Mentre lo Stato va in sfacelo i fascisti si sostituiscono agli organi governativi.
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| La città di Trento rioccupata dagli Squadristi |
Mentre lo Stato va in sfacelo i fascisti si sostituiscono
agli organi governativi.
Intanto la barca ministeriale sbanda da tutte le parti, messa
a repentaglio dal carico democristiano, e si diffonde sempre più la sensazione
che manchi addirittura un governo: si vede chiaramente che questo si è assunto
un peso superiore alle sue forze e che bisogna trovare una via d'uscita. E così
Facta alla seconda metà di agosto inizia trattative con Giolitti per il suo
ritorno al potere, e il primo incontro ha luogo alla stazione di Pinerolo dove
egli si era recato ad attenderlo all'arrivo da Vichy. Ai primi di settembre
Facta è ancora a colloquio con Giolitti a Bardonecchia ed alla sera riparte per
Roma dove convoca il Consiglio dei Ministri. E nella seconda quindicina di
settembre egli ritorna a Torino e si intrattiene per mezz'ora con Giolitti presente
l'ambasciatore Frassati. Al termine del colloquio Facta si reca a Racconigi dal
Re. La Stampa, riferendosi a questi incontri, mentre smentisce certe voci,
assicura che le riunioni avevano per tema «il più assoluto dissenso circa i
metodi di governo». Di queste trattative di Giolitti abbiamo conferma dal
racconto che ne fa l'on. Sforza (1) il quale ci narra che Giolitti aveva avuto
dal Re l'assenso a cambiare la legge elettorale per decreto reale (o decreto
legge) e tornare al collegio uninominale o allo scrutinio di lista (2).
«Per una decisione sì ponderosa Giolitti sentiva che
occorreva un ministero di autorità eccezionale; voleva vi entrassero quasi
tutti gli ex Primi ministri; cominciò col convocare De Nicola, Orlando e
Luzzatti cui offrì rispettivamente la Giustizia, l'Istruzione le Finanze; per
se teneva l'Interno; Gli Esteri li aveva offerti a me; altri dicasteri
intendeva offrirli a Bonomi e a Tittoni. Luzzatti ed io avevamo accettato. io
solo avendogli ripetuto che ero certo si poteva cambiare la situazione anche
senza una nuova Camera». Il progetto. secondo Sforza, sarebbe caduto per
linsistenza di Giolitti a voler rifare la Camera. Ala lo Sforza è in
contraddizione quando dice della mai motivazione dell'insuccesso poiché le
trattative con Facta e con gli altri «per una decisione sì ponderosa» si
imperniano mai - come lui stesso afferma - sulle elezioni a collegio uninominale.
Questo particolare è confermato dalle cronache del tempo le quali ci dicono che
il Consiglio dei ministri, occupandosi di politica interna discute intorno alla
opportunità delle elezioni politiche verso marzo con vive pressioni in questo
senso da parte del Partito Fascista. Si parla pure di preventive modifiche alla
legge elettorale, mentre si intensifica ovunque la campagna contro la
proporzionale. Del resto a questo proposito vi è una testimonianza definitiva,
quella dell'on. Philipson. Onesti amico di Giolitti, è chiamato a Bardonecchia
e riceve l'incarico di recarsi a Parigi - dove effettivamente si reca e lì compie
l'ambasceria - a dire allo Sforza che Giolitti non può assumerlo nel suo
costituendo Ministero». Evidentemente lo Sforza si era offerto, ma Giolitti
sentì di non poterlo includere in un ministero di «autorità eccezionale» (3 ).
Il governo di Facta non presenta atteggiamenti enti decisivi,
non sa che via seguire. Parte dei suoi componenti sono già presi dall'entusiasmo
fascista, altri, come i popolari, sfuggono da ogni responsabilità. Non sanno se
provocare la crisi o se convocare la Camera. Dopo due lunghi Consigli il
Ministero decide di rimanere al potere, rinvia la convocazione del Parlamento a
novembre, e continua a vivacchiare assistendo impotente alla travolgente
conquista del fascismo che domina ovunque.
L'on. Ettore Ciccotti esponente del vecchio socialismo
romantico italiano e studioso della sua dottrina, scrive sul Popolo d’Italia un
articolo di vera esaltazione: «Queste masse affluiscono al fascismo non sotto
l'allettamento di nuove promesse da parte del fascismo, ma per la sperimentata
delusione dì queste promesse fatte dal socialismo bolscevizzante. L'aver
richiamata l'Italia ubriaca al senso della realtà è un merito del fascismo, che
può divenire maggiore se portato a tutte le sue conseguenze». E queste
conseguenze sono già in atto. I fascisti occupano Bolzano e scacciano
l'amministrazione del tracotante pangermanista Perathoner. E' lo Stato fascista
che opera, che si impone: tutti i provvedimenti presi dagli occupanti sono
stati fatti a nome dello Stato fascista. Roma non funziona più: viene
sostituito il sindaco tedesco, è abolita la polizia, applicata la bilinguità. A
Udine in una grande adunata di camicie nere Mussolini parla sull'azione e la
dottrina fascista dinanzi alle necessità storiche della Nazione: «Noi pensiamo
di fare di Roma la città del nostro spirito, una città, cioè, depurata,
disinfettata da tutti gli elementi che la corrompono e la infangano, pensiamo
di fare di Roma il cuore pulsante, lo spirito alacre dell'Italia imperiale che
noi sogniamo».
Con questo discorso Mussolini intende dire: il fascismo vuol
governare l'Italia. E si incomincia a fare qualche accenno ad una marcia su
Roma anche per le tipiche esercitazioni pratiche che sembrano - sintomi di più
grandi movimenti. Ed è in questi giorni che Mussolini raduna 30.000 seguaci a
Cremona per l’inaugurazione di 50 gagliardetti e pronuncia la chiara minaccia: «Vittorio
Veneto non fu la fine ma il principio di quella marcia formidabile che, con
colpo sicuro non si arresterà se non a Roma. Nessun ostacolo ci fermerà».
Salandra in un discorso a Bari, alludendo al movimento fascista, si augura che
il governo sia trasferito nelle mani dei giovani Amendola, ministro delle
colonie, parla a Sala Consilina e riconosce sostanzialmente che il fascismo ha
salvato la Nazione dal bolscevismo ed ha
pertanto implicitamente ammesso che la democrazia, la quale deteneva il governo
non seppe fare tale difesa ed anzi lasciò sminuire l'autorità e la forza dello
Stato: «Dobbiamo riconoscere - egli dice - che il “fatto” fascismo accompagna
una salda e radicale restaurazione della coscienza nazionale quale rampolla
dalla Vittoria, ed un consolidamento nel'anima italiana del valore morale della
nostra partecipazione alla grande guerra».
(1) CARLO SFORZA: L'Italia dal 1914 al 1944 quale io la vidi.
A. Mondadori, Roma, pag. 126-127.
(2) L'affermazione dello Sforza è semplicemente assurda,
arbitraria ed inconcepibile. Il Re non avrebbe mai firmato un decreto che
annullava una legge votata dalla Camera, sia pure una Camera scaduta, dopo che
era già stata applicata due volte, una dall'on. Nitti e l'altra dallo stesso
Giolitti. Ligio all'estremo alle regole costituzionali il Sovrano avrebbe
richiesto l'approvazione delle Camere. Si può invece sostenere che la legge per
il ritorno al collegio uninominale se presentata all'approvazione, data
l'autorità di Giolitti, forse sarebbe passata. Ma lo Sforza che per vent'anni
non desisterà dall'accusare Vittorio Emanuele III di avere violato la
Costituzione, non aveva visto in quel suo desiderio per il decreto legge sol
perché gli faceva comodo - un invito alla violazione delle norme
costituzionali.
(3) L'episodio è stato accennato dal Philipson in un suo
Intervento al Congresso Liberale di Roma (10-7-1949) e da lui ripetuto a me nei
suoi minuti particolari.

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