NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 16 settembre 2018

Emanuele Filiberto consegna un ambulatorio alla Valpolcevera

Emanuele Filiberto di Savoia consegnerà alla Valpolcevera un poliambulatorio donato dagli ordini dinastici della Real Casa Savoia dopo una raccolta di fondi. L’ambulatorio avrà sede presso la Croce Rosa Rivarolese.

lunedì 10 settembre 2018

Gallura effetto nostalgia per Maria Gabriella

Una visita nella Gallura sulla orme dei suoi avi. È quello che ha voluto fare la principessa Maria Gabriella di Savoia, la terza figlia, seconda femmina, dell’ultimo Re d’Italia Umberto 

di Sebastiano Depperu



















Una visita nella Gallura sulla orme dei suoi avi. È quello che ha voluto fare, giovedì pomeriggio 6 settembre, la principessa Maria Gabriella di Savoia, la terza figlia, seconda femmina, dell’ultimo Re d’Italia Umberto II e della Regina Maria José. «La mia famiglia era molto legata alla Sardegna - ha detto la principessa -, un forte legame ci unisce all’isola da tempi immemorabili. Tutti la portiamo nel cuore». E le emozioni che cercava le ha trovate di sicuro facendo tappa in tre posti significativi: Arzachena (al Nuraghe la Prisgiona), a Luras (nel sito degli olivastri millenari e davanti al Municipio) e a Tempio (in Comune).
Nel suo giro nell’interno è stata accompagnata da Renzo Persico (presidente del consorzio Costa Smeralda) e dall’archeologa Angela Antona che, ad Arzachena, le ha illustrato l’importanza del nuraghe. È stata accolta dal vicesindaco Cristina Usai e dall’assessore Gabriella Demuro che l’hanno omaggiata di pubblicazioni e dello stemma del Comune. Un turbinio di emozioni per la principessa rese possibili da Persico che si è proposto di accompagnarla, visto che si trovava ospite di amici a Porto Cervo. Poi, è stata la volta degli olivastri millenari di Luras, dove le corde del suo cuore sono state toccate diverse volte.

Accolta dal vicesindaco Mauro Azzena, la principessa si è commossa quando davanti all’ulivo, un lurese, Pier Paolo Cabras, le ha regalato la foto dove si vedevano loro al seppellimento della Regina Maria Josè e lui che portava la bara. Le stesso Cabras le ha ricordato che, in occasione dei funerali, aveva portato la terra del terreno dove si trova proprio l’olivastro millenario che stava visitando. «L’emozione più forte l’ho provata quando il signor Cabras - ha spiegato - mi ha mostrato la fotografia delle esequie di mia madre dicendomi che aveva portato della terra su cui questo ulivo millenario era nato. Poi, ho avuto una grande gioia quando sono entrata nella sala consiliare di Tempio e il sindaco mi ha mostrato la targa ricordo con i nomi dei miei genitori. È stato un viaggio denso di storia, unicità ambientali, bellezza, calore umano, sentimenti ed emozioni che mi hanno toccato il cuore».

[...]

Lettera del Presidente Giglio al Sindaco di Acerenza


All’Onorevole Sindaco del Comune di
A C E R E N Z A
Fernando Teodoro Maria Scattone


Egregio Onorevole Sindaco,
         ho letto della richiesta pervenutaLe di eliminare l’intestazione del Viale Vittorio Emanuele III, e la Sua pacata e ragionevole risposta. Qualora il problema si ripresentasse in sede di Consiglio Comunale, mi permetto di inviarle alcune considerazioni e precisazioni in merito alle cosiddette Leggi Razziale di cui ricorre in questi giorni l’ottantesimo anniversario.
I° ) La Legge Base – 7 novembre 1938-n.1728 intitolata “ Provvedimenti per la difesa della razza italiana” al “Capo secondo” parla degli appartenenti alla razza ebraica ed ha un carattere “discriminatorio” e “vessatorio” per quanto riguarda diritti civili e problemi economici, ma non è “persecutoria “, potendo gli ebrei continuare a vivere normalmente in Italia, pur con una serie di limitazioni. Erano poi previsti numerosi motivi di inapplicabilità di queste restrizioni per gli ebrei che avessero particolari benemerenze combattentistiche e di altro genere per cui “La legislazione razziale italiana ebbe sue ben precise caratteristiche e non può assolutamente essere messa sullo stesso piano di quella tedesca e neppure di quella degli altri satelliti della Germania, Francia di Vichy compresa” ( Renzo De Felice – Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo – Mondadori 1977).
II°) Le persecuzioni con le deportazione degli ebrei nei lager e successiva eliminazione fisica iniziarono in Italia solo dopo l’8 settembre 1943 in quelle parti del territorio nazionale rimaste in mano tedesca, a cominciare da Roma e nella Italia Centro-settentrionale, e non hanno alcun rapporto di causa- effetto con le precedenti leggi razziale. Persecuzione e deportazione sarebbero avvenute egualmente anche se non vi fossero state le leggi razziali perché rientravano nella aberrante visione nazionalsocialista hitleriana di “soluzione finale” del problema ebraico in tutti i paesi soggetti e conquistati dai nazisti e governati dai loro complici.
III°) Le Leggi Razziali furono abrogate dal Governo Badoglio nel gennaio 1944, ed il relativo Decreto, fu firmato dal Re per cui da tale data in tutto il territorio del Regno d’Italia, che è stato chiamato Regno del Sud cessò ogni discriminazione nei confronti degli ebrei e già nello stesso Governo Badoglio fu inserito come Sottosegretario il dr. Mario Fano, di religione ebraica. Ed è anche opportuno ricordare che egualmente, all’indomani del 25 luglio 1943, caduto il fascismo, il nuovo governo Badoglio, nominato dal Re Vittorio Emanuele III, aveva intrapreso colloqui con i rappresentanti della comunità israelitica, ai quali le leggi razziali avevano consentito il pubblico esercizio del culto e la loro attività, addivenendo già ad alcune modifiche di carattere amministrativo favorevoli agli ebrei.
Molto ancora ci sarebbe da dire in ordine alla applicazione di queste leggi al di fuori del territorio metropolitano in Libia, Egeo ed Africa Orientale, ma per questo rimando al testo fondamentale già citato del grande ed insuperato storico Renzo De Felice, notoriamente antifascista, ma sereno ed obiettivo come devono essere i veri storici, sull’esempio ineguagliato di Benedetto Croce.
A disposizione per qualsiasi ulteriore chiarimento, invio distinti saluti
Dr. Ing. Domenico Giglio – Presidente del Circolo di Cultura ed Educazione Politica operante in Roma del 1948 – Il più antico circolo culturale della Capitale .

domenica 9 settembre 2018

Acerenza, sindaco sulla polemica di viale Vittorio Emanuele III: "Storia non si affronta a colpi di spugna"

Qualche solerte signore si è accorto di una delle residue vie intitolate alla Maestà del Re Vittorio Emanuele III e subito si è eroicamente fatto portatore della proposta della cancellazione della intitolazione della via medesima, non sia mai!


Il sindaco di Acerenza risponde diplomaticamente ringraziando l'eroe ma facendo sommessamente notare che la Storia non si affronta a colpi di spugna.
Moda tipica di neoborbonici e radical chic.
Cancellano la storia, la riscrivono, processano e sloggiano i cadaveri di coloro che li hanno sconfitti. Anche secoli fa.
La vendetta dei servi è l'odio.



ACERENZA - Il sindaco di Acerenza, Fernando Scattone, risponde alla lettera aperta ricevuta, in data 5 settembre.2018, in occasione dell’ottantesimo anniversario della promulgazione delle leggi, firmate dal Re Vittorio Emanuele III, da un avvocato acheruntino residente a Pescara e che invita l’Amministrazione Comunale a cancellare dallo stradario cittadino, Viale Vittorio Emanuele III.

[...]
In ogni caso, scrive il Sindaco, al netto dei tanti problemi burocratici connessi alla modifica del nome di una strada, mi permetto di anticipare il mio pur modesto parere, secondo cui, la storia, seppur nefasta, non si affronta a colpi di spugna ma piuttosto con l’impegno dei valori che si oppongono a qualsiasi tipo di discriminazioni. Ognuno di noi, ciascuno per le proprie competenze, amministratori pubblici, insegnanti, educatori, genitori ha l’obbligo morale e civile di raccontare e tramandare alle nuove generazioni, la storia, gli uomini, gli artefici delle pagine belle e brutte della nostra amata Italia.

Principe del Liechtenstein: la Monarchia non è superata

Il principe ereditario Alois del Liechtenstein ritiene che la Monarchia non sia un modello superato.
In un'intervista alla "Südostschweiz" e alla "Schweiz am Wochenende" il principe afferma che il sistema monarchico presenta pure vantaggi rispetto al modello repubblicano: porta stabilità, continuità e favorisce un percorso politico di lungo periodo. Il capo dello stato infatti non ha bisogno di essere rieletto ogni quattro o cinque anni e non deve nemmeno orientare la sua politica in funzione degli ultimi sondaggi di opinione.
Secondo il principe Alois, gli abitanti del Liechtenstein sono soddisfatti dell'attuale ordinamento dello Stato. Il Liechtenstein, afferma, è una miscela di Monarchia e democrazia diretta. Il popolo può sfiduciare il Principe in votazione popolare e persino abolire il sistema monarchico.
Il sostegno a questa forma di governo, afferma ancora il Principe ereditario, si deve anche al fatto che molte persone sono disgustate da politiche di breve termine caratterizzate da decisioni partitiche e populistiche: "in tempi di profondi cambiamenti e di insicurezza la gente cerca valori stabili e orientamenti di lungo corso".


La Principessa Maria Gabriella in Sardegna

La Principessa  torna in Gallura.

Vacanze galluresi per la Principessa Maria Gabriella di Savoia, terzogenita dell’ultimo Re d’Italia, Umberto II, e della Regina Maria José. La Principessa sta trascorrendo una vacanza a Porto Cervo da un amica, che abita in zona. La famiglia della principessa era molto legata alla Sardegna, da sempre e lei nutre dei bellissimi ricordi verso la nostra terra.

La Principessa non ha perso tempo e ogni giorno fa delle escursioni diverse all’interno della Gallura. Tempio, Luras e Arzachena, accompagnata dal presidente del Consorzio Costa Smeralda, Renzo Persico, e dall’archeologa Angela Antona. Un viaggio tra archeologia, mare, vento, onde, colori e profumi tipici della Gallura.

venerdì 7 settembre 2018

Riaperto a Roma il bunker di Villa Savoia


Villa Ada Savoia, è oggi un grande parco, in parte agibile e ben mantenuto, in parte diventato ormai un bosco selvaggio. E proprio nell’area dove la vegetazione è più fitta si nasconde il bunker costruito per la famiglia reale: un arco in mattoni è tutto quello che è visibile dall’esterno.
Per 70 anni il bunker è rimasto nascosto, dimenticato, silenzioso. Quanti, passandogli accanto, quasi sicuramente per caso, hanno prestato attenzione ai mattoni di questa costruzione abbandonata nell’ombra e quasi invisibile?
Nel 2012, una cancellata realizzata dal Comune di Roma ha messo fine a questi continui abusi e a metà ottobre 2015 è iniziato il lavoro di recupero da parte dei Soci dell'Associazione Roma Sotterranea. L'inaugurazione è avvernuta il 24 marzo 2016.
Più di 3.000 ore di lavoro (pari a 375 giornate/uomo) hanno riportato gli ambienti, dopo anni di oblio, al loro stato originale. Un recupero attento e scrupoloso, sotto i vigili occhi degli esperti della Sovrintendenza Capitolina, che permette di calarsi nell’atmosfera carica di apprensione e di timore che ha caratterizzato i momenti trascorsi dai reali all’interno di questa struttura.


Riaprono al Palazzo Reale di Torino le Stanze dei Principi

Saranno visitabili con apposite visite guidate, organizzate all’interno di Palazzo RealeA Torino riaprono le Stanze dei Principi.
Una bellissima notizia per gli appassionati di storia e arte, che avranno l’opportunità di accedere a degli ambienti unici, in cui si respira un inconfondibile clima di sabaudità.
Il meraviglioso appartamento dei Principi di Piemonte, situato all’interno del Palazzo Reale di Torino (al secondo piano), sarà disponibile a partire dalla giornata da venerdì 7 settembre, e fino alla fine del mese, al 30 di settembre.
Ai visitatori sarà consentito di visitare i bellissimi ambienti in cui hanno alloggiato i Principi di Casa Savoia. Si tratta di stanze in cui i Sovrani hanno apportato modifiche consistenti tra il 1700 e il 1800.


http://www.mole24.it/2018/09/06/a-torino-riaprono-le-stanze-dei-principi-in-programma-visite-guidate-a-palazzo-reale/

Re Alberto e la Regina Paola del Belgio in vacanza in Italia

Cannero Riviera 06.09.2018 

Inizia oggi il breve soggiorno che Alberto II e la moglie Paola Ruffo di Calabria si sono concessi sul Verbano. Ospiti di un albergo di Cannero Riviera, tornano nei luoghi che hanno già visitato in passato, l'ultima volta da Re nel 2007, quando Alberto II - oggi 84enne- occupava il trono ereditato dal fratello Baldovino dopo la sua morte, avvenuta nel 1993. Dal 2013, superati gli 80 anni, infatti, Alberto ha abdicato per ragioni di età e di salute in favore del figlio primogenito Filippo, salito al trono come settimo Re del Belgio. Da allora è tornanto a Cannero altre volte, sempre nel massimo riserbo.
  
Il rapporto tra Alberto e l'Italia è stretto e non solo per via della consorte Paola, settima figlia del Principe Fulco Ruffo di Calabria, asso dell'aviazione italiana durante la prima guerra mondiale; ma anche perché nipote (era la sorella del papà Leopoldo III) di Maria José, moglie di Umberto II e ultima Regina  d'Italia.

Il soggiorno sul Verbano dei reali emeriti del Belgio sarà breve, una toccata e fuga per la quale è stato disposto un servizio di sicurezza specifico.

mercoledì 5 settembre 2018

Intervista alla Regina Maria José


La XII parte dell'intervista della Regina del 1958 sul sito dedicato a Re Umberto II. La guerra alle porte. I tentativi della Principessa di Piemonte per evitarla.


La Regina ad Annecy, Savoia



domenica 2 settembre 2018

Io difendo la Monarchia - Cap V - 3


L’esame di quei discorsi e lo studio delle posizioni rispettive dimostrano come il Sovrano, privato dell'appoggio del Parlamento, non aveva aperta altra via che quella della forza e della guerra civile per liberarsi del fascismo e per liberarne l’Italia.
Diceva, infatti, il 3 dicembre 1924 il senatore Lusignoli: « È noto che la concezione di Mussolini intorno ai rapporti del potere esecutivo col potere legislativo è che il voto contrario del Parlamento non può segnare la fine del suo Governo la quale affermazione presa di per sé è costituzionalmente impeccabile perché tra il Parlamento e il Governo è pur sempre giudice la Corona... Ma la concezione del fascismo non è questa. Abbiamo preso, esso dice, il Governo con un procedimento rivoluzionario: dunque il governo fascista non può cadere col normale metodo costituzionale ».
Al sen. Lusignoli seguiva il sen. Albertini. Egli diceva: « Il Presidente del Consiglio non solo ha tolto di fatto al Parlamento la funzione legislativa ma, fedele al proposito di esercitare una lunga dittatura gli ha negato anche la suprema facoltà di provocare con voti di sfiducia le decisioni della Corona. Questa posizione assunta dall’on. Mussolini è la chiave di volta della situazione che attraversiamo. Essa ha per presupposto i così detti diritti della rivoluzione che non si sarebbero esauriti con l'investitura legale dei rivoluzionari da parte del Re ma, conseguiti con la forza, non potrebbero essere tolti che da un’altra forza. Esagero forse nell’esporre così la tesi del fascismo e del suo capo? Senz’andare troppo indietro nel tempo, a Palermo, il 5 maggio egli esclamava : « Abbiamo Roma per diritto di rivoluzione : soltanto da un altra forza e solo dopo un combattimento che non potrebbe non essere asperrimo ci potrebbe esser tolta ».
Il sen. Albertini citava altre dichiarazioni di Mussolini, successive al delitto Matteotti, sempre ispirate al concetto « di non considerare il Parlamento come l'unico posto nel quale la nazione potesse trovare le sue soluzioni ordinate e regolari ».
Questa volta Mussolini non poteva non rispondere in modo esplicito. Nella seduta del 5 dicembre egli per rassicurare il Senato pronunciava la nota frase ingannatrice: « Se Sua Maestà al termine di questa seduta mi chiamasse e mi dicesse che bisogna andarsene, mi metterei sull’attenti, farei il saluto e obbedirei ». Il Senato crede: gli sembra tutto regolare, tutto normale e facile: approva e vota in favore del Ministero a grande maggioranza. Ma nello stesso discorso Mussolini, subito dopo la ingannatrice affermazione di lealismo costituzionale, aggiungeva: « E quale procedura seguireste per arrivare al governo militare? (1). La procedura è: o il colpo di Stato, o l’insurrezione della piazza. O è l’esercito che prende l’iniziativa di dare un Governo alla nazione o è la Corona la quale, consigliata a fare il colpo di Stato, si serve dell’esercito per disperdere la Camera che non le piace».
Come si vede la procedura normale, prima solennemente accolta, non è neppure accennata. Il Sovrano non poteva di sua iniziativa aprire la crisi senza provocare la guerra, civile. Mussolini sino a quando la Camera votava in suo favore (ed egli contava sulla sua maggioranza) reputava che un invito del Sovrano a dimettersi sarebbe stato un colpo di Stato contro il quale egli sarebbe insorto con la milizia facendosi paladino delle libertà parlamentari. Vi è poi un’ultima considerazione. Sempre nello stesso discorso, Mussolini parla di una recente riunione delle opposizioni a Milano. « Si dice che la riunione di Milano è stata innocua. Certo ci sono giornali che prudentemente hanno ignorato alcuni episodi, ma la verità è tal cosa che esce dalla luminosa luce del giorno tutte le volte che è necessario e qui c’è un giornale che dice chiaramente che tutta l’assemblea di Milano fu pervasa da uno spirito repubblicano ». Così parlò Mussolini. Ora, vediamo di essere sinceri. Volevano le opposizioni che non riuscivano a divenire maggioranza, né alla Camera, né al Senato, che non sapevano tentare la via dell’insurrezione in difesa della costituzione e della libertà, volevano che il Re di sua iniziativa dimettesse il capo del fascismo dalla Presidenza del Consiglio per affidare a loro il potere quando si proclamavano repubblicani? È questo un vecchio sogno dei rivoluzionari italiani di volere arrivare alla repubblica con decreto reale. Tenace sogno che oggi si ripete.
Nel gennaio 1925 la rivista repubblicana Critica Politica così riassumeva la lotta politica tra l’Aventino e la maggioranza : « Dobbiamo riconoscere in Mussolini quella potenza  di decisione e quell’indifferenza verso i mezzi impiegati che mancano assolutamente ai suoi avversari e in ciò consiste la loro debolezza... L'opposizione cadde nel gioco di Mussolini e questo fu il suo errore, l'avere aperto una battaglia senza la decisione di condurla fino in fondo o anche senza combatterla; di aver creduto e fatto credere gli altri nella propria vittoria senza aver nulla che potesse dar loro quella certezza... Errore di metodo, difetto di azione, mancanza di  programma... ». Più tagliente è il giudizio conclusivo dello scrittore americano antifascista Matthews nel libro citato: « L'Aventino — egli afferma — fu un movimento suicida ». Se i  repubblicani nel gennaio 1925, durando ancora l'eco del discorso Mussolini, pensavano nel modo da noi riferito, se l'antifascista Matthews può concludere con una definizione tanto negativa sull'Aventino, ci sembra almeno azzardata la glorificazione postuma che ora si vuol fare di quella secessione che noi reputiamo mossa da un nobile sentimento di fierezza e di condanna dei metodi fascisti, ma non indirizzata al fine pratico di vincere una battaglia parlamentare o di ricorrere alla insurrezione popolare per cacciare il tiranno. Quanto al Sovrano egli non poteva fare di più di quanto fece: negare al presidente del Consiglio il decreto di scioglimento della camera nell’attesa — vana — clic uno dei due rami del Parlamento votasse contro Mussolini per licenziarlo. Ma egli fece di più: e quel che fece viene rivelato, proprio di questi giorni, da un giornale repubblicano “l’Epoca” un vecchio antifascista Carlo Silvestri (2). Narra il Silvestri che per ben due volte « il Re fece sapere ad Amendola, il quale venne a riferirlo immediatamente a Filippo Turati, che l’occasione era buona per il ritorno nell’aula alla ripresa dei lavori parlamentari e per giovarsi del documento (il memoriale Rossi) corno di un altro elemento all’atto di accusa contro Mussolini, fu allora che Turati cominciò a dubitare dell’utilità politica della secessione e la sua evoluzione a questo proposito si sviluppò a tal punto che egli a un dato momento si trovò ad essere l’unico autorevole esponente dell’Aventino che fosse pienamente d’accordo con Luigi Albertini sulla opportunità del ritorno nell’aula per dare inizio a una battaglia che avrebbe potuto anche non essere metaforica » (3). Re Vittorio domandava alla opposizione di restare al suo posto e di provocare un voto che potesse dargli modo di constatare un mutamento nella maggioranza nata dalle elezioni del sei aprile di quell’anno. In tal caso egli — come aveva assicurato a Giolitti avrebbe invitato il Presidente del Consiglio a ritirarsi. Il Re fece quindi nel secondo semestre del 1924 il suo dovere; l'opposizione, per pregiudizio teorico o per mancanza di coraggio civile non fece il suo. E così si giunse al colpo di Stato del 3 gennaio.

(1) La soluzione era stata proposta da Albertini per aver modo di procedere a una nuova consultazione elettorale.


(2) «L’Epoca»: Verità sull’Aventino (9-11 ottobre 1945).

(3) Continua ancora il Silvestri : « Giovanni Amendola al contrario fu irremovibile, fu inflessibile nel ritenere che la secessione aventiniana fosse il migliore e più efficace mezzo per rovesciare il fascismo. Non valsero le esortazioni di Albertini, più tardi quelle di Turati, né gli inviti di Giolitti, né quelli di Salandra e di Orlando. L’Aventino attese il 3 gennaio 1925 e nemmeno la mazzata in testa che ricevette quel giorno e l’affronto e l’umiliazione del discorso mussoliniano valsero a deciderlo all’azione, se non altro per morire in piedi, per innalzare finalmente la bandiera della libertà come quella dell’estremo combattimento per l’onore, per la dignità, per la civiltà italiana.
« A questo punto la storia diventerebbe molto interessante, istruttiva e formativa, ma essa richiederebbe un libro e non soltanto una serie di articoli. Un libro in cui parlerebbe Filippo Turati con una voce ora accorata, ora pungente e tagliente, ora ironica e mordace, ora triste, desolata, umiliata. Le sue parole furono raccolte, la storia politica d’Italia non lo ignorerà. Io qui ora esprimo solo una certezza, quella che Mussolini non avrebbe resistito a un assalto parlamentare, che costretto a porre la questione di fiducia, egli sarebbe stato battuto perché una quantità di transfughi della maggioranza si sarebbe schierata con le opposizioni già aventiniane e con quelle costituzionali.
« Non volendo accettare l’ipotesi di una sconfitta piena, è da escludere che Mussolini sarebbe riuscito ad ottenere più di pochi voti di maggioranza, consacrando così una sconfitta morale che sarebbe stata sufficiente a fornire alla corona il pretesto di un intervento. Non so se Vittorio Emanuele Savoia ricorderà nelle sue memorie il ragionamento che egli fece conoscere in quei giorni a Giolitti circa la possibilità di un intervento della corona per consigliare a Mussolini di ritirarsi anche se non fosse stato posto effettivamente in minoranza ma avesse
riportato una soltanto esigua votazione di maggioranza. Opinava allora il Reche il franamento della maggioranza uscita dal ” listone ” nelle elezioni del 7 aprile sarebbe stato sufficiente per sostenere che Mussolini non godeva più la fiducia del paese e per indurlo ad accettare le conseguenze della mutata situazione.
« Sono assai bene informato in proposito : chi andasse a consultare la raccolta del Popolo vi troverebbe qualche editoriale scritto da me (’’come gran parte degli editoriali del Popolo nel secondo semestre 1924 ”) che ero nello stesso tempo l’interprete delle opinioni di Giovanni Giolltti. di Luigi Albertini, di Filippo Turati, di don Luigi Sturzo, di Alcide De Gasperi e ”non” di Giovanni Amendola. Quegli editoriali, letti in
anticipo da Giolltti e da Turati, furono l’ultimo tentativo di mure il ministero cosi detto dei tre presidenti, che avrebbe avuto per scopo la liquidazione di Mussolini. Né è da credere, in contrario con l’opinione di coloro che si videro arrivare addosso il 3 gennaio cosi come giunge una tegola sulla testa, che ad un tempestivo intervento della corona ancora quindici giorni prima del famoso discorso. Mussolini sarebbe stato in grado di opporre una reazione fascista, che avrebbe dovuto essere una rivoluzione ben più rivoluzionaria della marcia su Roma. Per me è verità assiomatica che se l’Aventino non fosse stato tentennante, titubante, timido, podagroso, oscillante, non coraggioso, non lungimirante (o, da parte di qualcuno dei suoi componenti, troppo lungimirante con mire particolari) esso non sarebbe stato sconfìtto, tanto meno sconfitto senza combattere »