NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 13 agosto 2013

La Monarchia e il Fascismo- quarto capitolo - VIII

Il disgusto di Giolitti, l'angosciosa tristezza di Turati ed il costituzionalismo del Re.

Su questa direttiva troviamo pure l'on. Giolitti. Al momento della crisi egli è lontano da Roma. Si trova a Vichy e, malgrado si sia fatto il suo nome, non si muove e comunica il suo pensiero in una lettera al direttore della Tribuna:

Vìchy, 20 luglio 1922
Caro Malagodi,
«Stamane Facta e Soleri mi annunziarono per telegrafo le dimissioni del Ministero, chiedendomi se io venivo a Roma. Ho risposto di no. La situazione creata da ingiustificabili impazienze è così assurda, che, se fossi a Roma, ne sarei partito immediatamente.
«Che cosa può venire di buono per il Paese da un connubio dori Sturzo-Treves-Turati? Che programma si può fare quando il movente della crisi è unicamente la paura? Mentre il pericolo vero, unico per il nostro Paese è la marcia verso il fallimento, chi se ne preoccupa sul serio?
«Si invoca un Ministero forte e lo si compone di uomini in pieno disaccordo fra loro, i quali, se avranno forza, la adopereranno a combattersi. Se venissi a Roma si direbbe che arriva un concorrente dì più alla curée!
« Ella sa che io mi sono posto fuori concorso. Sono uno di quei vecchi avvocati che non assumono più cause, ma, occorrendo, danno ancora dei pareri. Ora però non saprei quali pareri dare e non vorrei neppure assumere la responsabilità di dare un parere, poiché non vedo (data la situazione parlamentare) la possibilità di una soluzione che risponda ai veri interessi del Paese.

«Il nuovo Governo, o si getterà a capofitto nella lotta contro il fascismo, e porterà a vera guerra civile, oppure userà la necessaria prudenza, e i paurosi che procurarono questa crisi lo rovesceranno.
«Sono fuori; ne ringrazio Iddio e resto fuori.
« Gradisca i più cordiali saluti.
Aff. Giovanni Giolitti.

Pochi giorni dopo scrive a Giovanni Porzio:

Vichy 23 luglio 1922
« Caro amico,
ti ringrazio della tua gentile lettera; mi è di grande soddisfazione che tu approvi la mia condotta. Appena avuta notizia della crisi da Facta e da Soleri telegrafai loro che non sarei venuto a Roma. Che cosa sarei andato a fare?
«La crisi fu impostata nel modo più balordo, ed importa un mandato imperativo di lotta ad oltranza contro il fascismo; il mandato di provocare la guerra civile. Credo che nessun uomo serio accetterà tale mandato; certamente non l'accetterà Orlando che è l'uomo al quale, più che a qualunque altro può riuscire di comporre un ministero serio e sopratutto equilibrato.
« ... impostare la crisi sulla rottura delle sedie di Miglioli dando l'impressione di un paese in completo disordine, è segno di un vero squilibrio mentale!
«Gradisci il più cordiale saluto
Aff. Giovanni Giolitti.

Evidentemente egli lanciava il rimprovero a coloro che hanno prodotto la crisi intempestivamente, incapaci poi di risolverla. E' un monito ai gruppi parlamentari di smetterla di far baruffa fra di loro e di silurarsi a vicenda, richiamando tutti al dovere che l'ora grave incombente sul Paese richiede. Intanto lo Stato precipita, precipita la Costituzione, e dagli esponenti responsabili non si vede una chiara soluzione. E se questa chiarezza si esprime da qualcuno, essa non è che espressione di reazione, rimedio che allo stato delle cose non porterebbe la guarigione al corpo martoriato e inalato del Paese. Di questo atteggiamento si preoccupa anche il Corriere della Sera: «La borghesia liberale, non classe ma fiore delle classi, si deve difendere dallo spirito di sopraffazione socialista, ma non può e non deve adottarne i sistemi. La sua forza, davanti all'opinione pubblica e davanti all'avvenire, è nella misura. Come elemento dirigente, essa è necessariamente un elemento moderatore. Ed è tempo che eserciti la sua moderazione verso il fascismo... ».
La confusione è enorme e la situazione preoccupa sempre più il Sovrano. Egli riceve ancora Turati nella speranza forse che un po' di luce illumini quest'ora tanto scura della politica italiana. Va rilevato che l'udienza avviene quattro giorni dopo il rifiuto dei socialisti a far parte del Ministero Bonomi o per lo meno di collaborarvi apertamente. Il colloquio deve quindi avere avuto uno scopo puramente chiarificatore. La visita suscita commenti ed invettive e nel campo socialista ha per risultato di suddividere ancora più le molteplici tendenze. Intervistato dal Giornale d'Italia all'uscita dall'udienza reale e richiesto quale impressione gli abbia fatto il Re, così risponde: «Buona sinceramente: E' un Re costituzionalissimo, che si conserva al di sopra dei partiti e delle tendenze di parte. E' veramente ortodosso nella funzione che esplica. Sembra un uomo stanco di queste continue lotte che affliggono l'Italia». Continuando l'intervista e rispondendo ad altre domande intorno alla situazione, l'on. Turati afferma: « ... i fascisti, gente armata, sono quattrocentomila uomini, bene equipaggiati, moralmente pronti a qualunque prova, pieni di entusiasmo... » E ad un redattore dell'Epoca, dopo avere ammesso che in tutti i partiti vi sono troppi pavidi, Turati angosciato e triste così conclude: «C'è dell'ansia in tutti. C'è del desiderio onesto quando diciamo: eccoci pronti! Ma facciamo presto. La crisi del Parlamento si estende e si aggrava nel Paese ed oggi, così, il Paese va in rovina ».

Mussolini scrive che «i socialisti non potendo innalzare le barricate vanno al Quirinale» mentre il suo corrispondente telegrafa da Roma: «Il vecchio buffone, che nel 1919 usciva dalla Camera mentre il Re vi entrava e che oggi ha mendicato una udienza alla reggia, ha compiuto il passo per una meschina manovra di corridoio suggeritagli dal meschinissimo e chiuso cervello di Modigliani. Il collaborazionista ha salito il colle del Quirinale per ripetere il veto contro la destra, per ripetere il veto dei popolari già volti in fuga dalla rivolta dell'opinione pubblica. Si trattava di inutile fatica perché un governo di sinistra non si fa e non si farà. Noi sfidiamo i socialisti a compiere un governo sinistroide e anti-fascista Se essi hanno fegato e carattere lo formino. Il fascismo non teme l'inutile manovra social-riformista ed è pronto oggi come ieri a rispondere».
E' veramente la paura che trattiene i socialisti dal partecipare ad un ministero di sinistra? Incomprensibile è la loro condotta quando si pensi che Turati va dal Re dopo il loro rifiuto, e che due giorni prima una deliberazione del gruppo parlamentare è fatta in senso collaborazionista. Ma forse è una manovra fatta nel timore che Orlando possa ricorrere alla destra. I socialisti desiderano un governo di sinistra ma non vogliono assumersi alcuna responsabilità. Come fiancheggiatori hanno i popolari i quali pongono un veto a destra, un'altro a sinistra, rifiutano la direzione del governo ma si riservano di parteciparvi in qualità di sabotatori...

Cresce il senso di sfiducia nel paese e si va maturando una sorda avversione al Parlamento. Qualcuno sussurra sull'eventualità di una dittatura ed il deputato socialista, Ettore Ciccotti, ne fa aperta professione in una lettera al Giornale d’Italia nella quale propone di conferire al Sovrano pieni poteri dittatoriali analoghi a quelli esercitati dal Presidente degli Stati Uniti, poiché si ha l’impressione che il Paese, stanco delle ciarle e delle risse parlamentari sia favorevole a questa soluzione. Ma la crisi aperta - almeno apparentemente - p-r la necessità di formare un governo forte con un programma deciso, sboccherà in un ministero di ripiego, un ministero purchessia non migliore e forse peggiore dei precedenti: questa soluzione sarà la più severa lezione a coloro che hanno determinato la crisi: i socialisti ed i popolari.

Il Re esaurite tutte le designazioni, da Orlando a De Nava a Meda, da Bonomi a De Nicola, torna a Facta il quale costituisce il ministero con lievi modifiche sul precedente. La crisi, che si è risolta in una catastrofe morale, è durata dodici giorni durante i quali le fazioni si sono sbizzarrite nei disordini e nei conflitti. Turati sta conferendo col Sovrano per trovare una via di pacificazione e in quel giorno si scatena uno sciopero generale social-comunista. L'AIleanza del Lavoro fa appello agli operai delle industrie, dei campi, dei servizi pubblici per indurli a scioperare in difesa delle organizzazioni di classe, ma queste agitazioni, più che lotte economiche più che lotte fra due principi opposti e contrari, l'individualismo ed il socialismo, sono in realtà una guerra di fazioni, social-comunisti e fascisti, siano pure questi ispirati da un caldo desiderio di difesa dello spirito nazionale uscito rinsaldato dal crogiuolo della guerra. I confederali, stretti nell'Alleanza fanno appello a D'Annunzio che avevano designato come loro protettore, ed egli risponde unendosi ai fascisti che a Milano hanno occupato Palazzo Marino dopo averne cacciati i socialisti. Egli parla dalla ringhiera al popolo milanese, «da questa ringhiera che per troppo tempo fu muta del tricolore». E continua: «La nazione era al bivio. La Nazione ha interrogato il suo fato e ha scelto la sua via. La Nazione ha intrapreso il suo nuovo cammino. La grande Nazione italiana è in marcia». E Mussolini nello stesso giorno parla al fascio di Roma: «Nessuno sciopero generale può stroncare l'attività del partito». Rammenta che il bolscevismo popolare è peggiore del bolscevismo rosso ed inneggia al mito della Nazione insieme al mito dell'Impero.

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