NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 7 febbraio 2015

La Monarchia e il Fascismo - decimo capitolo - III

Mussolini primo Maresciallo. Il Re protesta ma il popolo acclama.

La doppia "greca" da Primo Maresciallo dell'Impero
immagine tratta da www.tuttomilitare.it
Dichiarata la guerra al negus nell'ottobre del 1936, la popolazione delle grandi e piccole città accompagna i soldati partenti con fiaccolate, luminarie e cortei. La conquista dell'Etiopia sarà la soluzione del problema della nostra preoccupante super popolazione. Sopraggiungono le sanzioni che stringono ancora più il popolo italiano intorno a Mussolini: fuorusciti e confinati, da Bergamo a Bencivenga, si ricredono ed augurano all'Italia esito vittorioso della guerra, uomini politici appartati, come V.E. Orlando, offrono a Mussolini la loro solidarietà per la intrapresa conquista. E' a Mussolini che si rivolgono e non al Re. Il Duce del fascismo è considerato il Capo dello Stato, egli solo rappresenta l'Italia, trasformata oramai in Repubblica totalitaria.

Alla fine di marzo del 1938 le piazze, d'Italia sono ancora piene dei clamori che hanno salutato la vittoriosa conquista, ed il giorno 30 viene annunciato un discorso di Mussolini in Senato, mentre la Camera è convocata in seduta straordinaria. Egli parla per oltre un'ora fra continue acclamazioni e le sue parole sono tante note di uno squillo di guerra. La conclusione dà l'immagine di quanto egli abbia potuto dire:

MUSSOLINI: « La storia - anche la nostra - ci dimostra che fu sempre fatale il dissidio fra la condotta politica e quella militare della guerra (applausi): nell'Italia del Littorio questo pericolo non esiste: in Italia la guerra come fu in Africa, sarà guidata agli ordini del Re da uno solo, da chi vi parla (applausi vivissimi, si grida: Duce! Duce!) se - ancora una volta - questo grave compito gli sarà riservato dal Destino».

Alla fine del discorso, «tutto il Senato scatta in piedi e applaude lungamente esaltando il Duce con ardente entusiasmo. Si leva il canto di «Giovinezza» che prorompe impetuoso dal petto di tutti i presenti».

«Su proposta dei Senatori Grande Ammiraglio Thaon di Revel, Badoglio e Piccio, il Senato delibera l'affissione del discorso» (1).

Intanto alla Camera dei deputati il Presidente Costanzo Ciano, con riferimento al discorso pronunciato poco prima al Senato dal Duce, sottopone all'approvazione dell'assemblea la seguente proposta di legge:

Art. I. - «E' creato il grado di Primo Maresciallo dell'Impero (Vibranti fervidissime acclamazioni).

Art. 2. - « Tale grado è conferito a S.M. il Re


Imperatore (Vivissimi generali prolungati applausi grida ripetute di Viva il Re! - Nuove calorosissime acclamazioni. Il Presidente ordina il saluto al Re e la Camera risponde con un grido altissimo: Viva il Re!)... e a Benito Mussolini, Duce del fascismo ».

(La Camera prorompe in una irrefrenabile ovazione che si protrae a lungo fra grida continuate di: Duce! Duce! - Il Presidente ordina il saluto al Duce e la Camera risponde- A Noi!).

«Il Presidente propone che l'approvazione della proposta di legge venga fatta esclusivamente per acclamazioni e l'assemblea scatta in vivissime entusiastiche ovazioni.

«Indi aggiunge: «Camerati, questa proposta di legge che la Camera, la quale oggi si sente, più che mai sovrana interprete del popolo italiano, ha or ora approvato sarà recata da noi stessi al Senato del Regno» (Vivissime acclamazioni - Grida ripetute di Duce! Duce!) (2).

La seduta è durata precisamente 10 minuti. Poi i deputati escono incolonnati guidati da Starace e da Ciano, dai membri del Direttorio del Partito, dai presidenti delle Associazioni mutilati e combattenti, e si recano al Senato a reclamare l’approvazione della legge. Il Senato non chiede di meglio.

«PRESIDENTE FEDERZONI: «Camerati senatori, mi perviene dal Presidente della Camera fascista la seguente proposta di legge che è stata dianzi approvata dall'altro ramo del Parlamento e per la quale vi domando discussione di urgenza» (Il Senato approva per acclamazione).


«Il Presidente nomina una Commissione la quale è incaricata di riferire fra cinque minuti. Ed essa, composta dei senatori Ducci, Ferrari, Mosconi, Perrone Compagni, Piccio, Romei Longhena, Ruffo di Calabria, entro il termine stabilito propone che «la proposta di legge sia votata per acclamazione» (Vivissimi, generati e prolungati applausi).

«STARACE, Ministro Segretario del Partito: «Per il Senato fascista Eía! Eia! Eia! (Tutta l'assemblea risponde: Alala!).

«La proposta di legge è approvata» (3).

Durante le sedute Piazza Venezia rigurgita di popolo acclamante accorso ad ascoltare la parola del Duce trasmessa dagli altoparlanti. Quando ha detto che l'Italia possiede la flotta sottomarina più potente del inondo l'entusiasmo si è fatto delirante. Si gettano cappelli in aria, si agitano fazzoletti. Poi il Duce, rientrato a Palazzo Venezia si affaccia al balcone una, due, cinque volte, otto volte per rispondere alle acclamazioni del popolo autentico che ha abbandonato le officine, popolane che levano alti nelle braccia i piccoli figlioli, ufficiali e soldati. In provincia l'entusiasmo per le sparate guerriere del Capo del governo non è minore che a Roma. Città e paesi gareggiano in adunanze e dimostrazioni pubbliche. Si va creando quella psicosi di guerra, quella deformazione mentale delle folle che può portare al trionfo ma anche alla catastrofe perché una volta scatenate le masse non si fermano che quando arrivano al fondo del precipizio. E allora incolpano i capi ai quali però si ribellerebbero qualora osassero trattenerle nelle ore decisive.

L'unico che resiste al non senso del primo maresciallato è il Re. E fa quello che può fare un Monarca al quale a poco a poco, lentamente, sistematicamente, democraticamente, hanno tolto ogni potere sovrano. Lo dice lo stesso Mussolini nella sua Storia di un anno, quando descrive che nel colloquio per la firma della legge il Re era eccitatissimo. «Era pallido di collera. Il mento gli tremava: - Questa, dice il Re, è la più grossa di tutte! Data l'imminenza di una crisi internazionale non voglio aggiungere altra carne al fuoco, ma in altri tempi piuttosto che subire questo affronto, avrei preferito abdicare».

Mussolini chiese il parere del prof. Santi Romano, Presidente del Consiglio di Stato, «il quale mandò una memoria di poche pagine, in cui dimostrava con rigore logico che il Parlamento poteva fare ciò che aveva fatto e che insignendo il Duce di un grado militare non ancora esistente nella gerarchia, di tale grado doveva essere anche insignito il Re, nella sua qualità di Capo Supremo di detta gerarchia. Ma il Re continuò a protestare anche dopo il responso del Romano che qualificò un pusillanime opportunista disposto a giustificare le tesi più assurde» (4).

Isolato e senza alcun potere di intervento, il Re si trova nella impossibilità di reagire. E così si arriva alla guerra con il comando delle forze armate operanti affidato a Mussolini per iniziativa di Badoglio, il quale, si offre di mettersi alle dirette dipendenze, in qualità di Capo di Stato Maggiore Generale, del Primo Maresciallo, trascurando il Re, il quale deve si, rimanere il capo dell'esercito, ma puramente nominale.

Del resto l'esercito stesso è tutto infatuato di Mussolini, e se vi saranno improvvise... crisi di coscienza all'ultimo momento, questo non esclude la responsabilità dei capi, sopratutto dello Stato Maggiore. Ecco quello che scriveva un suo luminare, il generale Giacomo Carboni, il 23 luglio 1933 data in cui Mussolini aveva assunto personalmente il Dicastero della guerra: «Di tanto in tanto, nella storia militare di tutti i popoli emerge una figura superiore che si impone, demolisce pregiudizi e superstizioni, svecchia costumi, infrange idoli, preparando quei tali eserciti, che allorquando vengono a cozzare con gli avversari, li mandano in frantumi». Cinque mesi dopo il Carboni trionfalmente annunzia: «La pesante macchina militare pilotata da un Nocchiero di Genio, ha subito preso un'andatura mussoliniana» «Quando il Duce enuncia un programma, ecco è già risolto a metà» - «La Milizia deve salvaguardarsene e difendere a mano armata le conquiste, della Rivoluzione» - «Il fascismo ha fatto miracoli modificando radicalmente l'anima del cittadino italiano. Motore unico di questa radicale trasformazione: la volontà del Duce».

Nel 1936 troviamo sempre del Carboni, questa mirabolante esaltazione: «Chi ha sollevato il popolo dalla neghittosa ignavia dei regimi democratici? Mussolini. Chi ha scatenato la giusta guerra al giusto momento? Mussolini. Chi ha fronteggiato con la spregiudicata chiaroveggenza del Genio e con la fermezza inflessibile dell'eroe la coalizione che ci stringeva? Mussolini. Chi ha impersonato il summus Dux vagheggiato in ogni tempo dai grandi pensatori militari? Mussolini». E pone l'astro «Dux» nella costellazione di «Ciro, Alessandro, Annibale, Cesare, Gustavo Adolfo, Crontwell, Federico II, Napoleone». Le giaculatorie non sono occasionali, ma sistematiche, di persona che dobbiamo credere convinta, poiché nel marzo 1939, cinque mesi dopo la faccenda dei Sudeti e 5 prima della conflagrazione mondiale, il Carboni scrive: «E' dunque tempo di ricordare i nomi che documentano la incomparabile feracità della nostra stirpe nella produzione di geni militari. Fabio Massimo, Scipione, Cesare, i capitani di ventura, Montecuccoli, Eugenio di Savoia, Napoleone, Garibaldi, e Mussolini». E poi ancora, dopo aver osannato alla «sovrumana saggezza ed al genio militare del Duce», proclama che «l'Italia ha un esercito provato al vaglio sicuro del fuoco: migliaia e migliaia di giovani elementi resi guerrieri dal clima del Littorio» (5).

Sicuro: nel clima del Littorio governo ed esercito, popolo e borghesia presero la mano al Re che nel momento tragico rimase travolto, senza possibilità di salvezza.

Non è compito del nostro studio l'esaminare la dichiarazione di guerra e di conseguenza la sua condotta, il 25 luglio e l'8 settembre tema trattato ampiamente da tecnici e da storici di valore. La nostra fatica mira a porre bene in evidenza il clima nel quale essa venne maturata e dichiarata, e conte le responsabilità - tutte le responsabilità, nessuna ne è esclusa derivanti dal regime fascista ed imputate a Vittorio Emanuele III, siano invece da imputarsi ai suoi accusatori, laddove emergono non già i fascisti di fede e di convinzioni, ma profittatori e cortigiani.

Perchè coloro i quali accusano la Monarchia di aver favorita la dittatura sono proprio quelli che la hanno provocata con le loro incontinenze od alimentata con l'aperta adesione.

Il Re non è stato che il capro espiatorio dei loro errori, delle loro colpe, del loro arrivismo.





(1) Atti parlamentari, Senato del Regno, I Sessione 1934-1938, vol. 4, pag. 3806.
(2) Atti parlarnentari, Camera dei Deputati, Sessione 19341938, vol. 4, pag. 4949.
(3) Atti parlamentari, Senato del Regno, id.
.
(4) La nomina spettava al Re, ma Camera e Senato violarono questa prerogativa statutaria

(5) Quando la guerra volge al peggio, dopo lo sbarco in Sicilia degli Alleati, il Carboni passa... dall'altra parte e prende contatto col movimento clandestino. Chiamato in causa per la mancata difesa di Roma, diventa acceso repubblicano ed accusa il Re di avere favorito Mussolini e l'avvento del fascismo

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