Bella galleria fotografica sul Corriere della Sera:
NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
martedì 17 febbraio 2015
domenica 15 febbraio 2015
La Monarchia e il Fascismo - decimo capitolo - IV
Come
nel 1915, così nel 1940 il Re ha dichiarato la guerra ascoltando
democraticamente la «volontà popolare ».
Ebbene,
costoro che rimproverano il Re di non aver fatto sparare sulle camicie nere
della marcia su Roma, anche se «accompagnate del consenso della maggioranza del
popolo», gli rimprovereranno un giorno di non aver fatto sparare sulle folle
oceaniche adunate il 10 giugno del 1940 davanti ai fasci ed agli altoparlanti a
sentire, ad acclamare Mussolini quando annunciò la dichiarazione di guerra. A
Roma in 20 anni di regime fascista non si è mai vista affluenza di popolo così
grandiosa, così spontanea. Tale consenso era stato preceduto da quello per la
firma del «Patto d'acciaio» con Hitler, avvenuta il 24 maggio 1939, con
dimostrazioni al grido di «Vogliamo la guerra!». A undici giorni di distanza,
Ciano annota nel suo diario in data 3 giugno di quello anno: «Il Duce pronuncia
una violenta diatriba contro la Monarchia. E' presente anche Starace. Il Duce
afferma che il Re è un piccolo uomo insipido e infido e che la Monarchia con sue
idiozie impedisce l'assorbimento delle dottrine fasciste da parte
dell'esercito. Io sono come un gatto, dice Mussolini, cauto e prudente, ma
quando mi slancio sono sicuro di cadere dove desidero. Sto studiando ora se non
sia il caso di farla finita con Casa Savoia».
E'
in questo periodo di maturazione della guerra che il dissidio fra Mussolini ed
il Re si fà più aspro ancora. Nel diario di Ciano si legge il 14 di marzo: «A
dire di Acquarone Sua Maestà sente che, da un momento all'altro potrebbe
presentarsi per lui la necessità di intervenire per dare una diversa piega alle
cose. E' pronto a farlo ed anche con la più netta energia». Ma i successi
tedeschi in Norvegia hanno aumentato nel paese le illusioni sulla certezza
della vittoria finale. Mussolini pensa di mettere il popolo italiano davanti
all'alternativa di scegliere fra lui ed il Re. Tutto ciò rivela chiaramente
l'attrito esistente alla vigilia della guerra fra il Sovrano e Mussolini il
quale si sente sorretto dalla nazione. Se un atteggiamento contrario osasse
assumere il Sovrano, il popolo italiano, fanatizzato dal suo Duce, si
schiererebbe dalla parte di questo. Il Re rimarrebbe solo, forse imprigionato,
senza che nessuno dei futuri suoi denigratori venga in suo soccorso al fine di
evitare la guerra. Si può anche sospettare, che molti di costoro rimarrebbero
solidali con Mussolini. Consapevole di questa situazione al Sovrano non rimane
altra via che quella di sacrificarsi sull'altare della volontà popolare e
cercare di salvare il salvabile. Ma la fatalità è superiore alle sue forze e
viene travolto dagli eventi. Quello che è certo è questo: che nessuno ha
lottato come ha lottato Vittorio Emanuele III per evitare la guerra, pur
trovandosi solo ed abbandonato.
I
documenti venuti in seguito alla luce confermano questo suo atteggiamento: di
importanza veramente eccezionale le lettere scritte dalla Regina Elena alle
Regine d'Europa per invitarle a collaborare onde evitare il conflitto. La Rivista biellese (febbraio
1951) pubblica un interessante articolo del marchese Federico Di Vigliano, che
fu maestro di cerimonie alla Corte, su l'azione svolta dalla Regina Elena per
scongiurare l'entrata in guerra dell'Italia. Nel novembre del 1939, angosciata
per il conflitto scatenato in Germania, pensò di porsi a capo di una
iniziativa, che avrebbe dovuto far sospendere le ostilità e promuovere un
congresso ai fini di un accordo e di una pace duratura. Con queste precise
finalità, il 37 novembre 1939 Elena di Savoia preparava un messaggio per la Regina Elisabetta
del Belgio, Giovanna di Bulgaria, la
Regina di Jugoslavia, Alessandra di Danimarca, Guglielmina
d'Olanda e per la
Granduchessa Carlotta di Lussemubrgo. Ecco il testo del
messaggio:
Signora
e Cara sorella,
«La
profonda commozione inspirata dalla visione della immane guerra che si sta
svolgendo per i mari, per le terre, per l'aria dovunque Grandi Stati e Grandi
Popoli con tutto il loro coraggio, con tutto il loro genio, e con tutte le loro
ricchezze, dibattono senza tregua e senza pietà interessi e sentimenti in
contrasto, mi spinge a rivolgervi un cordiale invito:
«
La guerra che infiamma tanti eroismi a distruggere vite, lavoro, fede nel
domani, cioè i presidii stessi della civiltà, minaccia di dilagare nello spazio
e nel tempo e di inasprire i suoi terribili rigori ogni giorno peggio, così da
scuotere la base stessa della comunione delle genti. Altissime autorità hanno
già rivolto ai belligeranti in nome di Dio od in nome di uno ovvero di un altro
popolo neutrale, voti di pace che non furono accolti.
«Questi
precedenti potrebbero inaridire le speranze e togliere coraggio a nuove
iniziative. Ma non impediscono ai cuori innumerevoli delle donne di ogni
regione del mondo, di elevare ai Capi degli Stati belligeranti la invocazione
del proprio orrore, della propria pietà e della propria saggezza, perchè si
arrestino a considerare non solo le proprie ragioni ma quelle altresì del
sentimento umano. Esso implora tregua a tanta strage di vite ed a tanta
distruzione di beni, a tanto turbamento di animi ed a tante interruzione di
industrie, di arti, di studii civili; implora la cessazione di una guerra, non
ai soli belligeranti aspra e flagella, ma a tutti senza distinzione causa di
sacrifici immani.
«Io
mi rivolgo perciò a Vostra Maestà e Vi prego di volere accogliere con me quelle
invocazioni di madri di sorelle, di spose, di figlie; di conferire alle
medesime invocazioni, prestigio, vigore, diffusione, efficacia, unendo gli
animi nostri e le nostre voci al fine'di ottenere che le ostilità siano sospese
e che gli sforzi siano uniti onde siano raggiunti accordi giusti e pace
duratura.
«Nessuno
può dubitare della devozione con la quale ciascuna di noi sarebbe pronta al
sacrificio di sé e dei suoi stessi figlioli per la propria Patria. Ma questo
stesso comune sentire ci induce a comprendere di quali ansie vivano oggi
milioni di madri, anelanti esse pure ai giusti riconoscimenti dei diritti dei
loro paesi ma altresì alla salvezza dei figli mercè una pace definitiva e saggia.
«A
questo invito ed alla speranza di unire gli sforzi nostri pacificatori mi
incoraggia l'esempio di due Principesse di Savoia: Margherita d'Austria vedova
di Filiberto Il Duca di Savoia, che fu da suo padre nominata Governatrice dei
Paesi Bassi e Luisa di Angouléme moglie di Carlo di Valois, nata Principessa di
Savoia e madre di Francesco I Re di Francia.
«Queste
due Principesse, spinte irresistibilmente ad arrestare le ininterrotte effusioni
di sangue prodotte dalle guerre fra imperiali e francesi, negoziarono nel 1529
quel trattato di Cambrai che, in loro onore, fu chiamato la «Paix des Dames».
«Possa
anche a noi essere consentito di persuadere gli animi ad ammettere che sia
troncata e che adeguati metodi di risolverla, con onore di tutti, siano equamente
cercati dalle Parti.
Elena
Non
era, tuttavia, possibile spedire, le lettere senza che il Capo del Governo ne
fosse a conoscenza. Senonchè Mussolini, dopo avere letto il messaggio, il 29
novembre rispondeva alla Regina con la seguente lettera:
Maestà
«Mi
è grato assicurare la
Maestà Vostra che ho preso in attenta considerazione
l'appello che Voi pensereste di fare e di rivolgere alle Principesse Sovrane
dei Paesi neutrali in favore di una iniziativa di pace che portasse alla
cessazione delle ostilità e allo stabilimento di una migliore giustizia tra i
popoli di Europa.
«Ispirato
a un ricordo della storia della Vostra Casa e dettato da un generoso spirito di
umanità, io non dubito che l'appello di V.M. incontrerebbe il consenso delle
Auguste Persone alle quali esso sarebbe rivolto.
«Ma
le circostanze attuali e l'esperienza di tentativi recenti non consigliano di
promuovere adesso la iniziativa di un congresso internazionale di pace, e in
queste circostanze l'appello di V.M. non avrebbe quello svolgimento pratico che
solo potrebbe portare al raggiungimento degli alti fini che V.AL si propone.
«Vogliate,
Maestà, accettare i sensi della mia profonda devozione.
sabato 14 febbraio 2015
Auguri di pronta guarigione all'ingegner Giglio
Dallo staff di Monarchici in Rete i più affettuosi auguri di pronta guarigione al nostro amico, grande collaboratore, indomito monarchico, ingegnere Giglio, presidente del benemerito circolo Rex che nonostante un infortunio al braccio continua ad inviarci i suoi scritti.
Sensibilità di Casa Savoia
Giovan Battista Scapaccino, carabiniere, prima medaglia
d’oro al valor
militare, concessa alla memoria, per
non aver tradito
il giuramento di
fedeltà al Re
Carlo Alberto, quando la
sera del 3
febbraio 1834 dei
rivoltosi mazziniani impadronitisi
della casermetta di
Les Echelles, in Savoia, volevano imporgli
di gridare “Viva
la repubblica” ed
al suo grido
di “Viva il Re!”,
lo avevano crivellato
di proiettili, era celibe, per
cui a nessun
figlio o coniuge
sarebbe andato un
riconoscimento pensionistico.
Invece con una
sensibilità tipica di
Casa Savoia, per quella che
Benedetto Croce definì: ”…la
singolare unione di
sovrani e popolo
propria della storia” sabauda, di cui
un esempio poco
conosciuto era stato
nel 1700, durante la guerra
contro Francesi, spezzare il
proprio Collare dell’Annunziata da
parte di Vittorio
Amedeo II,per distribuirne
i pezzi ai
poveri, fu proposta ed
accolta dal Re, la
concessione, vita natural durante, di
una pensione ai
genitori dello Scapaccino, il cui
documento originale si
trova a Roma, nel
Museo dell’ Arma del
Carabinieri, in Piazza Risorgimento.
Domenico Giglio
Vent’anni fa se ne andava Giovanni Artieri
...figura di spicco del MSI
Il Secolo d'Italia ricorda Giovanni Artieri, grande figura di storico monarchico, più per la sue legislature di parlamentare missino che per la lunga militanza monarchica e per la notevole stima che riscuoteva presso il Sovrano in Esilio. Ha fatto bene il Secolo a ricordarlo. Noi non lo avevamo né lo avremmo fatto. Avremmo calcato di più la mano sulla sua vita dedicata alla Monarchia più che al MSI. Sicuramente onorò le organizzazioni di cui fece parte.
di ANTONIO PANNULLO
Vent’anni fa, il 12 febbraio 1995,
moriva a Santa Marinella,
all’età di 91 anni, il conte Giovanni
Artieri, giornalista,scrittore, storico, senatore nelle file
del Msi. Artieri,
nato nel 1904 a Napoli,
fu senza dubbio una delle figure culturalmente più valide del Movimento Sociale
Italiano, al quale approdò dopo una lunga militanza
monarchica.
Fu eletto senatore nella VI e nella VII legislatura, nel corso
della quale passò a Democrazia
Nazionale; era il febbraio del 1977. Le ragioni della sua
scelta vanno ricercato probabilmente nel suo essere un liberale a tutto tondo e
nella sua amicizia con Mario
Tedeschi, direttore di Il
Borghese, anch’egli monarchico.
Nel 1971 Artieri era stato eletto
consigliere comunale a Roma, dove si distinse per le battaglie in favore dei
lavoratori della Cisnal, sostenendo anche in piazza le loro rivendicazioni.
Artieri iniziò giovanissimo la sua carriera di cronista nel quotidiano di
Napoli Il Mezzogiorno,
fondato da Matilde Serao,
per poi passare a Il Mattino di Luigi Barzini senior.
Nel 1926,
con Massimo Bontempelli e Curzio Malaparte, partecipò al
dibattito letterario italiano dando vita alla rivista Novecento e al movimento
culturaleStracittà,
frequentando i circoli liberali legati a Benedetto Croce. Successivamente, e per venti anni, fu
inviato speciale della Stampa,
per conto della quale seguì tutti i fatti più importanti degli anni Trenta e
Quaranta, dalla guerra di Spagna a
quell’Etiopia a
quella della Finlandia,
scrivendo reportage che sono entrati nella storia dei giornalismo di guerra.
Nel 1953 effettuò poi un “giro del mondo” durato undici mesi.
Intanto nel 1944,
insieme con Renato Angiolillo,
fondò Il Tempo di
Roma.
Lavorò con Leo Longanesi al
Borghese e nel contempo scrisse una trentina di libri, molti legati alla sua
città, Napoli, e altri di storia. Celebre e importante la sua trilogia
partenopea: Napoli nobilissima, Funiculì funiculà e La quinta Napoli. Altre opere
riguardano Mussolini,
la Repubblica Sociale Italiana,
la guerra d’Africa, la storia della monarchia.
La sua ultima fatica fu il
volume, del 1995, anno della sua morte, Le
guerre dimenticate di Mussolini: Etiopia e Spagna. E a proposito
della monarchia, Artieri fu tra gli storici che parlarono dei gravissimi quanto
dimenticati incidenti di Napoli all’indomani dei risultati del referendum tra
monarchia e repubblica del giugno 1946. Come si ricorderà, Napoli dette alla
monarchia l’83 per cento dei voti; quando si sparsero le voci sui brogli per
far vincere la repubblica, Napoli – ma anche altre città – insorse. Vi furono
scontri cruenti, il più grave dei quali è quello cosiddetto della strage di via Medina,
quando le forze dell’ordine del ministero dell’Interno spararono sulla folla di
dimostranti monarchici causando ufficialmente 9 morti e 150 feriti.
Artieri
parla però di un totale di 47 morti. Anche queste repressioni sono state taciute
sia dai mass media sia dalla storia, ma rimasero vive per molti anni nel cuore
dei napoletani.
[...]
Giovanni
Artieri fu uno degli uomini che onorarono la Fiamma tricolore.
Ci giunge questa nota, che doverosamente pubblichiamo:
Sintetizzare Artieri in "figura di spicco del MSI" è disonesto, stupido e ridicolo.
Fu nel MSI-DN (non solo MSI) con i covelliani e laurini nel contesto della (velleitaria) "Costituente di destra" e poi se andò nella inutile D.N. sempre insieme ai covelliani e laurini e con - loro si - esponenti di spicco, da sempre, del MSI come De Marzio, Nencioni, Roberti, Delfino,Turchi, Menicacci, ecc..
Infine, la faziosità e scorrettezza del "giornalista" che cita titoli di libri (ottimi) dedicati al fascismo e al suo capo e ignora quelli ben più importanti dedicati alla Monarchia come, tra i molti, "Cronaca del Regno d'Italia" e "Umberto II e la crisi della Monarchia".
E' per questo, aggiungiamo noi, che sarebbe utile aumentare la nostra "potenza di fuoco" andandoci a riprendere una per una tutte le figure eccelse che il mondo monarchico ha offerto alla Patria, anche repubblicana. Persone di immensa cultura, grandi militari, uomini di Stato cui gli attuali non sarebbe degni di lucidare le scarpe.
Riaffermare che le loro opere furono dettate anche dalla fedeltà al Re è tutt'altro che secondario.
Riaffermare che le loro opere furono dettate anche dalla fedeltà al Re è tutt'altro che secondario.
giovedì 12 febbraio 2015
Il millesimo post
Questa è la millesima volta che entriamo in questa pagina per scrivere qualcosa. E questa volta è per farci gli auguri.
Era il 5 dicembre del 2009, poco più di 5 anni fa, che
questo blog muoveva il primo passo.
Abbiamo iniziato con un video che riportava la formula del
giuramento di fedeltà al Re, ai suoi reali successori, allo Statuto.
Continuiamo con la sentinella armata che difende il Tricolore del Regno. Quale immagine più bella nel centenario della Guerra che completò l'unità d'Italia?
Siamo contenti di 144600 visite, quasi 30.000 all’anno.
Siamo contenti di aver avuto la generosa collaborazione di
persone migliori di noi alle quali abbiamo dato solo supporto tecnico .
Siamo contenti di avervi avuto fin qui lettori numerosi.
Speriamo di fare di più e di meglio per il futuro.
Grazie a Voi, amici, che ci seguite e che date un senso alle
nostre fatiche.
Il Re Filippo si taglia lo stipendio del 20%
Royal spendig review nella monarchia spagnola: il re Filippo si taglia lo stipendio del 20%
Sforbiciate reali. In Spagna succede che il re Filippo VI ha deciso di abbassarsi lo stipendio del 20%. Prenderà 234 mila euro, ovvero 58 mila euro di meno rispetto a quanto si trovava in busta paga il padre quando era Capo di stato. La tabella con i salari principeschi è stata pubblicata sul sito della Monarchia, alla sezione “Trasparenza”, dove si possono consultare tutte le spese previste per il 2015 che ammontano a oltre 7 milioni di euro.
Il nuovo Monarca spagnolo ha dato un rapido sguardo agli stipendi dei colleghi europei, tra regine e presidenti, e ha fissato i nuovi compensi a casa propria. All’ex re, il papà don Juan Carlos, spetterà un assegno annuale di 187 mila euro e sua moglie, Doña Sofía, incasserà 105 mila euro. Letizia Ortiz, la ex giornalista e neo regina di Spagna, prenderà meno del suocero: 128 mila euro annui, il 55% della paga del marito.
[...]
In Italia abbassare le pensioni, non gli stipendi, d'oro è anticostituzionale. Anche grazie al nuovo presidente della repubblica.
Che fine dobbiamo mai fare?
Che fine dobbiamo mai fare?
martedì 10 febbraio 2015
10 Febbraio
Oggi come allora....
Giovannino Guareschi
dalla nostra collezione di "Candido"
Anno III, 7, 15 Febbraio 1947
sabato 7 febbraio 2015
La provincia di Caserta, la roccaforte dei Monarchici nel referendum dei 1946
Uno sfiduciato Giuseppe Capobianco studiava dati, confrontava voti espressi per comprendere come mai la sua provincia di Caserta avesse potuto esprimere un consenso rilevantissimo, oggi diremmo " bulgaro", per la Monarchia di Casa Savoia nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946. In particolare confrontava i dati delle precedente elezioni municipali e quelli espressi per l'Assemblea Costituente al fine di capire perché la provincia di Caserta avesse umiliato in modo così incomprensibile la Repubblica.
Si soffermava in particolare sui paesi ove era stati presenti diversi uomini antifascisti, ma , seppur in misura minore rispetto alle altre realtà, si constatava un consenso forte per la Monarchia di Casa Savoia anche in tali paesi. Se Trentola, che allora comprendeva anche i comuni di Arienzo e San Felice a Cancello aveva espresso solo 130 voti per la Repubblica a fronte di un consenso di ben 4189 per la Monarchia (forse il primo comune non solo della provincia ad esprimere una percentuale vicina al 100% dei consensi per i Savoia), se Pignataro Maggiore aveva dato alla Monarchia il 96,3% , come Rocchetta e Croce, e Camigliano il 96,2%, Teano il 96%, Francolise il 93%, gli stessi paesi di Calvi Risorta il 91,6% dei consensi e Sparanise l' 89%, se la stessa Capua di tanti antifascisti durante il Fascismo aveva espresso solo il 25% per la Repubblica, se poteva consolare Maddaloni con 2211 voti per la Repubblica contro gli 8895 della Monarchia, e ancora di più Marcianise che pur si era ben difesa in tale contesto di consenso bulgaro, attribuendo 3576 voti alla Repubblica contro i 7458 voti monarchici, una motivazione doveva pur esserci.
[...]
La Monarchia e il Fascismo - decimo capitolo - III
Mussolini primo Maresciallo. Il Re protesta ma il popolo acclama.
![]() |
| La doppia "greca" da Primo Maresciallo dell'Impero immagine tratta da www.tuttomilitare.it |
Dichiarata la guerra al negus nell'ottobre del 1936, la
popolazione delle grandi e piccole città accompagna i soldati partenti con
fiaccolate, luminarie e cortei. La conquista dell'Etiopia sarà la soluzione del
problema della nostra preoccupante super popolazione. Sopraggiungono le
sanzioni che stringono ancora più il popolo italiano intorno a Mussolini:
fuorusciti e confinati, da Bergamo a Bencivenga, si ricredono ed augurano
all'Italia esito vittorioso della guerra, uomini politici appartati, come V.E.
Orlando, offrono a Mussolini la loro solidarietà per la intrapresa conquista.
E' a Mussolini che si rivolgono e non al Re. Il Duce del fascismo è considerato
il Capo dello Stato, egli solo rappresenta l'Italia, trasformata oramai in
Repubblica totalitaria.
Alla fine di marzo del 1938 le piazze, d'Italia sono ancora
piene dei clamori che hanno salutato la vittoriosa conquista, ed il giorno 30
viene annunciato un discorso di Mussolini in Senato, mentre la Camera è convocata in
seduta straordinaria. Egli parla per oltre un'ora fra continue acclamazioni e
le sue parole sono tante note di uno squillo di guerra. La conclusione dà
l'immagine di quanto egli abbia potuto dire:
MUSSOLINI: « La storia - anche la nostra - ci dimostra che
fu sempre fatale il dissidio fra la condotta politica e quella militare della
guerra (applausi): nell'Italia del Littorio questo pericolo non esiste: in
Italia la guerra come fu in Africa, sarà guidata agli ordini del Re da uno
solo, da chi vi parla (applausi vivissimi, si grida: Duce! Duce!) se - ancora
una volta - questo grave compito gli sarà riservato dal Destino».
Alla fine del discorso, «tutto il Senato scatta in piedi e
applaude lungamente esaltando il Duce con ardente entusiasmo. Si leva il canto
di «Giovinezza» che prorompe impetuoso dal petto di tutti i presenti».
«Su proposta dei Senatori Grande Ammiraglio Thaon di Revel,
Badoglio e Piccio, il Senato delibera l'affissione del discorso» (1).
Intanto alla Camera dei deputati il Presidente Costanzo
Ciano, con riferimento al discorso pronunciato poco prima al Senato dal Duce,
sottopone all'approvazione dell'assemblea la seguente proposta di legge:
Art. I. - «E' creato il grado di Primo Maresciallo
dell'Impero (Vibranti fervidissime acclamazioni).
Art. 2. - « Tale grado è conferito a S.M. il Re
Imperatore (Vivissimi generali prolungati applausi grida
ripetute di Viva il Re! - Nuove calorosissime acclamazioni. Il Presidente
ordina il saluto al Re e la
Camera risponde con un grido altissimo: Viva il Re!)... e a
Benito Mussolini, Duce del fascismo ».
(La Camera
prorompe in una irrefrenabile ovazione che si protrae a lungo fra grida
continuate di: Duce! Duce! - Il Presidente ordina il saluto al Duce e la Camera risponde- A Noi!).
«Il Presidente propone che l'approvazione della proposta di
legge venga fatta esclusivamente per acclamazioni e l'assemblea scatta in
vivissime entusiastiche ovazioni.
«Indi aggiunge: «Camerati, questa proposta di legge che la Camera , la quale oggi si
sente, più che mai sovrana interprete del popolo italiano, ha or ora approvato
sarà recata da noi stessi al Senato del Regno» (Vivissime acclamazioni - Grida
ripetute di Duce! Duce!) (2).
La seduta è durata precisamente 10 minuti. Poi i deputati
escono incolonnati guidati da Starace e da Ciano, dai membri del Direttorio del
Partito, dai presidenti delle Associazioni mutilati e combattenti, e si recano
al Senato a reclamare l’approvazione della legge. Il Senato non chiede di
meglio.
«PRESIDENTE FEDERZONI: «Camerati senatori, mi perviene dal
Presidente della Camera fascista la seguente proposta di legge che è stata
dianzi approvata dall'altro ramo del Parlamento e per la quale vi domando
discussione di urgenza» (Il Senato approva per acclamazione).
«Il Presidente nomina una Commissione la quale è incaricata
di riferire fra cinque minuti. Ed essa, composta dei senatori Ducci, Ferrari,
Mosconi, Perrone Compagni, Piccio, Romei Longhena, Ruffo di Calabria, entro il termine
stabilito propone che «la proposta di legge sia votata per acclamazione»
(Vivissimi, generati e prolungati applausi).
«STARACE, Ministro Segretario del Partito: «Per il Senato
fascista Eía! Eia! Eia! (Tutta l'assemblea risponde: Alala!).
«La proposta di legge è approvata» (3).
Durante le sedute Piazza Venezia rigurgita di popolo
acclamante accorso ad ascoltare la parola del Duce trasmessa dagli
altoparlanti. Quando ha detto che l'Italia possiede la flotta sottomarina più
potente del inondo l'entusiasmo si è fatto delirante. Si gettano cappelli in
aria, si agitano fazzoletti. Poi il Duce, rientrato a Palazzo Venezia si
affaccia al balcone una, due, cinque volte, otto volte per rispondere alle
acclamazioni del popolo autentico che ha abbandonato le officine, popolane che
levano alti nelle braccia i piccoli figlioli, ufficiali e soldati. In provincia
l'entusiasmo per le sparate guerriere del Capo del governo non è minore che a
Roma. Città e paesi gareggiano in adunanze e dimostrazioni pubbliche. Si va
creando quella psicosi di guerra, quella deformazione mentale delle folle che
può portare al trionfo ma anche alla catastrofe perché una volta scatenate le
masse non si fermano che quando arrivano al fondo del precipizio. E allora
incolpano i capi ai quali però si ribellerebbero qualora osassero trattenerle
nelle ore decisive.
L'unico che resiste al non senso del primo maresciallato è
il Re. E fa quello che può fare un Monarca al quale a poco a poco, lentamente,
sistematicamente, democraticamente, hanno tolto ogni potere sovrano. Lo dice lo
stesso Mussolini nella sua Storia di un anno, quando descrive che nel colloquio
per la firma della legge il Re era eccitatissimo. «Era pallido di collera. Il
mento gli tremava: - Questa, dice il Re, è la più grossa di tutte! Data
l'imminenza di una crisi internazionale non voglio aggiungere altra carne al
fuoco, ma in altri tempi piuttosto che subire questo affronto, avrei preferito
abdicare».
Mussolini chiese il parere del prof. Santi Romano,
Presidente del Consiglio di Stato, «il quale mandò una memoria di poche pagine,
in cui dimostrava con rigore logico che il Parlamento poteva fare ciò che aveva
fatto e che insignendo il Duce di un grado militare non ancora esistente nella
gerarchia, di tale grado doveva essere anche insignito il Re, nella sua qualità
di Capo Supremo di detta gerarchia. Ma il Re continuò a protestare anche dopo
il responso del Romano che qualificò un pusillanime opportunista disposto a
giustificare le tesi più assurde» (4).
Isolato e senza alcun potere di intervento, il Re si trova
nella impossibilità di reagire. E così si arriva alla guerra con il comando
delle forze armate operanti affidato a Mussolini per iniziativa di Badoglio, il
quale, si offre di mettersi alle dirette dipendenze, in qualità di Capo di
Stato Maggiore Generale, del Primo Maresciallo, trascurando il Re, il quale
deve si, rimanere il capo dell'esercito, ma puramente nominale.
Del resto l'esercito stesso è tutto infatuato di Mussolini,
e se vi saranno improvvise... crisi di coscienza all'ultimo momento, questo non
esclude la responsabilità dei capi, sopratutto dello Stato Maggiore. Ecco
quello che scriveva un suo luminare, il generale Giacomo Carboni, il 23 luglio
1933 data in cui Mussolini aveva assunto personalmente il Dicastero della
guerra: «Di tanto in tanto, nella storia militare di tutti i popoli emerge una
figura superiore che si impone, demolisce pregiudizi e superstizioni, svecchia
costumi, infrange idoli, preparando quei tali eserciti, che allorquando vengono
a cozzare con gli avversari, li mandano in frantumi». Cinque mesi dopo il Carboni
trionfalmente annunzia: «La pesante macchina militare pilotata da un Nocchiero
di Genio, ha subito preso un'andatura mussoliniana» «Quando il Duce enuncia un
programma, ecco è già risolto a metà» - «La Milizia deve salvaguardarsene e difendere a mano
armata le conquiste, della Rivoluzione» - «Il fascismo ha fatto miracoli
modificando radicalmente l'anima del cittadino italiano. Motore unico di questa
radicale trasformazione: la volontà del Duce».
Nel 1936 troviamo sempre del Carboni, questa mirabolante
esaltazione: «Chi ha sollevato il popolo dalla neghittosa ignavia dei regimi
democratici? Mussolini. Chi ha scatenato la giusta guerra al giusto momento?
Mussolini. Chi ha fronteggiato con la spregiudicata chiaroveggenza del Genio e
con la fermezza inflessibile dell'eroe la coalizione che ci stringeva?
Mussolini. Chi ha impersonato il summus Dux vagheggiato in ogni tempo dai grandi
pensatori militari? Mussolini». E pone l'astro «Dux» nella costellazione di «Ciro,
Alessandro, Annibale, Cesare, Gustavo Adolfo, Crontwell, Federico II, Napoleone».
Le giaculatorie non sono occasionali, ma sistematiche, di persona che dobbiamo
credere convinta, poiché nel marzo 1939, cinque mesi dopo la faccenda dei Sudeti
e 5 prima della conflagrazione mondiale, il Carboni scrive: «E' dunque tempo di
ricordare i nomi che documentano la incomparabile feracità della nostra stirpe
nella produzione di geni militari. Fabio Massimo, Scipione, Cesare, i capitani
di ventura, Montecuccoli, Eugenio di Savoia, Napoleone, Garibaldi, e Mussolini».
E poi ancora, dopo aver osannato alla «sovrumana saggezza ed al genio militare
del Duce», proclama che «l'Italia ha un esercito provato al vaglio sicuro del
fuoco: migliaia e migliaia di giovani elementi resi guerrieri dal clima del
Littorio» (5).
Sicuro: nel clima del Littorio governo ed esercito, popolo e
borghesia presero la mano al Re che nel momento tragico rimase travolto, senza
possibilità di salvezza.
Non è compito del nostro studio l'esaminare la dichiarazione
di guerra e di conseguenza la sua condotta, il 25 luglio e l'8 settembre tema
trattato ampiamente da tecnici e da storici di valore. La nostra fatica mira a
porre bene in evidenza il clima nel quale essa venne maturata e dichiarata, e
conte le responsabilità - tutte le responsabilità, nessuna ne è esclusa
derivanti dal regime fascista ed imputate a Vittorio Emanuele III, siano invece
da imputarsi ai suoi accusatori, laddove emergono non già i fascisti di fede e
di convinzioni, ma profittatori e cortigiani.
Perchè coloro i quali accusano la Monarchia di aver
favorita la dittatura sono proprio quelli che la hanno provocata con le loro
incontinenze od alimentata con l'aperta adesione.
Il Re non è stato che il capro espiatorio dei loro errori,
delle loro colpe, del loro arrivismo.
(1) Atti parlamentari, Senato del Regno, I Sessione 1934-1938, vol. 4, pag.
3806.
(2) Atti parlarnentari, Camera dei Deputati, Sessione 19341938, vol. 4, pag.
4949.
(3) Atti parlamentari, Senato del Regno, id.
.
(4) La nomina spettava al Re, ma Camera e Senato violarono questa
prerogativa statutaria
(5) Quando la guerra volge al peggio, dopo lo sbarco in Sicilia degli
Alleati, il Carboni passa... dall'altra parte e prende contatto col movimento
clandestino. Chiamato in causa per la mancata difesa di Roma, diventa acceso
repubblicano ed accusa il Re di avere favorito Mussolini e l'avvento del
fascismo
martedì 3 febbraio 2015
lunedì 2 febbraio 2015
La Monarchia e il Fascismo - decimo capitolo - II
Entusiasmi ecclesiastici per Mussolini
In
occasione della sigla al Patto a Quattro (1) lo Osservatore Romano così
commenta la seduta del Senato del 9 giugno 1933: «Vive ed agisce perchè ha già
dettato un discorso come quello del Capo del Governo italiano: il quale, non
solo ha palesato quante strade siano state tracciate ed aperte per condurre
all'intese di pace, ma queste, che potevano condurre a contrasti e conflitti
siano state ripudiate e cancellate. Tributiamo pertanto il nostro plauso a
quella che giuridicamente sarebbe oggi, solo, la promessa di una conquista, ma
con tanto maggior letizia quanto più essa in realtà è ormai una conquista
promettente.»
Due
giorni appresso lo stesso giornale riporta la visita dei tremila pellegrini
spagnoli al Papa il quale parlando loro del Patto a Quattro dice che era
rimasto nel dubbio, nelle incertezze, in mezzo a contrarietà: «quel che oramai
tutti chiamano il Patto a Quattro, questo Patto delle grandi Nazioni europee,
che, se non altro assicura al mondo intero - preziosa assicurazione - un
periodo di dieci anni di pace, di più facili intelligenze, di più facili
armonizzazioni degli interessi, anche se contrastanti e difficile a mettersi
insieme, è stato attuato».
Il
Santo Padre conclude dicendo ai pellegrini, a questo proposito, che «Noi
qualche cosa abbiamo veramente diritto e il dovere di attribuire alle preghiere
che, più che mai in questi ultimi tempi e massime nell'Anno Santo, veniamo
chiedendo a tutti e dovunque per la pace e per il sollievo del mondo »...
Ed
il venerando cardinal Vannutelli, decano dei Sacro Collegio, afferma: «Il
nostro Duce ha ordinato e disciplinato mirabilmente la vita italiana. Ha fatto
molte grandi opere, buone e molte altre di certo ne compirà con l'aiuto del
Signore». Monsignor Videmari, allora vescovo di Ogliastra così si esprimeva: «Un
governo nuovo e virile sta rinnovando ogni cosa. E sia con ordini dati in varie
occasioni, sia con i mirabili suoi diaconi Mussolini ha esaltato insperatamente
la religione di Cristo e la millenaria fede apostolica come vanto ed onore
dell'Italia».
Quando
Mussolini si reca a visitare il Duomo di Milano il cardinale Schuster vi fa
apporre a ricordo una lapide il cui testo vale la pena di riportare:
«
Benito Mussolini - splendore dell'Epoca sua - qui il 30 ottobre 1934 Anno XII
dell'Era Fascista - il Cardinale Ildefonso Schuster consenziendo alla dignità e
all'onore del Tempio in forme egregie provvide - con nobiltà e fermezza - un
tale fatto rammemorando - che a pieno e con maggiore gratitudine - solo i
secoli futuri diranno».
Queste
parole sono state integrate da quelle apparse in altra lapide nell'ottobre del
1936:
«Gesù
Re dei popoli - dona anni lunghi e vittoriosi - all'Italia e al Duce - perchè
la civiltà del mondo - tragga luce perenne - da Roma cristiana » (2).
Il
regime, nella sua incontenibile esaltazione, ha anche trasferito la ricorrenza
del Capo d'anno che non cade più il 1 di gennaio, ma il 28 ottobre, giorno
iniziale del calendario e della numerazione annuale. Questa non avrà più
origine dalla nascita di Gesù Cristo, ma dalla marcia su Roma. Nemmeno questa
riforma che rasenta la bestemmia trattiene certi grandi prelati ed è lo stesso
cardinale Schuster che il 28 otobre 1935 consacra la comunanza tra Chiesa e
Regime, della nuova era, l'Era Fascista: < Questa mattina in Duomo avete
voluto abbinare la solennità dei Santi Simone e Giuda col 13' anniversario
della marcia su Roma. Questo non è punto un mescolare il sacro al profano, ma è
proprio un fare della sana filosofia della storia o meglio è un fare opera di
fede, sollevando gli eventi della vita nazionale ad una più alta visione nella
luce di quella Divina Provvidenza che coordina i fatti e li dirige al nostro
miglior bene. Il 28 ottobre ha infatti aperto un nuovo capitolo nella storia
della penisola, anzi nella storia della Chiesa cattolica il Italia ».
Neppure
i federali parlano così, eppure il Principe della Chiesa va anche più in là;
egli accetta di parlare alla Scuola di Mistica Fascista ed il 28 di febbraio
del 1937 vi pronuncia una allocuzione dalla quale togliamo questo singolare
brano: «lo volentieri paragonerei la situazione di Roma alla morte di Giulio
Cesare, alle condizioni disastrose dell'Italia dopo Caporetto, con
l'indebolimento dell'autorità statale di fronte ai partiti cozzatisi fra loro.
Ma come allora la
Divina Provvidenza inviò Ottaviano, cosi anche in Italia
sorse l'Uomo Provvidenziale, il Genio il quale salvò lo Stato fondò l'Impero e
diede alle coscienze italiane la più perfetta unità nazionale in grazia della
Pace Religiosa».
Ma
l'alleanza tra fascismo e Papato si può considerare come un fatto naturale
perché ambedue sono istituzioni autoritarie ed anti-liberali. Nel periodo
immediatamente precedente la marcia su Roma l'Osservatore Romano aveva avuto una
ripresa di avversione al liberalismo. Un tale che firmava g. scriveva dei
corsivi semplicemente disgustosi, dove la nota dominante era la menzogna. Si accaniva
contro la «liberaleria» per certi innocui, incidentali coincidenze di vedute,
in particolarissimi dettagli di quistioni di importanza municipale, per
concludere che il liberalismo è il padre del bolscevismo! Ma non accennava mai
al bolscevismo autentico del Partito Popolare e di Miglioli quando questi
invitava i contadini all'occupazione delle cascine, al furto del bestiame ed
all'estromissione dei padroni. Del resto, non aveva detto il cardinal Gasparri
a don Sturzo: «meglio collaborare con Turati che con Sonnino» ? E Benedetto XV:
«Dunque don Sturzo avrà capito che noi preferiamo i socialisti ai liberali di
tipo Sonnino...». Il Vaticano si schiera tutto a favore del regime, salvo
poche, limitate, circoscritte, interessate discordanze, come la Enciclica del 30 giugno
1931, Non abbiamo bisogno, la condanna all'Indice di Gentile e
di Oriani (come di Croce del resto) e la dichiarazione di nullità del
giuramento imposto ai funzionari, atto questo di discutibile moralità in quanto
istigava i furbi al doppio giuoco ed al tradimento.
Tuttavia
la Chiesa si
accorda con Mussolini capo di una fazione, mentre aveva sempre ignorato il Re
d'Italia, il Re liberale e democratico per eccellenza.
(1)
Il Patto a Quattro, conseguenza del patto di Locarno, doveva impegnare Italia e
Francia, Inghilterra e Germania (con la successiva e significativa adesione del
Belgio) ad una politica di collaborazione e di pace, in funzione anti-russa.
Venne siglato a Stresa ma non si addivenne alla firma definitiva a causa della
ostilità francese.
(2)
Con lo spirare del vento contrario e con la... crisi di coscienza del Vaticano
voltosi improvvisamente all'antifascismo ed al repubblicanesimo, le due lapidi
sono state fatte prudentemente scomparire.
sabato 31 gennaio 2015
giovedì 29 gennaio 2015
Colle, i monarchici: “Invece del presidente eleggiamo il re”
Napoli – In occasione delle dimissioni del Capo dello Stato è iniziato il “totopresidente della Repubblica” dove le principali forze partitiche fanno a gomitate per presentare le personalità gradite ai più, con una notevole esperienza politica alle spalle che possa assumere quel ruolo super partes che viene richiesto a gran voce.
E proprio in occasione di questo cambio di guardia fa sentire la sua voce l’Umi (Unione monarchia italiana) nelle vesti del suo presidente, avvocato Alessandro Sacchi, per proporre la monarchia come una valida alternativa.
[...]
http://www.pupia.tv/2015/01/home/colle-i-monarchici-presidente-eleggiamo-re/277517
Il tristo rito si compie...
Come sempre succede nelle elezioni dell'inquilino del Palazzo Reale si sottrae dall'oscurità un uomo qualunque, un frutto qualsiasi della prima ed unica repubblica, nella sua versione peggiore, quella crollata con Mani Pulite, e si inizia a verniciarne l'immagine con una patina di aggettivazioni che non trovano alcun riscontro presso il buon senso comune della gente.
"Prestigioso". "Di elevato profilo".
Che ha di prestigioso il candidato di Renzi? L'aver fatto una legge elettorale maggioritaria con quota proporzionale e "scorporo", il "mattarellum", che faceva ammattire gli italiani per quanto era complicata? Conferisce prestigio tutto quel bizantinismo? L'essere stato ministro di Ciriaco De Mita eleva il profilo di chicchessia?
Annoiati da un lato, disperati dall'altro, osserviamo il tristo rito della costruzione dal nulla di un capo di stato che garantirà gli interessi del centrosinistra cattocomunista, alla modica cifra di 261 milioni di euro all'anno, roba da pagarsi cinque Regine Elisabetta e una trentina di Re di Spagna.
Nessuno, ci pare, che garantirà gli interessi degli italiani.
mercoledì 28 gennaio 2015
E perché no un Re?
Articolo del 1962, tratto da "Critica Monarchica". Lo scenario internazionale è cambiato. Sconfitto dalla storia il comunismo adesso spaventano altri modi di pensare, altri stati o organizzazioni sedicenti tali, guarda caso sviluppatisi in nazioni che hanno perso il loro punto di riferimento naturale, il Re, che hanno riportato indietro le loro lancette della storia tornando ad un assurdo medioevo.
Ma a queste continue, penose, trattative di partiti che cercano il "loro" presidente continuiamo ad opporre l'idea, attualissima, di un arbitro che nulla debba ai partiti, ma solo alla Nazione.
«E perché no un Re?». Questa la scritta che apparve lungo le strade di Francia quando nel 1958 questa nazione credette poter risolvere la sua crisi politica e costituzionale, nonché il problema dell'Algeria, facendo appello ad un uomo - De Gaulle - con il duplice risultato, ormai quasi acquisito di perdere insieme Algeria e libertà. Ebbene questa frase, che con l'efficacia di uno slogan racchiude in sé tutto un profondo ragionamento politico, ci è venuta spontanea alla mente nel mentre seguivamo le contrastate fasi dell'elezione del Presidente della Repubblica, e ci siamo chiesti quanti altri italiani avrebbero tratto insegnamento dalle vicende cui assistevano in quei giorni per riproporre alla loro coscienza il problema dell'assetto istituzionale dello Stato. Non è infatti facile sciogliere il torpore nel quale si sono adagiati gli italiani per tutto quanto riguarda questi fondamentali problemi e portarli a discutere in termini politici e giuridici, in termine di «istituzione» dei vantaggi dell'una e l'altra forma istituzionale, invece che nei soliti termini di sentimento e di risentimento o di simpatia ed antipatia verso determinate persone, termini questi che sono alla base di tante inutili e marginali discussioni. E' chiaro che una volta incanalata la discussione nei termini sopra detti, forti dell'esperienza di sedici anni, non dovrebbe essere difficile vincere l'incomprensione che il problema istituzionale e la scelta monarchica incontrano in una società ed in un elettorato così diverso e lontano da quello che sul medesimo problema si pronunciò il 2 giugno 1946.
Ma a queste continue, penose, trattative di partiti che cercano il "loro" presidente continuiamo ad opporre l'idea, attualissima, di un arbitro che nulla debba ai partiti, ma solo alla Nazione.
«E perché no un Re?». Questa la scritta che apparve lungo le strade di Francia quando nel 1958 questa nazione credette poter risolvere la sua crisi politica e costituzionale, nonché il problema dell'Algeria, facendo appello ad un uomo - De Gaulle - con il duplice risultato, ormai quasi acquisito di perdere insieme Algeria e libertà. Ebbene questa frase, che con l'efficacia di uno slogan racchiude in sé tutto un profondo ragionamento politico, ci è venuta spontanea alla mente nel mentre seguivamo le contrastate fasi dell'elezione del Presidente della Repubblica, e ci siamo chiesti quanti altri italiani avrebbero tratto insegnamento dalle vicende cui assistevano in quei giorni per riproporre alla loro coscienza il problema dell'assetto istituzionale dello Stato. Non è infatti facile sciogliere il torpore nel quale si sono adagiati gli italiani per tutto quanto riguarda questi fondamentali problemi e portarli a discutere in termini politici e giuridici, in termine di «istituzione» dei vantaggi dell'una e l'altra forma istituzionale, invece che nei soliti termini di sentimento e di risentimento o di simpatia ed antipatia verso determinate persone, termini questi che sono alla base di tante inutili e marginali discussioni. E' chiaro che una volta incanalata la discussione nei termini sopra detti, forti dell'esperienza di sedici anni, non dovrebbe essere difficile vincere l'incomprensione che il problema istituzionale e la scelta monarchica incontrano in una società ed in un elettorato così diverso e lontano da quello che sul medesimo problema si pronunciò il 2 giugno 1946.
Questa incomprensione per l'istituto e per coloro che politicamente ad esso si rifanno pur tra errori e manchevolezze ben note, si rileva negli scritti che numerosi commentatori politici hanno recentemente pubblicato, nei quali al sostanziale riconoscimento, che apprezziamo, dell'azione positiva svolta in passato dalla Monarchia non segue, e nemmeno viene esaminata e dibattuta, la necessità di essa nel presente, ma segue invece il concetto apodittico dell'inutilità e sterilità di qualsiasi riferimento ad essa. Dire che ciò ci addolora non è esatto, in quanto quella che viene offesa da questi categorici e deflinitivi giudizi, è la nostra intelligenza, non il nostro cuore, in quanto sappiamo bene come la Monarchia in numerosi paesi (i più progrediti, ripetiamolo magari fino alla noia) ancor oggi assolva in modo efficace alla Sua funzione, e come invece, dove è caduta, le siano succeduti regimi tirannici ed assolutisti, per lo più infeudati al comunismo internazionale o che cercano, a prezzo della libertà e del benessere dei cittadini, «vie nazionali per il socialismo», tra clamori retorici e nazionalisti sempre buoni a coprire gli insuccessi economici e la voracità delle nuove caste dirigenti. «Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma» è un concetto valido non solo nel campo della materia, ma anche in quello della vita dei popoli e pertanto è assurdo e ridicolo proclamare la definitiva «inattualità» di una qualsiasi istituzione, perché la storia è sempre pronta a smentire questi affrettati giudizi, dimostrando come, mutato aspetto esteriore e caratteri marginali, fedelmente si ripetano istituzioni, fenomeni economici e forme sociali. Perciò potranno essere inattuali ed inadatte al ventesimo secolo alcune forme assunte dall'Istituto Monarchico nei secoli scorsi (monarchia assoluta, monarchia teocratica, monarchia militare), sebbene esse si siano rivelate sempre migliori delle loro equivalenti repubblicane, ma non la Monarchia in sé e per sé. Di questo è necessario che si sia veramente convinti noi monarchici per dare a tutta la nostra azione quel tono di concretezza, di attualità, di indifferibilità dell'instaurazione di una rinnovata Monarchia che impedisca agli italiani di riaddormentarsi per altri sette anni, con il rischio di svegliarsi veramente troppo tardi per salvare lo Stato democratico e la stessa repubblica dal comunismo, che già oggi ne è padrone in compartecipazione con la Democrazia Cristiana, tramite il bifrontismo del Partito Socialista Italiano.
E la «rinnovata Monarchia» che può, che deve interessare gli Italiani, è la Monarchia tratteggiata in tutti i messaggi dell'attuale Sovrano, cioè la Monarchia Democratica.
Domenico Giglio
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