Come
nel 1915, così nel 1940 il Re ha dichiarato la guerra ascoltando
democraticamente la «volontà popolare ».
Ebbene,
costoro che rimproverano il Re di non aver fatto sparare sulle camicie nere
della marcia su Roma, anche se «accompagnate del consenso della maggioranza del
popolo», gli rimprovereranno un giorno di non aver fatto sparare sulle folle
oceaniche adunate il 10 giugno del 1940 davanti ai fasci ed agli altoparlanti a
sentire, ad acclamare Mussolini quando annunciò la dichiarazione di guerra. A
Roma in 20 anni di regime fascista non si è mai vista affluenza di popolo così
grandiosa, così spontanea. Tale consenso era stato preceduto da quello per la
firma del «Patto d'acciaio» con Hitler, avvenuta il 24 maggio 1939, con
dimostrazioni al grido di «Vogliamo la guerra!». A undici giorni di distanza,
Ciano annota nel suo diario in data 3 giugno di quello anno: «Il Duce pronuncia
una violenta diatriba contro la Monarchia. E' presente anche Starace. Il Duce
afferma che il Re è un piccolo uomo insipido e infido e che la Monarchia con sue
idiozie impedisce l'assorbimento delle dottrine fasciste da parte
dell'esercito. Io sono come un gatto, dice Mussolini, cauto e prudente, ma
quando mi slancio sono sicuro di cadere dove desidero. Sto studiando ora se non
sia il caso di farla finita con Casa Savoia».
E'
in questo periodo di maturazione della guerra che il dissidio fra Mussolini ed
il Re si fà più aspro ancora. Nel diario di Ciano si legge il 14 di marzo: «A
dire di Acquarone Sua Maestà sente che, da un momento all'altro potrebbe
presentarsi per lui la necessità di intervenire per dare una diversa piega alle
cose. E' pronto a farlo ed anche con la più netta energia». Ma i successi
tedeschi in Norvegia hanno aumentato nel paese le illusioni sulla certezza
della vittoria finale. Mussolini pensa di mettere il popolo italiano davanti
all'alternativa di scegliere fra lui ed il Re. Tutto ciò rivela chiaramente
l'attrito esistente alla vigilia della guerra fra il Sovrano e Mussolini il
quale si sente sorretto dalla nazione. Se un atteggiamento contrario osasse
assumere il Sovrano, il popolo italiano, fanatizzato dal suo Duce, si
schiererebbe dalla parte di questo. Il Re rimarrebbe solo, forse imprigionato,
senza che nessuno dei futuri suoi denigratori venga in suo soccorso al fine di
evitare la guerra. Si può anche sospettare, che molti di costoro rimarrebbero
solidali con Mussolini. Consapevole di questa situazione al Sovrano non rimane
altra via che quella di sacrificarsi sull'altare della volontà popolare e
cercare di salvare il salvabile. Ma la fatalità è superiore alle sue forze e
viene travolto dagli eventi. Quello che è certo è questo: che nessuno ha
lottato come ha lottato Vittorio Emanuele III per evitare la guerra, pur
trovandosi solo ed abbandonato.
I
documenti venuti in seguito alla luce confermano questo suo atteggiamento: di
importanza veramente eccezionale le lettere scritte dalla Regina Elena alle
Regine d'Europa per invitarle a collaborare onde evitare il conflitto. La Rivista biellese (febbraio
1951) pubblica un interessante articolo del marchese Federico Di Vigliano, che
fu maestro di cerimonie alla Corte, su l'azione svolta dalla Regina Elena per
scongiurare l'entrata in guerra dell'Italia. Nel novembre del 1939, angosciata
per il conflitto scatenato in Germania, pensò di porsi a capo di una
iniziativa, che avrebbe dovuto far sospendere le ostilità e promuovere un
congresso ai fini di un accordo e di una pace duratura. Con queste precise
finalità, il 37 novembre 1939 Elena di Savoia preparava un messaggio per la Regina Elisabetta
del Belgio, Giovanna di Bulgaria, la
Regina di Jugoslavia, Alessandra di Danimarca, Guglielmina
d'Olanda e per la
Granduchessa Carlotta di Lussemubrgo. Ecco il testo del
messaggio:
Signora
e Cara sorella,
«La
profonda commozione inspirata dalla visione della immane guerra che si sta
svolgendo per i mari, per le terre, per l'aria dovunque Grandi Stati e Grandi
Popoli con tutto il loro coraggio, con tutto il loro genio, e con tutte le loro
ricchezze, dibattono senza tregua e senza pietà interessi e sentimenti in
contrasto, mi spinge a rivolgervi un cordiale invito:
«
La guerra che infiamma tanti eroismi a distruggere vite, lavoro, fede nel
domani, cioè i presidii stessi della civiltà, minaccia di dilagare nello spazio
e nel tempo e di inasprire i suoi terribili rigori ogni giorno peggio, così da
scuotere la base stessa della comunione delle genti. Altissime autorità hanno
già rivolto ai belligeranti in nome di Dio od in nome di uno ovvero di un altro
popolo neutrale, voti di pace che non furono accolti.
«Questi
precedenti potrebbero inaridire le speranze e togliere coraggio a nuove
iniziative. Ma non impediscono ai cuori innumerevoli delle donne di ogni
regione del mondo, di elevare ai Capi degli Stati belligeranti la invocazione
del proprio orrore, della propria pietà e della propria saggezza, perchè si
arrestino a considerare non solo le proprie ragioni ma quelle altresì del
sentimento umano. Esso implora tregua a tanta strage di vite ed a tanta
distruzione di beni, a tanto turbamento di animi ed a tante interruzione di
industrie, di arti, di studii civili; implora la cessazione di una guerra, non
ai soli belligeranti aspra e flagella, ma a tutti senza distinzione causa di
sacrifici immani.
«Io
mi rivolgo perciò a Vostra Maestà e Vi prego di volere accogliere con me quelle
invocazioni di madri di sorelle, di spose, di figlie; di conferire alle
medesime invocazioni, prestigio, vigore, diffusione, efficacia, unendo gli
animi nostri e le nostre voci al fine'di ottenere che le ostilità siano sospese
e che gli sforzi siano uniti onde siano raggiunti accordi giusti e pace
duratura.
«Nessuno
può dubitare della devozione con la quale ciascuna di noi sarebbe pronta al
sacrificio di sé e dei suoi stessi figlioli per la propria Patria. Ma questo
stesso comune sentire ci induce a comprendere di quali ansie vivano oggi
milioni di madri, anelanti esse pure ai giusti riconoscimenti dei diritti dei
loro paesi ma altresì alla salvezza dei figli mercè una pace definitiva e saggia.
«A
questo invito ed alla speranza di unire gli sforzi nostri pacificatori mi
incoraggia l'esempio di due Principesse di Savoia: Margherita d'Austria vedova
di Filiberto Il Duca di Savoia, che fu da suo padre nominata Governatrice dei
Paesi Bassi e Luisa di Angouléme moglie di Carlo di Valois, nata Principessa di
Savoia e madre di Francesco I Re di Francia.
«Queste
due Principesse, spinte irresistibilmente ad arrestare le ininterrotte effusioni
di sangue prodotte dalle guerre fra imperiali e francesi, negoziarono nel 1529
quel trattato di Cambrai che, in loro onore, fu chiamato la «Paix des Dames».
«Possa
anche a noi essere consentito di persuadere gli animi ad ammettere che sia
troncata e che adeguati metodi di risolverla, con onore di tutti, siano equamente
cercati dalle Parti.
Elena
Non
era, tuttavia, possibile spedire, le lettere senza che il Capo del Governo ne
fosse a conoscenza. Senonchè Mussolini, dopo avere letto il messaggio, il 29
novembre rispondeva alla Regina con la seguente lettera:
Maestà
«Mi
è grato assicurare la
Maestà Vostra che ho preso in attenta considerazione
l'appello che Voi pensereste di fare e di rivolgere alle Principesse Sovrane
dei Paesi neutrali in favore di una iniziativa di pace che portasse alla
cessazione delle ostilità e allo stabilimento di una migliore giustizia tra i
popoli di Europa.
«Ispirato
a un ricordo della storia della Vostra Casa e dettato da un generoso spirito di
umanità, io non dubito che l'appello di V.M. incontrerebbe il consenso delle
Auguste Persone alle quali esso sarebbe rivolto.
«Ma
le circostanze attuali e l'esperienza di tentativi recenti non consigliano di
promuovere adesso la iniziativa di un congresso internazionale di pace, e in
queste circostanze l'appello di V.M. non avrebbe quello svolgimento pratico che
solo potrebbe portare al raggiungimento degli alti fini che V.AL si propone.
«Vogliate,
Maestà, accettare i sensi della mia profonda devozione.

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