I liberali mettono la camicia nera
a Cavour ed i repubblicani rinnegano «gli austeri imbroglioni» della
direzione del partito per affiancarsi a Mussolini.
Al Congresso liberale di Bologna è
acclamato Sandro Ruggero, che si presenta in divisa di comandante delle squadre
d'azione liberali, sono fischiati Nitti e Giolitti, si applaude a Salandra
oramai fascista dichiarato e si grida: a destra! a destra! Sono accolte con una
vera ovazione le parole di Alberto Giovannini: «La forza fascista deve trovare
un Partito Liberale che sappia disciplinarla nell'alveo della legalità e non
lasci disperdere nella negazione del passato tutto ciò che il passato ci ha
tramandato di vitale». Si inaugura il gagliardetto e prestano giuramento le
squadre «Cavour» e «Silvio Spaventa». Al congresso liberale di Bologna, si
dice, è stata messa la camicia nera anche a Cavour, il che rafforza la diagnosi
che la destra liberale è la nuova ispiratrice politica del fascismo.
Non si comprende però questo atteggiamento
supino di fronte all'asprezza di linguaggio che rasenta il disprezzo tenuto da
Mussolini pochi giorni prima a Milano: «C'è un'Italia che voi, governanti
liberali, non comprendete più. Non la comprendete per il vostro temperamento
statico, non la comprendete perché la politica parlamentare vi ha inaridito lo
spirito. L'Italia che è venuta dalle trincee è un'Italia forte, un'Italia piena
di impulsi, di vita. Oramai lo Stato liberale è una maschera dietro la quale
non c'è nessuna faccia. E' una impalcatura; ma dietro non c'è nessun edificio.
Ci sono delle forze: ma dietro di esse non c'è più lo spirito. Tutti quelli che
dovrebbero essere a sostegno di questo Stato, sentono che esso sta toccando gli
estremi limiti della vergogna, della ignoranza e del ridicolo». E dopo avere
accennato ai nemici ambigui che cercano di ferire il movimento fascista, così
continua: « Ora bisogna dire che se non avremo remissione per coloro che ci attaccano
di dietro le siepi, non avremo nemmeno remissione per coloro che ci attaccano
con ambiguità. Quando al quadrante della storia battono le grandi ore bisogna
parlare da contadini: semplicemente, duramente, schiettamente e lealmente.
Non abbiamo grandi ostacoli da
superare, perché la Nazione attende, la Nazione spera in noi. La Nazione si sente
rappresentata da noi. Certamente non possiamo promettere l'albero della libertà
sulle pubbliche piazze: non possiamo dare la libertà a coloro che ne profitterebbero
per assassinarci. Qui è la stoltezza dello Stato liberale: che dà la libertà a
tutti, anche a coloro che se ne servono per abbatterlo. Noi non daremo questa
libertà. Nemmeno se la richiesta di questa libertà fosse avvolta nella vecchia
carta stinta degli immortali principii!
«Noi faremo una politica di
severità e reazione. Dividiamo gli
italiani in tre categorie: gli italiani indifferenti che rimarranno
nelle loro case ad attendere, i simpatizzanti che potranno circolare, e
finalmente gli italiani nemici e quelli non circoleranno ».
Mussolini si lamenta si anche che il Re è «troppo democratico». Colpevolele
di avere tolto lo stile alla vita del popolo.
Il fascismo invece ha riportato
questo stile, «cioé il colore, la forza, il pittoresco, l'inaspettato, il
mistico: insomma tutto quello che conta nell'animo delle moltitudini». E
continua su questo tono esaltando il sistema la linea di condotta e
programmatica del fascismo che va dalla politica religiosa alla violenza, dal
sindacalismo alle battaglie, sindacali nelle strade e nelle piazze.
Il Corriere della Sera, organo
riconosciuto del liberalismo conservatore italiano non reagisce al linguaggio
mussoliniano, ma compare con un articolo nel quale constata che in Italia vi
sono due governi, il governo liberale e il governo fascista, lo Stato di ieri e
lo Stato di domani e quando ve ne sono due ce n'è uno di più. E previene a
questa constatazione: « Occorre un governo ».
Intanto le camicie nere segnano
ogni giorno un trionfo: ai primi di ottobre occupano la città di Trento e nelle
elezioni amministrative del Polesine su 62 comuni ben 60 votano per il Partito
Fascista fra il giubilo della popolazione, e lo stesso segretario del
Direttorio Provinciale del Partito Repubblicano (storico) scrive a Mussolini: «I
nostri scopi, lo ripetiamo, li abbiamo gridati ai quattro venti. Abbiamo
ripetutamente stampato che i fasci repubblicani sono destinati a sostituire
nell'ordine politico, il vecchio Partito Repubblicano Italiano, cattivo
interprete della dottrina mazziniana. E ben lo sanno gli austeri imbroglioni
della direzione del Partito». Del resto il P.R. non ha più alcuna influenza
politica ed è ridotto ai minimi termini. La direzione è imperniata sopratutto
su Conti e Schiavetti, anche loro filo fascisti agli albori del fascismo. Sorge
un nuovo organismo politico con la trasformazione dell'Unione Mazziniana in
partito, in opposizione a quello ufficiale al fine di riprendere le vecchie
tradizioni mazziniane in contrapposto a quelle che oramai hanno completamente
assorbita la mentalità materialistica dei socialisti ostinati denigratori di
Giuseppe Mazzini. Ne sono a capo Carlo Bazzi, Armando Casalini ed altri che si
propongono di rivendicare il pensiero del Maestro, più che mai rifulgente alla
luce degli avvenimenti. E così si intensifica la costituzione dei Fasci
repubblicani fiancheggiatori dei Fasci di combattimento di Mussolini.
Nel loro patto di fondazione essi
ravvisano «identità di mezzi di lotta di cui si serve il Partito Fascista
contro i partiti anti-nazionali», cioè la violenza e l'intolleranza. Contestano
ai repubblicani «storici» il diritto di esprimere lo spirito italiano e
nazionale di Mazzini: «L'imperialismo romano rientra perfettamente nelle linee
politico-storiche del programma tracciato con anima profetica da Giuseppe Mazzini;
la missione che Egli affidava all'Italia è missione squisitamente imperiale».
Questo scrive il segretario politico del fascio repubblicano di Genova ad un
membro del Direttorio fascista. Socialisti e repubblicani si incolpano a
vicenda, e l'Avanti! muove senz'altro la grave accusa che «avanguardisti romagnoli
di marca repubblicana giungono persino alla violazione delle case dei nostri
compagni - che vengono bastonati, e feriti all'uso fascista - ed
all'occupazione di circoli socialisti e comunisti in unione agli elementi
fascisti locali, meno arditi e meno decisi». Sarebbe come dire che i
repubblicani sono più fascisti dei fascisti.
A pochi giorni dalla marcia su Roma
si conclude a Forlì un nuovo patto coi fascisti, presenti Comandini, Macrelli e
Gaudenzi, e la stampa repubblicana accenna lungamente all'azione comune dei
suoi seguaci coi fascisti negli incendi delle camere del lavoro e nelle
bastonature a socialisti e comunisti: «A Santo Stefano - scrive un
corrispondente dell'Avanti! - i nostri compagni sono stati costretti a
sloggiare dalla loro casa pagata col loro sudore, e a consegnare la chiave ai
repubblicani i quali, domenica scorsa, vi hanno inalberata la loro bandiera e
... ballato dentro». E il giornale riporta copiose notizie dalle provincie
sulla solidarietà fra fascisti e popolari, come fra fascisti e repubblicani
nelle offensive contro le organizzazioni socialiste.
A Roma
la direzione del P.R. sentendosi isolata ed abbandonata dai gregari si dimette
dal Comitato di Difesa Proletaria costituito per resistere alle prepotenze
fasciste.

Nessun commento:
Posta un commento