NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 5 aprile 2014

La Monarchia e il Fascismo - sesto capitolo - I

CON LA RIFORMA ELETTORALE LE CAMERE PERFEZIONANO LA DITTATURA E TRASFERISCONO OGNI RESPONSABILITA' ALLA FUTURA REPUBBLICA

(Seconda metà del 1923)

L'on. Giacomo Acerbo
- Camera e Senato confermano la fiducia a Mussolini, disposte a prolungargli i pieni poteri. 
- I liberali sempre solidali col Governo; i popolari desiderosi che l'esperimento fascista «si compia     e riesca». 
- Deliranti accoglienze al Sovrano in tutta Italia confortano gli sviluppi del nuovo         indirizzo politico.

La Camera approva la riforma elettorale già negata dal Re a Mussolini.

La riforma elettorale fu una delle prime aspirazioni dell'on. Mussolini appena arrivato al potere. Fin dal 6 dicembre del 1922 l'Agenzia Italiana in una nota di evidente intonazione ufficiosa dichiarava che il Governo, forte della massima fiducia ottenuta dalle due Camere, era più che mai deciso ad attuare la riforma a base maggioritaria, ed aggiungeva che tale argomento «portato dinanzi alla Camera si risolverebbe in un dibattito alimentato da interessi partigiani ed individuali, mettendo in chiara luce la impossibilità di una serena e disinteressata discussione parlamentare». E concludeva annunziando che erano allo studio le modalità secondarie di applicazione della riforma secondo i propositi del governo. Dal tono di questa comunicazione si rileva come fosse intenzione di Mussolini di promulgare la riforma elettorale per Decreto Reale ma il Re rifiutò la firma e la legge dovette andare in discussione alla Camera. Contro questo progetto (che porta il nome dell'on. Acerbo) si schiera agguerrita l'estrema sinistra, mentre i popolari che avevano fatto della proporzionale il loro punto d'onore, ripiegano su posizioni intermedie, ed il Corriere d’Italia esce dall'agnosticismo in materia di legge elettorale ed annuncia che i popolari «pure essendo proporzionalisti in senso assoluto, non si rifiuteranno a fare un ragionevole sacrificio delle loro convinzioni nell'interesse del paese». I popolari infatti sono già venuti ad una transazione in seno alla Commissione dei 18 (1) e propongono «l'attribuzione dei tre quinti alla lista prevalente ». Anche il Popolo assume un tono conciliativo, e De Gasperi in una intervista fa sapere che «i popolari sono disposti a discutere un espediente il quale garantisca all'attuale partito di governo lo sbocco in una sicura maggioranza parlamentare purché dimostri - ciò che lo stato delle cose non mette in dubbio - che sa raccogliere i suffragi di una parte notevole del paese».
La democrazia sociale a sua volta, composta dei residui del radicalismo cavallottiano, approva il principio politico informatore del progetto di riforma. Solo la destra liberale a mezzo del Giornale d'Italia esprime qualche debole riserva critica di dettaglio, nel dubbio che, facendo giuocare la proporzionale e le preferenze nella lista di maggioranza si possa avere uno squilibrio politico e regionale insieme. Giolitti dichiara tutto il suo favore per il ritorno al collegio uninominale, l'avversione alla proporzionale ed accenna ad alcuni difetti del nuovo sistema maggioritario che spingerà fatalmente tutti i candidati esclusi dalla lista che si ritiene di maggioranza, a formare un blocco delle loro forze. In fondo i liberali e i democratici anelano tutti al ritorno del collegio uninominale, e commettono un gravissimo errore nell'approvare il sistema maggioritario dopo avere approvato l'infausta proporzionale senza essersi battuti in favore delle loro convinzioni. L'uninominale è ancora abolito in un momento di smarrimento e senza seri tentativi di difesa.
Si è venuti a discutere la nuova legge elettorale a sistema maggioritario proposta da Mussolini, il cui spirito paradossale si può esprimere così: «chi possiede la minoranza più forte ha diritto di dare il Governo a tutto il Paese». La discussione non assume il tono drammatico di quelle per i pieni poteri, per quanto si tratti ora di una questione che potrà portare al paese fatali conseguenze, in quanto che viene a consegnare nelle mani del Capo del Governo lo strumento definitivo della sua funzione dittatoriale: la maggioranza che dovrà legalizzare la dittatura stessa.

Pochi gli interventi e blanda l'opposizione: l'on. Girardini (soc. rif.) giustifica il fascismo col Risorgimento, e critica la proporzionale la quale « non potrà permettere mai la stabilità di un governo; si spiega con questo perché i socialisti sieno legati a tale sistema ». « Certo è - continua - che l'on. Mussolini è accolto come un trionfatore da un capo all'altro d'Italia, dovunque egli porta la sua calda parola di fede patriottica. Oggi la pubblica opinione sente in Mussolini e nel fascismo gli interpreti del suo intimo bisogno, e sente la necessità di affidarsi a questa energia. Quando dopo la vittoria della Patria le forze, disgregatrici della Nazione si allearono per ridurre la Vittoria ad una disfatta, allora sorse il nuovo partito a difenderla: il fascismo».

Filippo Turati ammonisce i liberali perché abbandonano i municipi al solo invito da parte dei fasci; si arrendono - come quello di Torino - dietro una semplice lettera: «Egli è, o signori, che le libertà sono tutte solidali. Non se ne offende una senza offenderle tutte, non si uccide quella di un partito senza uccidere quella di tutti. Invano il senatore Albertini la rivendica -unicamente e tardivamente per il suo Corriere della Sera, ed in ciò è una suprema giustizia, sebbene sia insieme una suprema condanna per gli offensori come per gli offesi».
L'on. Celesia polemizza con l'on. Paolo Cappa che chiama Bruto il quale «difende la libertà contro Cesare, che non esiste, e anche contro un Bonaparte, che non vedo sorgere da nessuna parte, né sui banchi della Camera, né da quelli del governo: noi non vediamo oggi affatto il pericolo del cesarismo in Italia». L'on. De Gasperi dichiara di approvare la prima parte dell'ordine del giorno Larussa che conferma la fiducia al governo, ma si riserva di votare contro la legge qualora gli emendamenti proposti dal Partito Popolare non trovassero una adeguata considerazione; emendamenti che si possono trovare riassunti nel seguente ordine del giorno:
«La Camera confermando la fiducia già data coi voti per la concessione dei pieni poteri e dell'esercizio provvisorio;
«riconosce che per agevolare l'opera del Governo diretta a ricostituire la compagine economica e sociale della Nazione e ad inserire le forze fasciste nella costituzione, si possa consentire che la legge elettorale politica venga modificata con l'introduzione del premio di maggioranza da assegnarsi però nella misura dei tre quinti dei mandati e qualora la lista prevalente abbia raggiunto i due quinti dei voti validi, e passa alla discussione degli articoli del progetto di legge.
Cingolani, Gronchi ».

Svolge l'ordine del giorno l'on. Cingolani il quale polemizza con l'on. Turati e riafferma la solidarietà del Partito Popolare con l'on. Mussolini. Il P.P., sottolinea il Cingolani, appoggia il Governo «malgrado le notizie di violenze subite da istituzioni care a noi, non del nostro, partito, ma quelle istituzioni cattoliche nelle quali noi abbiamo formato la nostra coscienza religiosa». L'on. Gronchi, pur dichiarandosi contrario alla legge, offre ancora una volta una «collaborazione di convenienza»; quella che Mussolini chiamò «collaborazione piena di sottintesi ».

L'opposizione, dei popolari alla nuova legge elettorale non è una lotta aperta quale si converrebbe alla gravità del momento; non investe il governo ed il suo sistema, non ha cioè carattere politico; essa è soltanto una lotta di dettaglio poiché si impernia sopra un punto di valutazione numerica, cioè si tratta di determinare quale massimo di voti dovrà ottenere un partito sopra gli altri per avere il diritto di attribuirsi un premio che la ponga al di sopra di tutti. I popolari, dichiara il Cingolani, voteranno lo art. 40 che sanziona il principio del collegio unico nazionale e che contiene uno dei principi fondamentali della legge. Essi chiedono soltanto di ridurre i seggi della maggioranza da 456 a 321, ossia dei tre quinti dei mandati alla lista più forte la quale abbia però conseguito il 40 per cento quorum - degli elettori votanti. E cioè, dare sì un premio al partito che raggiunga anche una maggioranza relativa, ma che questo premio sia proporzionato al numero di voti raggiunto dalla lista, incominciando a stabilire che merita premio solo la lista la quale, per il numero cospicuo di voti raggiunti si possa davvero chiamare la lista predominante nella nazione. Mancando questo minimo, far funzionare la proporzionale per tutte le liste. Questa la tesi dei popolari i quali poi ripiegano sul 33 % proposto dalla Commissione di minoranza. E' un ponte di passaggio e di riavvicinamento al governo proposto dai due parlamentari.

La Commissione di minoranza propone in via conciliativa il 33 per cento come quorum ed a mezzo dell'on. Bonomi mette in evidenza come questa legge possa consentire ad un partito anche piccolo di dominare (la solo la grande maggioranza dell'Assemblea legislativa, e non mette alcun freno, alcun limite, alcuna remora alla conquista dello Stato da parte di minoranze anche esigue, e potrebbe essere una legge pericolosa a causa del frazionamento del corpo elettorale.
Si sospende la seduta, e alla ripresa il presidente della Commissione di maggioranza on. Giolitti dichiara che questa, esaminata la proposta deferitale dalla Camera e sentito il governo ritiene a maggioranza che il quorum debba essere rappresentato dal quarto dei votanti. Mussolini accetta questa tesi della Commissione di maggioranza che ha proposto il 25 per cento, ma vi pone inaspettatamente la questione di fiducia, mentre giorni prima aveva dichiarato di considerare la riforma dal punto di vista tecnico e non da quello politico, e che non intendeva irrigidirsi sul progetto; di più aveva fatto dire dall'on. Acerbo che «Il Governo non eserciterà verso la Camera lusinghe, premure, pressioni di nessuna specie. La Camera sarà libera, veramente e completamente libera di approvare o respingere la riforma».

La votazione si svolge sull'ordine del giorno Larussa che suona così:

I parte: « La Camera confermando la sua fiducia al Governo;

Il parte: « approva i principi della riforma elettorale e passa alla discussione degli articoli ».

Anche sulla seconda parte il governo pone la questione di fiducia. I' Parte
Presenti 450; astenuti 7; votanti 443; maggioranza 222.
Hanno risposto Si, cioè in favore del Governo: 303; Hanno risposto No 140. (15 luglio 1923).

La Camera approva la prima parte dell'ordine del giorno Larussa.

II Parte
Presenti 451; astenuti 77; votanti 374; maggioranza 188.
Hanno votato Si, cioè a favore del Governo 235; Hanno votato No 139. (16 luglio 1923).

La Camera approva la seconda parte dell'ordine del giorno Larussa.

Messa ai voti la proposta della Commissione di minoranza (emendamento Bonomi: 33% invece del 25 come quorum) si hanno questi risultati:

Presenti 336; astenuti I; votano No 178; votano Si 157. (16 luglio 1923).

Hanno votato Si, cioè contro il governo, alcuni popolari, i socialisti, i comunisti, gli allogeni, i nittiani e l'on. Cocco-Ortu. L'esito della votazione viene accolto al grido di Viva Mussolini! (1). Il Governo ottiene soltanto 21 voti di maggioranza, ma ciò dà modo a Mussolini di dichiarare sul Popolo d'Italia che «il voto ha dato alla Camera il suo diritto alla vita e forse potrà giungere a vedere qualche altra stagione».

In virtù della nuova legge elettorale, alla lista che avrà più voti verranno assegnati due terzi dei seggi purché abbia ottenuto una maggioranza che superi il 25 % dei votanti. Questo così detto premio di maggioranza viene assegnato non sul computo per circoscrizione, ma su quello della lista nazionale, il che vuol dire che in certe circoscrizioni potranno venire eletti candidati che hanno avuto meno voti in confronto con quelli di altre liste. Con la nuova legge si seppellisce la proporzionale dopo le pessime prove fatte, ed il paese viene liberato dalla degenerazione parlamentare, ma lo consegna nelle mani di Mussolini e del suo partito. li Journal di Parigi così commenta l'avvenimento: « Il Dittatore italiano ha riportato, uno dietro l'altro, due successi così importanti come quello che lo ha condotto in Campidoglio, che gli assicurano la durata al potere nel limite delle previsioni umane. L'on. Mussolini compie un esperimento che sarà seguito da tutti i paesi con il più grande interesse ».

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