NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 5 agosto 2013

La Monarchia e il Fascismo- quarto capitolo - VI

Fra le discordie dei partiti e la decadenza parlamentare giunta all'estremo. La Nazione reclama un governo autorevole e forte.

Di fronte alla compattezza di un movimento con un capo deciso alla disciplina ed all'azione, i partiti variopinti del nostro arcobaleno politico brillano soprattutto per le loro discordie. I liberali suddivisi in diverse tendenze, la democrazia conta ben quattro gruppi, i socialisti si dilaniano fra di loro, i repubblicani spezzati fra direzione bolscevizzante e gregari filofascisti e mazziniani fascisti dichiarati. Nemmeno si salvano i popolari fra i quali penetra lo scisma col programma ed i propositi dei cattolici di destra. L'on. Carlo Cornaggia è l'ispiratore del movimento di secessione iniziatosi in seguito all'atteggiamento assunto dal partito di fronte alla eventualità di un aggruppamento collaborazionistico fra socialisti e popolari. Nel convegno di Torino dall'ala sinistra era stato espresso il proposito di collaborare apertamente coi socialisti e coi democratici sociali, superando così gli scrupoli che la potevano dividere dai primi - materialisti e internazionalisti - e dai secondi - massoni e radicali. Cornaggia ed altri ex membri del partito danno vita all'Unione Costituzionale Italiana con una lettera ai giornali in cui è detto: «Se questo è il quarto d'ora della demagogia, siamo rassegnati ad attendere che i valori morali riprendano il sopravvento sulla forza bruta del numero ». I popolari insistono nel tentativo di concentrazione delle sinistre ma non se ne fa nulla - non si può fare una alleanza con la formula negativa « contro il fascismo » tout court, poiché il fascismo è un fenomeno complesso.

Alla Camera si va ventilando la necessità del ritorno di Giolitti come dell'uomo che solo potrebbe ricondurre il socialismo nell'orbita costituzionale come già aveva fatto nel periodo 1902-1913. Ma sempre si delinea l'ostilità dei popolari. La crisi è nell'aria data la grave situazione ma senza il loro consenso non è possibile un cambiamento di governo. Attaccati al potere essi non sostengono però sufficientemente il ministero del quale fanno parte, anzi in certi casi lo ostacolano e sistematicamente rifiutano di assumersi responsabilità. Quo vadis? si chiede il Corriere della Sera: « Nessuno sembra chiederselo se non con ritardo, quando dopo un gran parlare di crisi tutti si accorgono della difficoltà di trovare nuove soluzioni e si arrestano dubitosi. Ma intanto si logora l'istituto parlamentare e non si giova all'autorità del Governo». Don Sturzo, Treves, Turati, esaminano assieme in un lungo colloquio la situazione parlamentare che è giudicata assai grave. Ognuno, ricercando a quali partiti debba attribuirsi la responsabilità della recrudescenza di violenze in alcune province, crede di trovare queste responsabilità negli avversari. Ma soprattutto ci sì accanisce contro il Governo che viene investito con le più disparate accuse che investono soprattutto democratici e popolari. Sin dalla sua formazione esso fu un ministero debole per il fatto che i partiti che lo compongono si preoccupano di sottrarsi alle responsabilità.
Se la condotta dell'estremismo socialista è inconcepibile per il fatto che non ha capito come la turbolenza delle masse si sarebbe forse potuta calmare in parte con l'avvento al potere tanto più è condannevole la condotta dei popolari che continuano a sobillarle con la visione illusionistica di beni immediati irraggiungibili in concorrenza con le promesse socialcomuniste. E continuano a soffiare nel fuoco della rivolta sotterranea. Durante i fatti di Cremona, dove Farinacci fa occupare il Comune dagli squadristi, questi invadono la modesta casa dell'on. Miglioli incendiandola (1). La indignazione dei popolari fa gettare a mare il Ministero Facta che cade il 19 luglio «per non avere conseguito la pacificazione interna». Cade brutalmente, rovesciato dai partiti che lo compongono, con una disinvoltura senza precedenti, per non avere saputo affrontare l'insurrezione fascista, e le sinistre passano all'attacco proclamando - in piena crisi ministeriale - uno sciopero generale con spirito e obbiettivi anti-fascisti. Si è costituita all'uopo l'Alleanza del Lavoro nella quale convergono tutte le organizzazioni economiche contrarie al fascismo ed è sotto i suoi auspici che lo sciopero viene attuato.
Il Partito Fascista ordina la mobilitazione generale dì tutti i suoi iscritti e lancia questa intimazione.«Diamo quarantotto ore di tempo allo Stato perché dia prova della sua autorità in confronto di tutti i suoi dipendenti e di coloro che attentano all'esistenza stessa della Nazione. Trascorso questo termine, il fascismo rivendicherà piena libertà di azione e si sostituirà allo Stato che avrà ancora una volta dimostrato la sua impotenza ». I Sindacati fascisti sono forti oramai di oltre 700.000 lavoratori; con la loro fulminea reazione e sorretti da quella dell'opinione pubblica, fanno naufragare l'agitazione terminata in un fiasco clamoroso e con lo sbandamento dell'Alleanza. Il fascismo esce da questo episodio - quarto esperimento di mobilitazione enormemente rinforzato. La Nazione vede che, davanti alle agitazioni perturbatrici social-comuniste può contare sulla sua difesa. Segno rivelatore il fatto che durante l'agitazione la truppa si è dimostrata favorevole ai fascisti, ed in Romagna si veggono le Avanguardie repubblicane in camicia rossa fraternizzare con gli squadristi in camicia nera.

(1) Risultò poi che la casa del Miglioli per cui si fece tanta speculazione al punto da provocare la caduta del ministero, era stata venduta 10 anni prima.

Nessun commento:

Posta un commento