NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 20 settembre 2014

Ha vinto la Regina

Ha vinto la Regina e ha vinto la Sterlina. Hanno perso i ricordi del passato mitico dei clan e le paure del futuro anteriore della globalizzazione. 55,3% a 44,7% il No alla indipendenza della Scozia batte il Si, Edimburgo e le colline del whisky, le isole del tweed, l’industria, il riluttante tennista Murray (alla ultima ora un tweet per il Si) restano uniti a Londra. Perde il pittoresco leader del Partito nazionalista scozzese Alexander Salmond, persuaso che la Scozia senza Londra potesse diventare una Norvegia radicale, via i sommergibili nucleari, via l’esercito. Salmond l’ha fatta troppo facile, l’unione monetaria con Londra, il ritorno nell’Europa e nella Nato dati per scontato, la fuga dei capitali e del lavoro verso il Sud irrise. Ha evocato la memoria dell’economista Smith, ma gli scozzesi hanno applaudito i suoi comizi e poi han fatto esattamente quel che la regina Elisabetta II ha suggerito loro domenica scorsa, uscendo dalla Chiesa in Scozia: “Riflettete”. 

Maria Pia di Savoia: i ricordi in un libro


CASTEL DI LAMA - "L'Italia è talmente bella che non si finisce mai di conoscerla e amarla". 
Con queste parole, la principessa Maria Pia di Savoia si è espressa dopo aver visitato nei giorni scorsi le Marche. 
Durante la permanenza nel Piceno, la primogenita dell'ultimo sovrano d'Italia, Umberto II, ha anche presentato il suo libro, un atto d'amore alla sua famiglia, alla sua storia, alla sua vita. 
"Sono una donna fortunata ed era doveroso scrivere" ha aggiunto la rappresentante sabauda nel corso di un incontro ieri al borgo storico "Seghetti Panichi" a Castel di Lama. 
La principessa, accompagnata da marito e dal figlio, Serge di Jugoslavia, insieme a un gruppo di amici americani, ha presentato il volume dal titolo "La mia vita, i miei ricordi", edito da Mondadori: un excursus storico, affettivo, emotivo attraverso le gesta di una famiglia che è stata di basilare importanza per la nascita dello Stato italiano. 
Con preziose fotografie, il volume coniuga avvenimenti pubblici, eventi mondani e il quotidiano, cavalcando il '900. 
[...]

giovedì 18 settembre 2014

Pansa: "Vi racconto l'Italia in cui tutti, o quasi, gridavano Eia Eia Alalà"

"Eia Eia Alalà. Controstoria del fascismo" , Giampaolo Pansa, Rizzoli, pagg. 378, euro 19,90
 
Nel suo nuovo libro Giampaolo Pansa autore del «Sangue dei vinti» ricostruisce l'ascesa del fascismo e il consenso di massa al regime. Che molti dimenticano...

Matteo Sacchi 
Mercooledì 17 settembre 2014
 
Si chiama Eia Eia Alalà ed è in libreria da oggi. Se non bastasse il titolo (a caratteri cubitali rossi in stile molto littorio), ci pensa il sottotitolo a spiegare che cosa si può trovare in questo volume (Rizzoli, pagg. 378, euro 19,90) a firma Giampaolo Pansa: Controstoria del fascismo. Pansa infatti, usando l'artificio del romanzo - «a me il lettore piace acchiapparlo per la coda, non annoiarlo a colpi di saggio» - mette i puntini sulle «i» della storia italiana della prima metà del '900 per spiegare che cosa sia stato e come sia nato il Ventennio mussoliniano. Il suo espediente narrativo è partire dalla sua terra e raccontare attraverso le vicissitudini del possidente terriero Edoardo Magni (personaggio di fantasia, ma nel libro ce ne sono molti realmente esistiti) come l'Italia sia diventata, convintamente, fascista. E lo sia rimasta a lungo. Non c'è bisogno di dire, viste le scomode verità venute a galla con i suoi precedenti libri (a partire da Il sangue dei vinti ) e il tema, che la polemica è garantita. E che qualche gendarme della memoria, per usare un'espressione dello stesso Pansa, avrà qualcosa da dire.
 
Dunque, Eia Eia Alalà. L'urlo di una generazione?
«Non sai quante volte l'ho sentito gridare quando ero bambino ed ero un Figlio della Lupa. Ho anche una foto in cui, piccolissimo, facevo il saluto romano, davanti al monumento ai Caduti. Non ho fatto in tempo a diventare balilla, però. Il regime è caduto prima. E per quanto in casa dei gerarchi sentissi dire peste e corna. Il sottofondo della vita degli italiani era quello lì».
 
Per questo l'hai scelto come titolo?
«In parte, volevo anche un titolo che cantasse. Che rendesse l'idea di quello che a lungo il regime è stato per gli italiani. L'avventura del fascismo è stata legata all'idea di vincere, di migliorare il Paese. Rende l'idea di quella giovanile goliardia che affascinò molti. Un fascino che iniziò a incrinarsi solo con le orribili leggi razziali e crollò definitivamente solo con gli orrori della guerra».
 
Non molti hanno voglia di ricordare che il fascismo ebbe davvero una presa collettiva. Tu invece questo lo racconti nel dettaglio...
«Ho voluto fare un racconto senza il coltello tra i denti. Che cosa rimprovero io a storici, anche molto più bravi di me che di solito scrivono su Mussolini? Ma di avere una partecipazione troppo calda, schierata. Io, anche grazie all'invenzione di un personaggio come Magni, invece ho cercato di fare un racconto neutrale. Per chi c'era è un'ovvietà che il fascismo ebbe un consenso di massa. Tutti erano fascisti tranne una minoranza infima. Gli antifascisti erano una scheggia microscopica rispetto a milioni di italiani. Gli italiani ieri come oggi volevano solo un po' di ordine... E Mussolini glielo diede. Ai più bastò».
 
Tu attribuisci molte responsabilità ai socialisti che favorirono involontariamente il successo del fascismo, regalandogli il potere... A qualcuno verrà un colpo!
«La guerra perpetua tra rossi e neri creava sgomento. Gli scioperi nelle città, ma soprattutto nelle campagne crearono il caos... Si minacciò la rivoluzione senza essere capaci di farla davvero. Si diede l'avvio alle violenze senza calcolare quali sarebbero state le reazioni. E per di più, esattamente come la sinistra attuale, i socialisti erano perpetuamente divisi. Pochi capirono quanto fosse grave la situazione. Tra questi Pietro Nenni, il quale a proposito della scissione comunista del 1921 scrisse: A Livorno è cominciata la tragedia del proletariato italiano».
 
Però qualche responsabilità la ebbe anche la borghesia italiana, o no?
«Noi non avevamo la tradizione liberale di altri Paesi. Ed eravamo in una situazione economica terribile che a tratti mi ricorda quella di oggi. C'erano dei partiti-casta in cui la gente non si riconosceva e lo scontro tra ceti (o classi) era alle porte... Il nero è nato dal rosso, la paura ha fatto allineare gli italiani come vagoni ferroviari dietro a Mussolini. Non per obbligo, nonostante le violenze degli squadristi. Sono stati conquistati dalla grande calma dopo la marcia su Roma. L'italiano dei piccoli centri, delle professioni borghesi, voleva soltanto vivere tranquillo. Avuta la garanzia di una vita normale e dello stipendio a fine mese, di chi fosse a palazzo Chigi o a palazzo Venezia gli importava poco».
 
Qualunquismo?
«L'Italia continuava a essere soprattutto un Paese agricolo. Lo sciopero agrario del 1920 rischiò di paralizzare la campagna. Le leghe rosse impedendo la mungitura, nel libro lo racconto, minacciarono di far morire le mucche... Da lì nacque un fascismo virulento e tutto particolare che poi si prese la rivincita. Il fascismo è stato il ritratto di gruppo degli italiani. C'era dentro di tutto. C'erano molte forze vitali e diverse. Poi il criterio dell'obbedienza cieca, pronta e assoluta che tanto propagandava Starace fece sì che nel cerchio di persone più vicine al Duce si andasse verso una triste selezione al ribasso».
 
In Eia Eia Alalà descrivi la parabola triste di molti fascisti «diversi».
«La scollatura tra italiani e regime iniziò con le leggi razziali, non prima. Lì inizio il male assoluto, la vergogna. Una delle figure più tragiche del libro è Aldo Finzi. Di origine ebraica, aviatore, fascista della prima ora, poi messo ai margini e fucilato alle Fosse Ardeatine. Poi è arrivata la guerra e la rimozione di massa».
 
Ma davvero vedi così tante assonanze tra l'oggi e l'avvento del fascismo?
«È possibile non vederle? L'unica variante è il terrorismo internazionale. Ed è una variante peggiorativa».

lunedì 15 settembre 2014

I primi 30 anni di Harry, principe fuori dagli schemi


Possiamo dire che ci piace questo Principe, così esuberante, allegro e pur contemporaneamente così all'altezza del ruolo che la Storia e la sua nazione gli richiedono?

Su La Stampa un bellissimo fotoservizio per i suoi trenta anni.


I nostri auguri!

domenica 14 settembre 2014

Umberto II tra storia e mito




L'amor di Patria e la ragion di Stato

www.reumberto.it


...Umberto II, detronizzato ed esule, è riuscito, più e meglio di qualsiasi Sovrano in trono, ad impersonare in quest'epoca di universale smitizzazione, l'idea stessa della Regalità...

Nel 110° anniversario della nascita di Re Umberto una commemorazione di 20 anni fa, ricevuta dall'ingenere Domenico  Giglio, presidente del Circolo Rex.

sabato 13 settembre 2014

Referendum indipendenza Scozia, la regina Elisabetta non si schiera

Buckingham Palace: "La questione riguarda il popolo scozzese. L'imparzialità è principio irrinunciabile della nostra democrazia"


La regina Elisabetta è assolutamente imparziale nel referendum sull'indipendenza della Scozia. Lo rende noto Buckingham Palace, sottolineando che "la sovrana è sopra le parti. Ogni indicazione che Elisabetta possa voler influenzare la campagna referendaria è categoricamente sbagliata. Sua Maestà è ferma nell'avviso che la questione riguardi il popolo della Scozia".
"L'imparzialità costituzionale di Elisabetta - dice ancora un portavoce di Buckingham Palace - è un saldo principio della nostra democrazia come la regina ha dimostrato nel corso del suo regno". "Elisabetta - riprende - è sopra la politica e coloro che ricoprono ruoli politici hanno il dovere di garantirlo".

giovedì 11 settembre 2014

Scrisse Galeazzo Ciano a Re Vittorio Emanuele III...



Le polemiche che ad ogni 8 settembre si riaccendono in questa enorme piazza virtuale che è il web ci inducono alla ripubblicazione di una lettera di fondamentale importanza che scrisse il conte Galeazzo Ciano, già Ministro degli esteri, già Ambasciatore presso la Santa Sede, genero di Benito Mussolini per averne sposato la prima figlia, la prediletta, Edda.


I pochissimi che hanno letto il suo diario si rendono perfettamente conto di quanto il Re, impiegando tutto il suo prestigio ed i residui poteri che non gli erano stati esautorati, abbia cercato nel corso degli anni di contenere le iniziative del suo primo ministro sempre più megalomane e convinto che la fortuna non lo avrebbe mai abbandonato. Cosa che non avvenne, secondo le lucidissime previsioni del Re. 

Galeazzo Ciano fu fucilato insieme agli altri gerarchi del Gran Consiglio che avevano votato contro Mussolini nella notte del 25 Luglio e che erano stati catturati dai tedeschi o dai repubblichini, De Bono, Gottardi, Marinelli e Pareschi.

Ciano, ormai consapevole della fine che lo attende, nel momento della suprema verità, indirizza al Re Vittorio Emanuele III la lettera che segue perché la Storia sappia come sono andate le cose circa la tragedia che coinvolse la Nazione tra il 1940 - 45.
E' bene, a nostro modestissimo giudizio, che questa lettera si conosca e vi si dia il massimo della pubblicità tutte le volte che si parla del nostro Re nei termini che purtroppo sappiamo.


Maestà,
mi voglia permettere, giunto all'ora estrema della mia vita di rivolgere un pensiero devoto alla Maestà Vostra. Adesso, da tre mesi, sono nel carcere di Verona, sempre affidato alla martoriante custodia delle SS., e attendo un giudizio che non è altro che un premeditato assassinio. 
Né sulla monarchia, né sul popolo, né sullo stesso governo può cadere la minima colpa del dolore che attanaglia oggi la Patria.
Un uomo, un uomo solo, per torbide ambizioni personali, per sete di gloria militare, usando le sue autentiche parole, ha premeditatamente condotto il Paese nel baratro.

Ho disposto che non appena possibile, dopo la mia morte, vengano resi pubblici un mio diario e una documentazione che getteranno molta luce di verità su tanti fatti sconosciuti.
Credo così di rendere un estremo servigio.
Galeazzo Ciano

La Monarchia e il Fascismo - Ottavo capitolo - V

Accorato appello del Re alla concordia e suo intervento presso Mussolini.

Il primo di luglio 1924 la Commissione delle Camere si reca a portare al Sovrano l'indirizzo di risposta al discorso della Corona. Il Re, riferendosi all'appello alla concordia rivolto al Paese nel suo discorso alle due Camere il 24 maggio, così parla ai deputati e senatori presenti:

«...Questa parola di concordia da me pronunciata esprime l'aspirazione unanime della coscienza popolare. Oggi che un efferato delitto ha suscitato la esecrazione mia e del mio Governo, dei due rami del Parlamento e del Paese, è più che mai necessario che le Camere diano alla Nazione esempio di saggezza e di conciliazione ».

Ma l'invocazione del Monarca non è stata ascoltata. L'Avanti! accoglie questo appello con parole di diffidenza, quasi di scherno. L'on. Di Rodinò del Partito Popolare, unico rappresentante delle opposizioni nell'ufficio di Presidenza della Camera, si dimette dalla carica per non recarsi al Quirinale. Popolari, demosociali, socialisti, insomma gli aventiniani di estrema sinistra, attendono dal Sovrano la soluzione dei guai di cui sono i responsabili, ma non fanno che insultarlo e vilipenderlo. Il Corriere della Sera saggiamente commenta: « Evidentemente l'invito del Re non era soltanto rivolto alle opposizioni. Egli parlava ai rappresentanti della maggioranza governativa delle due Camere e il meno che si possa con la maggior discrezione supporre è che il suo discorso fosse anche per le orecchie dei presenti ».

Su questa direttiva pare voglia mettersi lo stesso Mussolini se poche settimane più tardi parlando al Gran Consiglio affermava esplicitamente: « Se normalizzazione significa repressione dell'illegalismo, le cronache giudiziarie di questi ultimi tempi grondano, se non di sangue, di anni di galera distribuiti ai fascisti con una prodigalità che io mi guardo bene dal discutere e che accetto anzi senza discutere. L'illegalismo fascista, dunque, o è impedito o è represso, mentre riprende l'illegalismo politico e morale dei partiti antinazionali. Normalizzazione significa forse il processo al regime? Allora noi rispondiamo che il regime non si fa processare se non dalla storia» (1). Vi sono del resto esempi di rigoroso intervento del governo contro i facinorosi. A Napoli vengono arrestati in massa tutti i componenti la milizia portuaria. Mussolini fa dei dichiarati tentativi di riavvicinamento ai liberali contro i quali finora non ha avuto che parole quasi di disprezzo. Con questo tentativo si delinea una nuova fase politica.

Ma nello stesso tempo il Duce respinge l'ordine del giorno dei combattenti dissidenti riuniti ad Assisi, che pure esprime appoggio al governo condizionato soltanto dalla condanna dell'illegalismo. E così parlando ai minatori di Monte Amiata egli esprime severe minacce agli oppositori: «Il giorno in cui uscissero dalla vociferazione molesta per andare alle cose concrete, quel giorno noi di costoro faremo lo strame per gli accampamenti delle camicie nere». I giornali dicono che le sue parole sono accolte da una lunga ovazione. Egli pronuncia queste frasi nella stessa ora in cui i combattenti portano al Re l'ordine del giorno di Assisi ch'Egli non soltanto accetta ma loda, e fa suoi i concetti in esso espressi. Un ordine del giorno in cui si chiede che cessino le distinzioni faziose che negano lo spirito della guerra e l'essenza stessa della Vittoria e impone che si dia luogo a una normalizzazione e a una pacificazione che solo può esservi con la restaurazione della legge scritta e morale, col ripristino dei diritti dei cittadini, con il ritorno al rispetto delle idee e delle attività pubbliche e private.

Ad una settimana di distanza, perdurando l'aspra contesa delle fazioni e sotto l'incubo della «seconda ondata , della quale si parla con insistenza in campo fascista, Mussolini viene ricevuto dal Re. Ne dà notizia un comunicato dell'Ufficio stampa della Presidenza del Consiglio scritto, a giudicare dallo stile, dallo stesso Mussolini e tendente a rassicurare l'opinione pubblica allarmata dal linguaggio dei fogli fascisti che preannunciano la ripresa di azioni violente. Si attende da ogni parte che dopo il colloquio il governo debba cambiare rotta e si dà grande importanza all'intervento del Sovrano e a questo atto politico di Mussolini il quale mai si era così impegnato.

(1) Un discepolo di B. Croce e lo stesso filosofo, non farebbero affermazioni diverse dalla conclusione mussoliniana.

mercoledì 10 settembre 2014

Il Regno Unito in festa


A Londra è in arrivo un altro royal baby. La notizia potrebbe salvare l'unità del Regno?

LONDRA - Il Regno Unito è in festa. A Londra è in arrivo un altro royal baby. Non si hanno ancora date certe ma oggi è giunta la conferma che William e Kate aspettano il loro secondo bebè, con un annuncio che è in parte un 'déjà vu' visto che il Palazzo reale ha dovuto bruciare le tappe e comunicare la buona notizia per giustificare l'assenza della duchessa di Cambridge ad un impegno ufficiale cui avrebbe dovuto presenziare oggi a Oxford: è rimasta invece bloccata a Kensington Palace alle prese con una forma acuta di nausee dovute alla gravidanza.

Scozia indipendente. Resterà una monarchia?

Scozia indipendente? Le 8 risposte per capire cosa cambierà se vincono i sì

A pochi giorni dal referendum per l'indipendenza della Scozia i sì sono in vantaggio secondo alcuni sondaggi. Ecco cosa potrebbe cambiare, dalla valuta alla gestione delle risorse energetiche, dall'appartenenza alla Ue fino al debito pubblico.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-09-08/scozia-indipendente-restera-monarchia-201933.shtml?uuid=ABOCgkrB&nmll=2707#navigation

sabato 6 settembre 2014

La Monarchia e il Fascismo - Ottavo capitolo - IV

Il Vaticano teme la caduta di Mussolini. Camera e Senato gli confermano la fiducia. Croce vota a favore per atto «di dovere».

Nel discorso al Consiglio di maggioranza Mussolini ammette il disagio morale nel quale si è venuto a trovare tanto il governo che il partito in seguito al delitto, ma protesta contro le fantasticherie dei giornali di opposizione, e chiama in proposito in suo soccorso un articolo dell'organo della Santa Sede, l'Osservatore Romano che fra l'altro scrive:

«L'aspirazione della campagna di una parte della stampa è tale che logicamente ci porta ad una sola conclusione: alla sparizione degli uomini nei quali attualmente si impernia il potere politico; alla retrocessione del fascismo dalla sua posizione di partito dominante alle elezioni generali per la designazione dei nuovi uomini e dei nuovi partiti arbitri del domani.

«Si crede sempre nei limiti evidenti e incontrovertibili della realtà politica odierna, possibile tutto ciò? Lo si crede attuabile senza pericolo alcuno per la Nazione? Che seppure i più potessero rassegnarsi ad essere senz'altro travolti si può pensare che vi si rassegni un partito fortemente organizzato e pronto a reagire? E seppure esso consegnasse le armi e si arrendesse, quale il responso delle urne? Non si aprirebbe forse il solito fatale salto nel buio? Queste inquietanti domande sono nella mente e sul labbro dei più».

Indi Mussolini continua:
«Come avete visto c'è un programma del primo tempo, e cioè modificazione della compagine nel Governo, c'è un programma del secondo tempo, purificazione e selezione del partito. C'è un programma del terzo tempo: far funzionare gli organi legislativi». Avverte che nello scioglimento del partito e della milizia, sarà intransigente. «Il regime non si annulla e la milizia entrerà presto a far parte dell'esercito e giurerà fede al Re», ed affaccia l'eventualità di poter superare la crisi se le opposizioni «rendendosi conto delle loro responsabilità verso le sorti della Patria, ritorneranno alla Camera a darvi la loro opera di critica, di controllo, di opposizione, anche astiosa, anche settaria, anche pregiudiziale, che noi dovremmo sopportare, tollerare, talvolta anche incoraggiare perchè l'opposizione in quanto ci segnala certi fatti, certe cose, può essere di utilità grandissima».

Alla fine del discorso viene votato per acclamazione un ordine del giorno: «La maggioranza parlamentare, udite le dichiarazioni del Capo del Governo, gli riconferma la sua piena fiducia e devozione». Commenta il Corriere della Sera: «Quelli che da venti mesi vanno sostenendo questa verità, per averla sostenuta sono stati ingiuriati, vilipesi, minacciati, dichiarati nemici della Patria, parte putrida di una putrida palude che si chiama l'Antinazione».

A dodici giorni dalla scomparsa di Matteotti si radunano a Bologna 1200 sindaci, 300 rappresentanti dei fasci, 50 deputati ed acclamano un messaggio di fedeltà al Duce: «Verrà la diana della riscossa; chi si avanza verso il fascismo e verso Mussolini troverà sulla strada i nostri inesorabili manipoli». Incoraggiato dalla solidarietà che si va delineando in suo favore e persistendo la violenza dell'opposizione, Mussolini si decide ad applicare il decreto sulla stampa che teneva in serbo da oltre un anno.
Il decreto sulla stampa era stato approvato all'unanimità nel Consiglio dei Ministri dell'anno precedente, e cioè il 12 luglio del 1923. Si tratta di un Regolamento che non limita ma sopprime addirittura la libertà di stampa. Esso sfugge al controllo del Parlamento e del Re con la sua apparenza di semplice regolamento dell'editto del 1848, in realtà violando lo spirito e sostituendo ad esso un arbitrio. Un giornale il cui gerente è stato diffidato due volte in un anno può vedersi privato del gerente. Ma il giornale non può uscire senza la firma di questo. Si è quindi alla mercè delle Prefetture. Non è più il gerente che dipende dal periodico, ma il periodico che dipende dal gerente. Così Mussolini elude lo Statuto con un semplice regolamento il quale non ha bisogno del voto del Parlamento. Del resto questo iniquo decreto è approvato dai liberali che dovrebbero essere fra i più tenaci oppositori. Alcuni giornali ammettono l'eccezionalitá della situazione e lo considerano un male necessario Le discussioni vertono specialmente stilla validità o meno del Decreto firmato dal Re nel luglio del 1923. Secondo le norme costituzionali esso era oramai scaduto, poiché condizione assoluta per la sua validità è quella relativa al dovere di presentarlo all'approvazione del Parlamento nella tornata immediatamente successiva. Il Re lo aveva concesso per servirsene in caso di indispensabile, eccezionale necessità. Anche i giornali dell'opposizione e fra questi il Mondo esprimono il dubbio che non si sia richiesto l'assenso del Sovrano per l'esumazione di un decreto scaduto. Così Egli non ha potuto esercitare quella valutazione politica di necessità ed urgenza in relazione ad un determinato momento che spetta al suo potere moderatore.

Intanto Mussolini incita i fascisti a «vivere pericolosamente » ma al contrario chi vive in queste condizioni sono proprio le opposizioni!
Al Senato - dove sembra che si voglia tenere un atteggiamento di benevolo riserbo nella discussione sul discorso della Corona - continuano le affermazioni di lealismo ma anche di critica aperta. Maffeo Pantaleoni dice che «il Governo è stato nella sventura più grande che nel trionfo» e lamenta che per il delitto Matteotti «si sia fatto un chiasso maggiore che per la crocifissione di Cristo». Tanari ottiene un vero successo quando accenna a delitti di ferocia superiore compiuti dall'estremismo rosso: e perché non si equivochi su questo punto ricorda come il delitto di Bologna di palazzo d'Accursio, ben diversamente dall'altro recentissimo, fu coperto dall'omertà di tutto un partito; e si irrideva a chi insorse quando si compirono nefandi delitti, quando si gettarono nei forni due giovani...

Caratteristico, sintomatico, eloquente è il discorso del senatore Abbiate il quale dopo una severa critica all'operato del ministero dichiara testualmente: «Io non vorrei vedere oggi al banco del governo le opposizioni; non è la loro ora, non potrebbero immediatamente avere quella serenità di spirito che è assolutamente necessaria per un'opera di concordia». Laconclusione dell'oppositore senatore Abbiate è accolta da una ovazione durata qualche minuto.
Il senatore Albertini pronuncia un discorso che si potrebbe chiamare «al di sopra della mischia» e nel quale ammette: «Nella classe borghese dirigente così la condanna del passato come l'esaltazione del presente, hanno trovato finora echi di consenso imponenti che rendevano stonata la voce di chi non si associava al coro, quasi unanime delle approvazioni. Sì, il regime fascista ha assicurato all'Italia un ordine esteriore al quale ardentemente aspiravamo: ha fatto cessare gli scioperi generali, le interruzioni continue, intollerabili dei servizi pubblici; ha ristabilito la disciplina nelle aziende pubbliche e private; ha continuato con successo l'opera di restaurazione finanziaria dei governi anteriori raggiungendo il pareggio; ha seguito, specialmente dopo l'incidente di Corfù una direttiva di politica estera sana e coraggiosa e molto altro di buono e vantaggioso ha fatto per la nazione».
Nega però che il fascismo sia riuscito a risolvere altri problemi, fra questi quello più importante di ordine eminentemente politico-morale: « far uscire il paese, le masse i partiti, i sindacatati, gli individui, dalla illegalità per imporre a tutti il rispetto della legge ». Ed
avviandosi alla fine egli si domanda: « E' dalla Monarchia, è dai Parlamento è, dal Governo che il Par
lamento che noi ripetiamo la nostra      la  norma di vita politica, o dai manipoli r dai loro comandanti    danti? ». Il discorso, sereno nella critica ed elevato nel tono polemico benché di decisa opposizione al governo è salutato alla fine da vivissimi applausi e congratulazioni. Achille Loria fa un discorso tecnico, sulle assistenze sociali e nemmeno accenna né alle violenze, né al delitto Matteotti. Anche il senatore Lusi(11101i parla contro, ascoltato dall'assemblea, ma poi finisce per votare in favore.

li più aggressivo è stato quello del senatore Sforza, di cui diamo i passi più salienti che sì riferiscono al fallo Matteotti: « ... qui vi è un delitto organizzato al seguito di altri delitti rimasti impuniti - da uomini installati al centro stesso del governo, e da gerarchi supremi di un partito che la teoria nazionalfascista dichiara essere una sola e identica cosa con la sacra entità della Patria. Delitto commesso da gerarchi che ingannavano il loro «duce » con le proprie criminose attività?». L'on. Sforza fa un elenco di crimini rimasti impuniti e soggiunge: «Andate a sfogliare adesso l'organo personale del Presidente del Consiglio e per ognuno di questi delitti non troverete che scusanti per gli aggressori ed irrisioni e ingiurie e nuove precise minacce per le vittime». Tira in ballo il bastone austriaco, gli Este, i Lorena, i Borboni, suscitando le proteste dell'assemblea. «Gli è che il fascismo è uno stato d'animo, per alcuni lati spiegabilissimo ma senza una teoria positiva di pensiero e quindi colla possibilità di sussistere solo in un'atmosfera di prestigio o di terrore indiscussi (commenti). Il fascismo poteva combattere molte lotte, ma una battaglia di critica intellettuale non poteva combatterla. Ed è questo o signori, che è stato il segnale della morte di Matteotti. Egli era il più ardente, il più appassionato, il più documentato degli oppositori. Fu soppresso, la discussione era vietata.
« Gli assassini e i loro mandanti si sbagliarono solo perché constatata la tacita passività del paese di fronte a tanti precedenti delitti, contarono anche questa volta di farla franca. Invece l'Italia si svegliò inorridita. E Matteotti, o signori, vince morendo! (proteste, rumori). Lasciando il delitto alla magistratura le accuse di affarismo non possono essere chiarite che da un'inchiesta parlamentare. Finché non vi si giunga, la coscienza pubblica rimarrà profondamente turbata anche dai dubbi - che son poi certezze - sulla corruttela che dilaga ». Così conclude: «La Patria che salvammo al Piave, o signori, era la Patria di tutti!». Il discorso di Sforza, frequentemente interrotto, è alla fine coperto da rumori altissimi.
Procedutosi alla votazione di un ordine del giorno del senatore Melodia, il Senato accorda a Mussolini la fiducia (1).

Votanti: 252; favorevoli: 225; contrari: 21; astenuti: 6. (26 giugno 1924).

Vota a favore del governo anche Benedetto Croce.

Appena proclamato il risultato suddetto, il Presidente mette ai voti l'indirizzo di risposta al discorso della Corona. E' approvato per alzata.
Il Croce, interrogato, a proposito del suo voto di fiducia a Mussolini, dal Giornale d'Italia, dopo aver detto che il delitto Matteotti è «la conseguenza di un errato indirizzo del fascismo», così continua: «Non si poteva aspettare e neppure desiderare, che il fascismo cadesse di un tratto. Esso non è stato un infatuamento o un giochetto. Ha risposto a seri bisogni e ha fatto molto di buono, come ogni animo equo riconosce.. Si avanzò col consenso e fra gli applausi della Nazione. Sicchè, per una parte, c'è, ora, nello spirito pubblico il desiderio di non lasciare disperdere i benefici del fascismo, e di non ritornare alla fiacchezza e all'inconcludenza che lo avevano preceduto; e dall'altro c'è il sentimento che gli interessi creati dal fascismo, anche quelli non lodevoli e non benefici, sono per una realtà di fatto, e non si può dissiparla soffiandovi sopra».
«Bisogna dunque dare tempo allo svolgimento del processo di trasformazione del fascismo. E' questo il significato del prudente e patriottico voto del Senato». Croce così difende il suo voto di fiducia: «Vi sono voti che si danno come di slancio ed altri che si danno dopo avere lungamente ponderato il pro ed il contro: voti di entusiasmo e voti di dovere. Per me quel voto di fiducia è stato un voto di dovere».
Dunque Croce votava in favore di Mussolini e lo difendeva proprio quando l'Aventino lo accusava di essere il mandante dell'assassinio di Matteotti.

(1) Hanno votato No, cioè contro il governo Abbiate, Albertini, Auteri Berretta, Berenini, Bergamini, Bollati, Credaro, Della Torre, Farra, Faelli, Giacomo Ferri, Fradeletto, Loria, Pais, Ruffini, Sanarelli, Sforza, Taddei, Valenzani, Venzi, Volterra.

Si sono astenuti Grassi, Martinez, Martino, Molmenti, Mortara, Pozzo.


giovedì 4 settembre 2014

La Monarchia e il Fascismo - Ottavo capitolo - III

Solidarietà della maggioranza della Camera col Governo e rimpasto ministeriale.

Di fronte al tentativo dell'opposizione di sollevare l'opinione pubblica si riunisce il Comitato di maggioranza della Camera - del quale fa parte anche il cattolico on. Mattei-Gentili, direttore del Corriere d'Italia - e vota un ordine del giorno che contiene questa dichiarazione: «Il Comitato coglie quest'occasione per rinnovare al Capo del governo l'immutabile solidarietà e la profonda devozione della maggioranza parlamentare che, stringendosi sempre più intorno a lui, lo conforta nell'opera necessaria e feconda attesa dalla Nazione». Già nella mattina del 16 i ministri avevano messo a disposizione di Mussolini i loro portafogli al fine di ottemperare al desiderio del comitato il quale chiedeva un rimaneggiamento del Gabinetto onde allontanare dal ministero alcuni elementi che non hanno fatto buona prova. La riunione del comitato di maggioranza dal quale uscirono queste deliberazioni assume grande importanza. Contemporaneamente nel seno stesso del Gabinetto alcuni ministri esprimono la necessità di un rinnovamento nell'azione del governo chiedendo un rimpasto, che ha luogo in quei giorni: entrano a rinforzare il ministero i liberali Alessandro Casati, Sarrocchi, De Nava, Celesia e Di Scalea. Le nuove nomine sono accolte con soddisfazione anche dall'opposizione costituzionale e soprattutto viene sottolineata la destinazione di Federzoni a ministro dell'Interno, ed elogiate le sue parole nella circolare ai Prefetti: «Consolidare con energia e fermezza l'ordine nazionale sulla base dell'assoluto rispetto alle leggi». E' favorevole a Federzoni anche il Corriere della Sera, l'espressione dell’opposizione costituzionale.

A Roma sono convocati i Consigli professionali forensi sotto la presidenza di Víttorio Scialoia, ed approvano un ordine del giorno nel quale è detto che “ritengono che l’opera della magistratura oramai investita dell’istruttoria non debba essere turbata da alcuna manifestazione da parte della classe forense». Ettore Viola, deputato della maggioranza e rappresentante dei combattenti, intervistato dal Giornale d’Italia dopo aver dichiarato di voler chiedere a Mussolini un completo rinnovamento del partito e del governo, con l'allontanamento delle persone equivoche, conclude: «Direte così all'Italia o Duce, che i vostri non hanno creato il martire, avendone subita tutta la vergogna; e al mondo che il fascismo, sotto la vostra illuminata guida, è ancora e più di prima rinunzia e bellezza ».

Le opposizioni usano un linguaggio di estrema violenza; ma se vi è smarrimento fra i fascisti vi è anche incertezza e disunione nel campo avversario che il governo accusa a sua volta di «speculazione» intorno ad un delitto del quale esso stesso è il primo a subirne i danni e le conseguenze. Le dimissioni di alcune personalità politiche e il rimpasto ministeriale, e gli arresti dei presunti esecutori o mandanti, calmano in parte l'opinione pubblica. Se vi sono fascisti che gettano il distintivo, è anche vero che vi sono avversari del regime od indifferenti che, prendono la tessera per testimoniare la loro disapprovazione alla tattica scandalistica dell'estrema.
Il Governo intanto, con la scusa dell'arrivo di ras Tafari mobilita la Milizia e concentra a Roma le legioni dell'Italia centrale. In pochi giorni il fascismo passa dallo smarrimento al contrattacco isolando sempre più le opposizioni che rinunciano al combattimento lasciando le camicie nere arbitre della situazione. Dall'alto del loro colle gli aventiniani chiedono le dimissioni del governo, ma il Duce risponde che ha con sé la maggioranza della Camera, la maggioranza del Senato, la maggioranza del Paese. Gli aventiniani si accaniscono nel pretendere che Mussolini dia le dimissioni e non si rammentano che i loro predecessori della sinistra e dell'estrema sinistra dell'epoca crispina rimproveravano a Giolitti di essersi dimesso nel 1893 in seguito alle accuse per la Banca Romana senza un voto della Camera: dimissioni che dettero mano libera agli avversari di destra. 

martedì 2 settembre 2014

PAPA FRANCESCO ED I NUOVI POSSIBILI PICCOLI STATI : EUROPA INGOVERNABILE

di Domenico  Giglio

Spesso  “repetita  juvant”  per  cui  ritorniamo  a  parlare  di  separatismi, secessionismi  e  simili  che  sembrano  la  principale  preoccupazione  di  alcuni  movimenti  politici  in  Spagna, Gran  Bretagna, Belgio ed  Italia  e  questo  in  un’ Europa  in  fase  di  recessione  economica  e  di  sempre  più  scarso  peso  a  livello  mondiale  ed  è  con  soddisfazione  aver  letto, qualche  tempo  fa  una  pacata, ma  netta  dichiarazione  di  Papa  Francesco, di  disapprovazione  delle  tendenze  separatiste  esistenti  in  vari  stati  dell’ Europa.
C’ è  infatti  chi, per  giustificare  l’attuale  richiesta  di  separazione  o  indipendenza  si  richiama, per  la  Catalogna,  alla  guerra  di  successione  spagnola  del  1714, chi  all’atto  di  unione  della  Scozia  del  1707, chi  ai  nostri  plebisciti  del  1860, per  non  parlare  di  chi  contesta  la  liquidazione  della  Repubblica   di Venezia  nel  1797  e   del  Sacro  Romano  Impero  nel  1806  per  mancanza  del  “numero  legale”  dei  deliberanti, problemi  tutti  anche  interessanti, se  non  affascinanti  dal  punto  di  vista  storico, ma  non  politico  e  totalmente  fuori  dall’attuale  realtà. Che  sia  amaro  doverlo  riconoscere, ma  il  primato  dell’Europa, pur  partendo dall’Atlantico  per  finire  agli  Urali, è  nella  fase  discendente,anche  se  non  mancherebbero  intelligenze, capacità  e  mezzi  per  poter  fermare  tale  declino,anticipato  peraltro  un  secolo  or  sono  da  Spengler, declino  oltretutto  demografico  perché  sommando  tutti  i  27  stati  dell’U.E.( 501.100.000  abitanti )  e  gli  altri  fuori   dell’Unione ,compresa  Ucraina  e Russia, ( totale  abitanti  Europa  811.543.167 )  non  si  raggiunge  che  un  quinto  degli  abitanti  dell’Asia ( 4.055.957.043 )  e  meno  della  metà  degli  abitanti  della  Cina  e  dell’India, per  non  parlare  dell’incredibile  incremento  di  alcuni  paesi  dell’Africa, che  supera  ormai  complessivamente  il  miliardo  di  abitanti, quale  ad  esempio  la  Nigeria  con  152.217.000  abitanti  e  l’ Etiopia  con  88.013.000.

Sentire  perciò  un  uomo  anziano,che  per  l’anzianità  si  dovrebbe  ritenere  saggio, come  Pujol  parlare  di  una  Catalogna  indipendente, con  i  suoi  sette milioni  e  mezzo  di  abitanti, anche  se  magari  unita  al  resto  della  Spagna, da  un  unico  Sovrano, a  conferma  del  valore  rappresentativo  e   coagulante  dell’Istituto  monarchico, come  in  fondo  era  stata  l’unione  dinastica  dell’  Austria – Ungheria, lascia  oggi  molto  perplessi  perché  pare  dimenticare  tutto  quello  che  avviene  nel  mondo  e  le  trasformazioni  continue  nei  più  vari  settori. Ignorare  che  nel  terzo  mondo  la  prevalenza  è  dei  giovani, privi  di  un  qualsiasi  retroterra  storico  e  culturale, per  cui  l’Europa  non  incute  loro  né  timore  né  rispetto  e  pensare  che   queste  ondate  migratorie   possano  essere  meglio  gestite  da  staterelli  regionali  e  non  da  stati  nazionali  coordinati  in  una  unione  europea,già  adesso  zoppicante  essendo  costituita  da  27  stati, se  gli  stessi  diventassero  oltre  trenta, è  solo  segno  di  voluta  e  mancata  conoscenza   dei  problemi  mondiali  e  ciò  malgrado  che  oggi,grazie  alla  tecnologia  ed  alle  comunicazioni, frutto  della  civilizzazione  di  stampo  occidentale, il  cittadino  europeo  medio  dovrebbe  avere  invece  un  livello  di  informazioni, come  mai  avvenuto  prima, e  come  non  avevano  forse  nemmeno  gli  uomini  di  stato  e  le  classi  dirigenti  di  un  secolo  fa,vedi  il  “sonnambulismo”  del  luglio  1914, per  cui  suscita  un  sentimento  di  profonda  tristezza, se  non  di  commiserazione  vedere, come  qualche  tempo  fa  in  Catalogna,  proprio  dei  giovani  ballare  e  saltare  auspicando  la  separazione  dal  resto  della  Spagna, quasi  fosse  la  caduta  del  muro  di  Berlino  o  la  fine  di  qualche  dittatura, e  recentemente  in  Spagna, dopo  l’abdicazione  del  Re  Juan  Carlos, richiedere  la  repubblica, dopo  e  malgrado  le  tristi  esperienze  repubblicane  della  sua  storia.


lunedì 1 settembre 2014

La Monarchia e il Fascismo - Ottavo capitolo - II

L'opposizione diserta l'aula e si ritira sull'Aventino.

Il giorno dopo l'opposizione si astiene dalle sedute. Questa diserzione passerà alla storia col nome del romano Aventino e viene giustificata condizionandola ai provvedimenti del governo per rintracciare, qualunque essi siano, non solo i responsabili materiali, quanto gli ispiratori e gli istigatori dell'orrendo misfatto - che del resto Mussolini ed i fascisti continuano a chiamare « il delitto inutile ».

In questa seduta, assente l'opposizione, il Capo del Governo così parla alla Camera:

MUSSOLINI: «Se vi è qualcuno in quest'aula che abbia diritto più di tutti di essere addolorato, e, aggiungerci, esasperato, sono io. (Vive approvazioni). Solo un mio nemico, che da lunghe notti avesse pensato a qualche cosa di diabolico, poteva effettuare il delitto che oggi ci percuote d'orrore e ci strappa grida di indignazione».

Dopo essersi richiamato al discorso del sabato precedente, discorso nel quale aveva fatto appello ad una détente sia nell'assemblea che nel Paese, per una situazione di concordia e di pacificazione, lieto di essere giunto quasi al compimento della sua opera, deplora che il destino, la bestialità e il delitto vengano a turbare questo processo di ricomposizione morale.
Indi continua: « La situazione, o signori, è estremamente delicata. Quello che è accaduto ieri sera in quest'aula è un sintomo che non può essere trascurato dal governo. Se si tratta di deplorare, se si tratta di condannare, se si tratta di compiangere la vittima, se si tratta di procedere innanzi alla ricerca di tutti i colpevoli e di tutti i responsabili, siamo qui a ripetere che ciò sarà fatto tranquillamente, e inesorabilmente. Ma se da questo episodio tristissimo si volesse trarre argomento, non per una più vasta riconciliazione degli animi sulla base di un accertato e riconosciuto bisogno di concordia nazionale, ma si cercasse di inscenare una speculazione d'ordine politico che dovrebbe investire, il governo, si sappia chiaramente che il Governo punta ì piedi, che il governo si difenderebbe a qualsiasi costo, che il governo avendo la coscienza enormemente tranquilla, (vivissimi applausi) ed essendo di aver già fatto il suo dovere e di farlo in seguito, adopererebbe i mezzi necessari per sventare questo giuoco, che, invece di condurre alla concordia gli animi degli  Italiani, li agiterebbe con divisioni ancora più profonde. Questo andava detto, poiché i sintomi non mancano. La legge avrà il suo corso, la polizia consegnerà i colpevoli all'autorità giudiziaria, che si impadronirà della questione e spiccherà i mandati di cattura necessari. Di più non si può chiedere al governo.

«Se voi mi date l'autorizzazione di un giudizio sommario, il giudizio sommario sarà compiuto; (Impressione) ma sino a quando questo non si può chiedere, e non si deve chiedere, bisogna mantenere i nervi a posto e rifiutarsi di allargare un episodio nefando e idiota in una questione di politica generale e di politica di governo. (Approvazioni).

«Ora la Nazione dimostra per mille segni la sua fiducia nell'opera del governo per quello che gli spetta come potere esecutivo; e dirò a voi rappresentanti della Nazione, che questa fiducia non sarà delusa. Giustizia sarà fatta, deve essere fatta, perché, come qualcuno di voi ha detto, il delitto è un delitto di antifascismo e di antinazione. Prima di essere orribile è di una umiliante bestialità. Non si può esitare davanti a casi siffatti, e distinguere nettamente quello che è la politica da quello che è crimine. (Approvazioni). In altre località d'Italia ho dimostrato che questa distinzione deve essere sempre più profonda, più netta, più inequivocabile. Poiché noi siamo appassionati alle nostre idee, e tali idee, tale passione, tale martirio vogliamo che i buoni cittadini italiani non si confondano e non confondano, che sappiano distinguere la zona della delinquenza dalla zona del sacrificio e dell'ideale. Questo è il mio dovere, questo dovere sarà compiuto ». (Vivissimi prolungati applausi) (1).

Il delitto è avvenuto proprio dopo che Mussolini aveva ottenuto alla Camera un autentico successo col discorso di pochi giorni prima (7 giugno) che avrebbe potuto segnare l'inizio di un'era di più serena lotta politica, di conciliazione e di collaborazione, almeno sul terreno parlamentare; ma è anche vero che esso fu compiuto alla vigilia di un discorso di Matteotti alla Camera sull'esercizio provvisorio (giugno 1924-giugno 1925) approvato a scrutinio segreto nella stessa seduta del 13 giugno con 278 voti favorevoli e soli 7 contrari. Le opposizioni che hanno già disertato l'aula lasciano così i fascisti padroni del campo.

Esaurito l'ordine dei lavori il governo ne approfitta per proporre la proroga della sessione e nessuno chiede la parola: la proposta è approvata e la Camera sarà convocata al mese di novembre.

Le opposizioni insistono nell'accusare di complicità il generale De Bono, capo della polizia e considerano la scomparsa di Matteotti un delitto di Stato. Ma sono accuse vaghe, in astratto, accenni a fatti che hanno soprattutto una intonazione polemica pur rivelandosi l’evidenza che il delitto sia stato compiuto in un’atmosfera di interessi in uno sfondo affaristico che potrebbe essere contro il governo. Associazioni combattentistiche e dei mutilati emettono ordini del giorno di protesta, chiedono la punizione dei colpevoli, ma nessuna accusa diretta e circostanziata che investa il governo. La confederazione del Lavoro si oppone persino che venga proclamato lo sciopero generale e si limita a far sospendere il lavoro limitatamente alle ore dei funerali. La confederazione bianca (democristiana) invita i suoi aderenti a «resistere a qualunque movimento inteso a trasportare dal terreno dei partiti a quello sindacale l'espressione di un giudizio politico sugli avvenimenti odierni ». Inaugurandosi la nuova sede di Torino del Partito Liberale, i presenti si augurano che il cerchio di quella «accolta di delinquenti e di violenti che si stringe attorno al governo ed al fascismo e ne impedisce e ne oscura l'opera di ricostruzione e di pacificazione », venga spezzato. Da ogni parte giungono relazioni su adunanze di associazioni, organizzazioni, comitati, ecc. chiedenti sia fatta giustizia colpendo i responsabili. Molti deprecano che il delitto abbia tentato di «intralciare l'opera di pacificazione perseguita».


Il Popolo d'Italia pubblica una dichiarazione dell'organo comunista di Mosca, La Pravda (21-6) nella quale è detto: «Mussolini fu amaramente sorpreso dall'assassinio di Matteotti. Si può credere che questo disgustoso affare fu organizzato a sua insaputa».

(1) Atti parlamentari, Camera Deputati, XXVII Leg., Vol. 1, p. 242.