NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 29 aprile 2014

La Monarchia e il Fascismo - sesto capitolo - IV

I partiti in crisi - Benedetto Croce contro le opposizioni ed in difesa del fascismo così come i  popolari ne vogliono  il trionfo

Alle minacce mussoliniane liberali, demosociali e popolari rispondono con atti di sottomissione  ione. Anzi, l'on. Luigi Fera, personalità spiccata della democrazia massonica afferma che «i democratici trovano nel fascismo i principii fondamentali su cui si ispira la dottrina democratica». Di Cesarò e Salandra, Orlando e Gasparotto si trovano l'uno accanto all'altro nella difesa di uno stesso indirizzo, di uno stesso sistema di governo. Enrico Ferri, il vecchio tribuno socialista dominatore delle folle nell'ante guerra, in una intervista all'Echo de Paris dichiara: «Durante quest'anno Mussolini ha compiuto il lavoro - malgrado la mancanza di collaborazione dei comunisti, dei socialisti, e dei repubblicani - che il nostro Parlamento non avrebbe potuto compiere in dodici anni ».
Vilfredo Pareto - che non fu mai favorevole allo Stato etico e che nel suo Trattato prevedeva la necessità per i governi di ricorrere all'occorrenza all'uso della forza - già nell'aprile scriveva: «Poiché l'ordinamento parlamentare si dimostra incapace di sistemare, economicamente e finanziariamente il paese, deve sorgere un nuovo ordinamento che si provi a compiere l'impresa. Tale bisogno non si sente solo in Italia... ».
Tutte le direzioni dei partiti fiancheggiatori ed i loro gruppi parlamentari che ne sono l'espressione dichiarano di essere favorevoli alla proroga dei pieni poteri. Eppure questi in materia finanziaria possono togliere molte occasioni e possibilità di discussioni sulla politica interna e quindi minori occasioni di critica al governo e maggiore possibilità di tener chiuse le Camere.

La reazione contro la stampa coincide con i rigori eccezionali disposti dal governo contro gli studenti. Mentre si rende ai giornali la vita impossibile polizia e camicie nere infieriscono davanti alle Università dove si protesta contro la riforma Gentile. La scuola viene ridotta ad una caserma, ciò che autorizza Mussolini a definirla «la più fascista delle riforme». La imposizione del giuramento ai professori - giuramento di sottomissione e fedeltà ad un partito - ed una infinità di disposizioni rendono la riforma perfettamente intonata alla politica generale del fascismo.       Avvengono dimostrazioni a Torino, a Napoli, a Genova, a Bologna, e contro gli studenti di questa interviene Mussolini che telegrafa ad Arpinati: «E’ ora di finirla»; e lo elogia per il rigore usato nella    repressione. A Napoli le dimostrazioni sono fra le più violente ed è ordinata la chiusura dell'Università.       Vengono bastonati studenti, combattenti e mutilati, mentre l'on. Giunta, segretario del Partito Fascista telegrafa al fascio di Genova: « Picchiate sodo contro studenti provocatori agitazioni e scioperi». La riforma Gentile è il bersaglio delle opposizioni. Benedetto Croce si schiera contro di queste con una lettera  al Giornale d'Italia nella quale insinua come nella campagna vi sia qualche cosa di «non naturale», di «artificiale», malgrado un suo amico acerrimo   antifascista - egli dice - gli abbia spiegato che  con queste agitazioni si sperava di aprire «una prima breccia nel fascismo».
Il Gran Consiglio, forte della solidarietà data al governo dalla presenza di ministri liberali e democratico-sociali, lancia il proclama nel quale le camicie nere della Milizia da 300.000 sono portate a 500.000 onde costruire «l'armata formidabile ed invisibile destinata a garantire la continuità del Governo fascista». Dopo avere affermato che la «rissa civile è terminata», così continua il proclama: «La paralisi attuale delle opposizioni non deve attenuare la combattività dei fascisti. Le maschere che cadono ci rivelano la grinta di altri nemici, che finalmente si dichiarano tali. Il torbido ed imbelle prete siciliano ed il partito che fa capo a lui devono essere considerati come nemici del governo e del Fascismo; altrettanto dicasi del socialismo unitario, raggruppato attorno ai vecchi fantocci deteriorati dal riformismo ».

Paralisi e crisi si determinano in tutti i partiti, ed un particolare travaglio tormenta i democristiani la cui crisi si accentua con le dimissioni del senatore conte Grosoli, già presidente dell'Azione Cattolica. Il disagio ha origine dal dissidio eminentemente politico esistente fra i cattolici italiani, dissidio nato prima ancora della costituzione del partito, quando cioè un congresso di Giunte diocesane nel 1919 radunate per concretare certe attività religiose, assunse un aspetto politico definito e si rivelò la tendenza di Miglioli. Mentre Longinotti evocava i martiri di Belfiore e Meda esaltava la Vittoria, Miglioli rispondeva che la nuova storia d'Italia cominciava a Caporetto. Questo dissidio permarrà fino al 2 giugno 1946 con il trionfo della frazione anti-patriottica, anti-Risorgimento, anti-unitaria, che sfocerà nella tesi repubblicana e tanto poco cristiana, ispirata ad addossare alla Monarchia errori e colpe che furono esclusivamente del partito popolare democristiano.
Si intensificano le polemiche per la discordanza nei rapporti col fascismo e si scatena una violenta campagna fra le due tendenze, e qualcuno solleva la necessità di una revisione del programma. Risponde l'on. Cingolani, segretario del gruppo parlamentare, in una intervista al Corriere della Sera: «Una revisione del programma? Ritengo siano sufficienti le nostre dichiarazioni ed i nostri atti favorevoli alla collaborazione col Governo, perché noi vogliamo che l'esperimento fascista si compia e riesca ». Il Cingolani rafforza la sua tesi nel far presente come egli e don Sturzo abbiano votato contro l'ammissione nel partito di Miglioli, l'indomabile accanito nemico del fascismo. Al Congresso provinciale di Torino convocato per discutere i rapporti fra fascisti e popolari questi mandano un telegramma al Re che in quel momento assume il significato di approvazione..al nuovo esperimento politico. Il gruppo parlamentare presieduto da De Gasperi approva un ordine del giorno nel quale si delibera di «consentire la proroga dei pieni poteri straordinari al Governo». In sostanza i popolari si dibattono fra Miglioli demagogo bolscevico, don Sturzo riformatore confusionario, e Luigi Meda pacato conciliatore.
La direzione del Partito Liberale che ha oramai un organo ufficiale proprio nel Giornale d’Italia, dichiara di solidarizzare col governo «sorretto dal consentimento nazionale» e ammonisce il Paese a «non intralciare l'opera con manifestazioni anche generose». Ma intanto si sta svolgendo un'aspra polemica fra liberali e fascisti, alla quale partecipano i grandi quotidiani: Il Mondo, l'Epoca, L'Idea Nazionale, L'Azione, La Tribuna, La Stampa, Il Giornale d'Italia. Questo osserva come essa sia perfettamente inutile in quanto che serve solo a dare la sensazione di un profondo dissenso che c’è fra le due principali correnti d'opinione che appoggiano l'opera di ricostruzione nazionale: cioè la fascista e, quella che tradizionalmente si chiama liberale e nient'altro è se non l'opinione della quasi totalità della borghesia italiana più laboriosa e fattiva. E continua affermando che la diversità fra fascisti e liberali è di temperamento e di forma, non di sostanza. I convegni provinciali del partito tacciono in proposito, o per lo meno mancano di indicazioni precise circa determinati atteggiamenti. Vi sono in lizza due concezioni liberali del fascismo: quella che subordina il partito allo Stato e l'altra che invece identifica il fascismo con lo Stato e col governo, e questo modo di valutare il fascismo è oramai in atto quasi ovunque. I liberali non dicono quale concezione preferiscano ma collaborano con la seconda, che è la sintesi dall'anti-liberalismo, la pratica distruzione del concetto liberale. La polemica si inasprisce e le denigrazioni fasciste sono sanguinose ed ingiuste. Si falsa anche la storia: «Tutti sanno che l'Italia è stata governata per alcuni decenni dai liberali e che, come risultato del lungo reggimento, è stata ridotta all'agonia ed è stata raccolta moribonda dal movimento fascista». Evidentemente si vuole ignorare il Risorgimento, il progresso economico, l'espansione coloniale e Vittorio Veneto, avvenimenti maturati in clima liberale.

La critica è tutta sulla dottrina, nell'opera passata del liberalismo, sul «metodo liberale». I grandi quotidiani danno eccezionale sviluppo alla polemica con distese intestazioni in prima pagina. Ma l'idea liberale non ha trovato il difensore delle grandi realizzazioni del cinquantennio, il tribuno degno di tanta grandezza. Oramai fra i liberali non si parla che di collaborazione, anzi di dedizione, malgrado si tenti, parallelamente alla polemica, di mettere il bavaglio alla stampa con le elezioni all'Associazione della Stampa di Roma dove i fascisti non vogliono riconoscere la nomina del senatore Bergamini passato definitivamente all'opposizione.

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