NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 15 aprile 2014

La Monarchia e il Fascismo - sesto capitolo - III

Le opposizioni perdono una buona occasione per licenziare Mussolini.

In possesso oramai di tutti gli strumenti legali per esercitare la dittatura e mettere da parte il Re, Mussolini inizia la marcia verso lo Stato totalitario. Non manca quindi di far sapere ch'egli eserciterà il potere anche, ove occorra, senza consultare le Camere e abilmente si richiama a Cavour: «Quando il generale Da Bormida rifiutò di segnare il trattato di alleanza colla Francia e coll'Inghilterra, Cavour, la sera stessa del 10 gennaio 1855 lo firmò senza consultare il Parlamento, senza consultare il Consiglio dei Ministri, e sopra tutto a discrezione senza porre condizioni di sorta». E' un avvertimento premonitore che avrà imprevedibili sviluppi. Padrone assoluto, al di sopra delle Camere. Al di sopra della Corona, può ben parlare così; ne ha il mandato, dal Parlamento e dal Paese.

La Commissione dei parlamento per la riforma elettorale Al centro è il presidente, Giolitti; alla sua destra sono i due vice-presidenti, Salandra e Orlando; allo sinistra, i segretari, Paolucci e Orano. Fra i membri erano Turati, Bonomi, De Gasperi.
Quando Pelloux, nel maggio 1899, volle far passare certe leggi restrittive alla libertà di stampa, la Camera si sollevò (eppure erano provvedimenti meno gravi delle leggi proposte da Mussolini) ed al Re Umberto I avuto da questo atteggiamento parlamentare un segno indicatore per far cambiare rotta al governo, dava una prima sterzata a sinistra e chiamava Saracco, confermando con tale decisione l'iniziativa precorritrice di Giolitti del 1892 quando questi, Presidente del Consiglio, si recava all'Associazione Generale degli Operai di Torino ad esprimere a nome del Sovrano la volontà di «migliorare le condizioni della classe lavoratrice».
Oggi invece siamo al caso inverso: le Camere approvano a ripetizione la più illimitata adesione, al governo e a cinque giorni di distanza dai due voti di fiducia, in occasione del passaggio agli articoli del progetto elettorale, viene approvata la riforma definitiva:

Presenti 346; favorevoli 223; contrari 123 (21 luglio 1923).

L'approvazione del quorum del 25% darà alla lista di maggioranza 356 deputati. Questo risultato segue la deliberazione della Commissione (7 voti compreso quello dell'on. Giolitti, contro 6) la quale ha deliberato di accettare la proposta del governo, e ciò dopo un colloquio, durante la seduta della Commissione, di Giolitti con Mussolini.

Dall'esame dei voti del giorno 16 e di quelli del 21 appare lo stato di irresponsabilità di gran numero di deputati. Il giorno 16 erano presenti al voto di fiducia 450 ed al passaggio agli articoli 451. Alla votazione del testo definitivo della legge i presenti si riducono a 346.
Il voto del 21 fu segreto - come per tutte le leggi - e la Camera nel mistero dell'urna poteva votare contro, anche perché si prestava la dichiarazione fatta da Mussolini il giorno prima. Egli aveva inaspettatamente dichiarato: «Visto che del quorum si fa ora una meschina questione di numero il Governo pone la questione di fiducia su di esso», cioè sulla proposta della maggioranza della Commissione, del 25 %. E questa fiducia la Camera la poteva negare nella votazione sull'emendamento Bonomi (e cioè, come si è detto, portare il quorum al 33% che diede per risultato: presenti 336, astenuto 1, a favore del Governo 178, contro il Governo 157). Senza gli squagliamenti il governo sarebbe stato in minoranza e si sarebbe determinato il fatto che invece si è cercato di evitare, cioè il conflitto fra Camera e governo, il che avrebbe provocato l'intervento della Corona. La Camera col voto di fiducia, come era avvenuto per la votazione del giorno 16, dà invece un significato politico che investe la responsabilità dei votanti, responsabilità nella quale sono solidali liberali e demosociali, riformisti e popolari, ma soprattutto la responsabilità dei popolari in questo voto di fiducia al governo di Mussolini è evidente. Infatti la verità è che i popolari, abbandonata al fascismo la maggioranza, tendono unicamente a far passare un sistema purchessia che assicuri loro, tra le liste di minoranza la parte del leone.

In seguito agli ammonimenti di mons. Tucci, dimessosi don Sturzo da segretario del partito, è sostituito da Gronchi; questo cambiamento può attribuirsi al desiderio dei popolari di attenuare la intransigenza «proporzionalista» che riduce nella misura del premio di maggioranza da concedere al governo, e cioè i 3/5 invece dei 2/3 richiesti. Infatti nel giorno stesso del suo avvento al segretariato (12-7-1923) Gronchi così si esprimeva alla Camera: «Noi vi diciamo di voler collaborare nella grande opera che il governo ha intrapreso, anche se sopra certi problemi tecnici dobbiamo dissentire da voi». Questa tendenza al collaborazionismo è un'altra giustificazione delle dimissioni di don Sturzo: questi, dopo avere a lungo amoreggiato con le camicie nere, assume improvvisamente un atteggiamento di avversione al fascismo specialmente per la sconfitta sulla legge elettorale che porrà il suo partito in minoranza. Il Vaticano, preoccupato che ciò possa avere conseguenze verso le associazioni cattoliche, avrebbe fatto conoscere a don Sturzo il suo desiderio che fosse evitata un'offensiva contro la Chiesa.

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