NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 24 agosto 2013

La Monarchia e il Fascismo - quarto capitolo - XI

I liberali mettono la camicia nera a Cavour ed i repubblicani rinnegano «gli austeri imbroglioni» della direzione del partito per affiancarsi a Mussolini.

Al Congresso liberale di Bologna è acclamato Sandro Ruggero, che si presenta in divisa di comandante delle squadre d'azione liberali, sono fischiati Nitti e Giolitti, si applaude a Salandra oramai fascista dichiarato e si grida: a destra! a destra! Sono accolte con una vera ovazione le parole di Alberto Giovannini: «La forza fascista deve trovare un Partito Liberale che sappia disciplinarla nell'alveo della legalità e non lasci disperdere nella negazione del passato tutto ciò che il passato ci ha tramandato di vitale». Si inaugura il gagliardetto e prestano giuramento le squadre «Cavour» e «Silvio Spaventa». Al congresso liberale di Bologna, si dice, è stata messa la camicia nera anche a Cavour, il che rafforza la diagnosi che la destra liberale è la nuova ispiratrice politica del fascismo.

Non si comprende però questo atteggiamento supino di fronte all'asprezza di linguaggio che rasenta il disprezzo tenuto da Mussolini pochi giorni prima a Milano: «C'è un'Italia che voi, governanti liberali, non comprendete più. Non la comprendete per il vostro temperamento statico, non la comprendete perché la politica parlamentare vi ha inaridito lo spirito. L'Italia che è venuta dalle trincee è un'Italia forte, un'Italia piena di impulsi, di vita. Oramai lo Stato liberale è una maschera dietro la quale non c'è nessuna faccia. E' una impalcatura; ma dietro non c'è nessun edificio. Ci sono delle forze: ma dietro di esse non c'è più lo spirito. Tutti quelli che dovrebbero essere a sostegno di questo Stato, sentono che esso sta toccando gli estremi limiti della vergogna, della ignoranza e del ridicolo». E dopo avere accennato ai nemici ambigui che cercano di ferire il movimento fascista, così continua: « Ora bisogna dire che se non avremo remissione per coloro che ci attaccano di dietro le siepi, non avremo nemmeno remissione per coloro che ci attaccano con ambiguità. Quando al quadrante della storia battono le grandi ore bisogna parlare da contadini: semplicemente, duramente, schiettamente e lealmente.
Non abbiamo grandi ostacoli da superare, perché la Nazione attende, la Nazione spera in noi. La Nazione si sente rappresentata da noi. Certamente non possiamo promettere l'albero della libertà sulle pubbliche piazze: non possiamo dare la libertà a coloro che ne profitterebbero per assassinarci. Qui è la stoltezza dello Stato liberale: che dà la libertà a tutti, anche a coloro che se ne servono per abbatterlo. Noi non daremo questa libertà. Nemmeno se la richiesta di questa libertà fosse avvolta nella vecchia carta stinta degli immortali principii!
«Noi faremo una politica di severità e reazione. Dividiamo gli  italiani in tre categorie: gli italiani indifferenti che rimarranno nelle loro case ad attendere, i simpatizzanti che potranno circolare, e finalmente gli italiani nemici e quelli non circoleranno ».
Mussolini si lamenta si  anche che il Re è «troppo democratico». Colpevolele di avere tolto lo stile alla vita del popolo.  Il  fascismo invece ha riportato questo stile, «cioé il colore, la forza, il pittoresco, l'inaspettato, il mistico: insomma tutto quello che conta nell'animo delle moltitudini». E continua su questo tono esaltando il sistema la linea di condotta e programmatica del fascismo che va dalla politica religiosa alla violenza, dal sindacalismo alle battaglie, sindacali nelle strade e nelle piazze.
Il Corriere della Sera, organo riconosciuto del liberalismo conservatore italiano non reagisce al linguaggio mussoliniano, ma compare con un articolo nel quale constata che in Italia vi sono due governi, il governo liberale e il governo fascista, lo Stato di ieri e lo Stato di domani e quando ve ne sono due ce n'è uno di più. E previene a questa constatazione: « Occorre un governo ».
Intanto le camicie nere segnano ogni giorno un trionfo: ai primi di ottobre occupano la città di Trento e nelle elezioni amministrative del Polesine su 62 comuni ben 60 votano per il Partito Fascista fra il giubilo della popolazione, e lo stesso segretario del Direttorio Provinciale del Partito Repubblicano (storico) scrive a Mussolini: «I nostri scopi, lo ripetiamo, li abbiamo gridati ai quattro venti. Abbiamo ripetutamente stampato che i fasci repubblicani sono destinati a sostituire nell'ordine politico, il vecchio Partito Repubblicano Italiano, cattivo interprete della dottrina mazziniana. E ben lo sanno gli austeri imbroglioni della direzione del Partito». Del resto il P.R. non ha più alcuna influenza politica ed è ridotto ai minimi termini. La direzione è imperniata sopratutto su Conti e Schiavetti, anche loro filo fascisti agli albori del fascismo. Sorge un nuovo organismo politico con la trasformazione dell'Unione Mazziniana in partito, in opposizione a quello ufficiale al fine di riprendere le vecchie tradizioni mazziniane in contrapposto a quelle che oramai hanno completamente assorbita la mentalità materialistica dei socialisti ostinati denigratori di Giuseppe Mazzini. Ne sono a capo Carlo Bazzi, Armando Casalini ed altri che si propongono di rivendicare il pensiero del Maestro, più che mai rifulgente alla luce degli avvenimenti. E così si intensifica la costituzione dei Fasci repubblicani fiancheggiatori dei Fasci di combattimento di Mussolini.

Nel loro patto di fondazione essi ravvisano «identità di mezzi di lotta di cui si serve il Partito Fascista contro i partiti anti-nazionali», cioè la violenza e l'intolleranza. Contestano ai repubblicani «storici» il diritto di esprimere lo spirito italiano e nazionale di Mazzini: «L'imperialismo romano rientra perfettamente nelle linee politico-storiche del programma tracciato con anima profetica da Giuseppe Mazzini; la missione che Egli affidava all'Italia è missione squisitamente imperiale». Questo scrive il segretario politico del fascio repubblicano di Genova ad un membro del Direttorio fascista. Socialisti e repubblicani si incolpano a vicenda, e l'Avanti! muove senz'altro la grave accusa che «avanguardisti romagnoli di marca repubblicana giungono persino alla violazione delle case dei nostri compagni - che vengono bastonati, e feriti all'uso fascista - ed all'occupazione di circoli socialisti e comunisti in unione agli elementi fascisti locali, meno arditi e meno decisi». Sarebbe come dire che i repubblicani sono più fascisti dei fascisti.
A pochi giorni dalla marcia su Roma si conclude a Forlì un nuovo patto coi fascisti, presenti Comandini, Macrelli e Gaudenzi, e la stampa repubblicana accenna lungamente all'azione comune dei suoi seguaci coi fascisti negli incendi delle camere del lavoro e nelle bastonature a socialisti e comunisti: «A Santo Stefano - scrive un corrispondente dell'Avanti! - i nostri compagni sono stati costretti a sloggiare dalla loro casa pagata col loro sudore, e a consegnare la chiave ai repubblicani i quali, domenica scorsa, vi hanno inalberata la loro bandiera e ... ballato dentro». E il giornale riporta copiose notizie dalle provincie sulla solidarietà fra fascisti e popolari, come fra fascisti e repubblicani nelle offensive contro le organizzazioni socialiste.
A Roma la direzione del P.R. sentendosi isolata ed abbandonata dai gregari si dimette dal Comitato di Difesa Proletaria costituito per resistere alle prepotenze fasciste.

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