Fra le discordie dei partiti e la
decadenza parlamentare giunta all'estremo. La Nazione reclama un governo
autorevole e forte.
Di fronte alla compattezza di un
movimento con un capo deciso alla disciplina ed all'azione, i partiti
variopinti del nostro arcobaleno politico brillano soprattutto per le loro
discordie. I liberali suddivisi in diverse tendenze, la democrazia conta ben
quattro gruppi, i socialisti si dilaniano fra di loro, i repubblicani spezzati fra
direzione bolscevizzante e gregari filofascisti e mazziniani fascisti
dichiarati. Nemmeno si salvano i popolari fra i quali penetra lo scisma col
programma ed i propositi dei cattolici di destra. L'on. Carlo Cornaggia è
l'ispiratore del movimento di secessione iniziatosi in seguito
all'atteggiamento assunto dal partito di fronte alla eventualità di un
aggruppamento collaborazionistico fra socialisti e popolari. Nel convegno di
Torino dall'ala sinistra era stato espresso il proposito di collaborare apertamente
coi socialisti e coi democratici sociali, superando così gli scrupoli che la
potevano dividere dai primi - materialisti e internazionalisti - e dai secondi
- massoni e radicali. Cornaggia ed altri ex membri del partito danno vita
all'Unione Costituzionale Italiana con una lettera ai giornali in cui è detto:
«Se questo è il quarto d'ora della demagogia, siamo rassegnati ad attendere che
i valori morali riprendano il sopravvento sulla forza bruta del numero ». I
popolari insistono nel tentativo di concentrazione delle sinistre ma non se ne
fa nulla - non si può fare una alleanza con la formula negativa « contro il
fascismo » tout court, poiché il fascismo è un fenomeno complesso.
Alla Camera si va ventilando la necessità
del ritorno di Giolitti come dell'uomo che solo potrebbe ricondurre il
socialismo nell'orbita costituzionale come già aveva fatto nel periodo
1902-1913. Ma sempre si delinea l'ostilità dei popolari. La crisi è nell'aria
data la grave situazione ma senza il loro consenso non è possibile un
cambiamento di governo. Attaccati al potere essi non sostengono però
sufficientemente il ministero del quale fanno parte, anzi in certi casi lo
ostacolano e sistematicamente rifiutano di assumersi responsabilità. Quo vadis?
si chiede il Corriere della Sera: « Nessuno sembra chiederselo se non con ritardo,
quando dopo un gran parlare di crisi tutti si accorgono della difficoltà di
trovare nuove soluzioni e si arrestano dubitosi. Ma intanto si logora
l'istituto parlamentare e non si giova all'autorità del Governo». Don Sturzo,
Treves, Turati, esaminano assieme in un lungo colloquio la situazione
parlamentare che è giudicata assai grave. Ognuno, ricercando a quali partiti
debba attribuirsi la responsabilità della recrudescenza di violenze in alcune
province, crede di trovare queste responsabilità negli avversari. Ma
soprattutto ci sì accanisce contro il Governo che viene investito con le più
disparate accuse che investono soprattutto democratici e popolari. Sin dalla
sua formazione esso fu un ministero debole per il fatto che i partiti che lo
compongono si preoccupano di sottrarsi alle responsabilità.
Se la condotta dell'estremismo
socialista è inconcepibile per il fatto che non ha capito come la turbolenza
delle masse si sarebbe forse potuta calmare in parte con l'avvento al potere
tanto più è condannevole la condotta dei popolari che continuano a sobillarle
con la visione illusionistica di beni immediati irraggiungibili in concorrenza
con le promesse socialcomuniste. E continuano a soffiare nel fuoco della
rivolta sotterranea. Durante i fatti di Cremona, dove Farinacci fa occupare il
Comune dagli squadristi, questi invadono la modesta casa dell'on. Miglioli
incendiandola (1). La indignazione dei popolari fa gettare a mare il Ministero
Facta che cade il 19 luglio «per non avere conseguito la pacificazione interna».
Cade brutalmente, rovesciato dai partiti che lo compongono, con una
disinvoltura senza precedenti, per non avere saputo affrontare l'insurrezione
fascista, e le sinistre passano all'attacco proclamando - in piena crisi
ministeriale - uno sciopero generale con spirito e obbiettivi anti-fascisti. Si
è costituita all'uopo l'Alleanza del Lavoro nella quale convergono tutte le organizzazioni
economiche contrarie al fascismo ed è sotto i suoi auspici che lo sciopero
viene attuato.
Il Partito Fascista ordina la
mobilitazione generale dì tutti i suoi iscritti e lancia questa intimazione.«Diamo
quarantotto ore di tempo allo Stato perché dia prova della sua autorità in
confronto di tutti i suoi dipendenti e di coloro che attentano all'esistenza
stessa della Nazione. Trascorso questo termine, il fascismo rivendicherà piena
libertà di azione e si sostituirà allo Stato che avrà ancora una volta
dimostrato la sua impotenza ». I Sindacati fascisti sono forti oramai di oltre
700.000 lavoratori; con la loro fulminea reazione e sorretti da quella
dell'opinione pubblica, fanno naufragare l'agitazione terminata in un fiasco
clamoroso e con lo sbandamento dell'Alleanza. Il fascismo esce da questo
episodio - quarto esperimento di mobilitazione enormemente rinforzato. La
Nazione vede che, davanti alle agitazioni perturbatrici social-comuniste può
contare sulla sua difesa. Segno rivelatore il fatto che durante l'agitazione la
truppa si è dimostrata favorevole ai fascisti, ed in Romagna si veggono le
Avanguardie repubblicane in camicia rossa fraternizzare con gli squadristi in
camicia nera.
(1) Risultò poi che la casa del
Miglioli per cui si fece tanta speculazione al punto da provocare la caduta del
ministero, era stata venduta 10 anni prima.
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