NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 7 gennaio 2016

La Monarchia e il Fascismo - XIII capitolo - VI

Con un po' di dispiacere pubblichiamo l'ultimo capitolo di quest'opera di cui alcune parti meriterebbero di essere mandate a memoria.
Seguiranno alcune pagine di appendice molto interessanti relative alle votazioni parlamentari che costituirono la chiave di volta per la resa della democrazia parlamentare al Fascismo.
Crediamo di aver fatto cosa buona.



Riconoscimento giuridico delle Camere del lavoro, libertà di sciopero e 8 ore di lavoro, che portarono al miglioramento dei salari. Redenzione delle lavoratrici delle risaie, assicurazioni sociali, divieto del lavoro notturno delle donne e dei fanciulli, spezzettamento del latifondo, conversione della rendita, statizzazione delle ferrovie, ammissione delle cooperative ai pubblici appalti, istruzione obbligatoria e lotta contro l'analfabetismo, legge del perdono, ampia libertà religiosa, riposo festivo, suffragio universale, primo maggio consacrato ufficialmente festa del lavoro e finalmente i ripetuti inviti alla classe operaia ad assumere la responsabilità del potere.

Sotto il suo Regno si rinsaldava l'Intesa cordiale con Inghilterra e, Francia, ottenendo via libera per la conquista della Libia. Intanto la nostra Marina mercantile dal 7° passava al 3° posto e con l'apoteosi di Vittorio Veneto l'Italia assurgeva al rango di Grande Potenza. Mentre le conquiste ottenute in regime di libertà costituzionale miravano a raggiungere con l'elevazione morale e materiale del popolo la pacificazione sociale, l'Italia auspice la Monarchia dei Savoia si poneva fra le nazioni d'Europa alla testa delle riforme e la sua economia, con una finanza granitica, si migliorava al punto che la nostra lira carta faceva premio sull'oro.

Vittorio Emanuele è caduto sotto il peso di colpe non sue, è caduto vittima degli errori di questa nostra disgraziata umanità miserabile e miseranda. E' stato ingiustamente e crudelmente gettato nel Tevere da quel suo popolo ch'Egli aveva energicamente difeso ed umilmente ascoltato, seguito e servito, soltanto perché volle a qualunque costo, in ogni occasione, evitare lo scatenarsi della guerra civile. Egli appare colpito dalla tragica grandiosità di un dolore cupo ed inconsolabile, come un eroe sconfitto, sperduto in una immensa solitudine, avvolto in una angosciosa tragedia. Ma la storia non può mentire. Già si delinea la riabilitazione del Vecchio Sovrano: Egli a poco a poco si risveglia. La storia dovrà assolvere la Monarchia innalzata dalla tradizione millenaria, consacrata dagli eroismi del Risorgimento e dai plebisciti popolari, mentre condannerà tutto ciò che è nato dalla frode, nel terrore delle repressioni, delle intimidazioni, delle imboscate, dei colpi alla nuca, delle fucilate proditorie dietro le siepi. La guerra è stato un errore? Non per questo si sputa sui soldati che l'hanno combattuta. I popoli forti, i popoli generosi devono saper confortare anche gli sconfitti.

Noi ammettiamo che la forma repubblicana si addica a molte nazioni, ma neghiamo che essa sia benefica all'Italia, a questo nostro meraviglioso e sfortunato Paese, che dopo avere conosciuto la grandezza e lasciato orme millenarie in tante parti del mondo, visse secoli di annientamento senza espressione unitaria consumando le molteplici energie in nuclei regionali mai affratellati fra loro, il più delle volte ostili, spesso dilaniati da guerre fratricide, sempre influenzata dal dominio della Chiesa.

Noi siamo monarchici e siamo dinastici, poiché ci sentiamo attaccati ai Savoia, che ebbero origine nel piccolo Piemonte e contarono fra loro Santi, guerrieri e audaci riformatori antagonisti delle baronie feudali. Richiamare la Monarchia Sabauda vuol dire rendere giustizia a un secolo e più di patimenti, sofferti per aspirazioni insoddisfatte. Vuol dire ridare agli italiani il senso e la responsabilità dell’Unità nazionale, vuol dire rievocare la Gloria del passato, quella Gloria che è l'idealismo, che è il pane spirituale degli umili. La Gloria degli Amidei, dei Filiberti, degli Emanueli e degli Eugeni. Vuol dire tutta la storia risorgimentale.

Si è osato chiamare l'azione dei Comitati di L. un secondo Risorgimento! Ma il Risorgimento fu la espressione più schietta, più generosa e spontanea della solidarietà nazionale, mentre l'essenza dei Comitati si ispirò all'odio ed al rancore politico scatenato in una guerra civile. La Repubblica quindi, nata in una atmosfera di bolscevismo materialista, è l'antiRisorgimento.

Questo maturò il trionfo dell'idea nazionale e la liberazione dallo straniero donde emanarono i bagliori dell'Unità della Patria: è il fermento donde scaturirono i sublimi sacrifici dei martiri del 21, di Tito Speri e di quelli appesi alle forche di Belfiore; la vita esemplare di Emilio Dandolo e di Daniele Manin, di Manara, di Mameli, di Nino Bixio; l'epopea degli studenti di Curtatone e Montanara; lo spirito combattivo delle truppe di Solferino e San Martino, di Novara e di Porta Pia; il fuoco e il furore dei Mille, dei volontari di Mentana e di Bezzeca, di Pisacane e dei fratelli Bandiera. Veri eroi perchè tutto donarono e nulla chiesero.

Sacrificando la Monarchia si è offuscato quel simbolo luminoso disceso dalla Poesia e maturato nei secoli per cui il pensiero di Mazzini e la spada di Garibaldi si erano ricomposti nella realtà del popolo risorto e nella Gloria, della quale il destino l'aveva precinta.

Solo nella Monarchia è il Risorgimento.

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