NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 14 gennaio 2017

CIRCOLO DI CULTURA ED EDUCAZIONE POLITICA “REX “



Sul  numero  di  gennaio  2017 del mensile “Storia in Rete” (http://www.storiainrete.com/) articolo  “Vita, morte ed errori  di  un Imperatore, Francesco Giuseppe” (pag.54), dell’ing. Domenico Giglio, Presidente del Circolo  REX.

La rivista  è  acquistabile  nelle  edicole (euro 6,00).

La Monarchia ha realizzato le libertà più autentiche - seconda parte



L'integrazione delle nuove province nel Regno di Francia avvenne con gradualità, rispettando il potere e i costumi di ciascuno. Grazie al loro senso della giustizia, attraverso una saggia amministrazione, i Re diedero alla Popolazione la voglia ed il piacere di diventare Francese.

La Monarchia ha condotto la Francia al suo apogeo nei XVII e XVIII secolo. Per la sua popolazione, per lo sviluppo della sua economia, per la sua influenza culturale e intellettuale, per la sua forza politica e militare, la Francia divenne in quell'epoca il primo Paese dell'Europa e del Mondo. Molto di più di quanto non rappresentino oggi Stati Uniti e Russia.

Dopo qualche riflessione sul passato monarchico della Francia, vorrei adesso considerare il presente e l'avvenire. Ci sono ancora dei monarchici in Francia, più numerosi di quanto non si creda ed in tutti i celi sociali. E si sbaglierebbe nel ritenere che essi siano dei nostalgici di un passato sepolto o dei sognatori romantici.
I monarchici francesi noni pongono, infatti, la questione istituzionale su un piano sentimentale ma su un Piano della verità politica, ossia su piano di intelligenza e di ragione.

A questo proposito, Charles Maurras ha attualizzato, all’inizio del XX secolo la dottrina monarchica., Certo non ha inventato tutto ad un tratto un sistema monarchico teorico. Egli si è impegnato a ritrovare ed a definire le leggi della politica francesi soprattutto nella sua “lnchiesta sulla Monarchia”.

Nella nostra epoca, che è dominata dal progresso delle scienze, della loro applicazione, Maurras: ha opposto la scienza politica alle ideologie - alle nuvole - rivoluzionarie; se ha preconizzato la Monarchia in Francia, è perché vi è stato condotto attraverso lo studio obiettivo della storia e l’analisi attenta del presente. Per questo ha Potuto parlare di monarchia scientifica. Ed ha dimostrato che la costituzione che conviene alla Francia è la Monarchia tradizionale, ereditaria, decentralizzata e rappresentativa; cioè la Monarchia capetingia perché è la dinastia capetingia che ha fatto la Francia.
La Monarchia risponde, in Francia alla triplice esigenza del nostro Paese; bisogno di una autorità, bisogno di libertà, esigenza di una raffigurazione del Paese reale.
Consideriamo, innanzitutto, l'esigenza di autorità.
Tutti i Paesi hanno bisogno d'una autorità. ma la Francia ha necessità più d'ogni altro di essere guidata da una autorità ferma, che riassuma tutti i valori nazionali, continua. Essa, infatti, è esposta ad una doppia minaccia. Innanzitutto ad una minaccia esterna.

La Francia è favorita dalla natura, per il suo clima, le sue ricchezze naturali, ma è facilmente esposta alle invasioni degli stranieri, alla foro cupidigia, alle loro ingerenze.
Situata al centro dell'Europa, non può isolarsi, restare ai margini dei grandi affari internazionali.

Ed esiste anche una minaccia interna: i francesi hanno una naturale Predisposizione a disperdersi e a dividersi. Come ha scritto Maurras («L'Action Française, «La legge delle lotte intestine è scritta nel cuore dei francesi, come sul territorio della Patria».
I francesi si combattono tra di loro, tanto in funzione dei loro interessi  particolari che in funzione delle rispettive ideologie. Il patriottismo ed il senso di solidarietà nazionale non si risvegliano presso di essi che nei periodi di pericolo e spesso troppo tardivamente.

Occorre, dunque, ai francesi una autorità spirituale vigorosa tanto per garantire l’indipendenza che per mantenere l'unità del Paese.
Questa autorità non può essere procurata dalla repubblica perché quale che sia il numero che la contraddistingue è il «regno» coi partiti e delle loro competizioni permanenti. Il «regno dell’instabilità e dell’irresponsabilità politica»   
L'elettività non esprime una autorità veritiera, essa non fornisce che un’immagine effimera; quella delle divisioni del Paese.

Un uomo eletto al supremo grado dello Stato non può disporre d'una autorità incontestabile perché, ciò che una elezione  ha fatto, un'altra competizione elettorale può disfare.

Solo la Monarchia - la Monarchia ereditaria - può procurare alla Francia l’autorità politica che le è necessaria.
Oggi è di moda contestare il potere. Una certa sinistra pone volentieri il problema: “in nome di che cosa si esercita il Potere?” - si afferma - ed a partire da questo interrogativo, viene rimessa in discussione l'esistenza di tutta una tradizione, di tutta l'autorità dello stesso Stato. Ma si sa bene che non e né l’autorità, né lo Stato che bisogna sopprimere, perché allora si ricadrebbe nell'anarchia generatrice delle peggiori ingiustizie. Per contro, è necessario restituire una legittimità al potere.
E la Monarchia rappresenterebbe in Francia un Potere legittimo, ossia un Potere esercitato nella considerazione del solo bene comune e indipendente dai gruppi d'interesse e dalle sue fazioni. La sua legittimità le deriverebbe dalla storia, dai servizi che ha reso al Paese nel corso dei secoli.
In repubblica, non ci può essere legittimità del potere, perché quest’ultimo viene esercitato da una fazione o da un gruppo di fazioni che sono prevalse su altre fazioni avversarie.
La Monarchia rappresenterebbe anche un potere realmente forte in quanto esso sarebbe indipendente dalle elezioni e pertanto, anche dai partiti, dai gruppi di pressione, dall’influenza degli stranieri che spesso agiscono attraverso  i partiti.

La Monarchia sarebbe    proprio per questa sua indipendenza    in grado di dominare le feudalità d'ogni natura che oggi si sono installate nelle stanze dei bottoni; sia che queste feudalità siano amministrative, partitiche o economico-finanziarie.

Non si può a questo riguardo non considerare oggi la trasparente contraddizione tra i poteri allargati del Presidente della repubblica francese ed il progressivo affievolimento del suo Potere. Tiranneggiato come egli è da una molteplicità di forze politiche, economiche, sindacali, dai cui umori dipende il suo mantenimento in carica.
Per rimediare all'anarchia repubblicana, diversi sognano periodicamente la dittatura.
Quale debolezza, dunque, la repubblica rivela sotto un'apparenza di autorità e di fermezza.
Charles Maurras lo ha perfettamente dimostrato, confrontando la dittatura alla Monarchia: «Un uomo solo è poco. Una vita d'uomo, un cuore d'uomo, una testa d'uomo tutto ciò è troppo esposto e permeabile alla ubriacatura, all’assassinio alla malattia, ad una miriade di accidenti. La sola forma razionale e sensata dell'autorità è quella che riposa in una famiglia - di primo nato in primo nato secondo una legge che esclude la competizione perché è un potere talmente naturale che, comportando un’autorità integrale del vertice, chi l'esercita non può tuttavia definirsi dittatore; egli è un Re e questa Magistratura regale, combinando i due principi dell’autorità e dell’ereditarietà,  è istituzione talmente flessibile che non cessa di essere sempre se stessa, pur se varia con il mutare dei tempi e si veste talvolta dell'aspetto paterno di un semplice presidente del consiglio o del Parlamento espresso dal Popolo, talvolta l'apparenza della dittatura diretta, talvolta    quella della dittatura indiretta d'un ministro di primo piano. Come succede per le corse di grande rilievo, l’Istituzione è di gran lunga superiore agli uomini. Il suo valore principale è quello di saper utilizzare il passato completamente a frutto del presente senza peraltro, sacrificarvi l’avvenire.
(«L’Action Française, del 27 febbraio 1924)».
In questo testo, Charles Maurras, esalta la continuità del potere nella Monarchia, come una delle sue più grandi qualità.

La Monarchia sopprime la competizione per il potere, per l'autorità suprema. Come ebbe a dire Bossuet: «Niente brighe né cabale per fare un Re; è la natura a farlo».

martedì 10 gennaio 2017

La Monarchia ha realizzato le libertà più autentiche - prima parte

La Restauration National, attualmente diretta da Pierre Juhel, è la discendenza diretta dell'Action Francaise fondata dal celebre pensatore Charles Maurras.  Essa ha sedi e gruppi nelle maggiori città francesi possiede un consistente movimento giovanile (l'Action Française Etudiante, a capo della quale è Henry Sacchi, un giovane di origine italiana); pubblica due periodici («Aspects de la France», settimanale, ed un mensile che ha per testata la denominazione del movimento giovanile).

E' un movimento politico dall'attività molto varia, che va dall'organizzazione di campi scuola per i giovani, alla pubblicazione di libri di pensiero, alla organizzazione di manifestazioni di piazza, alla creazione di gruppi paralleli che, di volta in volta, si occupano dei più disparati problemi di attualità.

Dal punto di vista ideologico, l'azione di questo movimento rispecchia fedelmente il pensiero e la dottrina di Charles Maurras: restaurazione delle istituzioni che assicurano l'indipendenza nazionale ed il benessere comune; liquidazione della repubblica e ritorno alla Monarchia tradizionale, ereditaria e fondata sul decentramento amministrativo. In altri termini, una controrivoluzione da attuarsi secondo i principi sociali propugnati dalla scuola di De la Tour du Pin e di Charles Maurras, che considera la partitocrazia il principio d'ogni male e l'anticamera del comunismo.

ANTONIO MAULU


Pierre Pujo è una delle figure più rappresentative della nuova generazione monarchica francese.

E’ direttore politico di a «Aspects da la France », settimanale della Action Française .
Giornalista brillante e oratore convincente, interpreta la corrente tradizionalista del pensiero monarchico transalpino.
In questo numero del nostro periodico, pubblichiamo la prima parte di una conferenza tenuta da Pierre Pujo nel febbraio 1974 a Parigì e riprodotta in un opuscolo dal titolo «Actualité de la Monarchie »



Se si vuole a grandi tratti fare la storia di ciò che fu l'antica Monarchia francese, occorre innanzitutto osservare che la Monarchia Capetingia rappresenta una stabilità istituzionale di ben 800 anni.

Per otto secoli, infatti, dai 987 al 1792. la Francia è stata governata dal medesimo sistema monarchico e dalla medesima Dinastia. La continuità politica si esprimeva attraverso l'annuncio del gran ciambellano alla morte di ciascun Sovrano: «Il Re è morto, viva il Re!» Per dirla con il duca di Lévis Mirepoix: Il Re non è morto che una volte sola, allorché Luigi XVI, il 21 gennaio 1793, salì le scale del patibolo sul quale l'avevano preceduto o lo avrebbero seguito innumerevoli cittadini d'ogni condizione - e soprattutto gente del popolo - vittime del furore rivoluzionario.

Quale enorme differenza tra questa continuità di 800 anni di storia ed il valzer dei regimi che la Francia ha conosciuto dopo il 1791.

Certo si sono avuti anche sotto la Monarchia periodi di gravi turbamenti, di guerre civili o nei confronti di Paesi esteri, ma mai, nemmeno nei momenti pia drammatici della storia nazionale, il Re ha cessato di incarnare la continuità e l'unità della Nazione .

Mi guarderò bene dal sostenere che la Monarchia rappresentasse un sistema perfetto, il sistema perfetto non esiste, cosi come non esistono uomini perfetti. Esistono, per altro, sistemi che sanno volgere al fine del bene comune i difetti così come le qualità d'un Popolo; e ce ne sono, per contro, altri che aggravano i difetti di questo Popolo e che riescono persino a trasformare in difetti le qualità.

Il celebre accademico di Francia Lévis Mirepoix ha molto giustamente osservato: Se le nostre pubbliche sventure sono per la maggior parte, attribuibili alle nostre divisioni, vale a dire al nostro eccessivo senso dell’individualismo, i nostri grandi successi sono dovuti, per la maggior parte ad affermazioni individuali, orientate nella magnificenza del destino nazionale». E non si può negare che grande merito della Dinastia Capentigia sia stato quello di aver saputo utilizzare il tradizionale individualismo dei francesi per la grandezza e la prosperità della Nazione e per il progresso della civiltà francese. 
Il prima carattere della Monarchia in Francia è che essa è stata incarnata da una Dinastia nazionale. Questa Dinastia non è stata importata, né imposta dallo straniero, essa è scaturita dall'anima francese. I suoi primi rappresentanti furono chiamati al potere per i servigi che avevano reso alla comunità. Per più generazioni, circa 2000 anni, i Re furono eletti di padre in figlio, Successivamente, venne soppressa questa elezione divenuta una formalità. L'ereditarietà venne definitivamente acquisita a partire dal regno di Luigi VIII, figlio di Filippo Augusto.

Secondo tratto caratteristico della Monarchia francese: il Re ha sempre esercitato un potere temperato. Egli non è stato né un autocrate né un despota. Se si è detto che la Monarchia era  assoluta  ciò lo si deve al fatto che il Re non dipendeva da nessuno, da nessun gruppo di pressione, da nessuna fazione. 
Secondo una tradizione ben consolidata, il Re di Francia governava attraverso Consigli. Nel diciassettesimo e diciottesimo secolo, in particolare, epoca nella quale l'amministrazione reale divenne più complessa, questi consigli compresero uomini di grande valore che preparavano le decisioni reali. Le decisioni scaturivano da discussioni approfondite e da riflessioni serie e perché il Re se ne discostasse dovevano intervenire gravi ragioni. 
D'altra parse, il Re era soggetto alle leggi fondamentali del Re ed a quelle che venivano definite, massime generali» che ispiravano il diritto francese. I parIamenti, in particolare quello di Parigi, erano severi nel rammentarglielo. Valga per tutti l'esempio del Parlamento di Parigi che dichiarò nullo il prima testamento di Luigi XIV, che intendeva mantenere il diritto al trono di Francia al duca d'Anjou, divenuto Filippo V di Spagna, perché la tradizione voleva che la Francia non potesse essere governata che da un principe francese. 
Infine, l'autorità del Re era rilevante nella sua sfera d'azione, quella cioè degli affari di stato, ma era compensata dalle libertà di cui godevano, nelle rispettive sfere, le molteplici e diverse comunità locali, religiose, professionali, universitarie, nonché gli Stati provinciali, certe branche di uffici, ciò che indubbiamente, generò anche taluni abusi ed inconvenienti ma che ebbe il vantaggio di rendere i Magistrati indipendenti dal Popolo reale. 
I rapporti fra il Re ed i sudditi non si svolgevano solamente sulla base del diritto. Setimenti autentici e profondi univano Re e Popolo. 
La Francia». ha potuto scrivere il Lévis Mirepoix, «ed il Re agivano in un sistema di reciproca attrazione>>. Il Re era il padre della Nazione ed è Jean Jaurés che ha parlato del «fascino secolare: della Monarchia ».

Il terzo tratto caratteristico della la Monarchia francese è costituito dalla suo grande agilità nel  sapersi adattare all'evoluzione sociale. Essa rappresentò essenzialmente un modo, empirico di governare. L'Amministrazione reale andò migliorandosi con il trascorrere del tempo. Il Re creava una istituzione una funzione nuova ogni volta che le esigenze dei tempi ne facessero  avvertire la necessità, lasciando che deperissero  automaticamente le istituzioni obsolete. 
Così, ad esempio, intendendo sostituirli, nel XVII e nel XVIII secolo lasciarono cadere in desuetudine la nomina di balivi e di siniscalchi.
Secondo le epoche, le circostanze, secondo il temperamento di ciascuno, i Re di Francia manifestarono in misura maggiore o minore la propria autorità. Al Re competeva il diritto di governare direttamente, Ma poteva anche conferire larghi Poteri ad un primo ministro. E' sufficiente, a questo riguardo tracciare un confronto tra il Regno di Luigi XIII e quella di Luigi XVI per rendersi canto della differenze dei metodi di governo e, pertanto, della stessa natura della Monarchia. 
Nulla ha a che spartire con le costituzioni rigide dell’epoca contemporanea che non si possono modificare nonostante molte volte la necessità lo pretenderebbe, perché i partiti non giungono mai a mettersi d'accordo sui ritocchi da apportarvi, in funzione dell'evoluzione dei tempi e delle esigenze del Paese.

La Monarchia non ha assicurato solamente delle istituzioni equilibrate, adattate alle esigenze della Francia ed al temperamento nazionale, essa ha realmente, fatto del bene al Paese.

Innanzitutto sono i Re capetingi che hanno costruito la Francia. Un Paese così diverso e così ricco di contrasti come il nostro non era necessariamente destinato a formare una Nazione unica. I Re capetingi hanno saputo agire da catalizzatori ad hanno determinato il nascere e il rapido realizzarsi del sentimento nazionale.

Il secondo beneficio che la Monarchia ha assicurato alla Francia, corollario del primo, è costituito dall’aver assicurato la difesa del Paese dallo straniero. La politica estera era veramente un affare reale ed un legame molto intenso legava l'esercito al Re. La Monarchia capetingia ha saputo difendere frontiere e indipendenza, contro tutti i tentativi egemonici che sono stati tentati dall'estero.

Dal 1636 al 1792 la Francia ha conosciuto ben 156 anni di non violazione dei propri confini. E Charles Maurras ha tenuto a sottolineare che questo periodo è coinciso con  il periodo di maggior vigore della presenza e del potere monarchico: il periodo in cui la Monarchia fu pienamente se stessa. 
Sul piano interno, il Re fu costantemente protettore del Popolo minuto, contro il feudalismo. Il Re contribuì energicamente all'affrancamento delle città nel Medio Evo; facilitò l'ascesa della borghesia e ci si ricorderà come di ciò il duca di Saint-Simon fece colpa a Luigi XIV. Non si ricorderà mai a sufficienza come fu proprio attraverso l'esercizio di una vera giustizia che i    Re estesero la Propria autorità all'intera Francia. Essi erano i giudici e gli arbitri supremi in tutte le controversie che opponevano i francesi    gli uni agli altri. E' cosi che i nostri Re si fecero amare! 
Certamente la nobiltà ebbe un posto a parte nello Stato, ma i Re si impegnarono a neutralizzare le velleità dei nobili, riuscendo anzi a volgerla al conseguimento del bene comune. Se i nobili godettero di taluni privilegi, furono caricati anche di incombenze rilevanti, come quella di servire con maggiore impegno anche finanziario, nell'esercito del Re.Inoltre, occorre ricordare che la nobiltà non cessò di rinnovarsi di secolo in secolo. Come scrisse Lévis Mireoix, «le classi rimasero aperte».  In altri termini, non era solo la nascita la matrice della nobiltà. Ad essa, infatti, si poteva pervenire anche per meriti maturati nei confronti dello stato. 
La Monarchia francese, infine consenti un’espansione costante delle libertà. Senza dubbio, i Re realizzarono una centralizzazione politica indispensabile, ma contrastarono il meno possibile le autonomie amministrative. Anzi, le incoraggiarono. Soprattutto, la centralizzazione reale non fu mai piatta. Come
ebbe a dire lo storico Funk Brentano, la Francia era irta e arruffata di libertà.

Tutte queste libertà - o privilegi che è la stessa cosa – creavano un insieme un po' confuso, ma se irritavano degli spiriti sistematici,  come saranno i fisiocrati e i rivoluzionari, i francesi trovavano in esse protezione, garanzia contro I’arbitrio.


Oggi una maggioranza di deputati eletti a qual prezzo di demagogia dispone a sua discrezione delle sorti dei cittadini.

sabato 7 gennaio 2017

Il libro azzurro sul referendum - IV cap. - 5-9



( rimandiamo i visitatori alla pagina già pubblicata 
sul sito www.reumberto.it)

Consiglio dei Ministri del 10 maggio 1946

Nel consiglio dei Ministri del 10 maggio 1946 (1) l'on. De Gasperi diede notizia della seguente lettera dell'ammiraglio Stone in data 8:
«Mio caro signor Primo Ministro, con riferimento alla nostra recente conversazione, il Supremo Comando alleato mi ha fatto conoscere che i Capi di Stato Maggiore sono del parere che l'abdicazione del Re non comporta nessuna azione o commento da parte della Commissione Alleata, in quanto non tocca per nulla i poteri costituzionali del Principe Umberto».
In seguito diede lettura della lettera indirizzatagli da Re Umberto confermante l'impegno per il «referendum» e la Costituente.
«Signor Presidente, l'abdicazione di mio padre mi ha portato ope legis alla successione; quest'atto non muta in nulla i poteri costituzionali da me esercitati in qualità di Luogotenente Generale, né modifica in alcuna maniera l'impegno da me assunto in confronto del "Referendum " e della Costituente. Certo che il Governo vorrà collaborare ancora con me nell'interesse del paese, fino alla decisione della consultazione, popolare, Le invio, signor Presidente, il mio cordiale saluto.
Umberto».

L'on. Togliatti chiese che fosse messa a verbale la protesta del suo partito per il modo col quale era stata rotta la tregua istituzionale; affermò che doveva entrare in vigore l'articolo della legge sul referendum o che affidava la scelta della persona del Capo dello Stato alla Costituente; chiese la decadenza della formula vigente nei decreti: «per grazia di Dio e volontà della nazione»; annunciò che erano costretti ad accentuare la propaganda personale contro Umberto e che non avrebbero ammesso manifestazioni per il nuovo Re; in caso di vittoria monarchica non avrebbero collaborato colla Monarchia.
Si associarono alla protesta Cianca ed altri Ministri finché prese la parola Cattani: «Protesto per le parole che ho udito: dissento energicamente su quanto riguarda le pubbliche manifestazioni vietarle significa violare la libertà di consultazione popolare. Considero peraltro alti gravi l’invito alla rottura del patto, stretto fra i partiti, di collaborazione con la Monarchia in caso di vittoria monarchica; ciò significa fin d'ora una promessa di passare al metodo rivoluzionario, ove la volontà popolare si manifesti favorevole alla Corona. In tal caso non solo le elezioni diventano vane, ma la nostra collaborazione al Governo non può durare un giorno di più ».
Romita affermò che le manifestazioni monarchiche lo turbavano «dal punto di vista dell'ordine pubblico ».

De Gasperi: «Certo mi pare opportuno di tener conto sia dell’esigenza di libertà prospettata da Cattani, sia delle preoccupazioni di ordine pubblico sottolineate da Romita».


Schema dell'amnistia desiderata dal Re (1)
11 maggio 1946

Le misure dell'amnistia desiderate dal Re e comunicate al Presidente dei Consiglio l'11 maggio 1946 per attuare la necessaria pacificazione erano le seguenti:

1) Notevole riduzione delle pene inflitte dall'alta Corte di Giustizia e dai Tribunali speciali;

2) Amnistia per le condanne inferiori nel massimo ad anni cinque per motivi politici;

3) Amnistia per i provvedimenti amministrativi nei confronti di funzionari ed impiegati statali;

4) Restituzione dei diritti politici (in particolare quelli elettorali) a coloro che ne furono sospesi sino ad un massimo di quattro anni;

5) Condono per i reati militari per condanne inferiori a sei anni e amnistia per i renitenti di leva;

6) Amnistia per i reati comuni fino a cinque anni; condono di un terzo della pena per condanne superiori.

Il Governo, su proposta del Ministro della Giustizia on. Togliatti, approvò il 16 maggio un progetto di provvedimento dal quale restano esclusi tassativamente i reati politici; era concessa amnistia per i reati punibili sino a sei mesi ed un condono di 6 mesi per i reati punibili sino a tre anni.


Il Consiglio dei Ministri propone un decreto d'amnistia
in misura ridotta

«Lo schema di decreto di amnistia proposto dal consiglio dei Ministri in misura ridotta, dietro imposizione dei socialcomunisti e immediatamente reso pubblico con procedura inusitata, non è stato promulgato in quanto non ha ottenuto la sanzione Sovrana ».


Il Re non firma l'amnistia ridotta
28 maggio 1945


S.M. il Re all'ammiraglio Garofalo: «Non firmerò mai un decreto di amnistia come quello che mi si vuole presentare. Esso annulla la mia volontà di clemenza. Evito di respingerlo per non provocare una crisi di Governo in questo momento. Ma la questione è solo accantonata. Se il referendum sarà favorevole alla Corona, subito farò realizzare con adeguata energia il mio proposito che risponde alla volontà del Paese... ».

(1) Italia Nuova, 26 maggio 1946; Storia segreta, pag. 66.

venerdì 6 gennaio 2017

Piemonte Bonnes Nouvelles alla Biblioteca Nazionale Eventi a Torino

di Camillo Mariconda

Nella sala della Biblioteca Nazionale di piazza Carlo Alberto, fino all'8 gennaio si potrà visitare la mostra "Piemonte Bonnes Nouvelles" che raccoglie testimonianze di storia sabauda nel seicentesimo anniversario del Ducato di Savoia, ivi compresa la scrivania da campo appartenuta al fratello della contessa Filippi, Carlo Canera di Salasco Capo degli Stati Maggiori dell' Esercito Sardo, firmatario dell'armistizio che da lui prese nome e che consluse la prima parte della prima guerra di indipendenza.


Con la penna usata per la firma di tale convenzione anche essa proviene dal castello di Marchierù. La mostra, con ingresso libero, è stata recentemente integrata con nuovi documenti su Eugenio di Savoia. Nella stessa Biblioteca è stato recentemente presentato il libro "Mi ha cercato un fantasma" di Paola Prunas Tola Filippi di Baldissero. 


Biblioteca Nazionale Universitaria  Piazza Carlo Alberto, 3 Torino


giovedì 5 gennaio 2017

Bordighera, novantuno anni fa moriva la Regina d’Italia, Margherita di Savoia



Le onoranze funebri di si svolsero in piazza De Amicis di fronte alle autorità e a migliaia di persone. Il video

Bordighera. Era il 4 gennaio del 1926 e nella prestigiosa residenza sulla via Romana moriva la Regina d’Italia, Margherita di Savoia. Le onoranze funebri di si svolsero in piazza De Amicis, di fronte alle autorità e a migliaia di persone. Figlia di Ferdinando di Savoia, duca di Genova, e di Maria Elisabetta di Sassonia, sposa di Umberto I figlio di Vittorio Emanuele II, era amata e celebrata in ogni circostanza dal suo popolo. E così fu anche in tale triste occasione quando, al passaggio del corteo, uscendo dalla Cappella reale della Villa a lei intitolata, i bordigotti lanciarono dai tetti e dalle terrazze centinaia di fiori.


[...]

http://www.riviera24.it/2017/01/bordighera-novantuno-anni-fa-moriva-la-regina-ditalia-margherita-di-savoia-244163/

martedì 3 gennaio 2017

Esercito e Brigantaggio. La Storia di un comune ribelle e del massacro di 44 Soldati Italiani.

L'articolo di Sergio Boschiero pubblicato su  "Storia in rete" novembre/dicembre 2011

Lo scorso settembre il Consiglio Comunale di Pontelandolfo, caratteristico paese del beneventano con poco più di 2.000 abitanti, si è attribuito lo status di “città martire”, nel ricordo della dura rappresaglia dell’Esercito Italiano, seguita all’eccidio di 44 giovani militari impegnati nella guerra al brigantaggio. Già il 14 agosto, per la commemorazione ufficiale del 150° anniversario della rappresaglia, il Comune ha avuto la partecipazione di Giuliano Amato in veste di Presidente del Comitato dei Garanti per i 150 anni dell'Unità d'Italia e di rappresentante del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Amato, a nome della Repubblica Italiana, ha chiesto ufficialmente scusa alla piccola comunità per i fatti del 1861. Ma cosa avvenne davvero 150 anni fa e perché si è voluto un atto pubblico riparatore?

Il paese si chiamava e si chiama Pontelandolfo, nell’alto Sannio, in provincia di Benevento. Nel 1861 era punto di ritrovo di briganti. Il 7 agosto 1861, celebrandosi a Pontelandolfo la Festa di San Donato, Protettore locale, il paese si risvegliò con il suono delle campane di tutte le chiese e la processione divenne per i briganti, accorsi a centinaia, l’attesa occasione per mimetizzarsi fra i fedeli e scatenare l’insurrezione contro lo Stato e le ancor giovani Istituzioni unitarie. I Briganti assalirono gli uffici municipali, la polizia e depredarono le botteghe. Riuscirono così ad annientarela presenza dello Stato e ad impadronirsi del paese. Anche due comuni limitrofi insorsero: Casalduni e Campolettere. Doveroso da parte delle Istituzioni dover intervenire e, alla guida del Luogotenente Luigi Augusto Bracci, vennero mandati 40 Bersaglieri del 36° Reggimento e 4 Carabinieri per ristabilire l’ordine nella zona. I soldati italiani giunsero l’11 agosto 1861 a Pontelandolfo e non trovarono, come ci si poteva aspettare, un paese assediato dai briganti ma un villaggio schierato coi briganti che - aizzato anche dal clero locale – accolse i militari attaccandoli. Isoldati dovettero ritirarsi a scopo difensivo nella torre medievale, simbolo di Pontelandolfo e unica testimonianza architettonica del castello edificato nel XIV secolo e distrutto da un terremoto nel giugno del 1688. Non riuscendo a sostenere la situazione decisero di ripiegare verso la limitrofa Casalduni, zona a torto ritenuta sicura. Questa scelta fu la loro condanna. Nello spostamento vennero attaccati dai briganti. Gli abitanti di Casalduni aspettavano imboscati l’arrivo dei militari e, forti per quantità, ci misero poco ad ottenere la loro resa e ad arrestarli. Poi ebbe inizio il massacro.

Soltanto un bersagliere riuscì a fuggire. Gli altri 39 soldati, i 4 Carabinieri e il Luogotenente Bracci vennero letteralmente fatti a brandelli con una ferocia inaudita. Rendendosi conto della reale situazione in cui versavano le zone sulle rive del Cerreto, il 13 agosto giunsero a Pontelandolfo e Casalduni - guidati dal Colonnello Pier Eleonoro Negri - 400 bersaglieri commilitoni dei militari massacrati due giorni prima. Lo scenario fu agghiacciante: esposti alle finestre delle case e addirittura nelle chiese vi erano i sanguinanti ricordi a testimonianza dell’eccidio perpetrato ai danni dell’Esercito Italiano. Non si trovarono i cadaveri dei soldati ma solo brandelli di essi. Il Tenente Bracci, agonizzante, venne assassinato da una donna che ne sfondò la testa a colpi di pietra per poi essere staccata. Il macabro trofeo era nella chiesa di Pontelandolfo, infilzato su una croce, orribile ex-voto sanfedista. Era troppo. Dopo la fucilazione di alcuni briganti, venne presa la drastica decisione di dare alle fiamme i due paesi. Il 14 Agosto 1861 tutta l’Irpinia guardò gli altissimi fumi dell’incendio di Pontelandolfo e di Casalduni, i due antichi paesi del Sannio diventati rifugio,malgrado i tanti onesti, dei briganti filo-borbonici e anti unitari. Era la dura rappresaglia dell’Esercito italiano di fronte al massacro di quasi cinquanta giovani soldati della nuova Italia, catturati a tradimento. C’erano fra loro Carabinieri e Bersaglieri che difesero la bandiera fino all’ultimo. Il Massacro dei nostri militari avvenne a Casalduni ma i soldati fuggivano da Pontelandolfo. Vi fu correità.

Scrive Carlo Alianello, autore di libri “reazionari” come L’Alfiere, L’eredità della Priora, I Soldati del Re - tutti caratterizzati da un avvincente stile letterario e pieni di passione borbonica – ne “La Conquista del Sud” (Milano, Rusconi, 1972): “il 7 Agosto 1861, a Pontelandolfo, per opera dell’arciprete Epifanio De Gregorio e dei reazionari locali, si fecero le solite cerimonie. Si alzò la bandiera bianco-gigliata dei Borbone, si bruciò in piazza la bandiera sarda (quella tricolore sabauda ndr) e il prete cantò il Te Deum, per festeggiare l’auspicato ritorno di Francesco II di cui si espose il ritratto.” E’ attendibile in questo caso la prosa di Alianello? Non c’è alcun dubbio, nessuno l’ha contestata.

Ma nelle cronache dell’insanguinato 1861 un altro scrittore presentò con un verismo asciutto gli avvenimenti che visse da vicino nella qualità di inviato speciale al seguito dell’Esercito italiano nella guerra contro il Brigantaggio. Questo scrittore è Marc Monnier e la sua opera più nota fu “Notizie storiche documentate sul Brigantaggio nelle provincie napoletane dai tempi di Fra’ Diavolo fino ai giorni nostri” (Firenze, G. Barbera editore - 1862). Marc Monnier era nato a Firenze nel 1829, studiò a Napoli, a Parigi, a Berlino, a Ginevra, dove insegnò lettere straniere e divenne rettore della locale prestigiosa università. Fu amante dell’Italia e di Napoli. Ha goduto della fama di essere sempre stato obiettivo nei suoi rapporti. Scrive Maria Grazia Greco, Autrice di una documentata recente pubblicazione intitolata “Il ruolo e la funzione dell’Esercito nella lotta al brigantaggio (1860 1868)”, prefazione di Aldo Alessandro Mola, nella collana curata dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito: “questo studio sistematico del brigantaggio rappresenta forse quanto di più obiettivo e fedele si possa trovare sulla essenza di questo fenomeno”. Ci troviamo di fronte ad una vera e propria dichiarazione di attendibilità del Monnier.

Dal capitolo VII, pagg. 96-97-98, questi gli argomenti trattati da Marco Monnier (op.cit.): La luogotenenza del Generale Cialdini – La reazione repressa – il brigantaggio diminuisce – storia di cannibali – Pontelandolfo e Casalduni – loro delitto e loro castighi.

[…] Il 7 agosto i briganti chiamati da cinque canonici e da un arciprete invasero Pontelandolfo, comune sulla destra del Cerreto, nelle montagne. Accolti con gridi di gioia, al ritorno da unaprocessione, saccheggiarono l’ufficio municipale, la polizia, il corpo di guardia, le botteghe, il precettore Filippo Lombardi, settuagenario, fu strappato dalle loro mani da sua moglie: entrarono di viva forza in casa del percettore Michelangelo Perugino, e dopo averlo ucciso, mutilato, spogliato, bruciarono la casa di lui e gettarono il cadavere nudo nelle fiamme. Ma questo non è nulla; tremila mascalzoni costituirono il governo: due villaggi vicini, Casalduni e Campolettere, insorsero.

Quattro giorni appresso, l’11 agosto, 40 soldati italiani e quattro carabinieri furono inviati a Pontelandolfo per arrestare i briganti nella loro fuga. Non ebbero la pazienza di attendere, volleroattaccarli. Tutto Pontelandolfo fu sotto le armi. L’Ufficiale italiano (Luigi Augusto Bracci, Luogotenente del 36°) e i suoi quarantadue uomini furono assaliti e dovettero rifugiarsi in una torre.

Dopo una vigorosa resistenza, ripiegarono sopra Casalduni […] Per via furono stretti e attaccati ai fianchi dalla gente di Pontelandolfo, poi arrestati da quelli di Casalduni, che eransi imboscati per attenderli. Circondati allora, sopraffatti dal numero, furono scannati tutti, eccetto un solo che ebbe il  tempo di gettarsi in una siepe e narrò poi questa orribile storia. Non fu una carneficina, ma un eccidio. I contadini erano 100 contro uno e volevano tutti il loro pezzo di carne. – non invento nulla, anzi cerco di attenuare. La mattina giunge il Colonnello Negri cogli italiani: chiesero dei loro compagni; fu loro risposto che avevano cessato di vivere: domandarono i loro cadaveri: non furono trovati: essi stessi li cercarono e sorpresero membra tagliate, brani sanguinosi, trofei orribili appesi alle case ed esposti alla luce del sole. Appresero che avevano impiegato otto ore a dare morte a poco a poco al tenente ferito soltanto nel combattimento. Allora bruciarono i due villaggi. “Giustizia è fatta contro Pontelandolfo e Casalduni” tale fu il dispaccio del colonnello Negri.”

Ancora sulla strage dei soldati da "Storia dei fatti di Pontelandolfo" del già sindaco di Pontelandolfo Ferdinando Melchiorre Pulzella (Edizioni Sannite, Morcone - 2004): “Il sindaco filo borbonico di Casalduni Luigi Orsini, che provvedeva i briganti di tutto quanto avessero bisogno, pagò alcuni di essi per far sorvegliare i soldati fatti prigionieri. E quando il Capo Brigante Angelo Pica si rivolse a  lui per chiedere cosa bisognasse fare dei prigionieri, rispose di fucilarli. Così quei poveri soldati caddero sotto colpi di fucile, di scure, di zappe e di pietre.”

La cronache di Monnier e di Melchiorre Pulzella trovano l’autorevole riscontro nei verbali del Regio Esercito, conservati dallo Stato Maggiore della Difesa. Il Capo dell’Ufficio Storico, Colonnello Antonino Zarcone, nella presentazione del libro di Maria Grazia Greco (op. cit.) scrive: “Fu una vera e propria guerra che venne condotta dai briganti, che spesso animarono anche gli animi e le armi della popolazione civile, contro i militari “rei” di essere servitori dello stato e di aver aggravato la già difficile situazione economica delle regioni del meridione. Nonostante gli errori e gli innegabili eccessi di violenza, subiti e, purtroppo, talvolta anche commessi, con le inevitabili, conseguenti polemiche sociali e politiche, ancora attuali, questa dolorosa pagina della storia del Regno d’Italia non deve e non può essere negata o dimenticata ma va approfondita e discussa sulla base di documentazione scientifica ed ufficiale”. Quanto scritto dal Colonnello Zarcone ben si adatta ai fatti di Pontelandolfo e Casalduni e, interrogato sui fatti specifici, il Capo dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'esercito ci ha confermato che leggendo i verbali dei fatti narrati riguardanti la rappresaglia ci si è attenuti ad una prassi - indubbiamente cruda e non accettabile ai giorni nostri - che ben rifletteva lo spaccato dell’epoca. E' tutto nero su bianco, nessun mistero o tentativo di censura sull'azione dell'Esercito.

Nelle zone meridionali dell’Italia il brigantaggio può farsi risalire alla dominazione spagnola,seguita alla pace di Cateau-Cambrésis (1559). Detta pace consentì di stabilire il governo diretto della Spagna sulla metà della Penisola, compresi i Regni di Napoli e la Sicilia.

Scrive lo storico Giorgio Spini: “Soffocatrice nel campo politico, la dominazione spagnola doveva rivelarsi assolutamente distruttiva dal punto di vista economico”. Spini scrive - sempre a proposito della Spagna - “nella sua ottusa rapacità militaresca, il governo spagnolo adoperava i propri domini altro che per spremere sempre nuovo denaro e per trarre soldati per le sue guerre. I Borbone ereditarono questa situazione e spesso si accordarono con i briganti, chiudendo un occhio sulle illegalità commesse”. Nell’estate 1828, regnando Francesco I, nel Cilento esplosero nuovamente proteste e richieste di una costituzione. Il Parroco del paese di Bosco (Salerno) era uno dei promotori di queste manifestazioni che si estesero ai paesi circonvicini. Da Napoli furono inviati ben 8.000 soldati, comandati dal Maresciallo Francesco Saverio del Carretto. Logicamente gli insorti furono sgominati ed in parte arrestati. Il 7 luglio il Paese fu interamente dato alle fiamme e fu sparso del sale sulle rovine. Numerosi gli insorti fucilati, a cominciare dal Don Antonio De Luca, parroco di Bosco. Altri 27 insorti furono decapitati e le loro teste esposte nella piazza. Il Paese non fu più ricostruito, a seguito di un decreto di soppressione del 4 agosto 1828” (H. Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli, Martello, Milano 1962).

Nell’agosto del 1861 nostri soldati erano stati catturati e imprigionati nella torre angioina di Pontelandolfo e, avvicinandosi due battaglioni di bersaglieri per liberarli, furono ceduti a Casalduni, sempre zona di brigantaggio, dove furono massacrati e dove il reato “più leggero” fu il vilipendio dei cadaveri. Mentre Pontelandolfo si è data la qualifica di “città martire” con un provvedimento avallato il 14 agosto del 2011 dalle scuse del Prof. Giuliano Amato, il Comune di Casalduni non ha mai espresso una simile intenzione, avendo ben presente che il massacro dei soldati della nuova Italia ebbe luogo proprio a Casalduni, di fronte a centinaia di testimoni. Verbali d’epoca alla mano, l’Esercito non ha reputato accoglibile la richiesta di scuse espressa da Pontelandolfo e non ha mandato nessun suo rappresentante.

Nell’Italia unita le Forze armate, soprattutto i corpi di élite come quello dei Bersaglieri, venivano sempre difesi dalle istituzioni dello Stato. Così facendo l’Italia superò le gravissime difficoltà incontrate nelle guerre d’indipendenza, trovandosi sempre in sintonia con le sue Forze Armate.

Alla fine un enigma: Marc Monnier (op. cit.), ripreso da qualche pubblicazione, lascia nel vago il sottotitolo “casi di cannibalismo” e scrive esplicitamente “volevano tutti il loro pezzo di carne”. Si riferisce ai corpi dei nostri soldati? Sui fatti del 1861 gravano dubbi atroci...

Sergio Boschiero, Segretario Nazionale U.M.I.

[....]
Dal sito dell'UMI:
http://www.monarchia.it/news_file/StoriaInRete_SergioBoschiero_Pontelandolfo.pdf

venerdì 23 dicembre 2016

Intervista del 1948 sul sito del Re

Sul sito di Re Umberto II l'ultimo aggiornamento del 2016.

Una breve intervista del 1948.

www.reumberto.it


A tutti i visitatori i più cordiali auguri di Buon Natale!


mercoledì 21 dicembre 2016

Monarchia Sociale e Comunità Nazionale

 Mozione della corrente di Sinistra Sociale al II Congresso Nazionale del 
Partito Nazionale Monarchico

IL II CONGRESSO NAZIONALE DEL PARTITO NAZIONALE MONARCHICO

AFFERMA

1) che il punto focale della situazione nazionale è attualmente costituito non da problemi politici che possano risolversi sulla base di blocchi, pregiudiziali, discriminazioni di carattere ideologico, ma dal problema economico-sociale, la cui gravità si accresce progressivamente per l'accrescersi della distanza tra le poche grandi ricchezze e la miseria estesa ad una vastissima aliquota della Comunità nazionale, per lo scarso potere di acquisto delle classi medie e popolari, per il prepotere - dietro lo schermo di vantate necessità ideologiche, e di non confessate nè confessabili solidarietà e compromissioni politiche - del grande capitalismo, spesso legato ad interessi finanziari e politici stranieri, per la disordinata contraddittorietà e la sostanziale nullità della politica economica e sociale sin qui menata dai Governi che si sono succeduti in regime repubblicano, per la perdurante mancanza di qualsiasi statuto sociale del popolo italiano, quale gli deriverebbe da una organica legislazione sindacale;

2) che in tale gravissima situazione economico-sociale, come nelle speculazioni propagandistiche e demagogiche cui essa offre facilissime e numerosissime occasioni, è da ricercarsi la prima e principalissima causa del progressivo dilatarsi dell'elettorato social-comunista, onde il problema dei progressi del Comunismo in Italia è problema che non può risolversi se non dopo, o almeno contemporaneamente, a quello posto dal prepotere capitalistico e dalla necessità di infrenarlo, ed a risolvere il problema del Comunismo non tanto possono valere restrizioni delle libertà democratiche e misure di polizia - che anzi lo esasperano - quanto può e deve valere una direzione della Cosa Pubblica che sia sollecita a risolvere i problemi economici e sociali pendenti, ed a risolverli in spirito di solidarietà nazionale e di giustizia sociale, pronta ad attuare le necessarie riforme di struttura così in alcuni settori dell'amministrazione statale come nell'apparato produttivo della Nazione e nelle leggi che lo regolano, ed aperta ad un leale operante colloquio con tutte le categorie produttrici e lavoratrici, senza pregiudiziali classiste e possibilmente al di fuori di qualsiasi interposizione di partiti politici e dei loro particolaristici interessi;

3) che il PNM - fedele interprete delle tradizioni nazionali e sociali della Monarchia risorgimentale di Casa Savoia, e geloso custode degli interessi perenni e degli auspici futuri dell'Istituto Monarchico, i quali non possono essere legati né a transeunti situazioni istituzionali né agli interessi di classi e di forze economico sociali che già una volta lo tradirono, e che non rispondono al comune interesse della Nazione - deve rivendicare a se stesso, coraggiosamente ed energicamente, l'iniziativa politica e legislativa di quella riconversione della vita economico-sociale della Comunità nazionale italiana che risponde insieme alla obiettiva situazione di fatto - e ad una urgenza di giustizia sociale e di solidarietà nazionale, e che può tuttora venire effettuata, nella collaborazione di tutte le forze sanamente operanti, su fondamenta nazionali, cristiane e popolari.

E PERTANTO AFFIDA AGLI ORGANI CHE IL CONGRESSO ELEGGERA' ALLA RESPONSABILITA' DI GUIDARE IL PARTITO ED Al SUOI GRUPPI PARLAMENTARI IL PRECISO MANDATO DI ATTUARE IL COMPITO COSI’RIVENDICATO Al. PNM IN NOME DELLA NAZIONE E DELLA CAUSA, ASSUMENDO, CON LE CONSEGUENTI POSIZIONI POLITICHE E PARLAMENTARI, UNA LINEA SOCIALE ED ECONOMICA LA QUALE CONDUCA:

Alla attuazione di una politica sociale decisa e realistica che senza tergiversazioni né infingimenti, predisponga i mezzi ed i sistemi necessari per effettuare una più equa ripartizione proporzionale del reddito (patrimoniale, di lavoro, professionale) secondo funzioni, capacità e rendimento, attribuendo così a ciascun partecipante alla Comunità nazionale la quota attribuibile a seconda della sua funzione o posizione sociale di proprietario, di tecnico, di professionista, di lavoratore, di indigente, di invalido, di vecchio, e così che tale quota ,sia per ciascuno - e per ciascun nucleo familiare, non mai inferiore al minimo vitale necessario.

RIFORMA FISCALE

Pertanto:

A) Nella strutturazione del sistema fiscale occorre invertire l'attuale situazione di preminenza tra imposte indirette e le dirette, riservando il maggior gettito fiscale alla imposizione diretta, che colpisca i redditi in scala progressiva, senza pero intaccare né il capitale da cui il reddito deriva, né quelle quote di reddito delle quali si possa dimostrare l’utilizzazione diretta in nuovi investimenti produttivi ed in una espansione

delle occasioni di lavoro. Nel nuovo ordinamento della imposizione diretta occorre altresì riformare, oltre ai metodi di accertamento che devono essere sempre ispirati alla lealtà tra contribuente e Fisco, ed alle aliquote che devono essere realisticamente non confiscatrici, la attuale proporzione, iniquamente squilibrata, tra l'imposizione che colpisce i redditi dell'agricoltura - esosamente chiamati a sopportare un - carico confiscatore - e quella che dovrebbe colpire i redditi degli affari finanziari ed i redditi industriali, conservando, anche a questo scopo, la nominatività dei titoli azionari. Nella riduzione della imposizione indiretta, occorre (provvedendo a concedere un'altra area fiscale ai Comuni ed a concederne una alle Provincie per l'assolvimento dei loro compiti) avere soprattutto di mira la riduzione delle imposte di consumo, e l'abolizione di quelle tra esse che gravano sui consumi popolari più diffusi insieme che su prodotti fondamentali della nostra economia agricola o artigiana. Gli stessi problemi si pongono per l’IGE.

domenica 18 dicembre 2016

Torino: in mostra 'Le Meraviglie di Casa Savoia'

Fino al 2 aprile, una mostra espone il patrimonio artistico di Carlo Emanuele I

La storia di questa mostra parte da molto lontano, e precisamente dal 1580, quando al trono dei duchi di Savoia salì Carlo Emanuele I detto "Il Grande", figlio di Emanuele Filiberto di Savoia e di Margherita di Valois, figlia di Francesco I re di Francia. Questi, una volta salito al trono, nel proseguire l'opera riformatrice avviata dal padre, trasferì la capitale del regno sabaudo da Chambéry a Torino, contribuendo a rendere questa città punto focale dello sviluppo artistico e culturale italiano.

Carlo Emanuele I si dimostrò da subito un regnante appassionato, un lettore vorace, un mecenate e un collezionista spasmodico di opere d'Arte e di scienza. In oltre cinquant'anni di regno trasformò il volto di Torino, rendendola una città in grado di competere per corte e sfarzo con le altre capitali dei principati europei, e finanziando pittori, scultori, letterati, scienziati e alchimisti.
Per valorizzare questo lascito, raro e unico, i Musei Reali, il MIBACT, la Compagnia di San Paolo e la Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino e altri enti cittadini hanno deciso di riunire per la prima volta opere provenienti da vari musei - nazionali e non - al fine di mostrare le meraviglie di quest'eccezionale collezione.

Allestita fino al 2 aprile alla Galleria Sabauda e alla Biblioteca Reale, la mostra espone dipinti, acquerelli, statue, ritratti, armi antiche, libri e curiosità che lasciano lo spettatore affascinato e colpito dalla finezza e dalla chiara selezione e gusto artistico e di passione che traspare dalla ricerca di una continuità stilistica e storiografica.


Curata da Annamaria Bava, Anna Pagella, con la collaborazione di Giovanni Saccani e Gabriella Pantò, "Le Meraviglie di Casa Savoia" è una mostra che in sé contiene alcuni elementi eccezionali e rari, come una curatela intelligente, una selezione di opere mai riunite in un solo corpus, corredata da un fitto calendario di visite e approfondimenti che mostra un lato della città sabauda ancora poco conosciuto o ignorato.

sabato 17 dicembre 2016

UN FRANCOBOLLO PER FRANCESCO GIUSEPPE

di Domenico  Giglio, presidente del Circolo Rex


Il  turismo  oggi  è, quasi  ovunque, un  elemento  non  trascurabile  di  “entrate”  per  cui  bisogna  sfruttare   le  occasione che la storia o l’attualità ci propongono. Ora per l’Austria, il  2016  è  il  centenario  della  morte dell’Imperatore Francesco Giuseppe, mancato  il 21  novembre  1916, dopo  68  anni  di  regno. Perciò  a  Vienna  sono  state aperte  quattro  mostre, in  luoghi  legati  alla  figura  dell’imperatore, cominciando dallo splendido palazzo di Schonbrunn, con il suo parco e l’aereo porticato della  “gloriette”, dove Francesco Giuseppe aveva vissuto, in  una  semplice  cameretta, dopo  essere  rimasto  vedovo, e  lavorato, ad  una  modesta  scrivania, fino  all’ultimo giorno  della  sua  lunga  vita, da  “primo”  impiegato  dell’ Impero, e  dove, purtroppo, per  lui, per  la  sua  Casata, e  per  l’Europa  tutta, aveva  firmato  il  28  luglio  1914, la  sciagurata  dichiarazione  di  guerra  alla  Serbia. Grandi  motivi  di  celebrazione  non  vi  sarebbero  stati, ma  l’attrattiva data  dalla  figura  ben  nota  di  questo vecchio  signore, ancora  alto, anche  se  leggermente  incurvato, snello, elegante  nelle vecchie colorate divise dell’esercito  asburgico, hanno  appunto dato  motivo a queste mostre che  hanno  rafforzato  il  ruolo  turistico  di  Vienna, già  ricca  di  attrazione  dal  Ring sul  quale  si  affacciano  i  grandi e  maestosi  palazzi  del  Parlamento , l’ Opera, il  Rathaus, i  Musei, alla  Hofburg,  poi alle  grandi  Chiese, al   “Belvedere”, il  palazzo del  Principe  Eugenio  di  Savoia, una  delle  più  belle  ed  eleganti  residenze  principesche  dell’Europa  ed  infine  al suo Danubio, che  nella  memoria  collettiva, è sempre “blu”.

Ma oltre alla mostre, per i filatelici, vi  è  stata  l’emissione, ad  agosto, di  un  francobollo  da  0,80, recante  l’effigie  dell’ Imperatore, e  le  semplici  date  “1830-1916”, il che  è  significativo, in  quanto  l’Austria  è  una  repubblica  dal  1918  e  ricordare  un  Sovrano  della  Casa  degli  Asburgo  è  un  segno  di  sensibilità  storica  e  di  rispetto  per   il  passato, elementi  fondamentali  della  nostra  civiltà, che  ha  secoli  e secoli  di  vita  e  dove, invece, la cancellazione  di  parte  della  storia, rivela  complessi  di  inferiorità, termine  più  che  benevolo  per  non  usarne  altri. Ed  è, sempre  filatelicamente , da  notare  come  nel  2014,  le  poste  austriache, abbiano  ricordato , con  l’emissione  di  un  bellissimo  “foglietto”, contenente  due  francobolli, uno  con  l’effigie  dell’Arciduca Ereditario, Francesco  Ferdinando, l’altro  con  la  effigie  della  sua  consorte “morganatica”, Sofia  Chotek, il  loro  assassinio  a  Serajevo, il  28  giugno  1914, data  tragica  non  solo  perl’imperoaustro-ungarico, ma  per  tutta  l’Europa, essendo  stata  la  scintilla  che  fece  scoppiare  la  Grande  Guerra, o  Prima  Guerra  Mondiale.

I  confronti   sono  sempre  polemici, ma  sono  i  fatti  che  parlano. In  Italia  le  poste , salvo  nel  2002  la  Regina  Elena, non  hanno  mai  ricordato  né  nel  1950, cinquantenario, né  in  epoche  successive, l’assassinio  di  un  suo  Sovrano, Umberto I, né  dopo   25  o  30  anni, la  morte  di  Umberto  II, mancato  nel  1983, né  hanno  mai  ricordato  la  prima  Regina  d’Italia, Margherita  di  Savoia, dal  lontano  1926, data  della  sua  scomparsa, né  nel  cinquantenario, né  successivamente, anche  quando  due  anni  fa  diversi  circoli, associazioni  e  comuni, avevano  fatto  ufficiale  richiesta  al   competente  ministero, di  un  francobollo  per  il  novantesimo  anniversario  del  2016, come  pure, quest’anno, ricorrendo il  settantacinquesimo  anniversario  della  morte in  prigionia, a  Nairobi, del  Duca  Amedeo di  Savoia,  malgrado  la domanda  motivata, illustrante  la  nobile  figura  di  questo  principe,   inviata  da   circoli  ed  associazioni  combattentistiche e d’arma, le poste  non  hanno accolto la  richiesta, dell’emissione  di  un  francobollo  commemorativo, preferendo  ricordare  altre  persone  ed  altri  temi  sui  quali  il  tacere  è  bello .