NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 12 luglio 2011

La tragedia di essere il figlio di Togliatti

Roma: All'età di 85 anni, dopo un lunghissimo ricovero a Modena nella struttura psichiatrica di Villa Igea, sabato scorso (ma la famiglia ha diffuso la notizia soltanto ieri a funerali avvenuti) è morto Aldo Togliatti, il figlio negEra nato a Roma nel 1925, ma l'anno dopo si trovò sballottato a Mosca, dove il padre s'incaricò di spegnere per sempre le ragioni di Antonio Gramsci, che denunciò per primo i metodi stalinisti. Antonio, recluso nel carcere di Turi, da allora fu bollato di trockijsmo, mentre Palmiro si fece complice delle carneficine di Stalin.
letto di Palmiro e Rita Montagnana.

Il piccolo Aldo, ragazzino studioso, diligente e acuto, ma timido e introverso, tutt'altro che violento, subisce le angherie del figlio di Tito e degli altri protagonisti del bullismo regnante a Ivanovo. Là, a Ivanovo, c'era la scuola della nomenklatura comunista, dove si educavano i figli dei dirigenti a diventare perfetti stalinisti. Togliatti, mentre il figlio subisce Ivanovo, s'incarica di far eliminare oltre mille comunisti italiani, migliaia di comunisti polacchi, qualche centinaia di compagni tedeschi, infine, migliaia di anarchici spagnoli massacrati non da Franco, bensì dai commissari politici al servizio dell'Nkvd.

NELL'INFERNO DI IVANOVO
Aldo rimane solo nell'inferno dei bulli di Ivanovo e una testimone d'eccezione, Vinca, la figlia di Giuseppe Berti, donna di grandissimo spessore, lo ricorda sofferente, vulnerabile, ipersensibile, ombroso, portato, anzi costretto, a isolarsi. Avrebbe bisogno di affetto e di attenzioni, ma il babbo è preso dai lavori in corso per far nascere l'homo novus, ammazzando preventivamente gli uomini esistenti. Una volta, papà Palmiro e mamma Rita lo vanno a trovare e gli promettono: «Aldino, staremo via due settimane, fai il bravo, a presto». Passeranno non giorni, settimane, mesi, ma anni.

Aldo non è gratificato dall'essere «figlio del partito», non si sente soldatino di Stalin, desiderando solo un po' d'amore. Intanto, i compagni di scuola lo picchiano, lo scherniscono, perché non si comporta da comunista combattente, sentendo dentro di sé tutto il male di vivere del presunto Eden sovietico. Scrive lettere in francese, affettuose e rassicuranti, ai genitori, senza ricevere risposta; allora chiede alla zia Elena Montagnana, la moglie del delatore Robotti: «Perché la mamma non torna, dov'è papà?». Non mostra i tratti del rivoluzionario di professione, bensì lo spleen di chi soffre e, allora, viene etichettato come «malato mentale».

Invece, è figlio di Togliatti e dal padre ha ripreso alcuni tratti nascosti e sottaciuti, come quando Palmiro, nel 1922-1923, nel momento in cui i fascisti picchiano duro, sceglie di sparire dal mondo, lasciando a Bordiga e agli altri compagni il destino del manganello e dell'olio di ricino. In quel Palmiro, spaventato, anzi terrorizzato dalle azioni muscolari dei fascisti, c'è in nuce il crespuscolare, dimesso, delicato Aldo. Nel Dna di Togliatti c'era, dunque, l'eventualità dell'inerme Aldo, ma quella potenzialità esplode anche perché quel bambino fu abbandonato in nome di Stalin.

LA SEPARAZIONE DEI GENITORI
Nel 1945, Aldo torna in Italia, giusto in tempo per patire il sisma passionale di suo padre per Nilde Iotti e la conseguente dolorosa separazione di mamma Rita da babbo Palmiro. Nel 1951, figlio scomodo e non più presentabile, ebreo e malato, viene rispedito a Mosca, mentre Togliatti, insieme al partito nuovo, fonda anche la famiglia nuova con la Iotti e l'adozione di una bambina. Rita, per anni obbligata a stare a Mosca, per non disturbare la famiglia togliattiana di tipo nuovo, adesso si dedica al figlio sempre più traumatizzato e sofferente. Hanno problemi per mille motivi, anche perché entrambi ebrei, in una fase in cui esplode l'antisemitismo comunista, con tanto di cacce alle streghe contro i medici e l'omicidio di Rudolf Slansky, segretario del partito comunista cecoslavacco, colpevole di essere israelita. Togliatti li ha cancellati tutti e due questi scomodi ebrei, moglie e figlio, tant'è che nel 1956, partecipando all'epocale XX congresso del Pcus, non ritiene opportuno vederli e salutarli. Rita, disperata, si rivolge all'altro stalinista Vittorio Vidali, comunque più umano di Palmiro, per chiedere aiuto. E l'aiuto consiste nella possibilità, lei prigioniera in Unione sovietica, di poter riavere il passaporto per rientrare col figlio in Italia.

Vidali e, credo, Krusciov, che di Togliatti ha un'opinione pessima, fanno sì che i confinati Rita e Aldo possano finalmente tornare a Torino. Là Rita, che è ormai tutto il mondo di Aldo, si dedica al figliuolo sino al 1979, quando un ictus la porta via dalla valle di lacrime. Aldo torna così ad essere forzatamente «figlio del partito». Dopo un breve periodo in cui è ospite alle Frattocchie, il Pci modenese, nel 1981, lo fa internare in una locale casa di cura, stanza 227, quindi 429, incaricando il compagno Onelio Pini di fargli visita e di portargli la "Settimana Enigmistica" e le sigarette Stop senza filtro, uniche gioie, insieme agli scacchi giocati da solo, del povero Aldo. A parte Onelio e le cure amorevoli del dottor Nino Costa, saranno i parenti ebrei gli unici a fargli sentire di essere ancora un uomo e non una cosa di cui vergognarsi. Non risultano da parte di Nilde Iotti e neppure della sorellastra, Marisa Malagoli, che pure mi pare sia specializzata in psichiatria, particolari attenzioni per la condizione di Aldo.

BLOCCATO DUE VOLTE DAI POLIZIOTTI
Aldo ebbe un solo sogno, comunque non comunista, quello dell'ebreo errante, anarco-individualista, di navigare sulla rotta delle caravelle di Cristoforo Colombo, verso un mondo diverso, nuovo, verso la Statua della libertà. Ci provò due volte a imbarcarsi per New York e per due volte i poliziotti di Togliatti gli tarparono le ali, bloccandolo. Solo ora, quell'uomo intelligente e delicato, prigioniero di Stalin, è davvero libero.

di Giancarlo Lehner
http://www.libero-news.it/news/781772/Una-tragedia--quella-di-essere-il-figlio-di-Palmiro-Togliatti.html

lunedì 11 luglio 2011

Hugo Pratt Salpò dal fumetto e approdò all’arte


di Luca Beatrice

Si apre oggi al Museo d’Arte di Lugano una delle più complete retrospettive sull’opera di Hugo Pratt dopo la sua scomparsa, avvenuta a Lugano nel 1995. Questo appuntamento offre l’occasione per tentare di rispondere a due interrogativi finora irrisolti. Il primo: Pratt è «soltanto» il maestro assoluto del fumetto moderno oppure può aspirare a qualcosa di più? Il secondo: perché ci si divide ancora sul «background» del nostro autore, strattonandolo a manca e destra? Ovvero, lui e il suo immortale personaggio Corto Maltese erano davvero uomini di destra?

Andiamo per ordine. Pratt parte dal fumetto e arriva all’arte. La sua bravura nell’acquarello non ha uguali in Italia - forse il solo Francesco Clemente, pittore della Transavanguardia, gli sta dietro - ma nel nostro Paese, a differenza che in America o in Francia, la critica ragiona ancora per compartimenti stagni per cui esporre un illustratore in un museo risulta comunque un’anomalia. Tra il 1967, anno di Una ballata del mare salato, primo albo di Corto, e il 1974, il secondo episodio, un capolavoro, Corte Sconta detta Arcana, non c’è sulle nostre sponde alcun pittore così avanti, così visionario e di gusto internazionale. All'epoca, aspettando l’esplosione dell’Arte Povera, la pittura si divideva tra resistenza dell’Informale astratto ed episodi marginali di Pop Art (Mario Schifano a parte), e i quadri risultavano meri esercizi stilistici e accademici. Per contro, il mondo del fumetto (con la celebre triade Guido Crepax - Milo Manara - Hugo Pratt) fu capace di rivoluzionare l’organizzazione della tavola, non più lineare come nei comics americani. Questi tre maestri provengono dai giornaletti di massa e approdano alla cosiddetta autorialità, che proprio negli anni ’60 stabilisce un netto discrimine tra il commerciale e il ricercato.

Quando Pratt fonda, nel 1947, Albo Uragano, divenuto poi Asso di Picche, il fumetto italiano più letto è Tex; non è ancora una rivoluzione ma già il tentativo di inserire a pieno titolo l’elemento letterario. Conrad, Melville, Fenimore Cooper sono alcune tra le sue fonti, in un intricato meccanismo di citazione che solo un pubblico avvertito può cogliere appieno, mentre dal punto di vista grafico Hugo Pratt è un inventore assoluto, non solo nel tratto ma soprattutto nell'atmosfera. Basti pensare a come ha influenzato le generazioni più recenti di pittori, la cosiddetta nuova-figurazione degli anni ’90 che ha attinto a piene mani dall'immaginario romantico delle storie di Corto Maltese.Considerato definitivamente un artista, Hugo Pratt va anche annoverato tra i padri della Graphic Novel, quella tendenza spuria che unisce ai baloon e ai disegni un testo dal valore letterario compiuto e non seriale. Tra gli autori e i «romanzi» di riferimento in tale disciplina di recente conio sono da considerare Art Spiegelman con Maus, Craig Thompson con Blankets, e ancora Joe Sacco, Shaun Tan e Jiro Taniguchi, ma è probabile che alcuni autori italiani, tra cui Pratt, Crepax e soprattutto Dino Buzzati nel Poema a fumetti pubblicato nel 1969, abbiano intuito con straordinaria preveggenza la forza del combinare letteratura colta a immagini pop e di impatto. Pratt continua a entusiasmare il pubblico giovane per il decadentismo individualista di Corto Maltese, uno che non ha la linea della vita disegnata sulla mano e allora se la incide. Viaggiatore solitario, pensoso Übermensch del tardo Novecento, ha indubbiamente dei caratteri culturali riferibili a un pensiero di destra, cui Pratt è stato spesso ricondotto anche per via di un percorso biografico che lo vide militare nel 1945 prima nella RSI, poi nella «Decima Mas». Più volte si sono scatenate polemiche riguardo all'appropriazione di Pratt, lanciata peraltro su queste stesse colonne nel 1996 e rinvigorite di recente da Casa Pound con l’indovinata pubblicità «Camerata Corto Maltese». Ma questo, alla fine, non è che un gioco, e la conferma che un popolo ha ancora bisogno di eroi. Resta il fatto, e lo conferma la mostra di Lugano, che ci troviamo in presenza di uno dei vertici figurativi del secolo passato, un avventuriero nomade tra Venezia e Costantinopoli, Londra e l’Argentina, la natia Rimini e i laghi della Svizzera dove andò a morire. Lo ricordiamo con nostalgia e con una frase di Corto: «Bisognerebbe travestire la realtà da sogno».
da www.ilgiornale.it



UNA REPUBBLICATA FONDATA SU UMBERTO II

Editoriale di Aldo A. Mola pubblicato su “Il Giornale del Piemonte” del 3.7.2011
      
Tutti sanno ma non sempre ricordano che la Costituzione della repubblica  italiana è fondata su Umberto di Savoia. Fu lui, principe di Piemonte e Luogotenente del Regno, a varare il decreto legislativo luogotenenziale 25 giugno 1944 n. 151 in forza del quale entro quattro mesi dalla fine della guerra gli italiani, maschi e femmine, avrebbero scelto la forma dello Stato ed eletto la Costituente per dargli veste. Quel decreto non poté essere convertito in legge dalle Camere perché  l’improvvido Pietro Badoglio sciolse la Camera  e  paralizzò il senato, perseguitato dall’alto commissario per le sanzioni contro il fascismo, Carlo Sforza, logori mito dell’antifascismo peloso.
Alle urne gli italiani andarono non quattro ma tredici mesi dopo la resa di Caserta che il 2 maggio 1945 mise fine alla guerra in Italia la guerra tra i tedeschi e le Nazioni Unite, per le quali l’Italia era “nazione nemica” e così venne trattata al tavolo della pace di Parigi (10 febbraio 1947), che fu un diktat e peggiorò i contenuto della resa senza condizioni del 3-29 settembre 1943. L’ambasciatore Antonio Meli Lupi di Soragna lo firmò con la stilografica propria e sigillò con lo stemma istoriato sul suo anello. Per dare tardiva legittimazione a tre anni di “fatti compiuti” spacciati come  atti istituzionalmente legittimi (inclusa la proclamazione dell’esito del referendum il 18 giugno 1946),  la XV disposizione transitoria e finale della Costituzione precisò che quel decreto di Umberto “si ha per convertito in legge”: una patacca tipica dei costituzionalisti che avallano  secondo il vento che tira, come soleva dire il grande Vittorio Emanuele III. Nell’edizione “riveduta e aumentata” del suo gustosissimo  libro del 1953  su La illegittimità del governo Badoglio (Gastaldi) col titolo Dal governo Badoglio alla Repubblica italiana (Clu, Genova,2011) Elio Lodolini ricorda  che il 22 dicembre 2008, tutto preso dall’ardore di  cancellare le leggi superflue, un decreto legge convertito nella legge 18 febbraio 2009, n. 9 2009 abrogò 27.806 leggi vigenti, tra  le quali il dll 25 giugno 1944, n.151, sul quale regge lo Stato. Solo  mesi dopo la Repubblica si accorse di  essersi tolta lo sgabello di sotto e corse ai ripari richiamandolo in  vigore con decorrenza dal 19 dicembre 2009: un giorno prima della decadenza   frettolosamente decretata un anno prima. Vennero ripescate altre 861 leggi “bruciate” da Calderoli…
Anziano e vispo, Lodolini è uno studioso coerente. Già direttore dell’Archivio  di Stato di Roma, Membro d’Onore della organizzazione mondiale degli Archivi per meriti eminenti, ha l’indelicatezza di ricordare, per esempio, che il mancato scambio di consegne tra Mussolini e Badoglio, il 25 luglio 1943, inflisse un  vulnus  insanabile alla legittimità del governo, che era e rimase provvisorio, come tutti quelli seguiti (Bonomi, Parri, De Gasperi…) sino al 1° gennaio 1948. Non solo: gettò nel caos l’Italia centro-settentrionale ove molti, anche monarchici, scelsero l’unico Stato in quel momento e lì esistente. Lodolini e altri studiosi scomodi mostrano che si può scrivere, e,  bene, la storia d’Italia e della Monarchia  anche se non si dispone  di tutte le carte, forse in piccola parte disperse (non malizia per i casi della storia). La Casa, del resto, non aveva alcun obbligo di conservarle e di consegnarle,  visto il trattamento subito  con l’iniqua condanna all’esilio del Re e di suo figlio, nato in Italia nel 1937.  La presunta mancata consegna è stata ora  deplorata da Nicola Tranfaglia, in un articolo che Dino Messina giudica “nobile” , perché, dice, senza documenti non si scrive storia. Verissimo. Aggiungiamo, però, che senza documenti non si lanciano neppure accuse o insinuazioni di scorrettezza. Di sicuro tra le carte di Vittorio Emanuele III non reperite vi erano quelle che provavano la sollecitazione della Francia all’Italia a entrare in guerra (10 giugno 1940): una decisione  assunta dal re e da Mussolini per propiziare la richiesta francese di armistizio e fermare i tedeschi  prima che  arrivassero sul Mediterraneo. Poi la storia prese altro corso.
Quanto al pensiero degli ebrei italiani su Vittorio Emanuele III, che sta a cuore non solo a Dino Messina, va detto che esso emerge dalla folla dei Levi, Lattes, Segre, Sacerdote, Ottolenghi  ecc. , i quali fra il 1939 e il 1942 annualmente salivano in vacanza nelle valli cuneesi ove estivavano il Re e la Regina Elena, perché lì si sentivano al sicuro, come dicono le carte dell’Archivio Centrale dello Stato a studiosi pazienti e non prevenuti. In conclusione, a differenza di quanto scrive Paolo Colombo in La monarchia fascista, 1922-1940 (il Mulino: ove è errata anche la data della sfilata delle camicie nere  a Roma, che fu il 31 e non il 30 ottobre), la Monarchia garantì la legittimità della vita pubblica italiana  anche nel ventennio mussoliniano, sanando le intemperanze e le inadempienze  dei politici. Perciò nel 150° della nascita del Regno d’Italia  con la XV disposizione transitoria e finale della Costituzione essa rimane il pilastro portante di quanto di solido vi è nella repubblica, oggi periclitante a causa di leggi elettorali, sia nazionali sia regionali, che ne mettono a nudo l’inclinazione congenita ai brogli e al caos e allontanano i cittadini dalle istituzioni.
Aldo A. Mola

domenica 10 luglio 2011

Ancora la "Stanza di Mario Cervi"

Egregio dottor Cervi, 
gli elettori residenti nel territorio della Venezia Giulia furono esclusi dal voto (fra le proteste dei monarchici). Nei giorni successivi alla consultazione referendaria il governo sollecitò il passaggio delle funzioni di capo provvisorio dello Stato nelle mani del primo ministro (cosa che, ritenendola procedura illegittima, spinse i monarchici a gridare al golpe!). Il ricorso pro monarchia per presunti brogli elettorali fu respinto dalla Cassazione, ma non all’unanimità (alcuni giudici più il presidente della Corte e il procuratore generale, come ho letto, erano favorevoli all’accoglimento del ricorso). Nei primi anni ’80 l’ex presidente della Repubblica, Giovanni Leone, dichiarò in un’intervista che le numerosissime «schede bianche non furono conteggiate come espressione di voto, cosa che avrebbe favorito la vittoria monarchica». Ora vorrei sapere: il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 che premiò la repubblica a scapito della monarchia, fu regolare?
Torremaggiore (Foggia)

ROMANIA: INDIRE REFERENDUM MONARCHIA COSTITUZIONALE








ROMANIA: PARLAMENTARI DI DESTRA DELLA ROMANIA: 

PRONTO IL DISEGNO DI LEGGE PER INDIRE REFERENDUM per la 

MONARCHIA COSTITUZIONALE


sabato 9 luglio 2011

La qualità della vita è davvero migliore nelle monarchie?



Firenze. 
Secondo uno studio dal titolo "Better life  initiative", in merito al livello della qualità della vita nei Paesi dell'Ocse, risulta evidente che le popolazioni che vivono in Paesi retti  da una monarchia sono mediamente più "felici" rispetto a quelle che vivono in una repubblica. Il dato emerge con grande  chiarezza dal fatto che i primi sei Paesi al mondo per qualità della vita dei cittadini, sono appunto monarchie. 
I criteri per stilare la classifica si sono basati su aspetti ben precisi; tra i quali alloggio, reddito, lavoro, comunità, educazione, ambiente, governance, salute, soddisfazione della vita, sicurezza, ed equilibrio tra vita e lavoro.

La Repubblica Italiana non ha certo ottenuto un grande risultato,  attestandosi al posto numero ventiquattro; un risultato piuttosto scarso,  tenuto conto che i Paesi presi in esame dalla statistica sono solo trentaquattro. 
Nessuno può dire, però, se con i Savoia le cose sarebbero andate meglio, vista la reputazione non proprio solida della ex Famiglia regnante.

Guida la classifica l'Australia, seguita da Canada e Svezia. 
Al quarto posto la Nuova Zelanda, poi la Norvegia e la Danimarca. 
Tutte monarchie, appunto. Al settimo posto figurano gli Stati Uniti, seguiti da altre due repubbliche, Svizzera e Finlandia. L'Olanda  (retta da una monarchia) si piazza invece al decimo posto. 
La parte bassa della classifica, vede la Repubblica Ceca (repubblica) al posto numero ventitrè, seguita dalla Spagna (monarchia) e dall'Italia (repubblica). Poi, ancora, la Slovenia (repubblica)  a pari merito con la Polonia (repubblica) ed Israele (repubblica).


http://www.toscananews24.it/it/notizia/cv1ep1/cv1ia_5266/default.aspx

venerdì 8 luglio 2011

Milly, il cofanetto di una diva vera amata dal Re, amava il cabaret

Di lei, di Milly, cantante straordinaria, brillante attrice, soubrette audace, si sono sempre sussurrate certe storie maliziose, che ne hanno accompagnato la vita segnandola della curiosità pudibonda d’un tempo nel quale la morale era stata di ferro (ma in superficie, certo, perché poi la realtà si piegava docile alle voglie segrete dei desideri). Perfino Fellini ne riprese con una nota di delicata complicità la memoria, rivisitandola nello sfuggente siparietto della visita che un misterioso principe (tutti però sapevano che di Umberto II si trattava) fa alla cantante mentre lei, timidamente invitante, ne attende sotto le lenzuola la regale prestazione. Ma è stato quello - nelle fantasie ipocrite d’una iconografia di consumo - il prezzo che uno spirito libero, un’audace femminilità, una superba indifferenza, dovevano pagare alle leggi del tempo; e Milly, in quella sua prima biografia senza pentimenti che passa per teatri e cinema tra gli anni Trenta e i Cinquanta, pagò il prezzo con trascuratezza altera.

 [...]
http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=20&ID_articolo=1467&ID_sezione=12&sezione=




La sella di Vittorio Emanuele II




Creare un link con un giornale come "la repubblica" è cosa che non ci fa piacere, in linea di principio. 
E questo non per il nome ma per quanto vi è quotidianamente scritto.
Tuttavia anche su quel giornale a vote appaiono cose interessanti, come in questo caso:
http://bologna.repubblica.it/cronaca/2011/07/07/foto/risorgimento-18747455/1/

mercoledì 6 luglio 2011

La scomparsa di Ottone d'Asburgo, nipote di Francesco Giuseppe

L'ultimo imperatore

 

A 98 anni si è spento Ottone d'Asburgo, che fu l'ultimo imperatore dell'Austria-Ungheria, figlio di Carlo I e Zita di Borbone-Parma e nipote di Francesco Giuseppe. Autore del "picnic paneuropeo" che diede avvio al crollo del Muro di Berlino, organizzato a Sopron, al confine tra Ungheria e Austria, Ottone, dopo la fine dell'impero, è stato anche deputato europeo dal 1979 al 1999. E, ovviamente, è stato a capo della dinastia degli Asburgo dal 1922 al 2007. Nel marzo 2009, Ottone concesse a Club3-Vivere in armonia l'intervista che pubblichiamo qui di seguito.

Scrittore e giornalista, storico, conferenziere, politico (è stato tra l’altro deputato al Parlamento europeo per cinque legislature), filantropo, Ottone d’Asburgo è un personaggio lontano anni luce da certi “colleghi” eredi di grandi dinastie detronizzate, incapaci di inserirsi nella nuova realtà storica. Ottone è uomo dalla vitalità impressionante: porta i suoi 96 anni con disinvoltura e lavora con la passione di sempre. Dritto, elegante, fisico asciutto, voce chiara, il rappresentante ufficiale di una delle più illustri dinastie imperiali degli ultimi mille anni è un gentiluomo affabile, brillante conversatore. Ci riceve nella splendida villa di Poecking, in Baviera, tra i boschi e le rive del lago. Qui vive dal 1954 - i sette figli sono sposati e l’hanno reso nonno di 26 nipoti - con la moglie, regina di Sassonia-Meiningen, e qui si trovano il suo studio e i suoi uffici.

Altezza, in quanto figlio di Carlo, ultimo imperatore d’Austria, lei è il legittimo rappresentante di una dinastia millenaria. Che cosa significa per lei essere un Asburgo?«Significa raccogliere la sfida della storia, portare avanti il cammino iniziato secoli or sono dai miei avi. Del resto, io stesso mi sento più un avo per le generazioni future che non un erede di quelle che mi hanno preceduto. Non vivo questa missione come un peso ma come una responsabilità, parola che ha sempre giocato un ruolo-chiave nella mia vita».

Saprebbe indicare un’altra parola-chiave della sua avventurosa vita?«Amore, che accanto alla responsabilità è il motivo ispiratore della mia esistenza. È stato l’amore per la storia, per i miei antenati, per il mio popolo. L’amore per la storia è determinante: significa consapevolezza e fierezza delle proprie origini, passione per le proprie radici. Solo se si è consapevoli della propria storia si può amare il proprio popolo e poi gli altri popoli, così come solo amando sé stessi è possibile amare il prossimo. E solo amando si può essere felici. In fondo, è una grande lezione che ci viene dal cristianesimo. Amare significa accettare, quindi comprendere, di conseguenza non giudicare mai. Il discorso vale nei rapporti tra esseri umani e tra i popoli».

In un’intervista del 1982, sua madre, l’imperatrice Zita, rispose a chi le chiedeva cosa pensasse dei governanti che l’avevano bandita dal suo Paese: “Ho sofferto, ma non li giudico. Anzi, li capisco. Qualunque scelta va considerata in base al contesto. Come potrei provare rancore contro figli del mio stesso popolo, miei fratelli in quanto figli di Dio come me”?«Sì, nostra madre, Zita di Borbone-Parma, ci ha inculcato questo grande rispetto e amore per il prossimo. Ci ha pure insegnato a calare questi valori nella politica, la mia grande passione e missione di sempre. “Non guardate mai l’altro come un cattolico, un comunista o altro ancora, ma come un figlio di Dio, vostro fratello, comunque meritevole d’amore”. Io mi sono sempre attenuto a questo insegnamento e non mi sono mai mancati amici di qualunque orientamento».

L’impero asburgico ha significato sviluppo storico, sociale, culturale, scientifico. Ma è disposto a riconoscere gli inevitabili limiti della sua dinastia?«I popoli dell’impero asburgico non godevano affatto di libertà minori rispetto agli altri popoli. Con ciò non intendo affatto negare che vi siano stati errori da parte di miei avi: in determinati casi sarebbe stato necessario concedere maggiori spazi di autonomia a determinati popoli dell’impero. L’uomo è fallibile e perfettibile per sua natura».

Nel 1918, con la disfatta dell’Austria e la fine dell’impero, molti facevano a gara a Vienna per testimoniare solidarietà alla sua famiglia. Lei crede ancora nella validità dell’istituzione monarchica?«Certamente. Oggi come ieri, l’istituzione monarchica presenta vantaggi rilevanti. Innanzitutto, l’imparzialità di un re al di sopra delle parti, come nessun presidente eletto può essere. Inoltre, il sovrano viene preparato alla futura professione dal momento della nascita, il che consente una formazione accurata. Infine, la monarchia è custode delle tradizioni e della cultura di un popolo col quale, se la dinastia si dimostra all’altezza, riesce a creare un legame profondo. Pensiamo alla Spagna e al suo modello di monarchia, vicina ai cittadini».

Quale ricordo conserva di suo padre, Carlo I, ultimo imperatore d’Austria, scomparso quando lei aveva appena dieci anni?«Quella di un uomo serio e impegnato, tanto che non gli restava molto tempo da dedicare a noi figli. Tuttavia, quel poco tempo sapeva utilizzarlo al meglio, cercando di insegnarci di tutto e di più. Mi sono rimaste impresse le passeggiate lungo la spiaggia, a Madera, dove ci trovavamo in esilio».

Lei ha assistito a molti cambiamenti ed è riuscito a conquistarsi un ruolo da protagonista. Il mondo è migliore o peggiore rispetto a quaranta, cinquanta o sessant’anni fa?«Migliore, non c’è dubbio. La ragione consiste nella libertà assai maggiore della quale un po’ tutto il globo gode rispetto al passato. Il discorso vale anzitutto sul piano politico: pensiamo alle tristi dittature rosse e nere che hanno devastato il nostro continente, ma anche l’America del Sud e vari Paesi asiatici e africani. Almeno in Europa ora vige la libertà: chi può negare che si tratta comunque di un passo da gigante?»

A lei viene riconosciuto un certo ruolo pure nel processo di ricostruzione postbellica della Germania e dell’Austria. In che cosa è consistito?«Nel processo di riavvicinamento, dopo decenni di ostilità, tra Francia, Germania e Austria, fondamento insostituibile di un’Europa pacifica e prospera».

Quale impressione le fa la gioventù di oggi e quali differenze nota con la gioventù della sua generazione?«Amo i giovani d’oggi e li stimo. Mi colpisce la loro sete di spiritualità, il grande risveglio religioso che li coinvolge. Rispetto alla nostra generazione, noto una grande differenza sul piano dell’informazione. I giovani oggi sono bombardati dai mass media e vivono immersi nell’informatica. Tuttavia, la massificazione rende più difficile la formazione della personalità individuale, così i nostri giovani si ritrovano più fragili rispetto alla mia generazione. Comunque, sono anche più liberi».

Lei ha conosciuto molti personaggi del secolo scorso. Quali l’hanno maggiormente impressionata?«Il generale DeGaulle e Churchill tra i politici. Tra gli scrittori, Philip Roth e Thomas Mann. Ovviamente, Giovanni Paolo II. Sul versante femminile, Clare Boothe Luce, la scrittrice e donna politica americana che fu anche ambasciatore del suo Paese in Italia».

All’età di 96 anni, come si sente? Vuole tentare un bilancio?«Mi sento un uomo felice, soddisfatto della vita e grato nei confronti di Colui che me l’ha donata. A 96 anni giro ancora il mondo per la mia missione, mi alzo ogni mattina pieno di entusiasmo, ringraziando Dio».

Qual è il segreto di tanta vitalità?«La fede cristiana e il desiderio di rendermi utile: elementi inseparabili l’uno dall’altro».

Quale consiglio si sente di dare?«L’essenziale è pormi obiettivi e cercare di conseguirli. Solo così l’esistenza diventa affascinante, indipendentemente dall’età».


lunedì 4 luglio 2011

Il " Quaderno dell'attivista" del Partito Nazionale Monarchico e del suo Movimento Giovanile


Disputa secolare (Monarchia-Repubblica)

Ogni movimento politico è condizionato de premesse d'ordine storico e politico. Sotto questo riguardo appare giustificatamente impostato il problema che sta al centro della secolare disputa tra repubblicani e monarchici: se sia da ritenersi, cioè, superata o meno l'istituzione monarchica (ossia: se l'istituto monarchico sia adeguato alla moderna società politica ed alla nostra società politica in particolare).

I repubblicani danno a questo interrogativo una risposta il cui contenuto è ben noto. Essi sostengono che la Monarchia à sorpassata dal tempi e non risponde più alle esigenze ed alle istanze dell'attuale società politica.

Ma credono di avvalorare siffatta proposizione con l'enunciazione di premesse che sono piuttosto petizioni di principio e che non sono, a loro volta, affatto dimostrate e documentate. Essi affermano che monarchia = reazione, e repubblica = progressismo; oppure: repubblica = democrazia e monarchia = non democrazia.

Ma si smarriscono quando, ad esempio, viene proposto il caso dell'Inghilterra, del Belgio, dell'Olanda, dei Paesi scandinavi: popoli tutti assai progrediti sotto il profilo, politico, economico e socia;le e retti notoriamente da solide ed indiscusse monarchie. Ed improvvisano, allora, strane e fragili teorie prive di qualsiasi consistenza logica.

La realtà è che sul terreno storico-politico - del quale abbiamo rilevato la fondamentale importanza - non regge la critica antimonarchica, negatrice «a priori».

La Storia ci insegna che non esistono, in astratto, istituti «sorpassati»; ma che l'attualità di ciascuna forma di governo va riferita, viceversa, alle condizioni storico -politiche di ciascun popolo.

La Monarchia, in Italia, trae le sue origini dalla tradizione, del nostro popolo; è legata indissolubilmente al Risorgimento ed all'unità della Patria; ha rappresentato l'unico pegno di unità spirituale e politica, come avvertirono repubblicani come Francesco Crispi e Benedetto Cairoli, Nelle ore supreme ha rappresentato la salvezza o la speranza di salvezza. Oggi dopo dieci anni -di regime repubblicano - si avverte con sempre maggiore evidenza il vuoto incolmabile che la scomparsa del Potere -mediatore, moderatore, unitario, ha lasciato nel Paese.

Tutte queste ragioni - ed altre ancora - testimoniano che l'istituto monarchico è attuale ed adeguato alla nostra società politica.

PARTE SPECIALE

Il Partito Nazionale Monarchico dal 1946 ad oggi

1) Origini del Partito Nazionale Monarchico

Il Partito Nazionale Monarchico nacque nel giugno 1946, all'indomani del referendum istituzionale, quando - in seguito ai nuovi orientamenti assunti dal Partito Democratico Italiano che fino ad allora aveva guidato la battaglia monarchica e che dopo qualche settimana si fondeva con il partito liberale - sembrava che non vi dovesse essere più posto, nello schieramento politico italiano, per una formazione politica dichiaratamente monarchica. Senza dubbio la costituzione del Partito Nazionale Monarchico rappresentò un atto di coraggio. Gli sviluppi successivi della politica italiana dimostrarono che quella decisione fu pure un atto politico lungimirante.

Segretario Generale del nuovo partito fu subito nominato l'on. Alfredo Covelli, giovane parlamentare avellinese che già aveva partecipato alla battaglia politica per il «referendum» e per la Costituente nelle file della Concentrazione Democratico-Liberale del Sen. Bergamini.

Pochi mesi dopo la sua costituzione il Partito Nazionale Monarchico ebbe il « battesimo del fuoco», in occasione delle elezioni amministrative di Napoli (autunno 1946). Tredici consiglieri eletti nelle liste di «Stella e Corona» - il contrassegno che poi doveva diventare tanto noto - rappresentavano il primo di una lunga catena di successi elettorali. Poco dopo l'elezione del monarchico Giuseppe Bonocore alla carica di Sindaco di Napoli coronava la prima vittoriosa battaglia del giovane partito.

Durante tutto il 1947 il Partito Nazionale Monarchico irrobustì la propria organizzazione, partecipò ad elezioni amministrative in vari Comuni, tra cui Roma, ottenne una netta affermazione alle elezioni regionali siciliane giugno 1947, conquistò dappertutto consensi e adesioni, muovendosi tuttavia in un'atmosfera di estrema difficoltà, caratterizzata dalla più ingenerosa ostilità degli avversasi, dalla «congiura del silenzio» da parte della stampa filo-governativa e di informazione e da parte della radio di Stato e dall'incomprensione di molti monarchici.

2) Attualità  del Partito Nazionale Monarchico

L'incomprensione di molti monarchici - alimentata da una continua e sottile propaganda avversaria in tal senso - è dovuta sopratutto al dubbio di alcuni, che si traduce nell'interrogativo che spesso ci sentiamo rivolgere e non sempre in malafede: «perchè voi monarchici avete preferito affidarvi ad un partito (che richiama, tra l'altro, i concetti di fazione e di divisione) e non ad un movimento apartitico? Come non avvertite che la battaglia partitica «immiserisce» la rivendicazione istituzionale, trascinandola nel gorgo di una competizione contingente e magari elettoralistica?».

La risposta a questo interrogativo scaturisce (limpida e immediata, anche se meditata e documentata) dalla realtà della vita politica italiana. Non è possibile - nell'attuale fase partitica della democrazia - impostare e condurre una battaglia che richieda un movimento di opinione pubblica, sfuggendo alla logica dei partiti ed alle loro leggi.

Il partito è quindi lo strumento di gran lunga più idoneo a condurre una coerente azione monarchica sul terreno dell'attualità politica (e perciò deve partecipare alla vita politica nazionale, in ogni suo aspetto). Mentre ad una associazione apartitica (l'Unione Monarchica Italiana) spetta operare per determinare il clima nel quale tale azione possa acquistare maggiore efficacia ed incisività.

La cronaca del movimento monarchico dal 1946 ad oggi sta a confermare queste asserzioni. Tale cronaca registra una serie interminabile di tentativi (per lo più dovuti alle ambizioni di pochi « generali senza esercito », abilmente sfruttate dagli avversari) di dar vita ad altri movimenti monarchici (ne furono contati qualche anno fa fino a ventisei) o ad altre formule. Ma tutti questi tentativi sono regolarmente falliti. Il Partito Nazionale Monarchico - sorto dalle stesse modeste origini di tanti altri movimenti - pur disponendo di modesti mezzi finanziari e lottando in mezzo ad ingenti difficoltà, si è viceversa affermato quale forza politica di prim'ordine e rappresenta tuttora - nonostante tutte le vane manovre per farlo scomparire - la formazione politica unitaria dei monarchici militanti.

Questa realtà - che nessuna dissertazione astratta può contraddire o cancellare - è dovuta all'esatta impostazione politica del Partito Nazionale Monarchico, attraverso la formula unitaria (« tutti i monarchici in un solo partito ») che garantisce la libertà di pensiero e di espressione a tutti gli aderenti al Partito (di diversa provenienza) coordinando la loro azione nel quadro di una comune politica.

3) Le vicende elettorali del P.N.M.

La partecipazione alle elezioni politiche del 1948 segnò un nuovo successo del Partito Nazionale Monarchico. Le liste di «Stella e Corona», ottennero 14 seggi, con quasi 800.000 voti, circa 100.000 in più di quelli riportati nel 1946 dal «Blocco Nazionale della Libertà», che raccoglieva allora tutte le forze monarchiche militanti. Mentre la lotta elettorale si polarizzava tra la Democrazia cristiana ed il blocco socialcomunista, il P.N.M. era il solo altro partito a mantenere, anzi a migliorare, le precedenti posizioni.

Le elezioni sarde del 1949 rappresentarono una tappa memorabile nella cronaca della battaglia monarchica. Il Partito Nazionale Monarchico, difatti, conquistava 66.000 voti, contro gli 8.000 delle «politiche» dell'anno precedente, alla fine di una serrata e brillante campagna elettorale che dava le prime avvisaglie di quella che sarebbe stata la futura azione del P.N.M.

Le elezioni amministrative del 1951 segnarono nuovi successi: il Partito Nazionale, Monarchico conquistava, la maggioranza in un capoluogo di provincia (Lecce), aumentava il numero dei propri deputati regionali in Sicilia ed entrava in quella Giunta Regionale, triplicava a Milano i voti del 1948.

L'anno successivo, nel Il turno -delle « amministrative », le liste monarchiche - apparentate, in seguito ad esigenze dettate dalla legge elettorale - con quelle del Movimento Sociale Italiano e di altri gruppi politici conquistavano la maggioranza nelle amministrazioni comunali di sei città (Napoli, Bari, Benevento, Avellino, Salerno, Foggia) e in molte decine di comuni minori e parecchi seggi in seno ai Consigli  Provinciali.

Una buona affermazione, infine, ottenevano in parecchie città tra cui Roma e Palermo.

La campagna elettorale politica del 1953 per l'elezione della Camera e del Senato, vide il Partito Nazionale Monarchico impegnato m una grossa battaglia e combattuto con ogni mezzo dai partiti della maggioranza governativa che contro di esso, più ancora che contro i socialcomunisti, rivolsero tutte le armi della loro copiosa propaganda. Ma le urne decretavano, il 7 giugno, un nuovo grande successo delle liste di « Stella e Corona », che ottenevano 40 Deputati e 16 Senatori, con oltre 1.800.000 voti. Il P.N.M. si affermava, così, come quarto partito italiano e come terza forza politica (dopo la democrazia cristiana ed il blocco socialcomunista).

Il successo del Partito Nazionale Monarchico - che è l'unico partito democratico formatosi al di fuori della matrice dei C.L.N. che abbia raggiunto una notevole consistenza politica - ha intensificato la campagna denigratoria (condotta con tutti i mezzi e sopra tutto attraverso la radio di Stato) e le manovre rivolte a tentare la disgregazione della formazione politica unitaria dei monarchici italiani.

Così il 2 giugno 1954 - al termine di una lunga serie di vicende che ciascuno di noi ricorda usciva dal Partito il gruppo napoletano facente capo all'armatore Achille Lauro (già Presidente del Consiglio Nazionale del P.N.M.) che dava vita al « partito monarchico popolare ». Ma la saldezza del Partito Nazionale Monarchico (subito rivelatasi attraverso l'imponente plebiscito di fiducia e di solidarietà) e l'inconsistenza ideologica e politica del nuovo movimento hanno riservato a questo ennesimo tentativo disgregatore lo stesso destino di quelli che lo avevano preceduto.

Anche le recenti elezioni amministrative del maggio scorso (nelle quali il Partito Nazionale Monarchico si è trovato a combattere una difficile battaglia contro la coalizione dei partiti repubblicani che, impegnando ingenti mezzi finanziari, non ha tralasciato alcun tentativo vedi ad esempio la speculazione sulla lettera privata di S. M. il Re ad un candidato liberale per mendicare voti monarchici, e contro l'aggressione dei secessionisti di Lauro) hanno confermato la sostanziale solidità delle posizioni del nostro Partito, che,tranne alcuni casi isolati dove come a Napoli hanno giocato fattori locali, ha mantenuto ed in qualche caso aumentato i suoi suffragi e che nel Nord l'Italia ha rafforzato notevolmente le sue rappresentanze nei Consigli comunali e provinciali.

Azione politico - parlamentare del P.N.M

Le linee fondamentali dell'azione politica del Partito sono state fissate dal I Congresso Nazionale (Roma, dicembre 1949) e dal II Congresso Nazionale (Milano 12-15 dicembre 1954) e sono contenute in una serie di documenti (mozioni congressuali) che riportiamo in appendice al presente « uaderno», insieme con le mozioni approvate dal Congresso Nazionale Giovanile, svoltosi nel novembre 1954 a Napoli, che ha impostato l'azione del Movimento Giovanile, sotto il profilo ideologico, politico, organizzativo.

L'azione svolta dal Partito Nazionale Monarchico nel Parlamento e nel Paese in questi dieci anni può riassumersi nella fedeltà al carattere mediatore e moderatore dell'Istituto monarchico.

Da ciò ha origine il carattere rigorosamente legalitario della battaglia monarchica. Il Partito Nazionale Monarchico - lungi dal cedere a tentazioni estremiste di ogni genere - si è proposto di partecipare attivamente alla vita politica nazionale ed all'impostazione dei più importanti problemi della vita politica, economica e sociale della Nazione.

Tale contributo - disinteressato ed ispirato costantemente all'interesse nazionale, anteposto a quello di partito - ha finito con il richiamare intorno al P.N.M. il consenso di vasti strati di elettorato e di molti italiani che non vogliono avventure di alcun genere e che avvertono la suggestività di quegli ideali di ordinato progresso, di libertà politica, di democrazia, di concordia nazionale - nella sia pur necessaria disparità delle correnti politiche - che costituiscono la migliore tradizione del Regno.

Nel Parlamento - del quale rivendica il prestigio e l'altissima funzione - e nel Paese il Partito Nazionale Monarchico è stato prevalentemente all'opposizione: opposizione nazionale, opposizione costituzionale. Non ha mai negato, tuttavia - profondamente sensibile in cloni circostanza agli interessi nazionali - il proprio apporto, e talora il proprio voto, alla Maggioranza ed a1 Governo quando ciò poteva significare rafforzare il Governo del proprio Paese in difficili situazioni internazionali o interne.

Così nel 1947 - quando De Gasperi estromise i socialcomunisti dal Governo - il Partito Nazionale Monarchico non esitò a concedere al Ministero quella fiducia che persino i socialdemocratici (appena separatisi dal PSI di Nenni) avevano negato. Fu merito allora anche dei pochi Deputati dell'ancor giovanissimo PNM (che combattevano allora una battaglia che sembrava disperata e in un clima che appariva poco propizio ad atti di serena valutazione politica) se l'esperimento che segnò l'allontanamento dell'estrema sinistra dal potere fu possibile.

Nel 1948 il Gruppo Parlamentare del Partito Nazionale Monarchico votò gli accordi internazionali che davano vita al Patto Atlantico e ribadì la sua posizione di fedeltà alla comunità occidentale.

Nel giugno 1950 il Gruppo Parlamentare del Partito Nazionale Monarchico presentava alla Camera una mozione sul problema di Trieste e del Territorio libero, invitando il Governo: a) ad astenersi da trattative dirette con Belgrado; b) a rivolgersi all'ONU affinché - accertate le iniquità jugoslave nella zona B venisse tolto a Tito il mandato su tale territorio; c) a chiedere agli Alleati occidentali l'esecuzione della Dichiarazione Tripartita del 2,0 marzo 1948 (che prometteva l'integrale restituzione all'Italia del Territorio Libero) riservandosi, in caso contrario, di denunciare il trattato di pace.

Era una proposta conforme all'ortodossia diplomatica e senza dubbio abile. Lo stesso Ministro degli Esteri, Sforza, la giudicò interessante. Tuttavia la maggioranza della Camera non approvò la mozione.

Nel marzo 1951 il Gruppo Monarchico fu protagonista di una nuova, clamorosa, vicenda parlamentare, originata da un ordine del giorno - presentato dai Deputati del PNM - che suonava sfiducia nel Ministero della Difesa, Randolfo Pacciardi. Sull'o.d.g. monarchico si sarebbe forse raggiunta una maggioranza, che avrebbe messo in crisi il Governo. Si era alla vigilia di una difficile missione diplomatica del Presidente del Consiglio e del Ministro degli Esteri a Londra. L'on. De Gasperi fece presenti le difficoltà internazionali del momento e fece appello al patriottismo dei monarchici. Rispose l'on. Covelli: «La buona fede e il patriottismo dei monarchici non possono essere messi in dubbio e l'on. Presidente del Consiglio lo ha or ora riconosciuto. Questo orgoglio non ci è nuovo: non vi è mai stata occasione nella quale il Governo della Repubblica abbia voluto mostrare tra gli Italiani unità di intenti nella difesa della civiltà, dell'integrità nazionale e, nella quale esso non abbia dovuto appellarsi a quelle tradizioni del nostro Paese delle quali noi monarchici siamo partecipi e siano testimoni responsabili per lo meno quanto lo siete voi ».

Avvertendo che i monarchici si riservavano di risollevare la questione a suo tempo, l'on. Covelli - tra i vivissimi applausi del Centro e della Destra - ritirava l'o.d.g.

Nel 1953 lineare e coraggiosa fu l'opposizione dei monarchici alla nuova legge elettorale politica maggioritaria.

Nella nuova Camera, eletta il 7 giugno 1953, il gruppo monarchico tornava moltiplicato e con nuove imponenti responsabilità mentre anche al Senato entravano 16 Senatori eletti nelle liste di « Stella e Corona »

Tutti ricordano - e non è quindi necessario - dilungarsi su questo tema - l'atteggiamento dei Parlamentari del Partito Nazionale Monarchico nei più salienti episodi della vita parlamentare in questi ultimi anni: dal voto contrario all'VIII Governo De Gasperi, al disinteressato e determinante appoggio dato al Governo,dell'on, Pella, al voto contrario al Governo monocolore Fanfani, alla netta e coerente opposizione al nuovo quadripartito che ha sorretto i Ministeri Scelba e Segni.

Ma, sia quando ha appoggiato l'esperimento Pella, che quando si è schierato apertamente all'opposizione, il P.N.M. ha proseguito in Parlamento la propria critica costruttiva e non si è mai sottratto alle responsabilità comuni a tutti i partiti democratici e nazionali. Particolare significato ha assunto - anche in campo internazionale - il voto favorevole agli accordi di Parigi, istitutivi dell'Unione Europea Occidentale.

Imponente è stata, ed è, anche la partecipazione dei parlamentari monarchici alla discussione dei bilanci (che investe la politica generale dei singoli Dicasteri) ed al quotidiano lavoro legislativo del Senato e della Camera.

Il Partito Nazionale Monarchico ha avvertito ed avverte «l'esigenza di una politica di più ampio respiro sul piano interno e internazionale, in campo economico e sociale, quale soltanto un regime intimamente « forte » - di quella forza, beninteso, che non si affida alle baionette né alla vigilanza della polizia politica, ma che trae li suo prestigio dalla libertà può condurre.

Politica di rinnovamento nazionale, quindi, che dovrà trovare nei monarchici italiani, eredi dell'esperienza unitaria risorgimentale, i più qualificati assertori. Politica di rinnovamento nazionale che molto attende dall'orientamento delle nuove generazioni, che hanno un peso via via più sensibile nel determinare l'indirizzo politico del Paese. Alla gioventù monarchica, pertanto, il compito e la responsabilità di innalzare questa bandiera, di porsi all'avanguardia della gioventù italiana in nome delle !stanze di rinnovamento nazionale che sono istanze, come si è visto, istituzionali, costituzionali, politiche, economiche, sociali » .

« Il Partito Nazionale Monarchico rappresenta un'intatta riserva di energie al servizio del Paese e può e deve -trovare in se stesso nel suo patrimonio ideale nella consapevolezza del suo passato, nella visione del suo avvenire - la forza per assumere tutte le proprie responsabilità, sollecitando la creazione di una vasta solidarietà democratica capace di attuare la politica che il Paese attende. Molto dipenderà dal coraggio, dallo spirito di iniziativa, dalla consapevolezza, dal senso di responsabilità che le forze di derivazione risorgimentale sapranno dimostrare per ovviare il processo di ricostruzione morale e materiale della Nazione ».

 
A P P E N D I C E



Mozione unificata, approvata dal 11 Congresso del P.N.M.

Il 1 Congresso Nazionale dei P. N. M., udita ed approvata la relazione del Segretario Generale del Partito.

RIAFFERMA

La protesta solenne che i monarchici italiani - in quanto cittadini e democratici - elevano contro il Referendum del 2 giugno 1946, e l'istanza fondamentale del ritorno all'istituto monarchico, essenziale per la tradizione italiana del Risorgimento, per la garanzia dell'equilibrio dei poteri dello Stato, per quello della libertà dei cittadini, e per la pacificazione morale della Nazione, e pertanto afferma che il problema istituzionale è basilare per ragioni storiche, morali, costituzionali e politiche che si connettono alle stesse possibilità della vita, dell'unità e dell'indipendenza del Paese.

E DICHIARA PER LA LINEA POLITICA DEL PARTITO:

1) nella politica interna: la necessità di riaffermare l'autorità dello Stato ed il suo dovere di tutelare le libertà in un regime di diritto nel quale organi statuali e cittadini soggiacciano tutti del pari all'imperio della legge democraticamente stabilita, e garantita da una magistratura indipendente da ogni altro potere dello Stato; riconoscendo la particolare importanza che ha da tute-la delle libertà delle minoranze, le quali soprattutto dalla libertà possono essere vincolate all'osservanza delle leggi nella fiducia dell'avvicendamento democratico;

2) nella politica estera: la necessità di una condotta politica fermamente indirizzata verso la revisione del trattato di pace nell'intento di tutelare senza rinunzie ogni diritto italiano, nell'assoluta parità di dign-ità, di diritti e di doveri di tutte le potenze unite nell'alleanza atlantica per la difesa comune della civiltà cristiana ed occidentale; e di una particola,re condotta politica intesa a garantire la espansione e tutelare le condizioni onorevoli del lavoro italiano all'estero;

3) nella politica economica: la necessità di un indirizzo che affidi la ricostruzione del Paese alle forze sane dell'iniziativa privata, liberandone l'azione dalle pastoie di un dirigismo che moltiplica il costo della ricostruzione stessa e ne scoraggia gli sviluppi; e -di una riforma tributaria che non sia vessatoria e quindi dannosa all'economia nazionale;

4) nella politica sociale; la necessità della più alta valutazione dei diritti morali e materiali di -chiunque lavori, fondando la collaborazione tra le classi in un libero ordinamento sindacale democraticamente e costituzionalmente articolato; il quale liberi le organizzazioni sindacali dall'attuale loro soggezione ai partiti politici;

5) nella politica religiosa: la piena riaffermazione delle condizioni cattoliche del popolo italiano, nell'affermazione che Fede ed Unità religiosa sono beni troppo alti perchè possano servire a combinazioni politiche;

6) nell'ordine morale della vita nazionale: la esigenza di una pacificazione, reale e totale che - nella dimenticanza di ogni odio trascorso, e nell'abrogazione per tutti di tutte le leggi eccezionali e di ogni loro ,conseguenza penale ed amministrativa, nonché nella resistenza ad ogni nuova suggestione di leggi eccezionali per chiunque - riconduca tra tutti gli Italiani che amano soprattutto la Patria la piena possibilità di operare insieme per la rinascita dell'Italia.

Mozione approvata dal Congresso Nazionale Giovanile

Il II Congresso Nazionale del Movimento Giovanile del P. N. M., riunito a Napoli il 27-28-29 novembre 1954, constatato che dall'esame della situazione politica italiana appare necessario iniziare un coraggioso processo di chiarificazione al fine di determinare le altrui e le proprie responsabilità storiche, richiama l'attenzione di tutti i cittadini ai loro doveri di partecipazione totale alla vita dello Stato.

Indica nel P. N. M., efficiente nel suo apparato e nei suoi quadri lo strumento politico più idoneo ad intraprendere quell'azione che il tempo storico richiede; manifesta la necessità di intraprendere un'azione diretta a spezzare ogni falso monopolio di democrazia, progresso e socialità, ed a riformare un malcostume che è morale e politico.

Addita alla Nazione le responsabilità di questa crisi che non è di società, ma di metodo e di istituti e che ricade sui partiti dell'attuale inorganica coalizione governativo -repubblicana;

ritiene che una progressiva azione destinata ad accogliere e risolvere il desiderio di giustizia sociale del popolo, debba, essere accompagnata da un'opera di educazione politica e di ricupero alla, democrazia delle masse e nel contempo debba: dimostrare la propria intransigenza politica nei confronti di quelle formazioni antinazionali e comuniste che speculano sulle necessità degli umili;

auspica un inserimento effettivo della Nazione italiana nella vita internazionale, in considerazione non solo della sua consistenza economica ma anche della sua capacità di contribuire alla difesa del mondo e del valore della civiltà occidentale;

afferma la necessità della integrazione dei naturali confini nazionali determinati per diritto storico e determinanti per l'unità morale e spirituale della Nazione.

sabato 2 luglio 2011

Che ci facciamo là?

Un altro Caduto. Un altro Soldato d'Italia perso in un paese lontano.
Non possiamo che associarci al cordoglio nei confronti della Famiglia e particolarmente della giovane vedova. Lo facciamo pubblicamente come lo abbiamo fatto silenziosamente tutte le altre volte.
Lo facciamo orgogliosi di aver vestito la stessa divisa, le stesse stellette, di aver fatto lo stesso giuramento di fedeltà all'Italia, checché repubblica, perché ce lo diceva il Re : l'Italia innanzitutto.
Ma adesso dopo anni, soldi, mezzi e soprattutto vite umane è doveroso chiedercelo. Che ci facciamo là? Che ci facciamo ancora là?
Va bene essere inseriti nelle alleanze e fare la propria parte, va bene non tirarsi indietro, va bene, ammesso che davvero vada bene, esserci stati. Ma adesso a che pro?
Spendiamo infinitamente di più di quanto un paese alla canna del gas come il nostro si possa permettere, sacrifichiamo vite, dolore, famiglie e cosa abbiamo in cambio?
Un seggio all'Onu? Un qualcuno che ci dia retta? Uno che ci prenda sul serio?
Nulla di tutto ciò: siamo un grande paese con un peso specifico pari ai numeri negativi.
Ci blandiscono quando c'è da fornire materiale umano altamente qualificato e ci voltano le spalle quando c'è da pagare qualcosa in termini di credito internazionale.
E' ora di riportare a casa i nostri militari. Di riportarli tutti e di impiegarli in Patria a fare il loro dovere.
Si risparmia di tutto. In primis la vita dei soldati. Poi anche un'infinità di danari che cacciamo di tasca nostra levandoli dalle tasche di tanta povera gente. E, purtroppo, quello che è peggio, senza niente in cambio.
Riportiamoli a casa!

Ecco come il Pci militarizzò la nostra storia


di Eugenio Di Rienzo

Un saggio di Gilda Zazzara ricostruisce le vicende di un progetto egemonico che voleva monopolizzare lo studio del ’900 e della Resistenza. Ma la ricercatrice è troppo indulgente verso chi trasformò la conoscenza in arma politica

Il volume di Gilda Zazzara (La storia a sinistra. Ricerca e impegno politico dopo il fascismo, Laterza, pagg. 208, euro 20) sostiene una tesi difficilmente condivisibile e anzi del tutto erronea. Secondo l’autrice, solo dopo il 1945 e grazie all’opera d’intellettuali e politici del Pci e del movimento azionista «gli studiosi italiani riuscirono a sviluppare con la politica un rapporto peculiare e complesso, che accompagnò la gestazione di una nuova e autonoma disciplina storiografica: la Storia contemporanea».
Nulla di più inesatto di questa ricostruzione, se si pensa che fin dal 1917 la Nuova Rivista Storica, fondata da Corrado Barbagallo, iniziava le sue pubblicazioni con una serie di articoli dedicati a esaminare le conseguenze politiche, economiche e sociali della Grande Guerra e che, anche prima di quella data, altri grandi maestri, compreso lo stesso Croce, si cimentarono con l’analisi della «storia recente e recentissima».
Il 16 gennaio 1906, infatti, Gioacchino Volpe proponeva a Salvemini di creare «una rivista destinata ad allontanarsi dai lavori in cui l’erudizione sia scopo a se stessa, per agitare invece questioni larghe e vitali che riguardino i problemi della nostra epoca».
[...]
«Tutto quello che possiamo fare noi che abbiamo necessariamente ancora una certa posizione passionale nei confronti del fascismo», sosteneva il vecchio oppositore di Mussolini, «è invece segnalare agli studiosi quel che sappiamo per esperienza sofferta», mettendoli in guardia dalle testimonianze dei reduci della guerra civile che «sono troppo spesso ingannevoli e anzi costruite ad arte allo scopo di trarre in inganno».

Dov’è finito l’archivio Savoia?


di Nicola Tranfaglia

"Il Fatto Quotidiano", 29 giu. 2011




C’è un giallo aperto sull’archivio dei Savoia, arrivato nel 1993 all’Archivio di Stato di Torino, che accoglie i fondi plurisecolari della dinastia sabauda. Lo aveva denunciato Giorgio Calcagno, un giornalista del quotidiano torinese La Stampa, che il 21 febbraio di quell’anno scriveva: “Il 60 per cento del materiale che Umberto II voleva trasmettere allo Stato italiano non c’è. Molte altre carte non si erano trovate neppure a Villa Italia, a Cascais, dove l’ultimo re d’Italia le custodiva. E uno storico dell’Italia liberale, che insegna nell’Università di Bologna, Fulvio Cammarano, intervistando la direttrice dell’Archivio torinese, Isabella Massabò Ricci, aveva cercato, in quell’occasione, di approfondire il problema. Ma questo resta ancora, dopo 18 anni, del tutto insoluto: nel verbale di consegna da parte degli eredi di Umberto si afferma che sono stati collocati in archivio 217 dossier, ma ne mancano ancora 129 tra quelli che la commissione italiana mista, composta da Emilia Morelli, Vincenzo Gallinari e dagli esponenti di famiglie nobiliari vicini alla dinastia (il marchese di Suni, il dr Luigi Sella, il conte Niccolò Pisolini dell’Onda e Aimone di Seysell), aveva selezionato nella residenza reale in esilio. Ora è vero – e se ne parlò già allora tra gli appassionati – malgrado l’attenzione con cui la commissione italiana aveva condotto la ricerca a Cascais in quattro giorni di intenso lavoro nelle carte reali, non trascurando neppure la scrivania di Umberto II nel suo studio privato (ancora munita di sigillo) nelle carte depositate all’Archivio di Stato di Torino non c’è quasi nulla sul Novecento , sul fascismo, sulla luogotenenza di Umberto, sui rapporti tra Vittorio Emanuele III e Mussolini che sarebbero stati di grande interesse per gli storici italiani e stranieri dell’età contemporanea. La direttrice dell’Archivio torinese non ebbe dubbi, come non li ha mai avuti chi scrive: “Sono nelle mani degli eredi Savoia – ha dichiarato la Massabò Ricci – cioè in Svizzera”. E da lì – aggiungo io – non sono mai partiti né lo Stato italiano ha mai condotto in questi anni le azioni necessarie per costringere gli ultimi eredi a consegnare quelle carte preziose. Il nostro, lo diciamo da tempo, è un paese senza memoria ma, per quanto riguarda l’ultimo secolo, è molto difficile coltivarla, visto che gli archivi della monarchia per il Novecento non esistono e quelli della Chiesa, per quanto riguarda quel secolo, restano in buona parte chiusi come peraltro anche quelli statali, vista l’applicazione rigorosa del segreto di Stato che né i governi di centrosinistra, né tanto meno quelli di centrodestra hanno mai deciso di limitare, in maniera adeguata (come invece hanno fatto, dagli inizi del Ventunesimo secolo, gli inglesi e gli americani). Qualcuno dirà a questo punto: ma a noi che cosa importa degli archivi dei Savoia? Il fatto è che, sul piano della storia, mancano ancora molti tasselli per ricostruire la storia della dinastia nel nostro Paese. Questo è vero, tanto più che l’unico libro uscito sull’argomento è stato nel 2007 il volume I Savoia pubblicato dall’editore Einaudi (divisione da alcuni anni della casa Mondadori e proprietà dell’attuale presidente del Consiglio. Ci sono peraltro, altri editori come Laterza che dicono più volte no, in maniera pregiudiziale, ad autori scomodi per gli attuali equilibri politici, come ho potuto già verificare in maniera diretta e personale). Il libro einaudiano è stato curato da uno storico di vaglia come Walter Barberis che insegna nell’Ateneo torinese e ha curato, con Giovanni De Luna, le grandi mostre storiche per i cento-cinquant’anni dell’Unità d’Italia. Mi sarei aspettato, quindi, un libro esauriente sulla dinastia sabauda di cui continuiamo a sapere non molto soprattutto per la parte più vicina, se si esclude l’ottimo volume, sul piano della storia istituzionale, su La monarchia fascista di Paolo Colombo edito da Il Mulino. Ma questo purtroppo non è stato, giacché il volume a cura di Barberis contiene un saggio storico sintetico di una trentina di pagine del curatore (senza nessun cenno al problema archivistico scottante), un saggio di 40 pagine di Christopher Storr sugli equilibri internazionali nel Sei-Settecento, un saggio di 30 pagine di Geoffrey Symcox, un altro di Andrea Morlotti di 20 pagine sulla dinastia nei secoli dell’età moderna e sugli ordini cavallereschi , un altro di Paola Bianchi sulla Corte sabauda e una serie di brevi interventi di vari autori sui problemi di scienza, tecnologia e politica legati all’esperienza dinastica dei Savoia. Leggendo le 240 pagine che compongono il volume della Biblioteca Storica Einaudi, curato da Barberis, mi è venuto in mente un episodio che vissi quasi 30 anni fa in Giappone quando, in occasione di un seminario di alcuni giorni nel-l’Università pubblica di Tokyo, un collega di quel paese mi spiegò che fino a quel momento non esisteva una bibliografia storica attendibile e documentata su Hiro Hito, che era stato negli anni Trenta e Quaranta l’imperatore giapponese legato al regime militarista che aveva condotto il paese all’alleanza con la Germania e con l’Italia e alla catastrofe della Seconda guerra mondiale. Là c’era ancora un problema di veto reale, di maestà che non poteva essere lesa. E in Italia oggi ? 



http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=86787

IL CASO SAVOIA IN CASA SAVOIA

IN ONDA DOMENICA 3 LUGLIO 2011 ALLE 13.25




In questa puntata Philippe Daverio parla dell’importanza che ha investito il ramo cadetto dei Savoia Carignano nell’atto dell’unificazione italiana.

Il racconto di Daverio sui Savoia Carignano si svolge quasi interamente all’interno del Castello di Racconigi, nei pressi di Cuneo, luogo di rara bellezza e di grande interesse storico. Il castello fu fatto costruire nel 1676 da Emanuele Filiberto di Savoia Carignano che affidò il progetto algrande architetto Guarino Guarini. Il risultato fu un edificio straordinario, diventato un prototipo per le altre monarchie europee. È da qui che prende il via l’idea che il barocco non sia un modello architettonico valido solo per le chiese, ma uno stile perfettamente applicabile anche ai palazzi dei principi. Una dimostrazione di questo trionfo barocco che il Guarini ha messo in mostra a Racconigi è già nella facciata, assolutamente normale nella sua essenza, ma deliziosamente messa in movimento da una briosa serie di volute e di artifici decorativi. Anche i successivi interventi sono degni di nota, quelli settecenteschi e ancor di più quelli ottocenteschi dove emergono tutte le possibili declinazioni del neoclassicismo.

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