Il disgusto di Giolitti, l'angosciosa tristezza di Turati ed il
costituzionalismo del Re.
Su questa direttiva troviamo pure
l'on. Giolitti. Al momento della crisi egli è lontano da Roma. Si trova a Vichy
e, malgrado si sia fatto il suo nome, non si muove e comunica il suo pensiero
in una lettera al direttore della Tribuna:
Vìchy, 20 luglio 1922
Caro Malagodi,
«Stamane Facta e Soleri mi
annunziarono per telegrafo le dimissioni del Ministero, chiedendomi se io
venivo a Roma. Ho risposto di no. La situazione creata da ingiustificabili
impazienze è così assurda, che, se fossi a Roma, ne sarei partito
immediatamente.
«Che cosa può venire di buono per
il Paese da un connubio dori Sturzo-Treves-Turati? Che programma si può fare
quando il movente della crisi è unicamente la paura? Mentre il pericolo vero,
unico per il nostro Paese è la marcia verso il fallimento, chi se ne preoccupa
sul serio?
«Si invoca un Ministero forte e lo
si compone di uomini in pieno disaccordo fra loro, i quali, se avranno forza,
la adopereranno a combattersi. Se venissi a Roma si direbbe che arriva un
concorrente dì più alla curée!
« Ella sa che io mi sono posto
fuori concorso. Sono uno di quei vecchi avvocati che non assumono più cause,
ma, occorrendo, danno ancora dei pareri. Ora però non saprei quali pareri dare
e non vorrei neppure assumere la responsabilità di dare un parere, poiché non
vedo (data la situazione parlamentare) la possibilità di una soluzione che
risponda ai veri interessi del Paese.
«Il nuovo Governo, o si getterà a
capofitto nella lotta contro il fascismo, e porterà a vera guerra civile,
oppure userà la necessaria prudenza, e i paurosi che procurarono questa crisi
lo rovesceranno.
«Sono fuori; ne ringrazio Iddio e
resto fuori.
« Gradisca i più cordiali saluti.
Aff. Giovanni Giolitti.
Pochi giorni dopo scrive a Giovanni
Porzio:
Vichy 23 luglio 1922
« Caro amico,
ti ringrazio della tua gentile
lettera; mi è di grande soddisfazione che tu approvi la mia condotta. Appena
avuta notizia della crisi da Facta e da Soleri telegrafai loro che non sarei
venuto a Roma. Che cosa sarei andato a fare?
«La crisi fu impostata nel modo più
balordo, ed importa un mandato imperativo di lotta ad oltranza contro il
fascismo; il mandato di provocare la guerra civile. Credo che nessun uomo serio
accetterà tale mandato; certamente non l'accetterà Orlando che è l'uomo al
quale, più che a qualunque altro può riuscire di comporre un ministero serio e
sopratutto equilibrato.
« ... impostare la crisi sulla
rottura delle sedie di Miglioli dando l'impressione di un paese in completo
disordine, è segno di un vero squilibrio mentale!
«Gradisci il più cordiale saluto
Aff. Giovanni Giolitti.
Evidentemente egli lanciava il
rimprovero a coloro che hanno prodotto la crisi intempestivamente, incapaci poi
di risolverla. E' un monito ai gruppi parlamentari di smetterla di far baruffa
fra di loro e di silurarsi a vicenda, richiamando tutti al dovere che l'ora
grave incombente sul Paese richiede. Intanto lo Stato precipita, precipita la
Costituzione, e dagli esponenti responsabili non si vede una chiara soluzione.
E se questa chiarezza si esprime da qualcuno, essa non è che espressione di
reazione, rimedio che allo stato delle cose non porterebbe la guarigione al
corpo martoriato e inalato del Paese. Di questo atteggiamento si preoccupa anche
il Corriere della Sera: «La borghesia liberale, non classe ma fiore delle
classi, si deve difendere dallo spirito di sopraffazione socialista, ma non può
e non deve adottarne i sistemi. La sua forza, davanti all'opinione pubblica e
davanti all'avvenire, è nella misura. Come elemento dirigente, essa è
necessariamente un elemento moderatore. Ed è tempo che eserciti la sua
moderazione verso il fascismo... ».
La confusione è enorme e la
situazione preoccupa sempre più il Sovrano. Egli riceve ancora Turati nella
speranza forse che un po' di luce illumini quest'ora tanto scura della politica
italiana. Va rilevato che l'udienza avviene quattro giorni dopo il rifiuto dei
socialisti a far parte del Ministero Bonomi o per lo meno di collaborarvi
apertamente. Il colloquio deve quindi avere avuto uno scopo puramente
chiarificatore. La visita suscita commenti ed invettive e nel campo socialista
ha per risultato di suddividere ancora più le molteplici tendenze. Intervistato
dal Giornale d'Italia all'uscita dall'udienza reale e richiesto quale
impressione gli abbia fatto il Re, così risponde: «Buona sinceramente: E' un Re
costituzionalissimo, che si conserva al di sopra dei partiti e delle tendenze
di parte. E' veramente ortodosso nella funzione che esplica. Sembra un uomo
stanco di queste continue lotte che affliggono l'Italia». Continuando
l'intervista e rispondendo ad altre domande intorno alla situazione, l'on.
Turati afferma: « ... i fascisti, gente armata, sono quattrocentomila uomini,
bene equipaggiati, moralmente pronti a qualunque prova, pieni di entusiasmo...
» E ad un redattore dell'Epoca, dopo avere ammesso che in tutti i partiti vi
sono troppi pavidi, Turati angosciato e triste così conclude: «C'è dell'ansia
in tutti. C'è del desiderio onesto quando diciamo: eccoci pronti! Ma facciamo
presto. La crisi del Parlamento si estende e si aggrava nel Paese ed oggi,
così, il Paese va in rovina ».
Mussolini scrive che «i socialisti
non potendo innalzare le barricate vanno al Quirinale» mentre il suo corrispondente
telegrafa da Roma: «Il vecchio buffone, che nel 1919 usciva dalla Camera mentre
il Re vi entrava e che oggi ha mendicato una udienza alla reggia, ha compiuto
il passo per una meschina manovra di corridoio suggeritagli dal meschinissimo e
chiuso cervello di Modigliani. Il collaborazionista ha salito il colle del
Quirinale per ripetere il veto contro la destra, per ripetere il veto dei
popolari già volti in fuga dalla rivolta dell'opinione pubblica. Si trattava di
inutile fatica perché un governo di sinistra non si fa e non si farà. Noi
sfidiamo i socialisti a compiere un governo sinistroide e anti-fascista Se essi
hanno fegato e carattere lo formino. Il fascismo non teme l'inutile manovra
social-riformista ed è pronto oggi come ieri a rispondere».
E' veramente la paura che trattiene
i socialisti dal partecipare ad un ministero di sinistra? Incomprensibile è la
loro condotta quando si pensi che Turati va dal Re dopo il loro rifiuto, e che
due giorni prima una deliberazione del gruppo parlamentare è fatta in senso
collaborazionista. Ma forse è una manovra fatta nel timore che Orlando possa
ricorrere alla destra. I socialisti desiderano un governo di sinistra ma non
vogliono assumersi alcuna responsabilità. Come fiancheggiatori hanno i popolari
i quali pongono un veto a destra, un'altro a sinistra, rifiutano la direzione
del governo ma si riservano di parteciparvi in qualità di sabotatori...
Cresce il senso di sfiducia nel paese
e si va maturando una sorda avversione al Parlamento. Qualcuno sussurra
sull'eventualità di una dittatura ed il deputato socialista, Ettore Ciccotti,
ne fa aperta professione in una lettera al Giornale d’Italia nella quale
propone di conferire al Sovrano pieni poteri dittatoriali analoghi a quelli
esercitati dal Presidente degli Stati Uniti, poiché si ha l’impressione che il
Paese, stanco delle ciarle e delle risse parlamentari sia favorevole a questa
soluzione. Ma la crisi aperta - almeno apparentemente - p-r la necessità di
formare un governo forte con un programma deciso, sboccherà in un ministero di
ripiego, un ministero purchessia non migliore e forse peggiore dei precedenti:
questa soluzione sarà la più severa lezione a coloro che hanno determinato la
crisi: i socialisti ed i popolari.
Il Re esaurite tutte le designazioni, da Orlando a De Nava a Meda, da
Bonomi a De Nicola, torna a Facta il quale costituisce il ministero
con lievi modifiche sul precedente. La crisi, che si è risolta in una
catastrofe morale, è durata dodici giorni durante i quali le fazioni si sono
sbizzarrite nei disordini e nei conflitti. Turati sta conferendo col Sovrano
per trovare una via di pacificazione e in quel giorno si scatena uno sciopero
generale social-comunista. L'AIleanza del Lavoro fa appello agli operai delle
industrie, dei campi, dei servizi pubblici per indurli a scioperare in difesa
delle organizzazioni di classe, ma queste agitazioni, più che lotte economiche
più che lotte fra due principi opposti e contrari, l'individualismo ed il
socialismo, sono in realtà una guerra di fazioni, social-comunisti e fascisti,
siano pure questi ispirati da un caldo desiderio di difesa dello spirito
nazionale uscito rinsaldato dal crogiuolo della guerra. I confederali, stretti
nell'Alleanza fanno appello a D'Annunzio che avevano designato come loro
protettore, ed egli risponde unendosi ai fascisti che a Milano hanno occupato
Palazzo Marino dopo averne cacciati i socialisti. Egli parla dalla ringhiera al
popolo milanese, «da questa ringhiera che per troppo tempo fu muta del
tricolore». E continua: «La nazione era al bivio. La Nazione ha interrogato il
suo fato e ha scelto la sua via. La Nazione ha intrapreso il suo nuovo cammino.
La grande Nazione italiana è in marcia». E Mussolini nello stesso giorno parla
al fascio di Roma: «Nessuno sciopero generale può stroncare l'attività del
partito». Rammenta che il bolscevismo popolare è peggiore del bolscevismo rosso
ed inneggia al mito della Nazione insieme al mito dell'Impero.
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