Crisi del gabinetto Facta: secondo
veto di don Sturzo a Giolitti e veto di De Gasperi e Gronchi a Orlando per un
ministero di pacificazione.
La crisi si presenta di difficile
soluzione. Fallisce Orlando che mirerebbe ad una intesa fra la destra e la
sinistra, fra fascisti e socialisti, ma, a mezzo De Gasperi e Gronchi, i popolari
pongono il «veto» anche a Orlando per l'entrata della destra nel ministero. La
tendenza che guarda a Giolitti è subito stroncata, sempre dal primo veto.
Ancora una volta i popolari, posti di fronte alla grave responsabilità della
crisi non deflettono dal loro atteggiamento negativo. Pur di attentare alla
sicurezza dei partiti nazionali don Sturzo getta il suo nelle braccia della
massoneria. Scrittori di vaglia gli contestano una qualsiasi sensibilità
religiosa. Il Corriere della Sera indignato di questo atteggiamento e dopo aver
sollevato il sospetto che egli provochi queste crisi unicamente per fare il
turno ai suoi deputati nel godimento dei portafogli, così scrive: «Don Sturzo,
l'arbitro ormai della vita costituzionale nel nostro Paese, va dal Presidente
dei Ministri a presentare i suoi consigli, che devono essere interpretati come
ordini. C'è l'ostentazione della tirannia. Questa pretensione e questo
ardimento, mentre mostrano che cosa significhi nella decadenza del nostro
costume politico l'avvento di un partito che si richiama con particolare
vanteria alla religione e alla morale, mostrano anche a qual grado pericoloso
per la vita nazionale questa decadenza sia giunta».
Ma i popolari che hanno provocato
la crisi e quindi spetterebbe a loro risolverla, lavorano invece per aumentare
le difficoltà e creare imbarazzi. Questa disinvoltura è stata classificata da
un vecchio parlamentare come la «vedova allegra della politica italiana».
L'on. Meda, chiamato dal Re,
declina il mandato poiché i suoi non vogliono assumere la responsabilità del potere
in momenti così tragici. «Una tale responsabilità - dice il Corriere d'Italia -
potrebbe e dovrebbe essere assunta quando ci fossero attorno ai popolari larghi
consensi, ma non sembra che questi si moltiplichino attorno a loro in questo
momento». Non è dunque sufficiente la loro connivenza coi socialisti per
assumersi tale responsabilità. Eppure nei fatti di Cremona, che determinarono
la caduta del ministero, popolari e socialisti furono solidali fra di loro. I
fascisti occuparono il Comune scacciandone l'amministrazione social-comunista
che aveva per programma di «tagliare la testa ai signori», e con questa
consentivano i popolari a mezzo dell'on. Miglioli al quale la cittadinanza
rammenta le invocazioni alla pace fatte alla Camera in contraddizione con
l'agitazione sostenuta per i consigli di cascina tenuti in vita per mesi e mesi
dal bolscevismo bianco e con la patrocinazione degli arditi del popolo, lo
squadrismo rosso. I popolari ripetono il veto contro i partiti nazionali e
Mussolini così li descrive: «Il Partito Popolare è religioso e profano ad un
tempo. Comincia con Cristo e finisce col diavolo. Don Sturzo, si dice, celebra
ancora la messa, cioè il sacrificio, la rinunzia, l'accettazione di questa
valle di lagrime, e Miglioli pratica la lotta di classe come il più esasperato
dei socialisti. Come si concilia il cristiano «amore del prossimo» con la
predicazione dell'odio contro talune categorie di uomini? ».
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Nel pieno sviluppo dell'azione
fascista i socialisti rifiutano il potere offerto loro dalla Corona.
C'è stato un fatto nuovo nella
politica italiana che avrebbe potuto avere ripercussioni non indifferenti ed incidere
sulla vita del Paese se si fosse apertamente rivelato prima: la proclamazione
del collaborazionismo da parte dei socialisti cosiddetti concentrazionisti i
quali ai primi di luglio avevano lanciato un manifesto firmato dal Comitato
nazionale del movimento con Filippo Turati in testa. Accennato alla crisi del
dopo guerra ed all'offensiva del fascismo sostenuto dalle classi dirigenti e
monopolistiche, esposte le preoccupazioni che hanno determinato la presente
condotta del Comitato, cioè la necessità di salvare le organizzazioni
socialiste e la vita degli Enti locali, il manifesto così continuava: «Allora
dal folto della massa dolorante venne il grido: - Tempo è di mutare tattica, di
valorizzare l'azione parlamentare, di trovare aiuti ed alleanze in altri campi,
di giungere ad influire ed a controllare più direttamente l'azione stessa del
Governo - Compagni lavoratori! Oggi il socialismo si afferma gridando la
necessità contingente della collaborazione. Non c’è che obbedire! ».
Per i concentrazionisti il socialismo
deve inserirsi nello Stato e in questo immettere le forze e le energie capaci
di conservare la struttura che uscì dalla rivoluzione capitalistica; cessare
quindi di essere un metodo critico, sistema di negazione e azione di
opposizione per assumere i modi e le forme che la funzione conservatrice offre
ed appresta. Con questo stato d'animo deve essersi recato l'on. Turati da
Bonomi nel pomeriggio del 24 luglio a proporgli la costituzione di un governo
al quale i socialisti, pur non prendendovi parte, avrebbero dato tutto il loro
appoggio. Lo svolgimento del retroscena ce lo narrerà l'on. Bonomi (Europeo n.
45 del 7-11-1948) con i più ampi particolari. Il vecchio Presidente imposta
l'avvenimento con questo interrogativo sommamente tragico: « Perchè la Corona
non ha trovato nel Parlamento lo strumento atto a reprimere un movimento che
apertamente confessava di volersi impadronire con la forza dello Stato?». E
dopo aver spiegato come «nel dopoguerra 1919-1922 l'instabilità del governo era
diventato un pericolo mortale per il regime parlamentare», così ci informa sul
suo progetto - « Avrei fatto un governo di sinistra con l'appoggio dei
socialisti ma senza la presenza dei socialisti. Programma: la difesa contro
l'ondata di illegalità e di violenza che abbatteva le organizzazioni politiche
ed economiche degli avversari del fascismo e minacciava lo Stato di un colpo di
mano rivoluzionario».
Chiamato dal Re, egli riferì subito
al Sovrano il colloquio avuto con Turati e della possibilità di un governo con
l'adesione socialista benché diminuita della loro non partecipazione al governo
stesso. «Di ciò il Re si mostrò contentissimo: egli incoraggiava il mio
tentativo, e, uscendo dal consueto riserbo, mi augurava calorosamente di
riuscire ». Ma la proposta di Turati non venne accolta dai suoi amici i quali
si limitarono ad offrire al governo un benevolo atteggiamento volta a volta,
senza tuttavia prendere un preciso impegno di appoggiarlo in tutta la sua opera
nella continuità della sua azione. « Era - dice Bonomi - una proposta
inaccettabile. Nell'ora tragica che si attraversava, mentre Mussolini
minacciava alla Camera la guerra civile qualora si volesse arrestare il suo
movimento, fondare un governo sulla eventuale benevola accoglienza di un grosso
gruppo parlamentare, diventava una avventura da disperati ». E quando l'ex
Presidente del Consiglio riferì al Re il suo insuccesso, questi ne fu
sinceramente rammaricato, poiché contava molto sul nuovo e sperato
atteggiamento dei socialisti e lo esortò a ritentare la prova: « Chiami - disse
il Re - questa notte i suoi amici socialisti e veda di persuaderli ».
Ma l’ estremo tentativo bonomiano
fallisce e vengono frustrate le speranze del Re che da oltre 20 anni agogna
chiamare le masse operaie alla responsabilità del potere. - Così - conclude il
Bonomi - a poco più di tre mesi dalla marcia su Roma, nasceva, si svolgeva e
finiva l'estremo tentativo di opporre dal di dentro (dal Parlamento e dallo
Stato) un argine solido al dilagare della violenza fascista. Mancato quell'argine
per l'incomprensione di quelli stessi che dovevano per primi esserne sommersi
l'ondata fascista non trovò alcuna barriera e quando il 28 ottobre 1922
essa inviò le sue cosiddette
legioni su Roma trovò la via aperta e tutti i poteri dello Stato o
insufficienti o travolti ».
Questo il racconto degli
avvenimenti fatto dall'on. Bonomi, ed i suoi apprezzamenti. Notiamo come egli
ritenga sicura e definitiva la possibilità - vista a posteriori - di evitare la
marcia su Roma. Egli punta sul collaborazionismo socialista come rimedio
salutare. Ma vi sono dei rimedi infallibili presi in un dato tempo che possono
diventare nocivi presi in un altro. Un salasso può salvare la vita ad una
persona come la può uccidere, a seconda del momento che viene praticato. La
collaborazione socialista fu sempre un desiderio di Re Vittorio Emanuele e già
l'aveva fatta sollecitare da Giolitti prima, attraverso Bissolati e lo stesso
Turati, poi da Nitti, ma sempre fu respinta. La possibilità della
collaborazione nel 1922 è oramai tramontata. Si può tentare l'esperimento, così
come se ne tenterebbe un'altro qualsiasi in un momento di disperazione, ma
potrebbe essere un salto nel buio. Oramai non è più possibile governare contro
il fascismo, sia perché ha la maggioranza della Nazione con sé, sia per lo
spirito che lo anima. Lo riconoscerà più tardi lo stesso Bonomi a marcia
avvenuta.
Degne di rilievo le notizie
raccolte da Luigi Ambrosini che ha fatto in questo periodo una inchiesta
nell'Emilia, apparsa sulla Stampa di Torino. Egli descrive il colloquio avuto
con un esponente fascista: «Se Nitti va al governo coi socialisti - mi
dichiarava un giovane agitatore ferrarese - in ventiquattro ore gli mobilitiamo
contro, nella sola Emilia, dai trenta ai quaranta mila uomini». Domandai: «
Armati? ». Mi rispose con un: «Perdio!» allegro e largo quanto la sua
provincia. Cavò di tasca un lapis, e sul marmo chiaro del tavolino - eravamo al
caffè - mi scodellò il piano della «loro» mobilitazione. «Uomini tanti,
biciclette, motociclette, side-cars, camions, automobili, rivoltelle, fucili,
mitragliatrici, cannoni... ». «Anche cannoni, posso scrivere?» gli domandai.
«Scriva, scriva, tanto qui sanno tutto». - «Anche il Prefetto? ». - « Persino
il Prefetto! Ma lui comanda in Prefettura ed io in provincia ». «Allora siete
contro lo Stato?». « Siamo contro lo Stato se lo Stato proteggerà i socialisti».
Del resto un mese prima Arturo
Labriola in una intervista al Giornale d'Italia aveva previste le cose non
diversamente esaminando una eventuale sommossa delle sinistre: «In Italia la
rivoluzione, ora, sarebbe un delitto. Il nostro è il paese che gode le maggiori
libertà. La borghesia non ha più che cosa cedere. Siamo Il paese democratico,
il più democratico di Europa, più democratico dell'Inghilterra, legato ancora a
tradizioni ed a costumi». E circa l'avvento dei socialisti al potere risponde:
«Si sono decisi troppo tardi». Evidentemente la situazione è tale che l'andata
al governo dei socialisti, che avrebbe dovuto essere un avvenimento di
straordinaria importanza, si ridurrebbe ora ad un governo di polizia e di repressione
contro il fascismo il che porterebbe alla guerra civile.
La stessa Confederazione del Lavoro
al Congresso di Genova se pure si è dichiarata indipendente dal Partito
Socialista è anche vero che circa la collaborazione si è dichiarata metà a
favore e metà contro. Questo voto dimostra che in caso di attuazione del
collaborazionismo, metà dei confederati sarebbe passata al comunismo aggravando
il disagio del ministero. Questo avrebbe avuto, oltre che l'ostilità dei
fascisti anche quello di una parte, sia pure meno agguerrita, dei socialisti
oppositori, dei comunisti ai quali Mussolini si sarebbe associato mettendo in
atto la minaccia lanciata alla Camera il 1° dicembre del 1921 che, qualora lo
Stato avesse a soverchiare gli uni e gli altri, allora comunisti e fascisti
avrebbero potuto mettersi d'accordo per contrastare l'autorità dello Stato: «Dichiaro
subito che, per quello che riguarda noi è assai difficile tentare di
schiacciare le due opposte fazioni; ed aggiungo che, la cosa non è scevra di
pericoli, perché domani, fascisti e comunisti, sottoposti quotidianamente ad un
martellamento di polizia, potrebbero finire anche per intendersi... salvo poi a
conflittare energicamente dopo per la ripartizione del bottino anche perché io
riconosco che fra noi ed i comunisti non ci sono affinità politiche, ma ci sono
affinità intellettuali». E a pochi giorni dalla prima crisi Facta, in un
discorso violento alla Camera aveva detto: «Se per avventura dovesse uscire
dalla crisi un governo di reazione antifascista, prendetene atto: noi agiremo
con la massima energia ed inflessibilità».
Ed è proprio dì quei giorni,
durante l'imperversare della crisi e della mobilitazione fascista e dello
sciopero generale che Ettore Sacchi l'ex repubblicano ministro del Re, scrive
al Giornale d’Italia una lettera nella quale è detto: « Come potrebbe svolgersi
la repressione in siffatti casi che sono divenuti frequenti? In un modo solo:
dare alla forza pubblica l'ordine di sparare, mandare le mitragliatrici e le
autoblindate non in bella mostra nelle piazze e per le vie, ma in piena
funzione della loro potenza micidiale. Un tale ordine non è stato dato fin qui.
lo aggiungo che un tale ordine non sarà mai dato da un ministro italiano ».
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