Le opposizioni perdono
una buona occasione per licenziare Mussolini.
In possesso oramai di
tutti gli strumenti legali per esercitare la dittatura e mettere da parte il
Re, Mussolini inizia la marcia verso lo Stato totalitario. Non manca quindi di
far sapere ch'egli eserciterà il potere anche, ove occorra, senza consultare le
Camere e abilmente si richiama a Cavour: «Quando il generale Da Bormida rifiutò
di segnare il trattato di alleanza colla Francia e coll'Inghilterra, Cavour, la
sera stessa del 10 gennaio 1855 lo firmò senza consultare il Parlamento, senza
consultare il Consiglio dei Ministri, e sopra tutto a discrezione senza porre
condizioni di sorta». E' un avvertimento premonitore che avrà imprevedibili
sviluppi. Padrone assoluto, al di sopra delle Camere. Al di sopra della Corona,
può ben parlare così; ne ha il mandato, dal Parlamento e dal Paese.
Quando Pelloux, nel
maggio 1899, volle far passare certe leggi restrittive alla libertà di stampa,
la Camera si sollevò (eppure erano provvedimenti meno gravi delle leggi
proposte da Mussolini) ed al Re Umberto I avuto da questo atteggiamento
parlamentare un segno indicatore per far cambiare rotta al governo, dava una
prima sterzata a sinistra e chiamava Saracco, confermando con tale decisione
l'iniziativa precorritrice di Giolitti del 1892 quando questi, Presidente del Consiglio,
si recava all'Associazione Generale degli Operai di Torino ad esprimere a nome
del Sovrano la volontà di «migliorare le condizioni della classe lavoratrice».
Oggi invece siamo al
caso inverso: le Camere approvano a ripetizione la più illimitata adesione, al
governo e a cinque giorni di distanza dai due voti di fiducia, in occasione del
passaggio agli articoli del progetto elettorale, viene approvata la riforma
definitiva:
Presenti 346;
favorevoli 223; contrari 123 (21 luglio 1923).
L'approvazione del
quorum del 25% darà alla lista di maggioranza 356 deputati. Questo risultato
segue la deliberazione della Commissione (7 voti compreso quello dell'on.
Giolitti, contro 6) la quale ha deliberato di accettare la proposta del
governo, e ciò dopo un colloquio, durante la seduta della Commissione, di
Giolitti con Mussolini.
Dall'esame dei voti del
giorno 16 e di quelli del 21 appare lo stato di irresponsabilità di gran numero
di deputati. Il giorno 16 erano presenti al voto di fiducia 450 ed al passaggio
agli articoli 451. Alla votazione del testo definitivo della legge i presenti
si riducono a 346.
Il voto del 21 fu
segreto - come per tutte le leggi - e la Camera nel mistero dell'urna poteva
votare contro, anche perché si prestava la dichiarazione fatta da Mussolini il
giorno prima. Egli aveva inaspettatamente dichiarato: «Visto che del quorum si
fa ora una meschina questione di numero il Governo pone la questione di fiducia
su di esso», cioè sulla proposta della maggioranza della Commissione, del 25 %.
E questa fiducia la Camera la poteva negare nella votazione sull'emendamento
Bonomi (e cioè, come si è detto, portare il quorum al 33% che diede per
risultato: presenti 336, astenuto 1, a favore del Governo 178, contro il
Governo 157). Senza gli squagliamenti il governo sarebbe stato in minoranza e
si sarebbe determinato il fatto che invece si è cercato di evitare, cioè il
conflitto fra Camera e governo, il che avrebbe provocato l'intervento della
Corona. La Camera col voto di fiducia, come era avvenuto per la votazione del
giorno 16, dà invece un significato politico che investe la responsabilità dei
votanti, responsabilità nella quale sono solidali liberali e demosociali,
riformisti e popolari, ma soprattutto la responsabilità dei popolari in questo
voto di fiducia al governo di Mussolini è evidente. Infatti la verità è che i
popolari, abbandonata al fascismo la maggioranza, tendono unicamente a far
passare un sistema purchessia che assicuri loro, tra le liste di minoranza la
parte del leone.
In seguito agli
ammonimenti di mons. Tucci, dimessosi don Sturzo da segretario del partito, è
sostituito da Gronchi; questo cambiamento può attribuirsi al desiderio dei
popolari di attenuare la intransigenza «proporzionalista» che riduce nella
misura del premio di maggioranza da concedere al governo, e cioè i 3/5 invece
dei 2/3 richiesti. Infatti nel giorno stesso del suo avvento al segretariato
(12-7-1923) Gronchi così si esprimeva alla Camera: «Noi vi diciamo di voler
collaborare nella grande opera che il governo ha intrapreso, anche se sopra
certi problemi tecnici dobbiamo dissentire da voi». Questa tendenza al
collaborazionismo è un'altra giustificazione delle dimissioni di don Sturzo:
questi, dopo avere a lungo amoreggiato con le camicie nere, assume
improvvisamente un atteggiamento di avversione al fascismo specialmente per la
sconfitta sulla legge elettorale che porrà il suo partito in minoranza. Il
Vaticano, preoccupato che ciò possa avere conseguenze verso le associazioni
cattoliche, avrebbe fatto conoscere a don Sturzo il suo desiderio che fosse
evitata un'offensiva contro la Chiesa.

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