Lo
sgretolamento dei partiti sovversivi provoca la necessità di una crisi extra
parlamentare al fine di chiamare, per le vie legali, il fascismo al governo.
Il
fronte antifascista si va sgretolando. I socialisti continuano a parlare di
crisi della borghesia e non si accorgono che più di tutti è in crisi il loro
partito. Le diverse tendenze non fanno che incitare le masse alla rivoluzione e
non pensano che per fare questa occorre soprattutto la solidarietà di chi la
vuole. Agiscono con inutili sommosse, scioperi generali, azioni violente qua e
là che esauriscono il Paese senza alcun risultato positivo, anzi con risultati
deleteri. Modigliani che nel febbraio aveva con la sua equivoca dichiarazione
impedito a Turati di collaborare ad un Ministero Bonomi, difende ora, ma troppo
tardi, il collaborazionismo al Congresso nazionale socialista: «Al fascismo,
fenomeno italiano, hanno contribuito molti coefficienti, non ultimo quello
della nostra utopia bolscevica» (urla altissime, solo i suoi amici della destra
del partito applaudono). Egli tenta anche una difesa dello «sterminato esercito
della borghesia del lavoro che è democratico» e vorrebbe che il socialismo si
assegnasse il compito di patrocinare il liberalismo doganale della siderurgia,
contro quei ristretti gruppi plutocratici corruttori della vita politica nazionale».
«La collaborazione - dice Modigliani non è riuscita perché la direzione del
partito ha trattenuto per le falde i volenterosi, pur sapendo che l'esperimento
era una necessità storica». Il Congresso termina fra il tumulto, ed i
collaborazionisti vengono espulsi dal partito. Turati va alla tribuna e porge
il saluto di commiato a nome dei suoi amici. «Non andiamo via con spavalderia e
cantando come quelli che vi lasciavano a Livorno e che ora rientrano perché ce
ne andiamo noi. Rientra il comunismo annunziando nei suoi organi che questo è
l'ultimo congresso di un partito che muore ».
Gli
uscenti creano il nuovo Partito Socialista Unitario che, per quanto a tinta
riformista non riesce a fondersi coi bonomiani a causa delle divergenze sorte
circa l'interpretazione delle teorie della dottrina marxista che gli unitari
persistono - attraverso le dichiarazioni di Turati - a proclamare esatte,
mentre i riformisti bonomiani affermano che molte di dette teorie meritano di
essere modificate in quanto non rispondono più alle esigenze della attuale vita
sociale. Ma soprattutto non è possibile la fusione poiché i riformisti non
negano il concetto di Patria e non possono dimenticare l'opera da Leonida
Bissolati a Cesare Battisti, mentre i socialisti sono su questo argomento
piuttosto agnostici e fanno tutto il possibile per evitare di dire in qual modo
essi concepiscono la Patria e soprattutto quale valore essi danno a questo concetto.
Tale discordanza, elemento di debolezza, non allarma l'Avanti! che invece trova
modo di giustificare ogni discrepanza.. «Il Partito Socialista continua intanto
la sua opera di critica e si accinge di nuovo al lavoro per preparare ed
addestrare la classe operaia agli inevitabili eventi che maturano ». .
Qualche
cosa di eccezionale si sente aleggiare ovunque; non è malato soltanto
l'istituto parlamentare, è malato tutto l'organismo nazionale. Il Corriere
della Sera ritiene necessaria una crisi, sia pure extra parlamentare, affinché
i fascisti «entrino nel Governo a portarvi la loro parte di energia e ad
assumere la loro parte di responsabilità». Ciò sarebbe un atto di patriottismo
e di abnegazione dell'on. Facta, ma questi risponde alle critiche rivoltegli da
ogni parte, con parole accorate facendo appello a tutti all'amor di Patria e
dichiarando di voler resistere agli attacchi fascisti contro lo Stato. E
rifiuta di abbandonare il posto, né vuole provocare una crisi extra
parlamentare. Il P.P. continua ad affermare la necessità di un governo, ma
nello stesso tempo non vorrebbe distaccarsi da Facta per il solo timore
dell'avvento di Giolitti. Preoccupato per il prolungarsi del marasma e
dell'indecisione, pubblica un manifesto sulla situazione politica nel quale non
riesce a nascondere le responsabilità che gli spettano per l'acquiescenza e la
complicità con la demagogia socialista. L'appello ha una sola preoccupazione:
gettare come al solito, sugli altri partiti le maggiori responsabilità del
governo, mentre di questo fanno parte ben cinque suoi membri!
In
tanto sconvolgimento il ministero non ha nemmeno il conforto della concordia
fra i ministri nella soluzione extra parlamentare della crisi; alcuni, e fra
essi i popolari, negano la necessità di assumere verso il fascismo un
atteggiamento di repressione con le armi, e ciò in contrasto a propositi
caldeggiati da altri colleghi. L'On. Giolitti viene ancora una volta indicato
come l'uomo che può risolvere l'intricata situazione attraverso un accordo coi
fascisti. Egli ha per programma la riforma elettorale, condanna della
proporzionale, rinnovamento della Camera non appena possibile, riavvicinamento
del fascismo allo Stato, niente reazione che taluni invocano. Si auspica anche
un Governo Giolitti-Orlando-Mussolini, si intensificano le trattative, ma
quest'ultimo in una intervista col Manchester Guardian dice che i fascisti
andando al Governo aspirano ai portafogli più importanti, e cioè: Interno,
Esteri, Marina, Guerra, Lavoro, ecc....
Gli
avversari del fascismo si augurano un atto di forza da parte del suo capo, un
tentativo di impossessarsi del potere in modo che le camicie nere si scontrino
con l'esercito. A questo proposito il Giornale d'Italia scrive: «Per sventare
tutte queste manovre e per creare una situazione consona alle idealità ed agli
interessi nazionali il Ministero Giolitti - Mussolini deve formarsi. Non farlo
sarebbe un gravissimo errore e darebbe l'adito alla ripresa della manovra
antifascista col risultato di inasprire gli animi, di riacutizzare i contrasti,
di accrescere i disordini, di provocare il caos».
Auspice
il senatore Bergamini fervono le trattative per tale ministero. Camillo
Corradini tratta per conto di Giolitti, il senatore Lusignoli, prefetto di
Milano, per conto di Mussolini. Le trattative sono laboriose e lente poiché i
due ambasciatori devono volta a volta riferire ai loro primi a Milano ed a
Cavour. Si viene ad un accordo per un governo a tendenza liberale fascista nel
quale Giolitti concede a Mussolini 8 posti, compreso l'Interno. A conclusione
del raggiunto accordo vengono redatte su carta intestata del Giornale d’Italia
due copie dei componenti il nuovo ministero e consegnate ai due intermediari.
Nella lista non vi è compreso lo Sforza, ma si tratta indubbiamente di quel
ministero del quale egli si è auto eletto membro di «autorità eccezionale», non
disdegnando l'alleanza col fascismo. I motivi dell'insuccesso non sono ancora
chiari. Vige forse ancora il veto di don Sturzo? Vero è che durante le
trattative appare l'on. Miglioli il quale, assieme al Fazzari si trova con
Frassati a Torino e con questi avvicina per pochi minuti Giolitti. Oppure
Mussolini tratta unicamente per guadagnare tempo in modo da preparare la
mobilitazione delle camicie nere?
Anche
Nitti, che pure è stato critico severo ed avversario deciso del fascismo,
auspica un assorbimento delle forze ideali e sane in esso contenute al fine di
evitare un urto violento fra le opposte fazioni. In un discorso a Lauria in
Basilicata il 19 ottobre egli esprime in proposito il suo pensiero: «La
democrazia esiste, il socialismo esiste; ma anche il fascismo, come fenomeno
etico -sociale esiste e ha assunto estensioni che nessun uomo di governo può
trascurare. Se mezzi violenti di lotta nessuno può desiderare, è bene dunque
che il Paese sia deliberatamente consultato. Noi dobbiamo utilizzare tutte le
forze vive e raccogliere del fascismo la parte ideale, che è stata la causa del
suo sviluppo: dobbiamo utilizzarle insieme alle forze più sane e più operose
che vengono dalle masse popolari, incanalandole nelle forme legalitarie delle
nostre istituzioni».
Non
si sa se Facta ed i suoi colleghi aderiscono alla crisi extra parlamentare,
oppure se attendono presentarsi dimissionari alla Camera convocata per il 7
novembre, e mentre uomini politici continuano a far la spola fra Milano-Roma e
Cavour, Giolitti parla a Cuneo dove espone il suo programma, forse allietato
dalla convinzione di avere composto un ministero in perfetto accordo con
Mussolini. Il suo discorso è intonato a termini conciliativi e parla del
fascismo come di un partito che non deve limitarsi ad essere considerato il
sintomo di un disordine o di una attività negativa, e quindi doversi far
rientrare nella vita costituzionale del paese: « Intanto - egli dice in mezzo
alle lotte aspre in alcune parti d'Italia, pacifiche in altre, un nuovo partito
si affaccia alla vita politica italiana. Esso deve prendere quel posto al quale
il numero dei suoi aderenti gli dà diritto; ma per le vie legali, le sole che
possano dare vera e durevole autorità a un partito nell'orbita costituzionale,
le sole per le quali si può attuare la parte fondamentale dei programma di quel
partito, di rialzare cioè l'autorità dello Stato per la salvezza, la grandezza
e la prosperità della Patria».

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