NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 8 agosto 2013

La Monarchia e il Fascismo- quarto capitolo - VII

Crisi del gabinetto Facta: secondo veto di don Sturzo a Giolitti e veto di De Gasperi e Gronchi a Orlando per un ministero di pacificazione.


La crisi si presenta di difficile soluzione. Fallisce Orlando che mirerebbe ad una intesa fra la destra e la sinistra, fra fascisti e socialisti, ma, a mezzo De Gasperi e Gronchi, i popolari pongono il «veto» anche a Orlando per l'entrata della destra nel ministero. La tendenza che guarda a Giolitti è subito stroncata, sempre dal primo veto. Ancora una volta i popolari, posti di fronte alla grave responsabilità della crisi non deflettono dal loro atteggiamento negativo. Pur di attentare alla sicurezza dei partiti nazionali don Sturzo getta il suo nelle braccia della massoneria. Scrittori di vaglia gli contestano una qualsiasi sensibilità religiosa. Il Corriere della Sera indignato di questo atteggiamento e dopo aver sollevato il sospetto che egli provochi queste crisi unicamente per fare il turno ai suoi deputati nel godimento dei portafogli, così scrive: «Don Sturzo, l'arbitro ormai della vita costituzionale nel nostro Paese, va dal Presidente dei Ministri a presentare i suoi consigli, che devono essere interpretati come ordini. C'è l'ostentazione della tirannia. Questa pretensione e questo ardimento, mentre mostrano che cosa significhi nella decadenza del nostro costume politico l'avvento di un partito che si richiama con particolare vanteria alla religione e alla morale, mostrano anche a qual grado pericoloso per la vita nazionale questa decadenza sia giunta».
Ma i popolari che hanno provocato la crisi e quindi spetterebbe a loro risolverla, lavorano invece per aumentare le difficoltà e creare imbarazzi. Questa disinvoltura è stata classificata da un vecchio parlamentare come la «vedova allegra della politica italiana».

L'on. Meda, chiamato dal Re, declina il mandato poiché i suoi non vogliono assumere la responsabilità del potere in momenti così tragici. «Una tale responsabilità - dice il Corriere d'Italia - potrebbe e dovrebbe essere assunta quando ci fossero attorno ai popolari larghi consensi, ma non sembra che questi si moltiplichino attorno a loro in questo momento». Non è dunque sufficiente la loro connivenza coi socialisti per assumersi tale responsabilità. Eppure nei fatti di Cremona, che determinarono la caduta del ministero, popolari e socialisti furono solidali fra di loro. I fascisti occuparono il Comune scacciandone l'amministrazione social-comunista che aveva per programma di «tagliare la testa ai signori», e con questa consentivano i popolari a mezzo dell'on. Miglioli al quale la cittadinanza rammenta le invocazioni alla pace fatte alla Camera in contraddizione con l'agitazione sostenuta per i consigli di cascina tenuti in vita per mesi e mesi dal bolscevismo bianco e con la patrocinazione degli arditi del popolo, lo squadrismo rosso. I popolari ripetono il veto contro i partiti nazionali e Mussolini così li descrive: «Il Partito Popolare è religioso e profano ad un tempo. Comincia con Cristo e finisce col diavolo. Don Sturzo, si dice, celebra ancora la messa, cioè il sacrificio, la rinunzia, l'accettazione di questa valle di lagrime, e Miglioli pratica la lotta di classe come il più esasperato dei socialisti. Come si concilia il cristiano «amore del prossimo» con la predicazione dell'odio contro talune categorie di uomini? ».
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Nel pieno sviluppo dell'azione fascista i socialisti rifiutano il potere offerto loro dalla Corona.

C'è stato un fatto nuovo nella politica italiana che avrebbe potuto avere ripercussioni non indifferenti ed incidere sulla vita del Paese se si fosse apertamente rivelato prima: la proclamazione del collaborazionismo da parte dei socialisti cosiddetti concentrazionisti i quali ai primi di luglio avevano lanciato un manifesto firmato dal Comitato nazionale del movimento con Filippo Turati in testa. Accennato alla crisi del dopo guerra ed all'offensiva del fascismo sostenuto dalle classi dirigenti e monopolistiche, esposte le preoccupazioni che hanno determinato la presente condotta del Comitato, cioè la necessità di salvare le organizzazioni socialiste e la vita degli Enti locali, il manifesto così continuava: «Allora dal folto della massa dolorante venne il grido: - Tempo è di mutare tattica, di valorizzare l'azione parlamentare, di trovare aiuti ed alleanze in altri campi, di giungere ad influire ed a controllare più direttamente l'azione stessa del Governo - Compagni lavoratori! Oggi il socialismo si afferma gridando la necessità contingente della collaborazione. Non c’è che obbedire! ».

Per i concentrazionisti il socialismo deve inserirsi nello Stato e in questo immettere le forze e le energie capaci di conservare la struttura che uscì dalla rivoluzione capitalistica; cessare quindi di essere un metodo critico, sistema di negazione e azione di opposizione per assumere i modi e le forme che la funzione conservatrice offre ed appresta. Con questo stato d'animo deve essersi recato l'on. Turati da Bonomi nel pomeriggio del 24 luglio a proporgli la costituzione di un governo al quale i socialisti, pur non prendendovi parte, avrebbero dato tutto il loro appoggio. Lo svolgimento del retroscena ce lo narrerà l'on. Bonomi (Europeo n. 45 del 7-11-1948) con i più ampi particolari. Il vecchio Presidente imposta l'avvenimento con questo interrogativo sommamente tragico: « Perchè la Corona non ha trovato nel Parlamento lo strumento atto a reprimere un movimento che apertamente confessava di volersi impadronire con la forza dello Stato?». E dopo aver spiegato come «nel dopoguerra 1919-1922 l'instabilità del governo era diventato un pericolo mortale per il regime parlamentare», così ci informa sul suo progetto - « Avrei fatto un governo di sinistra con l'appoggio dei socialisti ma senza la presenza dei socialisti. Programma: la difesa contro l'ondata di illegalità e di violenza che abbatteva le organizzazioni politiche ed economiche degli avversari del fascismo e minacciava lo Stato di un colpo di mano rivoluzionario».
Chiamato dal Re, egli riferì subito al Sovrano il colloquio avuto con Turati e della possibilità di un governo con l'adesione socialista benché diminuita della loro non partecipazione al governo stesso. «Di ciò il Re si mostrò contentissimo: egli incoraggiava il mio tentativo, e, uscendo dal consueto riserbo, mi augurava calorosamente di riuscire ». Ma la proposta di Turati non venne accolta dai suoi amici i quali si limitarono ad offrire al governo un benevolo atteggiamento volta a volta, senza tuttavia prendere un preciso impegno di appoggiarlo in tutta la sua opera nella continuità della sua azione. « Era - dice Bonomi - una proposta inaccettabile. Nell'ora tragica che si attraversava, mentre Mussolini minacciava alla Camera la guerra civile qualora si volesse arrestare il suo movimento, fondare un governo sulla eventuale benevola accoglienza di un grosso gruppo parlamentare, diventava una avventura da disperati ». E quando l'ex Presidente del Consiglio riferì al Re il suo insuccesso, questi ne fu sinceramente rammaricato, poiché contava molto sul nuovo e sperato atteggiamento dei socialisti e lo esortò a ritentare la prova: « Chiami - disse il Re - questa notte i suoi amici socialisti e veda di persuaderli ».
Ma l’ estremo tentativo bonomiano fallisce e vengono frustrate le speranze del Re che da oltre 20 anni agogna chiamare le masse operaie alla responsabilità del potere. - Così - conclude il Bonomi - a poco più di tre mesi dalla marcia su Roma, nasceva, si svolgeva e finiva l'estremo tentativo di opporre dal di dentro (dal Parlamento e dallo Stato) un argine solido al dilagare della violenza fascista. Mancato quell'argine per l'incomprensione di quelli stessi che dovevano per primi esserne sommersi l'ondata fascista non trovò alcuna barriera e quando il 28 ottobre 1922
essa inviò le sue cosiddette legioni su Roma trovò la via aperta e tutti i poteri dello Stato o insufficienti o travolti ».

Questo il racconto degli avvenimenti fatto dall'on. Bonomi, ed i suoi apprezzamenti. Notiamo come egli ritenga sicura e definitiva la possibilità - vista a posteriori - di evitare la marcia su Roma. Egli punta sul collaborazionismo socialista come rimedio salutare. Ma vi sono dei rimedi infallibili presi in un dato tempo che possono diventare nocivi presi in un altro. Un salasso può salvare la vita ad una persona come la può uccidere, a seconda del momento che viene praticato. La collaborazione socialista fu sempre un desiderio di Re Vittorio Emanuele e già l'aveva fatta sollecitare da Giolitti prima, attraverso Bissolati e lo stesso Turati, poi da Nitti, ma sempre fu respinta. La possibilità della collaborazione nel 1922 è oramai tramontata. Si può tentare l'esperimento, così come se ne tenterebbe un'altro qualsiasi in un momento di disperazione, ma potrebbe essere un salto nel buio. Oramai non è più possibile governare contro il fascismo, sia perché ha la maggioranza della Nazione con sé, sia per lo spirito che lo anima. Lo riconoscerà più tardi lo stesso Bonomi a marcia avvenuta.
Degne di rilievo le notizie raccolte da Luigi Ambrosini che ha fatto in questo periodo una inchiesta nell'Emilia, apparsa sulla Stampa di Torino. Egli descrive il colloquio avuto con un esponente fascista: «Se Nitti va al governo coi socialisti - mi dichiarava un giovane agitatore ferrarese - in ventiquattro ore gli mobilitiamo contro, nella sola Emilia, dai trenta ai quaranta mila uomini». Domandai: « Armati? ». Mi rispose con un: «Perdio!» allegro e largo quanto la sua provincia. Cavò di tasca un lapis, e sul marmo chiaro del tavolino - eravamo al caffè - mi scodellò il piano della «loro» mobilitazione. «Uomini tanti, biciclette, motociclette, side-cars, camions, automobili, rivoltelle, fucili, mitragliatrici, cannoni... ». «Anche cannoni, posso scrivere?» gli domandai. «Scriva, scriva, tanto qui sanno tutto». - «Anche il Prefetto? ». - « Persino il Prefetto! Ma lui comanda in Prefettura ed io in provincia ». «Allora siete contro lo Stato?». « Siamo contro lo Stato se lo Stato proteggerà i socialisti».
Del resto un mese prima Arturo Labriola in una intervista al Giornale d'Italia aveva previste le cose non diversamente esaminando una eventuale sommossa delle sinistre: «In Italia la rivoluzione, ora, sarebbe un delitto. Il nostro è il paese che gode le maggiori libertà. La borghesia non ha più che cosa cedere. Siamo Il paese democratico, il più democratico di Europa, più democratico dell'Inghilterra, legato ancora a tradizioni ed a costumi». E circa l'avvento dei socialisti al potere risponde: «Si sono decisi troppo tardi». Evidentemente la situazione è tale che l'andata al governo dei socialisti, che avrebbe dovuto essere un avvenimento di straordinaria importanza, si ridurrebbe ora ad un governo di polizia e di repressione contro il fascismo il che porterebbe alla guerra civile.
La stessa Confederazione del Lavoro al Congresso di Genova se pure si è dichiarata indipendente dal Partito Socialista è anche vero che circa la collaborazione si è dichiarata metà a favore e metà contro. Questo voto dimostra che in caso di attuazione del collaborazionismo, metà dei confederati sarebbe passata al comunismo aggravando il disagio del ministero. Questo avrebbe avuto, oltre che l'ostilità dei fascisti anche quello di una parte, sia pure meno agguerrita, dei socialisti oppositori, dei comunisti ai quali Mussolini si sarebbe associato mettendo in atto la minaccia lanciata alla Camera il 1° dicembre del 1921 che, qualora lo Stato avesse a soverchiare gli uni e gli altri, allora comunisti e fascisti avrebbero potuto mettersi d'accordo per contrastare l'autorità dello Stato: «Dichiaro subito che, per quello che riguarda noi è assai difficile tentare di schiacciare le due opposte fazioni; ed aggiungo che, la cosa non è scevra di pericoli, perché domani, fascisti e comunisti, sottoposti quotidianamente ad un martellamento di polizia, potrebbero finire anche per intendersi... salvo poi a conflittare energicamente dopo per la ripartizione del bottino anche perché io riconosco che fra noi ed i comunisti non ci sono affinità politiche, ma ci sono affinità intellettuali». E a pochi giorni dalla prima crisi Facta, in un discorso violento alla Camera aveva detto: «Se per avventura dovesse uscire dalla crisi un governo di reazione antifascista, prendetene atto: noi agiremo con la massima energia ed inflessibilità».


Ed è proprio dì quei giorni, durante l'imperversare della crisi e della mobilitazione fascista e dello sciopero generale che Ettore Sacchi l'ex repubblicano ministro del Re, scrive al Giornale d’Italia una lettera nella quale è detto: « Come potrebbe svolgersi la repressione in siffatti casi che sono divenuti frequenti? In un modo solo: dare alla forza pubblica l'ordine di sparare, mandare le mitragliatrici e le autoblindate non in bella mostra nelle piazze e per le vie, ma in piena funzione della loro potenza micidiale. Un tale ordine non è stato dato fin qui. lo aggiungo che un tale ordine non sarà mai dato da un ministro italiano ».

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