COME
LE SINISTRE HANNO FATTO SCEMPIO DELLO STATUTO E DELLA MORALE POLITICA
La
paura movente dell'Esarchia repubblicana - Croce e Sforza collaboratori della
disfatta. - I Comitati di Liberazione Nazionale e la decadenza della classe
intellettuale.
25
luglio e 8 settembre - 7 giugno 1944: i giacobini dell'Esarchia si organizzano
per riversare sul Sovrano le loro responsabilità.
Il
25 luglio è salutato dal popolo italiano con dimostrazioni di giubilo e con
acclamazioni al Re. Masse, disilluse per aver creduto nella guerra facile e
vittoriosa, nella guerra lampo, ritornano fiduciose al Sovrano per affidarsi alla
sua saggezza. Ma i responsabili sono in agguato. Essi sanno benissimo che nella
revisione del passato le loro responsabilità emergerebbero alla luce del sole
ed il popolo ingannato ne chiederebbe loro conto. Nello scatenamento delle
vendette contro il regime fascista è facile coinvolgere
Con
una malvagità senza precedenti nella storia d'Italia viene scatenata la
campagna di diffamazione contro Casa Savoia e non si risparmiano nemmeno le
donne, che una propagandista repubblicana chiamava alla radio «baldracche
imbellettate». I repubblicani storici scendono ad un livello così basso da fare
arrossire di vergogna repubblicani degni di questo nome. Fu allora che il
marchese Falcone Lucifero definiva «linguaggio da postribolo» le concioni
dell'ex fascista generale Azzi e degli onn. Pacciardi e Giovanni Conti. Il 14
agosto il Pacciardi tiene un comizio al Brancaccio di Roma. L'Italia Nuova ne fa
la cronaca e conclude: «Non intendiamo neppure trattare con serietà e con
rispetto un oratore ed una assemblea che riassumono con parolacce la loro professione
di fede». Il linguaggio, a dire di alcuni presenti, è semplicemente ributtante.
In questa campagna si trovano uniti in fraterno connubio comunisti e
democristiani, socialdemocratici, azionisti e repubblicani e purtroppo anche
parte, dei liberali i quali pertanto non hanno il coraggio di alzare la
bandiera della bianca croce Sabauda. E' la lega dell'antirisorgimento che si dispone
ad infrangere l'Unità nazionale.
Fra
queste ventate di diffamazione, di odio e di rancore, di turpiloquio e di
vituperio, si prepara la rinascita del Paese. Gli incitamenti di radio Bari
alla caccia all'uomo sfociarono nei delitti e nelle repressioni, nei massacri
più feroci anche perchè oltre la linea gotica, nelle zone ancora occupate dai
tedeschi le formazioni partigiane sfuggono al controllo di un Comando unico e,
lungi dall'avere un aspetto militare assumono quello di bande politiche
irregolari le quali più che compiere operazioni vere e proprie di guerra sì
abbandonano alla guerriglia civile. Ce ne dà conferma lo stesso generale
Raffaele Cadorna nel suo volume La riscossa, dove egli documenta che un comando
unico, una direzione unica non vi fu mai. Il movimento partigiano fu
soprattutto un fenomeno comunista avallato dai socialisti e dagli azionisti che
impedirono sempre che le bande avessero un contenuto nazionale «in quei tempi
il dichiararsi apolitici, il dare cioè alla lotta di liberazione il solo
carattere patriottico senza un tantino di sfondo sociale progressivo equivaleva
a essere reazionari» (pag. 167). Per questo il Comitato di Liberazione
piemontese ostacolava le formazioni autonome di Mauri, Enrico Bastoni puramente
militari. Il Mauri, «tipo moderno di condottiero brevettato alla scuola di
guerra» fu uno dei primi ad iniziare la resistenza, ma i comunisti garibaldini
che avevano le formazioni più forti, cercavano con sistemi sbrigativi di
sbarazzarsi dei concorrenti» (pagg. 169 e 181). A Milano compaiono manifesti
con la grande forca di Piazzale Loreto, destinata, ammonisce la dicitura, ai
monarchici. A tanto arriva la... libertà democratica repubblicana! Le bande
autonome di Mauri, con la
Franchi di Edgardo Sogno e con la Osoppo del capitano De
Gregorio (« Bolla »), sono le sole passate all'azione ispirate da un sentimento
nazionale, immuni da passioni politiche. Le zone sotto la loro influenza sono
quelle che hanno avuto il minimo di giustiziati. I loro seguaci si sono dati
alla macchia per non venir meno al giuramento prestato al Re. Le altre bande,
tanto quelle comuniste che le aderenti ai partiti socialista e d'azione, democristiane
comprese, ebbero carattere repubblicano e di partito. Quindi vennero a trovarsi
sullo stesso piano delle brigate nere di Salò. Partigiani e fascisti sono fuori
della realtà, entrambi al servizio dello straniero che attraverso questi
estremisti rinfocola la lotta civile intesa a dividere gli italiani.
Ammette
il Cadorna che l'ordine dell'insurrezione alla fine di aprile venne dato a sua
insaputa da un Comitato insurrezionale formato dai tre partiti di sinistra i
quali avevano estromesso democristiani e liberali: «Sotto la maschera
dell'insurrezione nazionale a carattere patriottico, scrive il Cadorna, i
comunisti perseguono i loro fini particolari: impadronirsi delle leve di
comando, eliminare i nemici scomodi, assorbire quelli che possono riuscire utili,
ricattare quelli che sono in condizioni di pagare» (pag. 265). Essi non
nascondono il loro giuoco che è quello di impossessarsi del potere ed a tal
fine «si erano scatenati, coi più raffinati sistemi di propaganda, l'odio e la
illegalità» (pag. 266). In una Relazione sulla situazione politica del biellese
è detto chiaramente che i membri comunisti dei Comitati di L., i capi
formazioni, i commissari politici, ecc. hanno per scopo di «costituire con ogni
mezzo squadre armate prettamente comuniste per tentare al momento favorevole
una sollevazione generale del proletariato» e proclamano apertamente di volere
«in un modo od in un altro, occupare le fabbriche comunque e contro chiunque»
(pag. 345). In questo modo dice Cadorna «si sanzionò la responsabilità delle
classi dirigenti e la irresponsabilità del popolo negli errori del passato e in
nome di questa irresponsabilità, cioè altrettanta incapacità di ieri, si
vorrebbe oggi affidargli le redini dello Stato!».
Il
punto esclamativo non è nostro, ma del generale Cadorna che mette in esso tutta
la disillusione provata nel vivere per oltre un anno fra i dirigenti i Comitati
di L. accusati peraltro di incapacità dai combattenti stessi, dei quali
conferma le esigue schiere, cresciute
a
dismisura soltanto all'atto della liberazione: «un semplice fazzoletto rosso al
collo bastava a tramutare un pacifico operaio o un contadino in un partigiano
persuaso di avere acquistato larghe benemerenze nella liberazione della Patria
» (pag. 160). Tattica molto abile senza dubbio, che consacrò lo spirito
informatore della lotta partigiana: essa fu soprattutto una campagna elettorale
scatenata dai partiti di sinistra (pag. 189), dove in tanta anarchia
approfittavano i piccoli capitani di ventura per curare i loro affari
personali.
Nell'Istria
e nella Dalmazia i partigiani slavi sopprimono le popolazioni di interi paesi:
donne, vecchi e bambini sono gettati nelle foibe con le mani legate dietro la
schiena. In una sola foiba, narra il Bollettino inform. della Marina, furono
trovati 800 cadaveri. In tanta orgia sanguinaria i nostri Comitati davano
ragione agli slavi e trascurando i partigiani triestini, oasi di religioso
patriottismo. Nella Carnia le azioni dei partigiani non hanno altro risultato
che quello di provocare l'occupazione dei mongoli del generale Krasnov.
Altrettanto inutile l'insurrezione dell'Ossola, finita in una sconfitta per la
fuga in Svizzera dei dirigenti il Comitato di L. Per l'eccidio di Piazzale
Loreto dell'agosto del 1944 i tedeschi fucilarono 15 cittadini: è vero che il
Comitato di L. proclamò lo sciopero generale, ma nessuno si astenne dal lavoro.
Queste azioni non influirono sulla durata della guerra ed all'inutilità degli
eccidi della innocente popolazione si aggiunge l'inutile sacrificio di tanti
partigiani le cui azioni provocavano - oltre le rappresaglie sugli inermi anche
quelle sugli stessi combattenti; sia d'esempio l'inutile sacrificio dei 700
partigiani del Grappa catturati dai tedeschi, quello degli 8 condannati a morte
di Torino col generale Perotti in testa, impiccati al ponte degli Allocchi a
Ravenna ed una infinità di altri generosi andati inutilmente- al sacrificio. A
Torino i giustiziati sono oltre 5.000: comandante dei partigiani è il generale
Trabucchi, attualmente in carriera e sollecito persecutore degli ufficiali
monarchici al Corpo d'Armata di Firenze. Alle volte gli Alleati devono
intervenire minacciando bombardamenti per far cessare le orrende carneficine,
specialmente per l'uccisione di migliaia e migliaia di prigionieri dopo la resa
e dopo l'armistizio, a guerra finita, quando cioè già avevano deposto le armi.
Gli Alleati eccitarono i partigiani ai massacri ma poi non vollero assumersi le
responsabilità di tanti orrori e concordarono nel negarne qualsiasi utilità ai
fini della guerra.
Sulla
situazione della resistenza nell’Alta Italia troviamo conferma alle nostre
informazioni personali nella pubblicazione del Simiani La lotta partigiana (Ed.
Omnia): le forze erano in Lombardia forse di 6.000 combattenti, a Bologna e
provincia intorno ai 1500 diventati improvvisamente 20.000 il giorno
dell'ingresso degli Alleati. L'inchiesta del Simiani, la più seria e obiettiva
finora compiuta, ci pone davanti a particolari raccapriccianti ai quali può
arrivare la guerra civile alimentata dall'odio predicato da dirigenti
irresponsabili coperti dalla maschera del patriottismo. Egli descrive come si
prelevassero le persone per la sola indicazione dai al fascista. «In molti casi
purtroppo si trattava di losche faccende di amori o di vendette senza ombra di
colpa politica e tuttavia il disgraziato se capitava dinanzi a qualche comando
poco scrupoloso, veniva messo a morte. Si ebbero anche casi di persone
prelevate per carpire loro danaro rilasciate anche se meritevoli di punizione,
mediante 1'esborso di cifre notevoli. in mezzo a questo stato cose che andavano
generalizzandosi, migliaia di persone incontravano la morte senza subire
giudizi, senza essersi potute appellare, quasi sempre prive di conforti
religiosi, raramente col permesso di inviare un estremo saluto ai famigliari».
Gli
orrori ai quali si trascese nella città di Bologna, dove il Simiani calcola vi
siano stati 1.300 giustiziati, altri 1000 in provincia di cui 800 non identificali,
sono così narrati: «I morti venivano abbandonati sulle piazze o per le strade e
talvolta oltraggiati. All'osservatore occasionale o al forestiero capitato per
caso poteva sorgere il dubbio che la città fosse colpita da una nuova specie di
furore collettivo a carattere epidemico. Chiunque poteva chiedere se invece di
trovarsi in una città famosa per la cultura e per lo spirito degli abitanti,
fosse capitato in qualche provincia asiatica in preda ad una feroce follia
omicida dettata dal fanatismo religioso».
Non
fu dunque quella dei partigiani una guerra guerreggiata. All'infuori del
ristretto cerchio delle bande autonome delle Langhe sotto la guida del Mauri,
della Franchi e della Osoppo, in generale le altre a sfondo estremista non
ebbero una funzione di guerra aperta, ma assunsero spiccato carattere di vera e
propria guerra civile, che si scatenò con crudeltà raccapricciante nei giorni
susseguenti la liberazione, durante l'insurrezione e che culminò nello
spettacolo di Piazzale Loreto, una pagina che i ciellenisti ascrivono a loro
onore (Togliatti la chiamò «la più bella pagina della storia d’Italia»), ma che
desterebbe orrore anche fra i selvaggi della jungla. Se non fosse stata una manifestazione
di partiti associati sui quali va gettata la responsabilità di tanta infamia,
questo episodio di barbarie e crudeltà disonorerebbe l'Italia. Va ascritto a
disdoro dei partiti comunista e socialista, liberale e democrazia cristiana,
partito d'azione e demolaburista l'avere instaurato in Italia il regime del
terrore nel momento in cui la
Patria , cessato il conflitto armato, si dibatteva per salvare
nella pace la sua dignità nazionale. Tutto è stato fatto per aggravare la
sconfitta, per umiliare l'Italia al solo ed unico scopo di poter dire «abbiamo
avuto ragione ».
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