NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 23 agosto 2020

Fernando De Rosa, l’attentatore del Principe Umberto di Savoia nel 1929


 di Emilio Del  Bel Belluz .

I fatti accaduti spesso vengono trasformati dagli storici, dai giornalisti, perché sono guidati dall’ideologia politica. Il mondo muta ogni giorno, vediamo nuove intelligenze che pensano di sapere  tutto di qualsiasi argomento. Ricordo molto bene che all’Università di Trieste avevo conosciuto un professore che stimavo molto, si trattava del nobile Fulvio Crosara.  Le sue lezioni sarebbero dovute essere registrate e trascritte direttamente, ogni pagina sarebbe diventata una pagina di verità. Il vecchio professore era stato in gioventù un buon ufficiale del Re e ne andava fiero. Ricordo molto bene che una sera dopo che aveva finito la lezione, mi intrattenni  a parlare di storia. Il professore disse che aveva dedicato l’intera vita allo studio del Medioevo, ed era convinto d’aver imparato e conosciuto solo una piccola parte. Aveva la modestia di chi è saggio. In questi giorni dopo aver scritto qualche pagina sul vile attentato che costò la vita a Re Umberto I, mi venne tra le mani un giornale che raccontava dell’attentato contro l’allora Principe di Casa Savoia, Umberto, da parte di Fernando De Rosa. Il principe Umberto non aveva altro scopo in Belgio che quello di far visita alla sua fidanzata, la principessa Maria Josè. 
Quel giorno aveva voluto anche rendere omaggio al Milite Ignoto belga. La cerimonia aveva postato numerose persone, che a mala pena erano state transennate dai militari. Il principe era stato presentato alla folla ricevendo una grande ovazione, il calore dei belgi si era fatto sentire. In loro c’era l’orgoglio di imparentarsi con una delle dinastie  più vecchie d’Europa: i Savoia che avevano radici fin dal 1100. Nel momento più importante si è sentito un colpo di pistola, che ha richiamato l’attenzione. Uno degli agenti presenti con un balzo si buttò addosso all’attentatore e con un pugno riuscì a far deviare il colpo. Le cronache dicono che il principe Umberto non si fosse neppure scomposto, continuò la sua visita e tributò l’onore al Milite Ignoto, come se nulla fosse. Nessuno può dubitare della lucidità che ebbe Umberto, e quella freddezza che soli i forti hanno. 
Dopo l’attentato, appena giunto a conoscenza il  Re del Belgio, Alberto raggiungeva subito il principe nell’ambasciata d’Italia. Nella rivista socialista La Parola del Popolo  gennaio -marzo 1953 si trovano scritti l’odio per Casa Savoia, e l’odio per il Principe. Una totale difesa verso l’attentatore che non meritava l’aureola di santo. Nessuna violenza può avere delle giustificazioni. Leggendo queste pagine mi sono immerso nel mondo socialista e ne sono rimasto sconvolto, non riuscendo a capire la difesa dell’attentatore, anzi del martire che si immola per una giusta causa. Trascrivo con precisione quello che mi ripugna di più:

  “ La prima giornata fu riservata all’interrogatorio dell’imputato ed alle testimonianze a carico. Quando De Rosa si alza per parlare l’assemblea è vinta da un senso di commozione e di simpatia. Le ragioni, egli dice, che il 24 ottobre 1929 mi portarono a Bruxelles e mi indussero ad agire, ebbero origine da motivi così intimamente legati ad alcuni avvenimenti  della mia infanzia e della mia adolescenza che non potrei parlare della loro genesi senza dire in succinto quale è stata la mia vita”  Egli si rifà quindi alla sua adolescenza colpita nell’animo dalla strage di Torino, che fu la causa e l’inizio del suo antifascismo; la conoscenza di Gobetti, la sua maturazione socialista, fino alle sue ultime parole attinenti all’attentato di Bruxelles: “ E’ vero, ho voluto uccidere il principe ereditario di una Casa Regnante che aveva ucciso la libertà del mio Paese. Ho sentito che quando questo giovane principe si atteggiava a fascista, concedeva interviste a giornali Mussoliniani, vestiva l’uniforme fascista, era apertamente solidale con gli assassini di Matteotti. 
I principi  ben raramente in Italia partecipavano alle votazioni politiche, ma per l’ignobile truffa del plebiscito, il principe Umberto si recò ostentatamente a votare. Ho pensato ai carcerati, agli esuli, alle vittime ed ho voluto fare giustizia. Ma sono per questo un criminale? Invito i miei giudici ad uscire dalla tranquillità  sociale e di libertà del Belgio. In Italia si condannano persino i parenti dei coraggiosi che osano protestare, in Italia un  attentato non era possibile senza sacrificare le persone più care.  
L’attentato Zamboni insegna. Quel fatto mi aveva indotto a non parlare ad alcuno dei miei propositi. Capisco che la violenza è deplorevole  in Paese libero; ma dove manca la libertà essa è sacrosanta. Ho letto in carcere nei libri che nel criminale comune la ragione lo trattiene mentre l’istinto lo spinge a delinquere. In me l’istinto rifuggiva con orrore dal fatto di sangue, la ragione me lo imponeva come suprema opera di giustizia. Così, quando decisi di venire a Bruxelles, sapendo dell’arrivo del principe dovetti sostenere una lunga lotta con me stesso. Mi vinsi leggendo alcune pagine di Mazzini sul dovere di abbattere il tiranno, vinsi me stesso soprattutto pensando che il primo sacrificato sarei stato io. Non credevo di uscire vivo da quella piazza, non volevo fare altre vittime innocenti. E per questo che sparai il primo colpo solo per dilagare la folla che stava attorno al principe e farmi un varco che mi consentisse di avvicinarmi sino a cinque o sei metri. Non voglio negare  nessuna mia responsabilità. Mi misi a correre in avanti sempre tenendo l’arma in pugno gridando : viva Matteotti!  Uno sgambetto mi fece cadere, l’arma mi cadde di mano e poi … “ C’ est Tout.”  “Pure il Belgio aveva sentito il valore etico e politico che si sprigionava dal fatto e dal suo autore. Tutti ne parlavano e, ben diversamente da quanto avveniva in Italia in quel tempo, l’attentatore era circondato da una simpatia calda e solidale.  
Persino i “ benpensanti” erano convinti che se era necessaria una condanna per salvare il principio nessuno, salvo i pochi fascisti belgi al seguito di Leon Degrelle, era severo verso questo giovane italiano, nessuno si rifiutava di ammettere che l’autore, nel compiere il suo gesto, era stato animato soltanto dall’amore per la libertà del proprio Paese. V’era poi il dramma intimo che molti intuivano : Fernando De Rosa non aveva voluto uccidere, ma si dichiarava colpevole e cercava una condanna perché il suo atto conservasse tutta la potenza dimostrativa, che sarebbe stata diminuita da una sua assoluzione”. Il De Rosa venne condannato a cinque anni di reclusione, che si ridurranno poi a uno, con la buona condotta. Le uniche contestazioni al verdetto furono quelle dei fascisti di Leon Degrelle, che non accettavano il giudizio così clemente. Per i suoi avvocati era una vittoria dell’antifascismo. 
Il futuro Re d’Italia sapeva  quale strada difficile avrebbe dovuto percorrere. Il buon Umberto nel suo cuore spesso si domandava perché ci fosse tanto odio in certe persone, un sentimento che lui non aveva mai posseduto. L’odio alberga solo nelle persone povere di spirito e meschine. La vita del futuro Re non fu facile, e come si recita nella preghiera “Salve Regina”, anche lui incontrò la valle di lacrime.  “ A sua  madre scriveva : abbi coraggio, mia cara, tu devi pensare che non ho catene ma il calorifero. Nel Belgio si era rinunciato a quell’avanzo del  Medio Evo che è lo spirito di vendetta. Forest può essere considerata come una della migliori prigioni del mondo: il giornale, le conferenze, la musica ogni domenica e i libri! Non ho nessuna ragione per posare a martire. E credi tu che a un giovane non sia grande il conforto di avere veduto le lacrime agli occhi di Turati e tremare d’emozione Rossetti? L’amicizia di questi uomini valenti e buoni è una grande cosa; ma soprattutto sono contento perché ho constatato che in questo orribile tempo d’egoismo vi è ancora chi consacra la vita alla causa e che la nuova generazione rifiuterà di mangiare il pane della schiavitù”.  
Questa lettera fa seguito a una della madre, a cui va l’amore compreso per il figlio, nessuna madre condannerebbe un proprio figlio. Una donna che nella sua sofferenza non può trovare risposte. “ Il mio Fernando”, scrive la signora De Rosa, madre del martire, “ uscito dal carcere La Forest (Bruxelles) nel marzo 1932, fu ospite dell’avvocato Spaak per due mesi. Quindi espulso dal Belgio e dalla Francia, si rifugiò in Spagna.  Questa fotografia è l’ingrandimento della piccola fotografia applicata alla tessera  del Partito Socialista nel 1932. Aveva 24 anni.- La mamma .” Torino, 16 settembre 1952”.  Quello che non riesco a capire come mai il De Rosa fosse così amato da essere espulso dal Belgio e dalla Francia, e  quindi dovette rifugiarsi in Spagna dove partecipò alla guerra civile e vi morì .

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