, avvolti come fummo dal «vento del nord», quell'atmosfera che legalizzò ogni sorta di soprusi e di delitti. Soffocata la «libertà dal timore» vengono gettate le premesse della futura Repubblica così detta «democratica» che non tollera avversari.

Con una malvagità senza precedenti nella storia d'Italia viene scatenata la campagna di diffamazione contro Casa Savoia e non si risparmiano nemmeno le donne, che una propagandista repubblicana chiamava alla radio «baldracche imbellettate». I repubblicani storici scendono ad un livello così basso da fare arrossire di vergogna repubblicani degni di questo nome. Fu allora che il marchese Falcone Lucifero definiva «linguaggio da postribolo» le concioni dell'ex fascista generale Azzi e degli onn. Pacciardi e Giovanni Conti. Il 14 agosto il Pacciardi tiene un comizio al Brancaccio di Roma. L'Italia Nuova ne fa la cronaca e conclude: «Non intendiamo neppure trattare con serietà e con rispetto un oratore ed una assemblea che riassumono con parolacce la loro professione di fede». Il linguaggio, a dire di alcuni presenti, è semplicemente ributtante. In questa campagna si trovano uniti in fraterno connubio comunisti e democristiani, socialdemocratici, azionisti e repubblicani e purtroppo anche parte, dei liberali i quali pertanto non hanno il coraggio di alzare la bandiera della bianca croce Sabauda. E' la lega dell'antirisorgimento che si dispone ad infrangere l'Unità nazionale.

Fra queste ventate di diffamazione, di odio e di rancore, di turpiloquio e di vituperio, si prepara la rinascita del Paese. Gli incitamenti di radio Bari alla caccia all'uomo sfociarono nei delitti e nelle repressioni, nei massacri più feroci anche perchè oltre la linea gotica, nelle zone ancora occupate dai tedeschi le formazioni partigiane sfuggono al controllo di un Comando unico e, lungi dall'avere un aspetto militare assumono quello di bande politiche irregolari le quali più che compiere operazioni vere e proprie di guerra sì abbandonano alla guerriglia civile. Ce ne dà conferma lo stesso generale Raffaele Cadorna nel suo volume La riscossa, dove egli documenta che un comando unico, una direzione unica non vi fu mai. Il movimento partigiano fu soprattutto un fenomeno comunista avallato dai socialisti e dagli azionisti che impedirono sempre che le bande avessero un contenuto nazionale «in quei tempi il dichiararsi apolitici, il dare cioè alla lotta di liberazione il solo carattere patriottico senza un tantino di sfondo sociale progressivo equivaleva a essere reazionari» (pag. 167). Per questo il Comitato di Liberazione piemontese ostacolava le formazioni autonome di Mauri, Enrico Bastoni puramente militari. Il Mauri, «tipo moderno di condottiero brevettato alla scuola di guerra» fu uno dei primi ad iniziare la resistenza, ma i comunisti garibaldini che avevano le formazioni più forti, cercavano con sistemi sbrigativi di sbarazzarsi dei concorrenti» (pagg. 169 e 181). A Milano compaiono manifesti con la grande forca di Piazzale Loreto, destinata, ammonisce la dicitura, ai monarchici. A tanto arriva la... libertà democratica repubblicana! Le bande autonome di Mauri, con la Franchi di Edgardo Sogno e con la Osoppo del capitano De Gregorio (« Bolla »), sono le sole passate all'azione ispirate da un sentimento nazionale, immuni da passioni politiche. Le zone sotto la loro influenza sono quelle che hanno avuto il minimo di giustiziati. I loro seguaci si sono dati alla macchia per non venir meno al giuramento prestato al Re. Le altre bande, tanto quelle comuniste che le aderenti ai partiti socialista e d'azione, democristiane comprese, ebbero carattere repubblicano e di partito. Quindi vennero a trovarsi sullo stesso piano delle brigate nere di Salò. Partigiani e fascisti sono fuori della realtà, entrambi al servizio dello straniero che attraverso questi estremisti rinfocola la lotta civile intesa a dividere gli italiani.

Ammette il Cadorna che l'ordine dell'insurrezione alla fine di aprile venne dato a sua insaputa da un Comitato insurrezionale formato dai tre partiti di sinistra i quali avevano estromesso democristiani e liberali: «Sotto la maschera dell'insurrezione nazionale a carattere patriottico, scrive il Cadorna, i comunisti perseguono i loro fini particolari: impadronirsi delle leve di comando, eliminare i nemici scomodi, assorbire quelli che possono riuscire utili, ricattare quelli che sono in condizioni di pagare» (pag. 265). Essi non nascondono il loro giuoco che è quello di impossessarsi del potere ed a tal fine «si erano scatenati, coi più raffinati sistemi di propaganda, l'odio e la illegalità» (pag. 266). In una Relazione sulla situazione politica del biellese è detto chiaramente che i membri comunisti dei Comitati di L., i capi formazioni, i commissari politici, ecc. hanno per scopo di «costituire con ogni mezzo squadre armate prettamente comuniste per tentare al momento favorevole una sollevazione generale del proletariato» e proclamano apertamente di volere «in un modo od in un altro, occupare le fabbriche comunque e contro chiunque» (pag. 345). In questo modo dice Cadorna «si sanzionò la responsabilità delle classi dirigenti e la irresponsabilità del popolo negli errori del passato e in nome di questa irresponsabilità, cioè altrettanta incapacità di ieri, si vorrebbe oggi affidargli le redini dello Stato!».
Il punto esclamativo non è nostro, ma del generale Cadorna che mette in esso tutta la disillusione provata nel vivere per oltre un anno fra i dirigenti i Comitati di L. accusati peraltro di incapacità dai combattenti stessi, dei quali conferma le esigue schiere, cresciute
a dismisura soltanto all'atto della liberazione: «un semplice fazzoletto rosso al collo bastava a tramutare un pacifico operaio o un contadino in un partigiano persuaso di avere acquistato larghe benemerenze nella liberazione della Patria » (pag. 160). Tattica molto abile senza dubbio, che consacrò lo spirito informatore della lotta partigiana: essa fu soprattutto una campagna elettorale scatenata dai partiti di sinistra (pag. 189), dove in tanta anarchia approfittavano i piccoli capitani di ventura per curare i loro affari personali.

Nell'Istria e nella Dalmazia i partigiani slavi sopprimono le popolazioni di interi paesi: donne, vecchi e bambini sono gettati nelle foibe con le mani legate dietro la schiena. In una sola foiba, narra il Bollettino inform. della Marina, furono trovati 800 cadaveri. In tanta orgia sanguinaria i nostri Comitati davano ragione agli slavi e trascurando i partigiani triestini, oasi di religioso patriottismo. Nella Carnia le azioni dei partigiani non hanno altro risultato che quello di provocare l'occupazione dei mongoli del generale Krasnov. Altrettanto inutile l'insurrezione dell'Ossola, finita in una sconfitta per la fuga in Svizzera dei dirigenti il Comitato di L. Per l'eccidio di Piazzale Loreto dell'agosto del 1944 i tedeschi fucilarono 15 cittadini: è vero che il Comitato di L. proclamò lo sciopero generale, ma nessuno si astenne dal lavoro. Queste azioni non influirono sulla durata della guerra ed all'inutilità degli eccidi della innocente popolazione si aggiunge l'inutile sacrificio di tanti partigiani le cui azioni provocavano - oltre le rappresaglie sugli inermi anche quelle sugli stessi combattenti; sia d'esempio l'inutile sacrificio dei 700 partigiani del Grappa catturati dai tedeschi, quello degli 8 condannati a morte di Torino col generale Perotti in testa, impiccati al ponte degli Allocchi a Ravenna ed una infinità di altri generosi andati inutilmente- al sacrificio. A Torino i giustiziati sono oltre 5.000: comandante dei partigiani è il generale Trabucchi, attualmente in carriera e sollecito persecutore degli ufficiali monarchici al Corpo d'Armata di Firenze. Alle volte gli Alleati devono intervenire minacciando bombardamenti per far cessare le orrende carneficine, specialmente per l'uccisione di migliaia e migliaia di prigionieri dopo la resa e dopo l'armistizio, a guerra finita, quando cioè già avevano deposto le armi. Gli Alleati eccitarono i partigiani ai massacri ma poi non vollero assumersi le responsabilità di tanti orrori e concordarono nel negarne qualsiasi utilità ai fini della guerra.

Sulla situazione della resistenza nell’Alta Italia troviamo conferma alle nostre informazioni personali nella pubblicazione del Simiani La lotta partigiana (Ed. Omnia): le forze erano in Lombardia forse di 6.000 combattenti, a Bologna e provincia intorno ai 1500 diventati improvvisamente 20.000 il giorno dell'ingresso degli Alleati. L'inchiesta del Simiani, la più seria e obiettiva finora compiuta, ci pone davanti a particolari raccapriccianti ai quali può arrivare la guerra civile alimentata dall'odio predicato da dirigenti irresponsabili coperti dalla maschera del patriottismo. Egli descrive come si prelevassero le persone per la sola indicazione dai al fascista. «In molti casi purtroppo si trattava di losche faccende di amori o di vendette senza ombra di colpa politica e tuttavia il disgraziato se capitava dinanzi a qualche comando poco scrupoloso, veniva messo a morte. Si ebbero anche casi di persone prelevate per carpire loro danaro rilasciate anche se meritevoli di punizione, mediante 1'esborso di cifre notevoli. in mezzo a questo stato cose che andavano generalizzandosi, migliaia di persone incontravano la morte senza subire giudizi, senza essersi potute appellare, quasi sempre prive di conforti religiosi, raramente col permesso di inviare un estremo saluto ai famigliari».

Gli orrori ai quali si trascese nella città di Bologna, dove il Simiani calcola vi siano stati 1.300 giustiziati, altri 1000 in provincia di cui 800 non identificali, sono così narrati: «I morti venivano abbandonati sulle piazze o per le strade e talvolta oltraggiati. All'osservatore occasionale o al forestiero capitato per caso poteva sorgere il dubbio che la città fosse colpita da una nuova specie di furore collettivo a carattere epidemico. Chiunque poteva chiedere se invece di trovarsi in una città famosa per la cultura e per lo spirito degli abitanti, fosse capitato in qualche provincia asiatica in preda ad una feroce follia omicida dettata dal fanatismo religioso».


Non fu dunque quella dei partigiani una guerra guerreggiata. All'infuori del ristretto cerchio delle bande autonome delle Langhe sotto la guida del Mauri, della Franchi e della Osoppo, in generale le altre a sfondo estremista non ebbero una funzione di guerra aperta, ma assunsero spiccato carattere di vera e propria guerra civile, che si scatenò con crudeltà raccapricciante nei giorni susseguenti la liberazione, durante l'insurrezione e che culminò nello spettacolo di Piazzale Loreto, una pagina che i ciellenisti ascrivono a loro onore (Togliatti la chiamò «la più bella pagina della storia d’Italia»), ma che desterebbe orrore anche fra i selvaggi della jungla. Se non fosse stata una manifestazione di partiti associati sui quali va gettata la responsabilità di tanta infamia, questo episodio di barbarie e crudeltà disonorerebbe l'Italia. Va ascritto a disdoro dei partiti comunista e socialista, liberale e democrazia cristiana, partito d'azione e demolaburista l'avere instaurato in Italia il regime del terrore nel momento in cui la Patria, cessato il conflitto armato, si dibatteva per salvare nella pace la sua dignità nazionale. Tutto è stato fatto per aggravare la sconfitta, per umiliare l'Italia al solo ed unico scopo di poter dire «abbiamo avuto ragione ».

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