CON LA RIFORMA ELETTORALE LE CAMERE
PERFEZIONANO LA DITTATURA E TRASFERISCONO OGNI RESPONSABILITA' ALLA FUTURA
REPUBBLICA
(Seconda metà del 1923)
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| L'on. Giacomo Acerbo |
- I liberali sempre solidali col Governo; i popolari desiderosi che l'esperimento fascista «si compia e riesca».
- Deliranti accoglienze al Sovrano in tutta Italia confortano gli sviluppi del nuovo indirizzo politico.
La Camera approva la riforma elettorale
già negata dal Re a Mussolini.
La riforma elettorale fu una delle
prime aspirazioni dell'on. Mussolini appena arrivato al potere. Fin dal 6
dicembre del 1922 l'Agenzia Italiana in una nota di evidente intonazione
ufficiosa dichiarava che il Governo, forte della massima fiducia ottenuta dalle
due Camere, era più che mai deciso ad attuare la riforma a base maggioritaria,
ed aggiungeva che tale argomento «portato dinanzi alla Camera si risolverebbe
in un dibattito alimentato da interessi partigiani ed individuali, mettendo in
chiara luce la impossibilità di una serena e disinteressata discussione parlamentare».
E concludeva annunziando che erano allo studio le modalità secondarie di
applicazione della riforma secondo i propositi del governo. Dal tono di questa
comunicazione si rileva come fosse intenzione di Mussolini di promulgare la
riforma elettorale per Decreto Reale ma il Re rifiutò la firma e la legge
dovette andare in discussione alla Camera. Contro questo progetto (che porta il
nome dell'on. Acerbo) si schiera agguerrita l'estrema sinistra, mentre i
popolari che avevano fatto della proporzionale il loro punto d'onore, ripiegano
su posizioni intermedie, ed il Corriere d’Italia esce dall'agnosticismo in
materia di legge elettorale ed annuncia che i popolari «pure essendo
proporzionalisti in senso assoluto, non si rifiuteranno a fare un ragionevole
sacrificio delle loro convinzioni nell'interesse del paese». I popolari infatti
sono già venuti ad una transazione in seno alla Commissione dei 18 (1) e
propongono «l'attribuzione dei tre quinti alla lista prevalente ». Anche il
Popolo assume un tono conciliativo, e De Gasperi in una intervista fa sapere
che «i popolari sono disposti a discutere un espediente il quale garantisca
all'attuale partito di governo lo sbocco in una sicura maggioranza parlamentare
purché dimostri - ciò che lo stato delle cose non mette in dubbio - che sa
raccogliere i suffragi di una parte notevole del paese».
La democrazia sociale a sua volta,
composta dei residui del radicalismo cavallottiano, approva il principio
politico informatore del progetto di riforma. Solo la destra liberale a mezzo
del Giornale d'Italia esprime qualche debole riserva critica di dettaglio, nel
dubbio che, facendo giuocare la proporzionale e le preferenze nella lista di
maggioranza si possa avere uno squilibrio politico e regionale insieme.
Giolitti dichiara tutto il suo favore per il ritorno al collegio uninominale,
l'avversione alla proporzionale ed accenna ad alcuni difetti del nuovo sistema
maggioritario che spingerà fatalmente tutti i candidati esclusi dalla lista che
si ritiene di maggioranza, a formare un blocco delle loro forze. In fondo i
liberali e i democratici anelano tutti al ritorno del collegio uninominale, e
commettono un gravissimo errore nell'approvare il sistema maggioritario dopo
avere approvato l'infausta proporzionale senza essersi battuti in favore delle
loro convinzioni. L'uninominale è ancora abolito in un momento di smarrimento e
senza seri tentativi di difesa.
Si è venuti a discutere la nuova
legge elettorale a sistema maggioritario proposta da Mussolini, il cui spirito
paradossale si può esprimere così: «chi possiede la minoranza più forte ha
diritto di dare il Governo a tutto il Paese». La discussione non assume il tono
drammatico di quelle per i pieni poteri, per quanto si tratti ora di una
questione che potrà portare al paese fatali conseguenze, in quanto che viene a
consegnare nelle mani del Capo del Governo lo strumento definitivo della sua
funzione dittatoriale: la maggioranza che dovrà legalizzare la dittatura
stessa.
Pochi gli interventi e blanda
l'opposizione: l'on. Girardini (soc. rif.) giustifica il fascismo col
Risorgimento, e critica la proporzionale la quale « non potrà permettere mai la
stabilità di un governo; si spiega con questo perché i socialisti sieno legati
a tale sistema ». « Certo è - continua - che l'on. Mussolini è accolto come un
trionfatore da un capo all'altro d'Italia, dovunque egli porta la sua calda
parola di fede patriottica. Oggi la pubblica opinione sente in Mussolini e nel
fascismo gli interpreti del suo intimo bisogno, e sente la necessità di
affidarsi a questa energia. Quando dopo la vittoria della Patria le forze,
disgregatrici della Nazione si allearono per ridurre la Vittoria ad una
disfatta, allora sorse il nuovo partito a difenderla: il fascismo».
Filippo Turati ammonisce i liberali
perché abbandonano i municipi al solo invito da parte dei fasci; si arrendono -
come quello di Torino - dietro una semplice lettera: «Egli è, o signori, che le
libertà sono tutte solidali. Non se ne offende una senza offenderle tutte, non
si uccide quella di un partito senza uccidere quella di tutti. Invano il
senatore Albertini la rivendica -unicamente e tardivamente per il suo Corriere
della Sera, ed in ciò è una suprema giustizia, sebbene sia insieme una suprema
condanna per gli offensori come per gli offesi».
L'on. Celesia polemizza con l'on.
Paolo Cappa che chiama Bruto il quale «difende la libertà contro Cesare, che
non esiste, e anche contro un Bonaparte, che non vedo sorgere da nessuna parte,
né sui banchi della Camera, né da quelli del governo: noi non vediamo oggi
affatto il pericolo del cesarismo in Italia». L'on. De Gasperi dichiara di
approvare la prima parte dell'ordine del giorno Larussa che conferma la fiducia
al governo, ma si riserva di votare contro la legge qualora gli emendamenti
proposti dal Partito Popolare non trovassero una adeguata considerazione;
emendamenti che si possono trovare riassunti nel seguente ordine del giorno:
«La Camera confermando la fiducia
già data coi voti per la concessione dei pieni poteri e dell'esercizio
provvisorio;
«riconosce che per agevolare
l'opera del Governo diretta a ricostituire la compagine economica e sociale
della Nazione e ad inserire le forze fasciste nella costituzione, si possa
consentire che la legge elettorale politica venga modificata con l'introduzione
del premio di maggioranza da assegnarsi però nella misura dei tre quinti dei
mandati e qualora la lista prevalente abbia raggiunto i due quinti dei voti
validi, e passa alla discussione degli articoli del progetto di legge.
Cingolani, Gronchi ».
Svolge l'ordine del giorno l'on.
Cingolani il quale polemizza con l'on. Turati e riafferma la solidarietà del
Partito Popolare con l'on. Mussolini. Il P.P., sottolinea il Cingolani,
appoggia il Governo «malgrado le notizie di violenze subite da istituzioni care
a noi, non del nostro, partito, ma quelle istituzioni cattoliche nelle quali
noi abbiamo formato la nostra coscienza religiosa». L'on. Gronchi, pur
dichiarandosi contrario alla legge, offre ancora una volta una «collaborazione
di convenienza»; quella che Mussolini chiamò «collaborazione piena di
sottintesi ».
L'opposizione, dei popolari alla
nuova legge elettorale non è una lotta aperta quale si converrebbe alla gravità
del momento; non investe il governo ed il suo sistema, non ha cioè carattere
politico; essa è soltanto una lotta di dettaglio poiché si impernia sopra un
punto di valutazione numerica, cioè si tratta di determinare quale massimo di
voti dovrà ottenere un partito sopra gli altri per avere il diritto di
attribuirsi un premio che la ponga al di sopra di tutti. I popolari, dichiara
il Cingolani, voteranno lo art. 40 che sanziona il principio del collegio unico
nazionale e che contiene uno dei principi fondamentali della legge. Essi
chiedono soltanto di ridurre i seggi della maggioranza da 456 a 321, ossia dei
tre quinti dei mandati alla lista più forte la quale abbia però conseguito il
40 per cento quorum - degli elettori votanti. E cioè, dare sì un premio al
partito che raggiunga anche una maggioranza relativa, ma che questo premio sia
proporzionato al numero di voti raggiunto dalla lista, incominciando a
stabilire che merita premio solo la lista la quale, per il numero cospicuo di
voti raggiunti si possa davvero chiamare la lista predominante nella nazione.
Mancando questo minimo, far funzionare la proporzionale per tutte le liste.
Questa la tesi dei popolari i quali poi ripiegano sul 33 % proposto dalla
Commissione di minoranza. E' un ponte di passaggio e di riavvicinamento al
governo proposto dai due parlamentari.
La Commissione di minoranza propone
in via conciliativa il 33 per cento come quorum ed a mezzo dell'on. Bonomi mette
in evidenza come questa legge possa consentire ad un partito anche piccolo di dominare
(la solo la grande maggioranza dell'Assemblea legislativa, e non mette alcun
freno, alcun limite, alcuna remora alla conquista dello Stato da parte di
minoranze anche esigue, e potrebbe essere una legge pericolosa a causa del frazionamento
del corpo elettorale.
Si sospende la seduta, e alla
ripresa il presidente della Commissione di maggioranza on. Giolitti dichiara
che questa, esaminata la proposta deferitale dalla Camera e sentito il governo
ritiene a maggioranza che il quorum debba essere rappresentato dal quarto dei
votanti. Mussolini accetta questa tesi della Commissione di maggioranza che ha
proposto il 25 per cento, ma vi pone inaspettatamente la questione di fiducia,
mentre giorni prima aveva dichiarato di considerare la riforma dal punto di
vista tecnico e non da quello politico, e che non intendeva irrigidirsi sul
progetto; di più aveva fatto dire dall'on. Acerbo che «Il Governo non
eserciterà verso la Camera lusinghe, premure, pressioni di nessuna specie. La
Camera sarà libera, veramente e completamente libera di approvare o respingere
la riforma».
La votazione si svolge sull'ordine
del giorno Larussa che suona così:
I parte: « La Camera confermando la
sua fiducia al Governo;
Il parte: « approva i principi
della riforma elettorale e passa alla discussione degli articoli ».
Anche sulla seconda parte il
governo pone la questione di fiducia. I' Parte
Presenti 450; astenuti 7; votanti
443; maggioranza 222.
Hanno risposto Si, cioè in favore
del Governo: 303; Hanno risposto No 140. (15 luglio 1923).
La Camera approva la prima parte
dell'ordine del giorno Larussa.
II Parte
Presenti 451; astenuti 77; votanti
374; maggioranza 188.
Hanno votato Si, cioè a favore del
Governo 235; Hanno votato No 139. (16 luglio 1923).
La Camera approva la seconda parte dell'ordine
del giorno Larussa.
Messa ai voti la proposta della
Commissione di minoranza (emendamento Bonomi: 33% invece del 25 come quorum) si
hanno questi risultati:
Presenti 336; astenuti I; votano No
178; votano Si 157. (16 luglio 1923).
Hanno votato Si, cioè contro il
governo, alcuni popolari, i socialisti, i comunisti, gli allogeni, i nittiani e
l'on. Cocco-Ortu. L'esito della votazione viene accolto al grido di Viva
Mussolini! (1). Il Governo ottiene soltanto 21 voti di maggioranza, ma ciò dà
modo a Mussolini di dichiarare sul Popolo d'Italia che «il voto ha dato alla
Camera il suo diritto alla vita e forse potrà giungere a vedere qualche altra
stagione».

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