Mussolini primo Maresciallo. Il Re protesta ma il popolo acclama.
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| La doppia "greca" da Primo Maresciallo dell'Impero immagine tratta da www.tuttomilitare.it |
Dichiarata la guerra al negus nell'ottobre del 1936, la
popolazione delle grandi e piccole città accompagna i soldati partenti con
fiaccolate, luminarie e cortei. La conquista dell'Etiopia sarà la soluzione del
problema della nostra preoccupante super popolazione. Sopraggiungono le
sanzioni che stringono ancora più il popolo italiano intorno a Mussolini:
fuorusciti e confinati, da Bergamo a Bencivenga, si ricredono ed augurano
all'Italia esito vittorioso della guerra, uomini politici appartati, come V.E.
Orlando, offrono a Mussolini la loro solidarietà per la intrapresa conquista.
E' a Mussolini che si rivolgono e non al Re. Il Duce del fascismo è considerato
il Capo dello Stato, egli solo rappresenta l'Italia, trasformata oramai in
Repubblica totalitaria.
Alla fine di marzo del 1938 le piazze, d'Italia sono ancora
piene dei clamori che hanno salutato la vittoriosa conquista, ed il giorno 30
viene annunciato un discorso di Mussolini in Senato, mentre la Camera è convocata in
seduta straordinaria. Egli parla per oltre un'ora fra continue acclamazioni e
le sue parole sono tante note di uno squillo di guerra. La conclusione dà
l'immagine di quanto egli abbia potuto dire:
MUSSOLINI: « La storia - anche la nostra - ci dimostra che
fu sempre fatale il dissidio fra la condotta politica e quella militare della
guerra (applausi): nell'Italia del Littorio questo pericolo non esiste: in
Italia la guerra come fu in Africa, sarà guidata agli ordini del Re da uno
solo, da chi vi parla (applausi vivissimi, si grida: Duce! Duce!) se - ancora
una volta - questo grave compito gli sarà riservato dal Destino».
Alla fine del discorso, «tutto il Senato scatta in piedi e
applaude lungamente esaltando il Duce con ardente entusiasmo. Si leva il canto
di «Giovinezza» che prorompe impetuoso dal petto di tutti i presenti».
«Su proposta dei Senatori Grande Ammiraglio Thaon di Revel,
Badoglio e Piccio, il Senato delibera l'affissione del discorso» (1).
Intanto alla Camera dei deputati il Presidente Costanzo
Ciano, con riferimento al discorso pronunciato poco prima al Senato dal Duce,
sottopone all'approvazione dell'assemblea la seguente proposta di legge:
Art. I. - «E' creato il grado di Primo Maresciallo
dell'Impero (Vibranti fervidissime acclamazioni).
Art. 2. - « Tale grado è conferito a S.M. il Re
Imperatore (Vivissimi generali prolungati applausi grida
ripetute di Viva il Re! - Nuove calorosissime acclamazioni. Il Presidente
ordina il saluto al Re e la
Camera risponde con un grido altissimo: Viva il Re!)... e a
Benito Mussolini, Duce del fascismo ».
(La Camera
prorompe in una irrefrenabile ovazione che si protrae a lungo fra grida
continuate di: Duce! Duce! - Il Presidente ordina il saluto al Duce e la Camera risponde- A Noi!).
«Il Presidente propone che l'approvazione della proposta di
legge venga fatta esclusivamente per acclamazioni e l'assemblea scatta in
vivissime entusiastiche ovazioni.
«Indi aggiunge: «Camerati, questa proposta di legge che la Camera , la quale oggi si
sente, più che mai sovrana interprete del popolo italiano, ha or ora approvato
sarà recata da noi stessi al Senato del Regno» (Vivissime acclamazioni - Grida
ripetute di Duce! Duce!) (2).
La seduta è durata precisamente 10 minuti. Poi i deputati
escono incolonnati guidati da Starace e da Ciano, dai membri del Direttorio del
Partito, dai presidenti delle Associazioni mutilati e combattenti, e si recano
al Senato a reclamare l’approvazione della legge. Il Senato non chiede di
meglio.
«PRESIDENTE FEDERZONI: «Camerati senatori, mi perviene dal
Presidente della Camera fascista la seguente proposta di legge che è stata
dianzi approvata dall'altro ramo del Parlamento e per la quale vi domando
discussione di urgenza» (Il Senato approva per acclamazione).
«Il Presidente nomina una Commissione la quale è incaricata
di riferire fra cinque minuti. Ed essa, composta dei senatori Ducci, Ferrari,
Mosconi, Perrone Compagni, Piccio, Romei Longhena, Ruffo di Calabria, entro il termine
stabilito propone che «la proposta di legge sia votata per acclamazione»
(Vivissimi, generati e prolungati applausi).
«STARACE, Ministro Segretario del Partito: «Per il Senato
fascista Eía! Eia! Eia! (Tutta l'assemblea risponde: Alala!).
«La proposta di legge è approvata» (3).
Durante le sedute Piazza Venezia rigurgita di popolo
acclamante accorso ad ascoltare la parola del Duce trasmessa dagli
altoparlanti. Quando ha detto che l'Italia possiede la flotta sottomarina più
potente del inondo l'entusiasmo si è fatto delirante. Si gettano cappelli in
aria, si agitano fazzoletti. Poi il Duce, rientrato a Palazzo Venezia si
affaccia al balcone una, due, cinque volte, otto volte per rispondere alle
acclamazioni del popolo autentico che ha abbandonato le officine, popolane che
levano alti nelle braccia i piccoli figlioli, ufficiali e soldati. In provincia
l'entusiasmo per le sparate guerriere del Capo del governo non è minore che a
Roma. Città e paesi gareggiano in adunanze e dimostrazioni pubbliche. Si va
creando quella psicosi di guerra, quella deformazione mentale delle folle che
può portare al trionfo ma anche alla catastrofe perché una volta scatenate le
masse non si fermano che quando arrivano al fondo del precipizio. E allora
incolpano i capi ai quali però si ribellerebbero qualora osassero trattenerle
nelle ore decisive.
L'unico che resiste al non senso del primo maresciallato è
il Re. E fa quello che può fare un Monarca al quale a poco a poco, lentamente,
sistematicamente, democraticamente, hanno tolto ogni potere sovrano. Lo dice lo
stesso Mussolini nella sua Storia di un anno, quando descrive che nel colloquio
per la firma della legge il Re era eccitatissimo. «Era pallido di collera. Il
mento gli tremava: - Questa, dice il Re, è la più grossa di tutte! Data
l'imminenza di una crisi internazionale non voglio aggiungere altra carne al
fuoco, ma in altri tempi piuttosto che subire questo affronto, avrei preferito
abdicare».
Mussolini chiese il parere del prof. Santi Romano,
Presidente del Consiglio di Stato, «il quale mandò una memoria di poche pagine,
in cui dimostrava con rigore logico che il Parlamento poteva fare ciò che aveva
fatto e che insignendo il Duce di un grado militare non ancora esistente nella
gerarchia, di tale grado doveva essere anche insignito il Re, nella sua qualità
di Capo Supremo di detta gerarchia. Ma il Re continuò a protestare anche dopo
il responso del Romano che qualificò un pusillanime opportunista disposto a
giustificare le tesi più assurde» (4).
Isolato e senza alcun potere di intervento, il Re si trova
nella impossibilità di reagire. E così si arriva alla guerra con il comando
delle forze armate operanti affidato a Mussolini per iniziativa di Badoglio, il
quale, si offre di mettersi alle dirette dipendenze, in qualità di Capo di
Stato Maggiore Generale, del Primo Maresciallo, trascurando il Re, il quale
deve si, rimanere il capo dell'esercito, ma puramente nominale.
Del resto l'esercito stesso è tutto infatuato di Mussolini,
e se vi saranno improvvise... crisi di coscienza all'ultimo momento, questo non
esclude la responsabilità dei capi, sopratutto dello Stato Maggiore. Ecco
quello che scriveva un suo luminare, il generale Giacomo Carboni, il 23 luglio
1933 data in cui Mussolini aveva assunto personalmente il Dicastero della
guerra: «Di tanto in tanto, nella storia militare di tutti i popoli emerge una
figura superiore che si impone, demolisce pregiudizi e superstizioni, svecchia
costumi, infrange idoli, preparando quei tali eserciti, che allorquando vengono
a cozzare con gli avversari, li mandano in frantumi». Cinque mesi dopo il Carboni
trionfalmente annunzia: «La pesante macchina militare pilotata da un Nocchiero
di Genio, ha subito preso un'andatura mussoliniana» «Quando il Duce enuncia un
programma, ecco è già risolto a metà» - «La Milizia deve salvaguardarsene e difendere a mano
armata le conquiste, della Rivoluzione» - «Il fascismo ha fatto miracoli
modificando radicalmente l'anima del cittadino italiano. Motore unico di questa
radicale trasformazione: la volontà del Duce».
Nel 1936 troviamo sempre del Carboni, questa mirabolante
esaltazione: «Chi ha sollevato il popolo dalla neghittosa ignavia dei regimi
democratici? Mussolini. Chi ha scatenato la giusta guerra al giusto momento?
Mussolini. Chi ha fronteggiato con la spregiudicata chiaroveggenza del Genio e
con la fermezza inflessibile dell'eroe la coalizione che ci stringeva?
Mussolini. Chi ha impersonato il summus Dux vagheggiato in ogni tempo dai grandi
pensatori militari? Mussolini». E pone l'astro «Dux» nella costellazione di «Ciro,
Alessandro, Annibale, Cesare, Gustavo Adolfo, Crontwell, Federico II, Napoleone».
Le giaculatorie non sono occasionali, ma sistematiche, di persona che dobbiamo
credere convinta, poiché nel marzo 1939, cinque mesi dopo la faccenda dei Sudeti
e 5 prima della conflagrazione mondiale, il Carboni scrive: «E' dunque tempo di
ricordare i nomi che documentano la incomparabile feracità della nostra stirpe
nella produzione di geni militari. Fabio Massimo, Scipione, Cesare, i capitani
di ventura, Montecuccoli, Eugenio di Savoia, Napoleone, Garibaldi, e Mussolini».
E poi ancora, dopo aver osannato alla «sovrumana saggezza ed al genio militare
del Duce», proclama che «l'Italia ha un esercito provato al vaglio sicuro del
fuoco: migliaia e migliaia di giovani elementi resi guerrieri dal clima del
Littorio» (5).
Sicuro: nel clima del Littorio governo ed esercito, popolo e
borghesia presero la mano al Re che nel momento tragico rimase travolto, senza
possibilità di salvezza.
Non è compito del nostro studio l'esaminare la dichiarazione
di guerra e di conseguenza la sua condotta, il 25 luglio e l'8 settembre tema
trattato ampiamente da tecnici e da storici di valore. La nostra fatica mira a
porre bene in evidenza il clima nel quale essa venne maturata e dichiarata, e
conte le responsabilità - tutte le responsabilità, nessuna ne è esclusa
derivanti dal regime fascista ed imputate a Vittorio Emanuele III, siano invece
da imputarsi ai suoi accusatori, laddove emergono non già i fascisti di fede e
di convinzioni, ma profittatori e cortigiani.
Perchè coloro i quali accusano la Monarchia di aver
favorita la dittatura sono proprio quelli che la hanno provocata con le loro
incontinenze od alimentata con l'aperta adesione.
Il Re non è stato che il capro espiatorio dei loro errori,
delle loro colpe, del loro arrivismo.
(1) Atti parlamentari, Senato del Regno, I Sessione 1934-1938, vol. 4, pag.
3806.
(2) Atti parlarnentari, Camera dei Deputati, Sessione 19341938, vol. 4, pag.
4949.
(3) Atti parlamentari, Senato del Regno, id.
.
(4) La nomina spettava al Re, ma Camera e Senato violarono questa
prerogativa statutaria
(5) Quando la guerra volge al peggio, dopo lo sbarco in Sicilia degli
Alleati, il Carboni passa... dall'altra parte e prende contatto col movimento
clandestino. Chiamato in causa per la mancata difesa di Roma, diventa acceso
repubblicano ed accusa il Re di avere favorito Mussolini e l'avvento del
fascismo

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