NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 18 marzo 2023

A quarant’ anni dalla morte del Re Umberto II

 


di Emilio Del Bel Belluz

ll 18 marzo 1983 moriva in terra d’esilio, a Ginevra, il Re Umberto II. Aveva lasciato l’Italia il 13 giugno del 1946, dopo il referendum istituzionale che vide vincitrice la repubblica per oltre un milione di voti. Dopo i risultati si parlò subito di brogli elettorali e, a Napoli e in altre città, ci furono degli incidenti dove morirono alcuni giovani monarchici. Il Re per evitare una guerra civile, scelse di partire per l’esilio, anche perché gli avevano detto che sarebbe stato per un periodo limitato, fino a quando le cose si fossero tranquillizzate. Il Re Umberto II partì per l’esilio, accompagnato all’aeroporto da alcuni fedelissimi. Non si volle dar pubblicità alla sua partenza per evitare un bagno di folla che lo salutasse e temendo degli incidenti. Dalle foto d’epoca e dai filmati lo si vede in alcuni momenti con il volto sorridente che saluta le poche persone presenti, ma il suo cuore era rivolto a quei dieci milioni di elettori che avevano scelto di votare per la monarchia e per i Savoia, la cui storia millenaria aveva fatto l’Unità d’Italia. Prima di partire una donna si avvicinò al Re con un sacchetto di terra, dicendo al sovrano di portarla con sé perché era terra italiana e che forse l’avrebbe fatto sentire meno solo. Il sovrano con la gentilezza che lo contraddistingueva, accettò questo dono, nato da quei buoni sentimenti che il popolo italiano ha sempre avuto. Successivamente raccontò a un giornalista che subito dopo il decollo aveva la morte nel cuore, e le lacrime gli scendevano copiose sul volto. Qualcuno disse che i Re non possono piangere mai, ma il buon Re Umberto II comprese benissimo che non avrebbe più rivisto il suo Paese. Il viaggio verso l’esilio non fu facile: “Il giorno che dovetti abbandonare l’Italia, sul Mediterraneo trovai un tempo pessimo. L’aereo faceva fatica a mantenere la rotta, e giunti che fummo sulla Sardegna venne preso come una foglia in mezzo all’uragano. Più volte passammo tra i fulmini, più volte credemmo d’essere sul punto di precipitare. Ad un certo momento il pilota gridò che era impossibile proseguire, che non rimaneva che tentare di tornare indietro. – Dobbiamo proseguire! – gridai. - Io non posso tornare in Italia -. E proseguimmo. Ebbene, perché non dirlo? Per religioso ch’io sia, più volte durante quel viaggio invocai la morte.” (Ezio Saini – Quattro principi in esilio -). Qualche ora dopo il Re Umberto II giunse a Barcellona dove lo accolsero le autorità spagnole. Il giorno successivo arrivò a destinazione e poté riabbracciare la famiglia e i figli. La vita da Re in esilio non fu facile perché la nostalgia era la sua nemica principale.  In un articolo comparso nelle colonne del Gazzettino il 1° giugno 2019 l’attuale Ministro della Giustizia, Carlo Nordio scrisse: “- Gentiluomo - Umberto II si comportò da gentiluomo. Pur contestando l’interferenza di De Gasperi e il risultato delle urne, si rassegnò alla sconfitta, risparmiando al Paese una ennesima controversia estenuante ed inutile. Il 13 giugno salutò commosso i suoi collaboratori, e partì per l’esilio. Non fu ripagato di tanta signorilità. Con una disposizione assurda quanto meschina, la nuova Costituzione avrebbe impedito l’accesso in Italia anche dei suoi figli maschi. Comunque, pochi giorni dopo la Cassazione confermò i numeri di Romita”.  Il Re Umberto II visse la sua vita in esilio in terra portoghese, arrivando al paese di Cascais che allora era un paese di poveri pescatori.   Divenne amico di quelle umili persone, con quella gente cercò di dimenticare i dolori che la vita non gli aveva risparmiato. Era un re cattolico e alla domenica si recava alla Santa Messa nella piccola chiesa del paese. Si metteva nel primo banco, a destra, vicino alla statua della Madonna. Quel posto era sempre lasciato libero perché era il posto del Re. Con sé aveva il libro della messa che sua madre, la Regina Elena gli aveva donato. Alla fine della cerimonia molti poveri della zona gli chiedevano l’elemosina e il Re cercava di accontentare tutti. La sua fama di uomo gentile si sparse nella zona e molti andavano a messa per vederlo. Molte volte ho immaginato il mio Re in esilio, avvolto da una   terribile solitudine e nostalgia che ognuno prova nell’essere ingiustamente allontanato dalla propria Patria. In una foto trovata in una libreria d’antiquariato si vedeva il Re che osservava l’oceano, e sperava che una delle navi viste in lontananza, potesse raggiungerlo per condurlo in Italia. Sul retro della fotografia vi erano scritte due frasi che citava spesso: una dello scrittore americano James Baldwuin:” Una delle ragioni per cui la gente si aggrappa così tenacemente all’odio è che sembrano avere la sensazione che una volta svanito l’odio gli resterà solo il vuoto e la pena”. L’altra era del grande scrittore Aldous Huxley:” Gli uomini non imparano mai nulla dalle lezioni della storia. E questa è la più importante lezione che la storia ha da insegnarci”.  L’’unica cosa che si poteva imputare a questo Re era di sicuro il bene che voleva al suo popolo e la generosità che ha sempre dimostrato nei confronti degli italiani in difficoltà.  Non potendo venire personalmente nel nostro Paese, aveva nominato come suo uomo di fiducia il Ministro della Reale Casa Savoia, Falcone Lucifero. Costui nei momenti difficili e nelle tragedie che colpirono l’Italia, portava aiuti economici donati dal Re.  A Motta di Livenza, durante la terribile alluvione che sommerse il paese, nel novembre 1966, il Re colpito profondamente da questa tragedia fece arrivare conforti economici alle popolazioni. Questa verità l’ho trovata scritta in una delle tante lettere di persone che lo ringraziavano per l’aiuto ricevuto. Nel passare degli anni non mancò mai d’incontrare coloro che lo andavano a visitare, e si intratteneva con loro come un caro amico. Quando poi li accompagnava, sentiva più forte la malinconia dell’esilio, perché non avrebbe potuto seguirli. Dalle cronache del tempo e dai molti racconti sentiti, la descrizione del Re era sempre quella di un uomo gentile, generoso e leale. Qualcuno disse che sarebbe stato un buon Re se avesse potuto governare in Italia. Molti lo amavano talmente tanto che spesso gli scrivevano, e il Re aiutato dalle persone che gli stavano accanto, rispondeva a tutti. Tanti di questi italiani gli chiedevano una foto con dedica, e questa richiesta veniva sempre esaudita. Personalmente ricevetti la foto del Re con una dedica che ho incorniciato e posta nella mia biblioteca e, alcuni anni dopo, mi fu spedito un suo libro, sempre con la sua firma. Sono stati dei regali che hanno saputo rendere felice una persona. La figura del Re veniva rappresentata anche da questi piccoli gesti. Tacito diceva “Chi è nato da una nobile stirpe anche nella sventura conserva la nobiltà”. Questa nobiltà la mantenne inalterata per tutta la vita, anche nei momenti difficili della malattia che sopportò senza lamentarsi. Da buon cattolico invocava l’aiuto del Signore.  Quando seppe che gli rimanevano solo pochi mesi di vita, chiese ai politici italiani di poter ritornare nel suo Paese per rivedere i luoghi che tanto amava. Ma il suo ultimo desiderio non fu esaudito. Penso alla frase del noto giurista Francesco Carnelutti: “L’Italia è la culla del diritto e la tomba della giustizia”. Ebbi l’occasione di vedere una foto che lo raffigurava quando era degente in un ospedale londinese, colpito da un tumore che lo stava lentamente uccidendo. I suoi occhi nello stesso tempo erano quelli di una persona che non temeva nulla, eccetto il giudizio di Dio. La morte lo colse in un ospedale svizzero, e in quel momento lo liberò dai tanti tormenti della vita. Allora fui tra le migliaia di persone che andarono al suo funerale Francia. Molti sventolavano la bandiera con lo scudo Sabaudo, ed erano coloro che non si erano arresi alle difficoltà del duro e lungo viaggio. Fui tra quelli che arrivarono subito dopo che il corpo del Re era stato esposto nella abbazia di Hautecombe. La bara era aperta, sopra vi era stesa la bandiera Sabauda, era vestito con l’uniforme da generale ed il viso era scolpito dalla malattia. L’emozione fu tanta, come copiose furono le lacrime che versai. Essendo tra i primi che arrivai nella Savoia a Hautecombe, fui testimone del seguente fatto. Mi trovavo all’interno dell’abbazia. Mi ero messo a pregare, quando sentii alcune frasi intercorse tra le due guardie del Pantheon, ignare della mia presenza. Uno dei due disse che quel gesto non si poteva fare, ma l’altro alla fine si chinò e fece una carezza al volto del Re. Pensai che era la carezza che gli italiani avrebbero voluto fare a una persona dal cuore così grande. A Motta di Livenza, il signore Antonio Carlo Lippi, alla fine della guerra, il 2 giugno, esponeva dal suo balcone la bandiera Sabauda.  Quando lo faceva, mi raccontava in questi giorni sua figlia Vanda, arrivavano i carabinieri che lo obbligavano a toglierla, ma lui, subito dopo, la rimetteva. Ogni anno anch’io espongo la bandiera Sabauda nel giorno dell’anniversario della morte del re ed il 2 giugno, non riconoscendo la festa della repubblica. Dopo la sua morte, sulla sua scrivania, furono ritrovati due fogli scritti di suo pugno. 

 

«Dal testamento di San Pietro I Vladika del Montenegro.

"Io mi avanzo pieno di speranza alle soglie del Tuo Divino Santuario

la cui fulgida luce ravvisai sul sentiero misurato

dai miei passi mortali.

Alla Tua chiamata io vengo tranquillo..." ».

 

Una citazione di una lettera di san Paolo ai Corinti, copiata in latino e tradotta in italiano:

«Mihi autem pro minimo est ut a vobis iudicer (aut ab humano die). Sed neque me ipsum iudico. Nihil enim mihi conscius sum sed non in hoc iustificatus sum; qui autem iudicat me, Dominus est».

Traduzione del Re:

«Poco importa a me d'essere giudicato da voi (o da un tribunale di uomini) né mi giudico da me stesso, poiché non ho coscienza di aver commesso alcunché ma non per questo sono giustificato: mio giudice è il Signore».


Nessun commento:

Posta un commento