NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 22 novembre 2012

Il Partito Nazionale Monarchico - X parte


LA CRISI COSTITUZIONALE IN ATTO

Incredibile ma vero. Gli improvvisi zelatori delle più inverosimili confusioni - attraverso i loro tentativi accompagnati dal dimenare tristissimo delle teste - e profeti di sciagure nei fatti di cronaca distraggono il Partito Nazionale Monarchico dal grande compito che gli è affidato e che mai come in questo momento potrebbe assolvere. (E assolverà).

E' proprio la situazione politico-costituzionale attuale che richiama l'attenzione di tutti i galantuomini del pensiero e anima le speranze di quanti sono in Italia sinceramente monarchici.
In Italia la crisi costituzionale è in atto. Non tanto la crisi costituzionale per la restaurazione monarchica, quanto per la legittimazione costituzionale repubblicana.

Basterebbe, per consentire a ciò - o con furore sino alla disperazione o con sottile soddisfazione per la speranza sfogliare la Costituzione: non fogli, volume.
Ma prima di sfogliarla assieme sarà bene ricordare l'atto di accusa contro la Monarchia -  recte contro Vittorio Emanuele III: dal 28 ottobre 1922 sino a data non precisata - sino a date che gli uguali per il sacrificio della Monarchia, assai piú che di un Re, oppostamente interpretano: gli uni ignorandole, gli altri aggredendole; perché anche questo di singolare si verificò in Italia: che si sommarono contro la Monarchia gli argomenti della radio della Repubblica sociale italiana con quelli dei Comitati di Liberazione: beffe della storia!

E' bene tener presente l'argomento dello Statuto tradito alla data della sua mancata difesa, cosi come sarà bene riferirsi alla natura dell'Istituto Monarchico e alla elargizione dello Statuto, divenuto poi impegno da Re a popolo.

Perché la crisi costituzionale attuale si riferisce proprio anche a due dati temporali: a quello donde dalla Costituente si determinò la Costituzione; a quello della Costituzione che non ha dato... se stessa.

IL PECCATO DI ORIGINE

Coloro i quali sottovalutano l'impegno luogotenenziale al referendum che avrebbe dovuto seguire a suffragio universale diretto nel territorio nazionale hanno osservato che se anche non ci fu il suffragio universale mancando la definizione del territorio nazionale e, quindi, del corpo elettorale, la eccezione non venne tempestivamente sollevata. Ma se anche fosse possibile - e soprattutto giusto - dimenticare che nel proclama di Re Umberto del 31 maggio 1946 si leggeva: « Italiani, vi dico solennemente che, in caso di riaffermazione dell'Istituto Monarchico accetterò le responsabilità che ho assunte secondo la legge all'atto della successione, ma per quanto mi riguarda e mi compete, mi impegno ad ammettere che appena la Costituente avrà assolto il suo compito possa essere ancora una volta sottoposta agli Italiani nella forma che la rappresentanza popolare volesse proporre la domanda cui siete chiamati a rispondere il 2 giugno »; se anche fosse possibile dimenticare che nello stesso proclama Re Umberto aggiungeva: « Allora molte passioni si saranno placate; molti che oggi sono perplessi avranno avuto il tempo per fare una scelta ponderata. Allora potranno partecipare alla consultazione - come ognuno di noi fervidamente desidera - tutti i cittadini italiani, anche quelli dei territori di frontiera, oggi esclusi dal diritto di voto, anche i prigionieri' di guerra che ancora attendono di ritornare alla loro casa »; se tutto potesse andare dimenticato intorno al referendum a quella data, non potrà dimenticarsi quanto è avvenuto alle date successive: quella che doveva essere la data della Costituzione riferita alla Costituente e quella che fu la data della Costituzione.

Si potrà dissimulare cosi come si è dissimulato ed oramai si osserva il distaccato silenzio - il fatto che è all'origine - e fu impegno - della Costituente. Disponeva, infatti, l'art. 4 del D.L.L. 16 marzo 1946 che «l'Assemblea Costituente terrà la sua prima riunione in Roma nel palazzo di Montecitorio il ventiduesimo giorno successivo a quello in cui si saranno svolte le elezioni»; il che, di fatto seguì con cronometrica puntualità; ma l'art. 4 dello stesso Decreto disponeva: «L'Assemblea è sciolta di diritto il giorno dell'entrata in vigore della nuova Costituzione e comunque non oltre l'ottavo mese dalla sua prima riunione. Essa può prorogare questo termine per non più di quattro mesi ».

L'art. 4 è stato osservato sul punto della convocazione dell'Assemblea Costituente ed è stato osservato con squisita esattezza con le conseguenze beffarde per la Venezia Giulia e per la provincia di Bolzano, pure il D. luogotenenziale 16 marzo 1946 n. 99 disponendo: « I comizi elettorali sono convocati per il 2 giugno 1946 per deliberare mediante referendum sulla forma istituzionale dello Stato e per eleggere i deputati alla Assemblea Costituente. E' fatta eccezione per il Collegio elettorale della Venezia Giulia e della Provincia di Bolzano per i quali la convocazione dei comizi elettorali sarà disposta con successivi provvedimenti». La disposizione è divenuta puzzle nel senso della sua inapplicabilità e per il fatto della sua mancata applicazione; ma pure l'impegno era chiaro. Non è che la disposizione su riferita riguardante i comizi elettorali, da convocarsi successivamente, non si riferisse al referendum sulla forma istituzionale dello Stato ma soltanto alle elezioni (quali? quelle alla Costituente... già funzionante il ventiduesimo giorno successivo al 2 giugno?): infatti regge il tutto la espressione: « I comizi elettorali sono convocati... per deliberare mediante referendum sulla forma istituzionale dello Stato e per eleggere i deputati alla Assemblea Costituente »; né la eccezione riferita al Collegio elettorale della Venezia Giulia e della provincia di Bolzano è in alcun modo limitativa.

Ma assai piú grave è la inosservanza della disposizione dell'art. 4 che disponeva sciolta di diritto la Costituente ove non avesse data la Costituzione entro l'anno dalla prima convocazione: dal 25 giugno 1946. Viceversa la Costituzione fu approvata con votazione complessiva e finale nella seduta pomeridiana del 22 dicembre, fu promulgata il 27 dicembre e, per la XVIII disposizione finale, entrò in vigore il 1 gennaio 1948! In ritardo, quindi, sul termine ultimo fissato alla validità della Costituente di sei mesi!

Col calendario le sofisticazioni non sono facili: ci furono alti scrupoli costituzionali (cosi si è affermato) in Taluno che, per essi - se veramente ci furono - merita alto rispetto. Molti non ebbero scrupoli, anzi moltissimi. Moltissimi, anzi, dei censori dello Statuto... violato risero (e ridono con smorfie) su di una Costituzione morta nel ventre di una Costituente sciolta di diritto. A votarla furono in 463; i contrari furono 62. Non ritorna la proporzione tra il 52% che si calcolò per la Repubblica e il 48% che si attribui alla Monarchia e anche questo pesa e peserà a dimostrazione che abbinato il referendum all'elezione dei Costituenti si realizzò il miracolo o l'inganno - di votanti per la Monarchia che eleggevano Repubblicani. E in questa operazione grandeggiò la Democrazia Cristiana i cui elettori monarchici vennero lasciati... liberi di votare per la Monarchia pure essendosi preventivamente disposto lo Stato Maggiore e la palude repubblicani.

Non pensi alcuno che tanta esattezza di amari rilievi, amarissimi soprattutto per quelli che vorrebbero serena e sicura la nascita della Repubblica e della Costituzione (che gli altri, tra i quali noi siamo, possono anche sorriderne sia pure amaramente) nessuno pensi che tanta esattezza di rilievi sia soltanto rimpianto. Da tanta esattezza di rilievi discendono, infatti, una dimostrazione e un dovere. La dimostrazione può essere non gradita, ma il dovere deve osserv'arsi anche quando non gradito.

Quale la dimostrazione?

La dimostrazione si riferisce al coacervo e al vuoto parallelo delle norme costituzionali, delle quali si può dire che sono troppe e troppo poche, comunque tutte confuse e, quasi tutte, indeterminate.

Prima: un rilievo che può sembrare polemico mentre è di sostanza e di fondo.

A differenza dello Statuto Albertino che era, come si è scritto, una costituzione "ottriata" (dal francese "octroyer") cioè concessa al popolo dal Monarca, l'attuale Costituzione è "votata", approvata cioè dal Popolo.

Si è anche detto - e giustamente - che proprio per la differente natura dello Statuto - concessione e della Costituzione - votazione, la Costituzione repubblicana deve considerarsi rigida.

Ma qui si avverte la prima evasione. La rigidità - dagli ex-poeti, ora prosatori della Costituzione, già in condizione di dover essere « modificata » viene considerata nel suo divenire, ed appunto per questo si afferma che essa è rigida in quanto non può essere modificata se non con leggi costituzionali, « le quali debbono essere approvate con una speciale procedura e con una determinata maggioranza in seno al Parlamento ».

Ma è evidente - almeno si pensava evidente che la Costituzione rigida, proprio perché sottoposta a rigide norme per la sua modificazione, doveva essere rigidamente determinata!

Ed è proprio sotto questo profilo che la Costituzione non può non apparire quella che è: estremamente labile, confusa, alla quale si potrebbero attribuire due motti: « pericolo! svolta pericolosa! » e « vedi mano! ».

venerdì 16 novembre 2012

Il Partito Nazionale Monarchico - IX parte


IL « 2 GIUGNO 1954 »

Ma a questo punto qualcuno potrà domandarci se ignoriamo o fingiamo di ignorare che l'unità monarchica, che noi abbiamo realizzato dopo il 2 giugno 1946 e che noi affermiamo idealmente viva tuttora, non lo è più politicamente per quanto è accaduto in un altro 2 giugno: il 2 giugno del 1954.

Vorremmo vincere le intime ribellioni. Vorremmo soltanto ripetere quello che abbiamo scritto all'inizio di queste pagine.

In Repubblica più che lusso è... lussuria un doppione di partito monarchico. Soltanto si sarebbe potuto e si potrebbe concepire un secondo partito monarchico in un Paese dove invece che un Re in esilio ci fossero due pretendenti. Ancor più e ancor meglio si potrebbe concepire un secondo partito monarchico che si proponesse non di restaurare una Monarchia costituzionale come quella dei Savoia - nata dai plebisciti ma una Monarchia, magari borbonica, assoluta.

Non pare, malgrado la suggestione... napoletana e per costituzionale difetto di preparazione filosofico - politica (non vogliamo riferirci alla intellettuale-culturale di cui ha certamente dovizia chi ha molto navigato vivendo a suo tempo tra il mare e Dio), che la secessione del 2 giugno abbia impostato una diversa battaglia monarchica: nulla evidentemente di caratteristica monarchica avendo la partecipazione agli utili o la quattordicesima mensilità!

Che se la secessione familiare prima - con le successive conquiste a stillicidio con impostazione di cifre elettorali (non trascurate talune personali) e per piccoli cabotaggi deputatizi o senatoriali - è stata ribellione morale contro un ritenuto non scardinabile Segretario Generale, il dramma per il perduto Regno diverrebbe la farsa, anzi le farse, dell'imprendibile Segretariato e delle compromesse medagliette.

Basterebbe a tranquillare ogni coscienza monarchica osservare: chi non è stato capace di mandare via un Segretario Generale di Partito; chi malgrado la spavalda convinzione dello strapotere dei miliardi non si è sentito di rimanere nella propria formazione per «mandarlo via», come può pensarsi capace di far ritornare il... Re?

Gli è che i romantici della concordia tra i monarchici sono anche i romantici della più vasta confusione. Una specie di santa alleanza che non si sa bene se volta contro i comunisti o contro i democratici cristiani o contro entrambi. Se volta contro entrambi è chiaro che non sarebbe più contro il solo comunismo. Segno sarebbe, per questo fatto stesso, che il comunismo-babau diventa gioco di ragazzi se ci si permette il lusso di prescindere, nella lotta contro di esso, da quel po' po' di milioni che sono i democratici - cristiani, recte quelli che votano per la democrazia cristiana. Che se invece il pericolo comunista essendo alle porte, si pensasse alla grande armata per disperderlo, si dovrebbe pensare ad un 18 aprile rinforzato.


LA « TERZA FORZA »

Ma qualche tecnico dell'imbroglio confusionario sembrerebbe riferirsi alla terza forza. Ora è bene anche a questo proposito essere chiari. Prima occorrerebbe stabilire se la terza forza la si possa considerare ai fini del « potere » della... terza forza o come condizionante una condotta politica di altro Partito nella specie la Democrazia cristiana - contro le suggestioni abdicatarie e demagogiche. E poiché è chiaro anche ai ciechi che mai si potrebbe pensare ad una terza forza capace di assumere il potere in... esclusiva, appare manifesto che la forza condizionante può anche essere debolezza numerica, proprio cosi come fu la debolezza numerica dei partitini a condizionare per anni la Democrazia cristiana.

Il che mentre deve indurre alla più serena fiducia a respingere le suggestioni - idiote e malvagie del disfattismo e le suggestioni ingenue nei confronti di disonoranti confusioni pseudo - monarchiche, deve mettere in guardia da più vaste confusioni che ogni caratteristica potrebbero assumere salvo la caratteristica monarchica!


LA « GRANDE DESTRA »

E qui cade il discorso sulla cosiddetta «grande destra». Anche a questo proposito torna il rilievo. Possibile una destra indefinita?  E’ possibile una «grande destra» ? A rispondere al secondo interrogativo basterebbe il rilievo che, mancando alla coalizione il Partito Liberale, manca indubbiamente una delle forze che possono ritenersi, se non altro alla luce delle valutazioni storiche, forze di destra.
A rispondere al primo interrogativo, è possibile una destra indefinita, basta l'aggettivo: per negarla più che per indubbiarla.
«La destra» ha avuto, nella Storia, il noto significato di destra politica per la libertà, per la indipendenza, per la unità, per il Regno dell'Italia. Fu una destra politicamente progressiva e sinanco sotto certi profili rivoluzionaria.

«La destra» ha oggi, oltre che un nobilissimo significato di rivendicazione di tradizioni, il significato di destra economica? E allora il discorso diventa diverso e non del tutto facile vuoi perché qualche componente di detta destra non è affatto nel solco della tradizione, vuoi perché essa non divide affatto le valutazioni della cosiddetta destra economica, la quale, poi, prevalentemente se non esclusivamente gravita nell'attuale Partito Liberale.

Ciò è tanto vero che il Partito Nazionale Monarchico, nel suo nobile tentativo mediatore e unitario, non ha parlato della Destra economica ma della Destra nazionale, richiamandosi per quanto lo riguardava alla Destra risorgimentale ma con cautela in aggettivazione, proprio perché non era affatto certo che altro elemento convergente nella Destra Nazionale convenisse nei principi della Destra risorgimentale che fu tutta essenzialmente Monarchica!

Tutto questo sembra chiarissimo. Ma al sollecitatori di grandi confusioni, sia pure nobilmente ispirate (dove sembrerebbe elemento sufficiente un acceso nazionalismo che si illuderebbe di risolvere tutti i problemi con l'invocazione: Italia! Italia! Patria! Patria!), occorre sottoporre un altro interrogativo: Che cosa accadrebbe della impostazione monarchica, fondamentale per il Partito Nazionale Monarchico, se alla grande confusione si arrivasse: si badi nel partire (immaginiamoci quello che accadrebbe prima di arrivare!) ?

E’ strano ma vero che gli illiberali, gli antiliberali (oh, non soltanto nei confronti del Partito Liberale che non è la Libertà, ma nei confronti della Libertà) quando sono chiamati a precisare la loro visione nei confronti del problema istituzionale o si dichiarano repubblicani o rimettono alle imprevedibili vie della Storia la risoluzione! Per il che questi ultimi, che si rimettono alle imprevedibili vie della Storia, finiscono coll'aderire alla impostazione del Partito Liberale se non dell'ormai rassegnato, del vedremo poi, che è una specie di « ci han promesso la dimane - la dimane si aspetta ancora » con la variazione che non si promette nemmeno la dimane, ma se mai si accenna confusamente a possibili cataclismi - guerre o rivoluzioni che non sono certamente nell'auspicio del Partito Nazionale Monarchico.
E’ bene, quindi, che il Partito Nazionale Monarchico ricordi a tutti che, osservata la disciplina nazionale, non dimenticata la sua origine e la sua destinazione, non intende rendersi complice di inutili confusioni, non vantaggiose ad alcuno nell'immediato, perniciose per il suo decoro intellettuale, per la lealtà politica nei confronti di tutte le parti politiche, per la dignità della sua impostazione storica.

martedì 13 novembre 2012

Un Principe nella bufera



 con Roberto Coaloa


Nell’estate 1943, il gerarca Giuseppe Bottai annotava sul suo diario l’operato del «Marchese di Caporetto», salvato da Mussolini e diventato - dopo il 25 luglio – il nuovo protagonista della politica italiana. Un conte intimo di Casa Savoia, invece, non giudicava le gesta del Maresciallo Badoglio, ma osservava lucidamente: «Questo “25 luglio” era forse, ormai, una necessità scontata. Ma non in questa maniera! E poi avrei voluto che, contemporaneamente Sua Maestà abdicasse seguendo la sorte dell’Uomo cui “la piena volontà del popolo italiano” lo aveva legato per vent’anni. Umberto II, assumendo la Corona, non essendo compromesso in alcun modo con la politica di tutti questi anni, sarebbe forse stato il solo a poter dettare una onorevole via d’uscita dal conflitto. Ed in caso di reazione tedesca, Lui sarebbe il solo Capo che potrebbe fare, abbastanza decentemente, impugnare le armi contro l’ex alleato».
Era il conte Francesco di Campello (1905-1983), amico d’infanzia del Principe Umberto di Savoia, il suo ufficiale d’ordinanza dal 15 gennaio 1943 al 20 giugno 1944. Il diario del conte è un documento eccezionale, una fonte di primaria importanza fino ad ora inedita, che svela in maniera definitiva gli avvenimenti del dopo 8 settembre 1943. Le pagine di Campello sul trasferimento del Re Vittorio Emanuele III, del Principe Umberto e del governo Badoglio nel Sud, sono la fonte storica più attendibile, puntuale e minuziosa, di quelle caotiche giornate. Esse mettono in luce, tra l’altro, il ruolo che il principe Umberto avrebbe potuto assumere restando a Roma. Inoltre racconta una vicenda che tuttora era sconosciuta agli storici: Francesco di Campello, membro della Regia Aeronautica, aveva persino predisposto un piano per il rientro in aereo di Umberto a Roma. Intervenne Badoglio sul debole Re e il piano non fu portato a termine.
Il conte scrisse il 9 settembre 1943: «Alle 16 partiamo tutti per il campo di Pescara. Incontro lì Picci Ruspoli. Anche lui è disperato e piange come un ragazzo. Appena giunti all’aeroporto di Pescara, si riuniscono in una stanza del comando aeroporto, L.L.M.M., il Principe, Badoglio, Acquarone. Ci sono anche Sandalli, Ambrosio e De Courten. Ruspoli che era andato col suo caccia fino a Grottaglie, assicura che quel campo è sgombro dai tedeschi. Si discute a lungo la partenza in aereo e intanto il tempo passa. De Courten insiste per partire con una corvetta che ha fatto arrivare a Ortona. E questa tesi prevale. Non so se è stato a questo momento che S.A.R. ha detto la sua decisione di tornare a Roma. Pare che Sua Maestà abbia taciuto, in principio, e solo dopo la violenta opposizione di Badoglio, Acquarone e, pare, della regina (questa comprensibilissima per una madre), abbia messo il suo veto assoluto a questa decisione di S.A.R. – La storia dirà se sarebbe stato meglio o peggio. Una cosa è certa. Che la decisione di partire per mare anziché con l’aereo, è stata determinante; perché in questo caso, l’aereo di S.A.R. avrebbe atterrato a Roma la stessa sera del giorno 9 settembre 1943».
Chi era il conte? Era pressoché coetaneo del Principe di Piemonte: Francesco di Campello era nato a Roma il 9 maggio 1905 e Umberto di Savoia nel Castello di Racconigi il 15 settembre 1904. La famiglia Campello era stata protagonista nel Risorgimento accanto a Casa Savoia. Pompeo Campello, per esempio, fu un giobertiano, un cattolico liberale che si era riconosciuto nell’Italia di Re Vittorio Emanuele II, assumendo il ministero degli Esteri durante il governo di Urbano Rattazzi, mentre il figlio di Pompeo, Paolo, fu marito di Maria Bonaparte e un politico di primissimo piano nell’Italia umbertina. Francesco era il terzo di cinque figli – tutti ufficiali di cavalleria – che lasciarono una impronta nella storia italiana e nella tormenta della Seconda guerra mondiale. Lanfranco, considerato uno dei migliori ufficiali del SIM, addestrò in Africa settentrionale uno speciale reparto di commandos formato da familiari residenti in Tunisia, conoscitori della lingua araba, dei costumi e dei luoghi. Ranieri, olimpionico di equitazione a Berlino, combatté in Russia con il Savoia Cavalleria e comandò un leggendario squadrone sul fronte del Don. Giovanni fu, invece, esploratore in Africa e prigioniero per sei anni in India.
Il Nostro, che ebbe un ruolo delicatissimo nel 1943 accanto al Principe del Piemonte, era sposato a Fanny dei marchesi Dusmet, dalla quale ebbe quattro figli: Pompeo, Donatella, Flavia ed Emanuela. La fedeltà dinastica di Campello non venne mai meno e i rapporti con Umberto, che lo nominò poi aiutante di campo, proseguirono anche quando il Sovrano si ritirò in esilio a Cascais. Del suo diario fece pervenire una copia a Umberto, che aveva espresso il desiderio di leggerlo, ma non pensò mai, pur consapevole del grande valore che esso aveva e ha come fonte storiografica, di renderlo pubblico, probabilmente per i tanti riferimenti privati e giudizi dati a caldo su personaggi ancora vivi, come il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, che intanto dettava le sue memorie tra il buen retiro di Grazzano, in Monferrato, e Roma. Nel 1946, all’avvento della Repubblica, rifiutò di prestare giuramento, fu collocato nella riserva di complemento e si occupò della Federazione Pugilistica Italiana, ricoprendone a più riprese la carica di presidente, proprio nel periodo più glorioso della boxe italiana. Infine fu anche presidente, come il fratello Lanfranco, del Circolo della Caccia, fondato nel 1869, una delle istituzioni più antiche e simboliche della Capitale.
È questo di Campello un diario da leggere e da meditare. L’asprezza verbale del conte non risparmia nessuno, neanche i collaboratori del Re, ma va ricondotta al clima del tempo e alla delusione di fronte alle dure accuse rivolte contro i Savoia e in particolare al Principe Umberto, accusato da Mussolini nei suoi radio-discorso del settembre 1943 di non essere mai stato sul fronte. Per il conte, un uomo nutrito di ideali conservatori e liberali, le accuse rivolte alla Dinastia assumevano il significato di un tradimento.
Per questo motivo, il 3 novembre 1943, al termine di una giornata che aveva visto il Sovrano applaudito dalla folla nelle strade di Napoli, Campello denunciava, quasi come contrappunto alle manifestazioni di simpatia, le manovre messe in atto per eliminare dalla scena non soltanto Vittorio Emanuele ma anche Umberto: «Badoglio è stato a Napoli in questi giorni dove si è incontrato con Croce e con Sforza; e ieri sera la Radio Londra ha comunicato che in questa riunione i tre gentiluomini avrebbero constatato e deciso che l’unica via era quella della rimozione di S.M. il Re e di S.A. e la creazione di una reggenza del piccolo Principe di Napoli, con particolare esclusione come reggenti, di S.A. e del duca d’Aosta. Mi sembra dopo questo, che non sia più discutibile quello che ho sempre pensato di Badoglio. Del resto chi ha tradito una volta, tradirà sempre». Povero Maresciallo d’Italia: dileggiato e incompreso. Ma forse aveva ragione Bottai quando scrisse che, dopo il 25 luglio, «Badoglio reagì secondo la sua natura silenziosa, rancorosa, chiusa, limitata, da piemontese militare: il che significa due volte militare e due volte piemontese».


UMBERTO II, UN PRINCIPE NELLA BUFERA


Giovedì 15 novembre presso l'Associazione Immagine per il Piemonte (a Torino, in via Legnano2/b) si apre la stagione degli Aperitivi culturali con la presentazione di un inedito diario di un amico d'infanzia di re Umberto II. Ne parlano il giornalista Roberto Coaloa, Edoardo Pesce e il Gen. C.A. Franco Cravarezza, moderati dal sottoscritto. Un appuntamento con la Storia per approfondire un periodo ancora tutto da chiarire, specialmente per i non addetti ai lavori.
Di cosa si tratta? Ufficiale di ordinanza del principe Umberto di Savoia dal 15 gennaio 1943 al 20 giugno 1944, il conte Francesco di Campello, amico d’infanzia del Principe, gli fu sempre vicino raccogliendone le confidenze e sollecitandolo a recitare una parte attiva. Il diario è un documento eccezionale su Umberto, uomo e principe, ma anche una testimonianza suggestiva su tutto un mondo, monarchico e conservatore, cresciuto nel culto degli ideali risorgimentali e della tradizione liberal-nazionale.
Le pagine dedicate all’8 settembre '43 e ai gironi successivi costituiscono una fonte attendibile, puntuale e minuziosa, ricca di particolari inediti, forse quella definitiva, sugli avvenimenti che portarono al trasferimento del Re e del governo nel Sud. Esse, allo stesso tempo, offrono una drammatica e colorita rappresentazione del clima caotico, della confusione, del senso di smarrimento, delle paure che regnavano in quelle ore, a tutti i livelli, nelle alte sfere governative, nelle gerarchie militari, negli ambienti della Corte. Viene messa in luce, anche, l’emarginazione di Umberto da ogni scelta decisionale e viene sottolineato il dramma interiore del Principe di fronte alla partenza precipitosa da Roma decisa da Badoglio. Campello rivela come fosse stato perfino predisposto un piano per il rientro in aereo di Umberto a Roma, che non fu possibile portare a termine per l’opposizione dei Sovrani e di Badoglio.
Illuminanti sono anche le pagine che rivelano i giochi politici durante il Regno del Sud e svelano le trame per cercare di imporre al re la reggenza: un progetto, questo, poi superato con la Luogotenenza. Non meno suggestive le annotazioni, fitte di giudizi in qualche caso impietosi, sui comandamenti e sulle autorità alleati oltre che su uomini politici italiani di tutti gli schieramenti.


Francesco di Campello (1905-1983) appartenente a una illustre famiglia legata alla Casa Reale seguì la carriera militare dapprima in Cavalleria e poi nella Regia Aeronautica. Al fianco di Umberto nel periodo del Sud, si rifiutò di prestare giuramento alla Repubblica nel 1916. Nel dopoguerra si occupò della Federazione Pugilistica Italiana e fu presidente del Circolo della Caccia, una delle istituzioni più antiche e simboliche della Capitale.


Ecco il titolo del volume: “Un Principe nella bufera. Diario dell’ufficiale di ordinanza di Umberto 1943-1944 ” di Francesco di Campello (pp.125, euro 15,00).

http://vgccultura.blogspot.it/2012/11/un-principe-nella-bufera-presentazione.html

Il Bucintoro del Re di Sardegna dal 16 novembre alla Reggia di Venaria



Torino - Da venerdì 16 novembre, il più incredibile e fiabesco dei manufatti di Casa Savoia - il "Bucintoro del Re di Sardegna", ultima imbarcazione veneziana originale del Settecento esistente al mondo - sarà per la prima volta esposto nella monumentale Scuderia Grande della Reggia di Venaria. L'evento, reso possibile dopo complessi restauri, avrà termine il 13 gennaio 2013.

I visitatori potranno così ammirare la Peota Reale, un tempo simbolo del potere, destinata al loisir della corte, in un allestimento spettacolare che permetterà di vedere da vicino lo scafo e le sontuose decorazioni scultoree e pittoriche. Con uno spettacolo multimediale di Davide Livermore su musiche di Antonio Vivaldi.

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http://torino.ogginotizie.it/187954-il-bucintoro-del-re-di-sardegna-dal-16-novembre-alla-reggia-di-venaria/#.UKH3quTWgdA

venerdì 9 novembre 2012

Il Partito Nazionale Monarchico - Parte VIII


PER PIU' LARGO RAGGIO



Ma se l'azione parlamentare del Partito Nazionale Monarchico alla luce di queste pacate ed irrefutabili considerazioni e documentazioni appare chiara, coerente, costante, l'azione politica del Partito si è svolta per piú largo raggio.

Molto si è disputato dalla stampa così detta indipendente, che è certamente indipendente dalle notizie: il silenzio è l'arma... polemica preferita in questi tempi di cosiddetta e quanto conclamata! libertà di stampa. Cosi intorno al Partito Nazionale Monarchico si alternano i vasti silenzi ai canards quando non sono le menzogne. I monarchici sono ad un tempo inesistenti o vitandi; sono ad un tempo consorterie privilegiate e sottoproletariato. Sono il tutto per il sospetto, il nulla per la consistenza ideale e intellettuale. L'Italia che, per l'avvento della Unità e dopo la sua unità, fu i Savoia e il Regno, sembrerebbe non aver mai conosciuto il Regno o, per la denigrazione, sembrerebbe essere stata Monarchia dal 28 ottobre 1922 a data non meglio identificata; preferibilmente dai suoi "becchini" non identificata nel 25 luglio 1943 che nessun Presidente di Repubblica avrebbe saputo determinare: cosi come nessun Presidente di Repubblica in Italia avrebbe saputo impedire il 28 ottobre, senza l'avvento in proprio e in toto di Benito Mussolini.

La verità è questa: che anche nei confronti dei partiti politici del Paese, il Partito Monarchico assunse un coraggioso, chiarissimo comportamento, sempre consapevole della natura dell'Istituto e osservante del precetto del Sovrano. Consapevole della natura dell'Istituto unitario, mediatore, moderatore. Osservante del precetto del Sovrano che antepose la Patria al Trono.

Parve a molti, che avevano da farsi perdonare abdicazioni - che resero vantaggi - nel ventennio, che fosse mostruosa la convergenza del Partito Nazionale Monarchico col Movimento Sociale. A molti - perlomeno a parecchi di costoro - ai quali, se la economia del lavoro lo consentisse, potrebbe essere servita tavola sinottica delle loro sempre calcolate (per loro sperate o verificatesi utilità) "variazioni", che furono anche capovolgimenti (e se scelsero nell'ultimo periodo determinazioni estreme fu per suggerimento di petali di... margherite); parve a molti della Italia della omertà o dei malati nella memoria che fosse scandalosa la convergenza - oh, non quella che molti di essi attuarono col Fascismo in fortuna e protervo, insultante il Parlamento, ma con una formazione politica entrata in Parlamento e, se non rinnegante il passato del ventennio, certo consenziente nel ritenere superato un esperimento che solo dal perpetuo successo avrebbe, potuto trarre giustificazione. Chiaro è infatti che il Dittatore - persona difficilmente sostituibile con altro Dittatore - o ha la forza di vincere sempre o se si riduce a mendicare giustificazione al suo fallimento dalle colpe (o anche dai delitti) di quanti gli sì sono contrapposti, diventa un uomo comune che non può giustificare la eccezionalità dei suo potere con la pretesa della sua personale eccezionalità.

E' accaduto cosi che i monarchici, proprio perché tali, vistasi negata la possibilità di positive influenze su altre parti politiche convinti da sempre degli errori della politica ciellenistica persecutrice e confusionaria anche nelle determinazioni attenuatrici di un diritto... rivoluzionario rivoluzione contro il diritto (dalle Corti di Assise speciali a tacere dei Tribunali del popolo - alle leggi penali retroattive e a quelle epurative attuate contro gli "stracci" o prevalentemente contro gli "stracci"), si assumessero il compito di superare furori e rancori e, cogliendo attualità di concordi valutazioni, elevassero il tono la linea della loro condotta ideale alle altezze di una operosa pacificazione per positive influenze politiche nel Parlamento e nel Paese.

Si aggiunga che il documento - che precisava le ragioni e i limiti dell'accordo - dava al Partito Nazionale Monarchico leale atto di una condizione costituzionale non definita. Il che da tutti pensato non è da alcuna parte politica riconosciuto per quella che non chiameremo viltà civile (non superata il 25 aprile) ma timidità: per le preoccupazioni che la verità suscita sempre quando non giovi nell'immediato.

Quali siano stati i vantaggi concreti di un tentativo nobilmente ispirato non è il caso qui di stabilire. Per lisi, non per crisi, si risolvono i conflitti tra,le speranze che arrisero e le realtà che deludono.

Basti qui affermare che la convergenza non volle mai rinnegare i dissensi - se si voglia, gli abissi della valutazione storica, ma rifiutò di considerare la storia immobile e gli odi eterni o le asprezze insuperabili.

Si possono e si debbono conquistare le coscienze: questa è la dialettica della libertà e della democrazia. E soltanto la partitocrazia che monta la guardia alla fazione per esaltarla, per esasperarla.

giovedì 8 novembre 2012

Romania,parlamento rivuole la monarchia parlamentare



5 novembre 2012
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A Bucarest è stato inaugurato un monumento dedicato a Re Michele di Romania
In occasione del 91° compleanno di Re Michele I di Romania, le autorità della città di Bucarest, hanno voluto rendergli omaggio con un monumento. Alla cerimonia hanno partecipato il sindaco di Bucarest, gli ex presidenti della Romania Ion Iliescu ed Emil Constantinescu, un gran numero di politici e giornalisti. Numerose persone si sono radunate di fronte al monumento con bandiere reali e striscioni con le foto del membri della famiglia reale, che urlavano frase come “La nostra Romania – passato, presente e futuro” e “La Monarchia salva la Romania”.
Il monumento consiste in un grande busto che raffigura Re Michele, dove alla sue spalle c’è una parete che contiene i frammenti del discorso pronunciato lo scorso anno in Parlamento, e anche una breve cronologia della storia della famiglia reale. 
Re Michele, molto commosso, ha presieduto l’inaugurazione accompagnato dalla principessa Margherita, dal principe Radu e dal principe Nicola di Romania.

La sera, la principessa Margherita ha partecipato ad un concerto di beneficenza, per sostenere la fondazione che aiuta anziani e bambini in affido.



martedì 6 novembre 2012

I diari segreti di Re Vittorio Emanuele III


Lasciò o non lasciò Vittorio Emanuele III scritti che per forma, contenuto, dimensione e destinazione è lecito classificare come diari e memorie? La questione è rimasta a lungo controversa. Nella seconda metà di agosto del 1946 Le Fìgaro annunciò con grande evidenza la pubblicazione di stralci tratti dalle memorie di Vittorio Emanuele, allora in esilio da quattro mesi ad Alessandria d'Egitto. Dall'Italia il generale Paolo Puntoni si affrettò a informare della cosa il re, di cui era stato aiutante di campo fino all'abdicazione, e ne ebbe a stretto giro di posta la seguente risposta: « Non ho scritto né dettato memorie. Non ho dato ad alcuno notizie di fatti passati. Fino ad oggi non sapevo dell'esistenza del giornale "Il Figaro" (sic!). Tanto ella può dire a chi vuole. Mi stupisco che qualcuno abbia potuto credere che le cosiddette memorie siano opera mia». Una smentita, dunque; ma una smentita chiaramente limitata alle memorie apocrife, tanto che lo stesso Puntoni, commentando l'episodio nel suo libro «Parla Vittorio Emanuele III», poté scrivere: «E' esatto che Vittorio Emanuele III, come ha ripetuto più volte, non tenne diari e non scrisse nulla fino al 1943. Le note che passano sotto il nome di "Memorie" e che sono un quadro panoramico della sua vita, il sovrano cominciò a raccoglierle a Brindisi e continuò a redigerle a Ravello, a Raito e a Posillipo. Quando partì per l'Egitto erano pressoché ultimate e infatti ad Alessandria si limitò a correggerle e ad aggiungervi qualche ritocco». Puntoni, in sostanza, ammette l'esistenza di documenti a carattere memorialistico mentre esclude, parrebbe su confidenze avute dal re, quella dei diari.

In netto contrasto con la sua tesi è quella di Umberto II che due anni dopo, nel 1948, dichiarò a Nino Bolla quanto segue: « Smentisco che esistano, come invece si è scritto, memorie vere e proprie di Vittorio Emanuele III. Esiste un diario degli avvenimenti, scrupolosissimo come date e persone, ma senza note particolari e  commenti speciali. Esistono documenti , lettere private. Con queste ultime, e con il diario, si potrebbe preparare un volume di grande interesse, ma è prematuro parlarne ». Nei quasi vent'anni che sono trascorsi da allora, dal « re di maggio » non sono venute che altre e più categoriche smentite. Ma è significativo che nel suo recente libro su Umberto, che è frutto anche di incontri diretti con l'erede di Vittorio Emanuele III, Silvio Bertoldi abbia trovato modo di scrivere di lui che «conserva gli appunti del diario paterno e probabilmente li riordina, anche se indulge al vezzo di negarne l'esistenza ».

Memoriale o diario, dunque? Come il lettore apprenderà dalle testimonianze raccolte in questa inchiesta, si deve credere che esistano sia le memorie che i diari di Vittorio Emanuele. Nel primo caso si tratta di qualcosa di più del vago «quadro panoramico» di cui parlava il generale Puntoni; nel secondo di qualcosa di meno di quanto sia giusto attendersi, pur sotto forma diaristica, da un sovrano che regnò nel secolo più tragico della sua millenaria dinastia e che tenne un regno segnato da cinque guerre, due delle quali mondiali. Nel primo caso Vittorio Emanuele III scrisse per la storia, per autodifendersi di fronte ad essa; nel secondo soltanto per sé, per uso di quotidiano promemoria. In realtà, non basta la destinazione contingente riservata da Vittorio Emanuele ai suoi appunti di ogni giorno a diminuire l'interesse storico dei diari rispetto a quello delle memorie. Un re, anche un re « borghese » come il penultimo Savoia non si serve della sua agenda per i conti della mensa reale. E se mai lo fa, lo fa sempre da re e anche questo serve alla storia, non foss'altro che per disporre di un ulteriore elemento di giudizio su di lui.

La prima testimonianza scritta sull'esistenza delle memorie dì Vittorio Emanuele risale al 1948 ed appartiene al barone Tito Torella di Romagnano, che condivise come ultimo aiutante di campo l'esilio egiziano dei vecchio re. Per venti mesi, tanti quanti ne trascorsero dall'abdicazione alla morte del sovrano, il gentiluomo gli fu quotidianamente vicino a Villa Iela, la residenza acquistata dagli ex reali in Alessandria d'Egitto dopo la prima provvisoria sistemazione offerta a Palazzo Antoniadis da re Faruk. Per il ruolo svolto a fianco di Vittorio Emanuele III e la frequenza dei contatti, semplificati e favoriti dall'assenza di etichette, ormai anacronistiche nella malinconica atmosfera di Villa Iela, Torella di Romagnano viene così ad offrirci una preziosa inoppugnabile testimonianza. Nel suo libro di ricordi «Villa Iela», ormai introvabile, i passi relativi alle memorie del re sono frequenti. Parlando delle abitudini quotidiane di Vittorio Emanuele III scrive: «Abituato ad alzarsi per tempo al mattino, il re si ritirava nel suo studio, sbrigava l'eventuale corrispondenza dava una scorsa ai giornali locali o a quelli che gli giungevano dall'Italia e attendeva al completamento delle sue memorie». A pagina 85 del libro citato l'argomento è trattato direttamente e vale la pena riportarne i passi che l'autore gli dedica.

«Sulle cosiddette "Memorie" di Vittorio Emanuele convergono oggi l'attenzione e l'aspettativa non solo degli Italiani, ma degli studiosi di politica e storia di ogni nazione. Generale è, infatti, l'interesse attribuito al loro contenuto, sia per l'importanza degli avvenimenti e per la statura degli uomini che ne sono stati protagonisti, sia, soprattutto, sapendo da quale penna sono state scritte, e, cioè, con quanta fedeltà ed esattezza storica. Esse, per quanto ho potuto capire, consistono in un quadro panoramico della sua vita in cui non trovano posto né accuse, né recriminazioni, né giustificazioni e discolpe del suo operato, le une e le altre piuttosto emergenti da un'esposizione circostanziata e documentata dei fatti... Le scriveva di suo pugno, su carta protocollo rigata, a foglio intero, e mai le lasciava sul tavolo quando usciva dal suo studio, tanto ne era geloso. Chiesi un giorno al sovrano perché non le pubblicasse, prospettandogli quanto interesse avrebbero suscitato in Italia ed i vantaggi che avrebbero potuto derivare alla causa monarchica quando fossero stati chiariti quei punti rimasti ancora oscuri ad una parte del popolo italiano su alcuni atti del suo regno. «Non è ancora il momento - mi rispose testualmente - e poi, solleverebbero una quantità di polemiche, poiché, senza volerlo, finirei per urtare troppa gente. Si saprà quando non ci sarò più.        
Vittorio Emanuele aveva anche l'abitudine di tenere un diario giornaliero. Quello del 1947 comincia così: Viva l'Italia!! Ora più che mai ». (Ne pubblichiamo la riproduzione autografa: n.d.r.).

Ma non meno importante è la testimonianza fornita da Alberto Bergamini, senatore del regno e insigne. giornalista, pubblicata nel 1950 in una minuscola ma succosa monografia dedicata a Vittorio Emanuele III. Ricordando una visita fatta al re a Posillipo nell'autunno 1945, l'autore scrive: « Con difficoltà non poca, anzi molta, ebbi e, per alcune ore, potei leggere questo diario che il re tolse da una cassaforte ove era custodito, salvo due fogli freschi riempiti al mattino, che erano sul tavolo. Il re mi lasciò solo nel suo studio a leggere... Quando si avvicinò l'ora della mia partenza egli tornò: diede uno sguardo ai fogli del diario che io avevo accumulato da una parte.
- Maestà, è un diario molto importante per la storia: chiarisce, rettifica, illumina; mette a posto varie cose male conosciute o sconosciute.
- Vedo che ha letto buona parte.
- No, appena un terzo. Ogni pagina fa meditare, si legge avidamente: spesso si rilegge. Maestà, sono come la lupa di Dante, ho "più fame che prìa".
- Ritorni e leggerà il resto ».
Bergamini, come si vede, parla esclusivamente e sempre di diario ma è ormai chiaro che i manoscritti che egli potè consultare a Posillipo per alcune ore si riferivano alle memorie vere e proprie, sia pure ancora incomplete. Dobbiamo questa certezza a Giorgio Pillon che nel 1960 riuscì ad avvicinare a più riprese il novantenne senatore e ad avere da lui confidenze sufficienti a corroborare queste tesi e anche a chiarire il genere di « difficoltà » incontrate da Bergamini per accedere alla lettura delle memorie. In più, Pillon poté apprendere dalla viva voce del senatore che anche Umberto di Savoia parlò delle memorie paterne con il senatore e fu, anzi, proprio l'allora Luogotenente del regno a suggerire a Bergamini di chiederne la lettura al re.
Nell'ottobre del 1945, racconta Giorgio Pillon (che premette di aver avuto dall'interessato l'autorizzazione a pubblicare il resoconto del colloquio) Alberto Bergamini dovette incontrarsi con Vittorio Emanuele III. Convocandolo, il Luogotenente gli aveva detto: « Mi spiace darle questo incomodo e mandarla fino a Napoli. Ma per lei non sarà una gita priva d'interesse. Si faccia mostrare da Sua Maestà le "memorie". Giunto a Napoli il senatore chiese al re: «So che Vostra Maestà ha un diario o un memoriale Potrei vederlo?». Il re fu sorpreso dalla domanda: «Diario? Memoriale?», esclamò. « Ma io non ho mai scritto nulla di simile ». Bergamini, vale la pena di notare, era allora direttore del Giornale d'Italia e re Vittorio aveva avuto più volte occasione di rimproverargli l'«eccessiva» curiosità professionale di alcuni suoi redattori per i personaggi di casa reale. A parte questo, la diffidenza era un'attitudine mentale caratteristica del re prima ancora che la vecchiaia e i rovesci della fortuna l'avessero esasperata al punto da indurlo a non fidarsi ormai più che di se stesso. La conversazione tra il senatore e Vittorio Emanuele proseguì toccando temi e personaggi diversi. Quando il discorso arrivò a Giolitti e all'interventismo e il re espresse dei giudizi precisi su quegli anni lontani, il vecchio giornalista tornò alla carica. «Giudizi come questi», commentò ad alta voce «sarebbero consacrati definitivamente alla storia il giorno che il re decidesse di rendere di pubblica ragione il diario». «Le assicuro, caro senatore», lo interruppe Vittorio Emanuele «che io non ho mai scritto diari». «Andammo avanti così», narra Bergamini, «poi io sparai l'ultima cartuccia: «Vostra Maestà mi perdoni, ma la notizia del diario io l'ho avuta dal Luogotenente». Questa volta il re non credette opportuno smentire. Si alzò, prese da una tasca posteriore un mazzo di chiavi, aprì il cassetto centrale della scrivania, tirò fuori un malloppo di carte e me lo porse dicendo: «Legga pure».

«Il re», conclude Bergamini «mi disse testualmente: «Desidero che questi miei scritti vengano pubblicati dieci anni dopo la mia morte ».

Si trattava di 180 fogli protocollo, scritti a mano, vergati con calligrafia nitida, grande, uguale, pieni di aggiunte. Qualche pagina era stata tagliata ora sopra ora sotto e unita a un'altra, e recava segni in rosso, blu e nero. Da quell'ottobre del 1945 al 28 dicembre 1947, data della sua morte, Vittorio Emanuele III ebbe a disposizione più di due anni per completare le sue memorie riordinarle, riempire con quella sua caratteristica grafia altri fogli protocollo (un migliaio circa, assicura Gaetano Scalici, che dovette trascriverli a macchina). E che si trattasse delle memorie e non dei diari è indubitabile anche se Alberto Bergamini (probabilmente indottovi dal criterio cronologico seguito dall'autore per dare organicità al suo scritto) ne parla nel suo libro come «diario». «Un diario», precisò tuttavia lui stesso a Pillon «che a poco a poco si trasforma in un memoriale».

In ogni caso, a fugare ogni possibile confusione sulla terminologia da usare per gli scritti lasciati da Vittorio Emanuele soccorre la testimonianza, fondamentale al riguardo, del succitato Gaetano Scalici, l'economo di Villa Iela che i sovrani vollero con sé in Egitto dopo che per oltre un quarantennio aveva svolto mansioni analoghe a Villa Savoia e nelle altre residenze reali in Italia. Scalici, insieme a Torella di Romagnano e a Bergamini, lesse i manoscritti reali ma meglio di loro, potè averli lungamente a disposizione e consultarli a suo piacimento. «Esistono le memorie ed esistono i diari del re», dichiarò nel 1959. «Le memorie autografe le ho battute io stesso a macchina su incarico di Vittorio Emanuele III in sei copie, che ora sono probabilmente custodite insieme all'originale presso banche straniere. Quanto ai diari, ne esiste un numero, che non saprei precisare, che copre un arco di tempo di 47 anni, dal 1900 al 1947». Sul contenuto delle memorie Gaetano Scalici si espresse affermando che «esse contengono l'autodifesa di Vittorio Emanuele III di fronte alla storia e la confutazione delle accuse che la stampa e gli storici gli hanno rivolto». Sui motivi della loro mancata pubblicazione ammise, invece, di avere soltanto «opinioni personali ma non dei fatti» e non ci autorizzò, comunque, a render note quelle che ci aveva confidato.

L'ultima e più recente testimonianza sugli scritti lasciati da Vittorio Emanuele III viene da Stefan Boideff, un ex-ufficiale della guardia di re Boris di Bulgaria che visse lungamente a contatto con i vari membri delle famiglie reali italiana, albanese, e bulgara negli anni dell'immediato dopoguerra in cui queste si ritrovarono contemporaneamente esuli in Egitto. Nel corso della minuziosa rievocazione di quel periodo fatta nel 1965 su Gente, Boideff tocca frequentemente l'argomento non solo confermando l'esistenza delle memorie ma mostrando soprattutto di conoscere le risposte mancanti ai due interrogativi cui nessuno dei personaggi sinora citati ha potuto o voluto rispondere: cioè chi custodisce ed ha la proprietà delle memorie del re, e perché queste sono ancora inedite. Riguardo al primo punto, Stefan Boìdeff è categorico. «In aggiunta», scrive «a quelle da me raccolte in Egitto durante l'esilio dei Savoia, altre testimonianze avute successivamente in Italia mi consentono di non avere dubbi sul nome della persona che custodisce il memoriale di Vittorio Emanuele III. Si tratta della figlia primogenita del re, Jolanda Calvi di Bergolo. Sul suo nome le mie informazioni hanno sempre coinciso. Discordano soltanto sulle circostanze di tempo e di luogo in cui la principessa Jolanda entrò in possesso del prezioso documento». Dopodiché egli rivela che a consegnare a Jolanda gli scritti paterni fu la regina, Elena di Montenegro, che avrebbe assolto a una specie di «legato orale» disposto in tal senso da Vittorio Emanuele III, il quale affidava alla primogenita, dice testualmente Boideff, «anche il compito di riordinare le memorie e di curarne la pubblicazione secondo le disposizioni contenute come premessa nel manoscritto stesso».

Sulle ragioni della sorprendente esclusione di Umberto II da questo «legato orale» Boideff adduce la versione «ufficiosa» dei Savoia e la sua personale opinione. Secondo i Savoia il motivo per cui Vittorio Emanuele III intese affidare le memorie alla figlia andrebbe ricercato nell'intenzione di scindere le sue responsabilità da quelle di Umberto di fronte all'opinione pubblica italiana. Nelle previsioni del re questo scopo sarebbe stato raggiungibile con la mediazione della figlia Jolanda, rimasta sempre estranea alle vicende del Paese, mentre sarebbe fallito rendendo noto il proprio pensiero politico in un memoriale affidato al successore legittimo e pubblicato a sua cura. In questo caso, la presenza del memoriale nelle mani di Umberto avrebbe accreditato il sospetto di una sostanziale identità dì vedute tra padre e figlio. «La spiegazione», commenta Boideff « è abile e ingenua al tempo stesso. Abile perché evita ogni allusione a quello che fu il vero motivo della scelta, vale a dire i cattivi rapporti che correvano tra Vittorio Emanuele III e Umberto II; ingenua perché, per sviare da questo argomento indubbiamente sgradevole, finisce per avallare un incauto ritratto del penultimo re d'Italia che vi s'intravede compromesso rassegnato e quasi reo confesso di fronte alle colpe attribuitegli dall'opinione pubblica».

Stefan Boideff ammette infine di ignorare le ragioni per cui, nonostante tutto, Jolanda Calvi di Bergolo non si è ancora decisa a dare alle stampe i manoscritti paterni. «Le disposizioni lasciate dal re circa la data di pubblicazione delle memorie» scrive, «non sono tassative ma lasciano un ampio margine alla loro interpretazione. torio Emanuele III ha infatti premesso nel manoscritto che è mio desiderio che esso veda la luce soltanto quando gli animi saranno pacificati e le passioni sopite. «Una formula», commenta l'ex-ufficiale della guardia reale bulgara, «che autorizza qualsiasi opinione sul maturarsi della condizione posta dal re come scadenza».

A chiusura di questa indagine possiamo e che l'opinione corrente nell'ambiente monarchico italiano induce a pensare che la pubblicazione delle famose memorie sia più prossima di quanto l'atteggiamento degli eredi Savoia non abbia lasciato modo di supporre finora. Gli entourages monarchici credono infatti di sapere che la pubblicazione, dello storico documento possa avvenire in coincidenza con il trasferimento delle spoglie mortali di Vittorio Emanuele III nel Pantheon di Roma. Una concessione, questa, che la Repubblica Italiana potrebbe fare senza correre, ormai, eccessivi rischi istituzionali.

RENATO BARNESCHI

Historia 1966

Onore al Milite Ignaro, eroe a sua insaputa


Per uno scherzo patriottico del calen­dario, la festa delle Forze Armate coincide quest’anno col giorno della Vit­toria da cui fu originata.




Per uno scherzo patriottico del calendario  la festa delle Forze Armate coincide quest’anno col giorno della Vittoria da cui fu originata.
Me li ricordo da bambino, il 4 novembre  i reduci del 15/18,il loro estremo Ot­tocento di ragazzi del ’ 99 finito in trincea. Quello di novembre era il ponte di diopa­triaefamiglia, perché celebrava i santi, i morti e gli eroi.
Nell’aria l’odore di castagne arrostite. Poi l’Italia li dimenticò e noi ragazzi di destra restammo soli col tricolore in mano. Dopo, venne una timida ripresa d’italia­nità fra Craxi e Spadolini, poi Ciampi e da ultimo Napolitano.
A me colpivano da bambino il Milite Ignoto e il mistero tragico della sua identità. Dicevano che ci poteva essere chiunque dentro la sua urna, anche mio zio Francesco disperso al fronte.
Col Milite Ignoto la religione della pa­tria prese a Roma il posto dell’Altare per il re.
La patria si democratizzò in piena monarchia.
Poi lessi Junger ed Evola che ce­le­bravano nel Milite Ignoto l’impersona­lità eroica, l’azione pura e assoluta che non mira neanche al riconoscimento e al­la gloria.
Magnifica visione, ma la verità del Mili­te Ignoto era la sua spaesata umanità di povero ragazzo, magari un fante contadi­no che non era mai uscito dalla terra sua, che non sapeva niente della vita e si trovò coscritto a saper tutto della morte. Era il Milite Ignaro, e la sua era la purezza dei bambini e degli agnelli più che degli eroi e dei titani.
Eroe a sua insaputa, ingenuo, recalci­trante o solo docile ai superiori e al fato. Ma il sacrificio lo rese grande.

sabato 3 novembre 2012

La commedia degli attuali equivoci


di Tommaso Francavilla

Beppe Grillo ha certamente dimostrato onestà intellettuale quando, candidando Antonio Di Pietro- niente meno che- alla Presidenza della Repubblica, ha con un colpo fatto chiarezza sugli equivoci che gli hanno consentito di raccogliere voti da tutte le parti.
Il primo a chiarirsi è stato quello della tanto conclamata equidistanza del grillismo rispetto alle malefatte della politica ovunque collocata, seguendo tale investitura di poche ore la conferma da fonte del tutto insospettabile di berlusconismo o similia, quale la trasmissione della pasionaria rossa Gabanelli, di quanto peraltro già ampiamente noto sulla gestione familistica dei fondi pubblici destinati all’IDV da parte del suo fondatore e sul suo sterminato patrimonio immobiliare contestualmente accumulato. Adesso sappiamo che per il comico genovese i suoi compagni possono permettersi qualsiasi malversazione senza dover rinunciare nemmeno alla più alta dellemete, a differenza dei suoi avv
ersari che sono invece ladri a priori.
Il secondo equivoco emerge dal fatto che, lungi dal contestargli i 56 immobili di cui sopra (d’altronde si può capire l’imbarazzo su queste questioni da parte di un signore che, avendo da almeno un decennio smesso di lavorare, pare continui a dichiarare un reddito di 4 milioni annui) Grillo imputa a Di Pietro non meglio definite “ambiguità” su tematiche come la TAV e il G8, rispetto alle quali evidentemente lo avrebbe voluto veder sfilare al fianco dei black blok ed alla testa dei “Centri Sociali”.Così gli elettori moderati e di destra che hanno votato o sono tentati di votare per Grillo sono avvisati, se non se ne fossero già accorti, su cosa li aspetta se il loro nuovo beniamino dovesse assurgere al ruolo politico pesantissimo che gli si profila.
Di qui ancor di più la necessità di una seria auto-critica da parte del sistema politico italiano nel suo complesso per le condizioni in cui il grillismo si sta gonfiando all’infinito. E non meraviglia, visto il clima di regime che si respira sempre più in questo Paese, che nessuno si sia domandato quanto a queste condizioni abbia contribuito e stia contribuendo il governo-Monti, che di fatto del grillismo sta diventando il più efficace dei brodi di coltura. Ciò sia per il senso di impotenza che sta fornendo la politica ufficiale in un commissariamento di fatto non privo di atteggiamenti sprezzanti o comunque supponenti nei suoi confronti, sia soprattutto per gli effetti deprimenti delle politiche ottusamente recessive in atto, grazie alle quali tutti i fondamentali dell’economia italiana- dal pil alla disoccupazione allo stesso debito pubblico- si sono pesantemente aggravati.
Con Monti che se ne gloria nei consessi internazionali in cui ci si occupa solo dei problemi dei banchieri, ma con i Partiti condannati a sostenerlo a pagarne il conto presso un Popolo giustamente esasperato anche perché privato di fatto della Sovranità che gli spetta e che nessuno aveva diritto a scippargli
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