NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 19 agosto 2013

La Monarchia e il Fascismo- quarto capitolo - X

Mentre lo Stato va in sfacelo i fascisti si sostituiscono agli organi governativi.


La città di Trento rioccupata dagli Squadristi
Mentre lo Stato va in sfacelo i fascisti si sostituiscono agli organi governativi.

Intanto la barca ministeriale sbanda da tutte le parti, messa a repentaglio dal carico democristiano, e si diffonde sempre più la sensazione che manchi addirittura un governo: si vede chiaramente che questo si è assunto un peso superiore alle sue forze e che bisogna trovare una via d'uscita. E così Facta alla seconda metà di agosto inizia trattative con Giolitti per il suo ritorno al potere, e il primo incontro ha luogo alla stazione di Pinerolo dove egli si era recato ad attenderlo all'arrivo da Vichy. Ai primi di settembre Facta è ancora a colloquio con Giolitti a Bardonecchia ed alla sera riparte per Roma dove convoca il Consiglio dei Ministri. E nella seconda quindicina di settembre egli ritorna a Torino e si intrattiene per mezz'ora con Giolitti presente l'ambasciatore Frassati. Al termine del colloquio Facta si reca a Racconigi dal Re. La Stampa, riferendosi a questi incontri, mentre smentisce certe voci, assicura che le riunioni avevano per tema «il più assoluto dissenso circa i metodi di governo». Di queste trattative di Giolitti abbiamo conferma dal racconto che ne fa l'on. Sforza (1) il quale ci narra che Giolitti aveva avuto dal Re l'assenso a cambiare la legge elettorale per decreto reale (o decreto legge) e tornare al collegio uninominale o allo scrutinio di lista (2).
«Per una decisione sì ponderosa Giolitti sentiva che occorreva un ministero di autorità eccezionale; voleva vi entrassero quasi tutti gli ex Primi ministri; cominciò col convocare De Nicola, Orlando e Luzzatti cui offrì rispettivamente la Giustizia, l'Istruzione le Finanze; per se teneva l'Interno; Gli Esteri li aveva offerti a me; altri dicasteri intendeva offrirli a Bonomi e a Tittoni. Luzzatti ed io avevamo accettato. io solo avendogli ripetuto che ero certo si poteva cambiare la situazione anche senza una nuova Camera». Il progetto. secondo Sforza, sarebbe caduto per linsistenza di Giolitti a voler rifare la Camera. Ala lo Sforza è in contraddizione quando dice della mai motivazione dell'insuccesso poiché le trattative con Facta e con gli altri «per una decisione sì ponderosa» si imperniano mai - come lui stesso afferma - sulle elezioni a collegio uninominale. Questo particolare è confermato dalle cronache del tempo le quali ci dicono che il Consiglio dei ministri, occupandosi di politica interna discute intorno alla opportunità delle elezioni politiche verso marzo con vive pressioni in questo senso da parte del Partito Fascista. Si parla pure di preventive modifiche alla legge elettorale, mentre si intensifica ovunque la campagna contro la proporzionale. Del resto a questo proposito vi è una testimonianza definitiva, quella dell'on. Philipson. Onesti amico di Giolitti, è chiamato a Bardonecchia e riceve l'incarico di recarsi a Parigi - dove effettivamente  si reca e  lì compie  l'ambasceria - a dire allo Sforza che Giolitti non può assumerlo nel suo costituendo Ministero». Evidentemente lo Sforza si era offerto, ma Giolitti sentì di non poterlo includere in un ministero di «autorità eccezionale» (3 ).

Il governo di Facta non presenta atteggiamenti enti decisivi, non sa che via seguire. Parte dei suoi componenti sono già presi dall'entusiasmo fascista, altri, come i popolari, sfuggono da ogni responsabilità. Non sanno se provocare la crisi o se convocare la Camera. Dopo due lunghi Consigli il Ministero decide di rimanere al potere, rinvia la convocazione del Parlamento a novembre, e continua a vivacchiare assistendo impotente alla travolgente conquista del fascismo che domina ovunque.
L'on. Ettore Ciccotti esponente del vecchio socialismo romantico italiano e studioso della sua dottrina, scrive sul Popolo d’Italia un articolo di vera esaltazione: «Queste masse affluiscono al fascismo non sotto l'allettamento di nuove promesse da parte del fascismo, ma per la sperimentata delusione dì queste promesse fatte dal socialismo bolscevizzante. L'aver richiamata l'Italia ubriaca al senso della realtà è un merito del fascismo, che può divenire maggiore se portato a tutte le sue conseguenze». E queste conseguenze sono già in atto. I fascisti occupano Bolzano e scacciano l'amministrazione del tracotante pangermanista Perathoner. E' lo Stato fascista che opera, che si impone: tutti i provvedimenti presi dagli occupanti sono stati fatti a nome dello Stato fascista. Roma non funziona più: viene sostituito il sindaco tedesco, è abolita la polizia, applicata la bilinguità. A Udine in una grande adunata di camicie nere Mussolini parla sull'azione e la dottrina fascista dinanzi alle necessità storiche della Nazione: «Noi pensiamo di fare di Roma la città del nostro spirito, una città, cioè, depurata, disinfettata da tutti gli elementi che la corrompono e la infangano, pensiamo di fare di Roma il cuore pulsante, lo spirito alacre dell'Italia imperiale che noi sogniamo».
Con questo discorso Mussolini intende dire: il fascismo vuol governare l'Italia. E si incomincia a fare qualche accenno ad una marcia su Roma anche per le tipiche esercitazioni pratiche che sembrano - sintomi di più grandi movimenti. Ed è in questi giorni che Mussolini raduna 30.000 seguaci a Cremona per l’inaugurazione di 50 gagliardetti e pronuncia la chiara minaccia: «Vittorio Veneto non fu la fine ma il principio di quella marcia formidabile che, con colpo sicuro non si arresterà se non a Roma. Nessun ostacolo ci fermerà». Salandra in un discorso a Bari, alludendo al movimento fascista, si augura che il governo sia trasferito nelle mani dei giovani Amendola, ministro delle colonie, parla a Sala Consilina e riconosce sostanzialmente che il fascismo ha salvato la Nazione dal bolscevismo  ed ha pertanto implicitamente ammesso che la democrazia, la quale deteneva il governo non seppe fare tale difesa ed anzi lasciò sminuire l'autorità e la forza dello Stato: «Dobbiamo riconoscere - egli dice - che il “fatto” fascismo accompagna una salda e radicale restaurazione della coscienza nazionale quale rampolla dalla Vittoria, ed un consolidamento nel'anima italiana del valore morale della nostra partecipazione alla grande guerra».

(1) CARLO SFORZA: L'Italia dal 1914 al 1944 quale io la vidi. A. Mondadori, Roma, pag. 126-127.
(2) L'affermazione dello Sforza è semplicemente assurda, arbitraria ed inconcepibile. Il Re non avrebbe mai firmato un decreto che annullava una legge votata dalla Camera, sia pure una Camera scaduta, dopo che era già stata applicata due volte, una dall'on. Nitti e l'altra dallo stesso Giolitti. Ligio all'estremo alle regole costituzionali il Sovrano avrebbe richiesto l'approvazione delle Camere. Si può invece sostenere che la legge per il ritorno al collegio uninominale se presentata all'approvazione, data l'autorità di Giolitti, forse sarebbe passata. Ma lo Sforza che per vent'anni non desisterà dall'accusare Vittorio Emanuele III di avere violato la Costituzione, non aveva visto in quel suo desiderio per il decreto legge sol perché gli faceva comodo - un invito alla violazione delle norme costituzionali.

(3) L'episodio è stato accennato dal Philipson in un suo Intervento al Congresso Liberale di Roma (10-7-1949) e da lui ripetuto a me nei suoi minuti particolari.

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