NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 26 agosto 2013

La Monarchia e il Fascismo - quarto capitolo - XII

Lo sgretolamento dei partiti sovversivi provoca la necessità di una crisi extra parlamentare al fine di chiamare, per le vie legali, il fascismo al governo.


Il fronte antifascista si va sgretolando. I socialisti continuano a parlare di crisi della borghesia e non si accorgono che più di tutti è in crisi il loro partito. Le diverse tendenze non fanno che incitare le masse alla rivoluzione e non pensano che per fare questa occorre soprattutto la solidarietà di chi la vuole. Agiscono con inutili sommosse, scioperi generali, azioni violente qua e là che esauriscono il Paese senza alcun risultato positivo, anzi con risultati deleteri. Modigliani che nel febbraio aveva con la sua equivoca dichiarazione impedito a Turati di collaborare ad un Ministero Bonomi, difende ora, ma troppo tardi, il collaborazionismo al Congresso nazionale socialista: «Al fascismo, fenomeno italiano, hanno contribuito molti coefficienti, non ultimo quello della nostra utopia bolscevica» (urla altissime, solo i suoi amici della destra del partito applaudono). Egli tenta anche una difesa dello «sterminato esercito della borghesia del lavoro che è democratico» e vorrebbe che il socialismo si assegnasse il compito di patrocinare il liberalismo doganale della siderurgia, contro quei ristretti gruppi plutocratici corruttori della vita politica nazionale». «La collaborazione - dice Modigliani non è riuscita perché la direzione del partito ha trattenuto per le falde i volenterosi, pur sapendo che l'esperimento era una necessità storica». Il Congresso termina fra il tumulto, ed i collaborazionisti vengono espulsi dal partito. Turati va alla tribuna e porge il saluto di commiato a nome dei suoi amici. «Non andiamo via con spavalderia e cantando come quelli che vi lasciavano a Livorno e che ora rientrano perché ce ne andiamo noi. Rientra il comunismo annunziando nei suoi organi che questo è l'ultimo congresso di un partito che muore ».
Gli uscenti creano il nuovo Partito Socialista Unitario che, per quanto a tinta riformista non riesce a fondersi coi bonomiani a causa delle divergenze sorte circa l'interpretazione delle teorie della dottrina marxista che gli unitari persistono - attraverso le dichiarazioni di Turati - a proclamare esatte, mentre i riformisti bonomiani affermano che molte di dette teorie meritano di essere modificate in quanto non rispondono più alle esigenze della attuale vita sociale. Ma soprattutto non è possibile la fusione poiché i riformisti non negano il concetto di Patria e non possono dimenticare l'opera da Leonida Bissolati a Cesare Battisti, mentre i socialisti sono su questo argomento piuttosto agnostici e fanno tutto il possibile per evitare di dire in qual modo essi concepiscono la Patria e soprattutto quale valore essi danno a questo concetto. Tale discordanza, elemento di debolezza, non allarma l'Avanti! che invece trova modo di giustificare ogni discrepanza.. «Il Partito Socialista continua intanto la sua opera di critica e si accinge di nuovo al lavoro per preparare ed addestrare la classe operaia agli inevitabili eventi che maturano ». .
Qualche cosa di eccezionale si sente aleggiare ovunque; non è malato soltanto l'istituto parlamentare, è malato tutto l'organismo nazionale. Il Corriere della Sera ritiene necessaria una crisi, sia pure extra parlamentare, affinché i fascisti «entrino nel Governo a portarvi la loro parte di energia e ad assumere la loro parte di responsabilità». Ciò sarebbe un atto di patriottismo e di abnegazione dell'on. Facta, ma questi risponde alle critiche rivoltegli da ogni parte, con parole accorate facendo appello a tutti all'amor di Patria e dichiarando di voler resistere agli attacchi fascisti contro lo Stato. E rifiuta di abbandonare il posto, né vuole provocare una crisi extra parlamentare. Il P.P. continua ad affermare la necessità di un governo, ma nello stesso tempo non vorrebbe distaccarsi da Facta per il solo timore dell'avvento di Giolitti. Preoccupato per il prolungarsi del marasma e dell'indecisione, pubblica un manifesto sulla situazione politica nel quale non riesce a nascondere le responsabilità che gli spettano per l'acquiescenza e la complicità con la demagogia socialista. L'appello ha una sola preoccupazione: gettare come al solito, sugli altri partiti le maggiori responsabilità del governo, mentre di questo fanno parte ben cinque suoi membri!
In tanto sconvolgimento il ministero non ha nemmeno il conforto della concordia fra i ministri nella soluzione extra parlamentare della crisi; alcuni, e fra essi i popolari, negano la necessità di assumere verso il fascismo un atteggiamento di repressione con le armi, e ciò in contrasto a propositi caldeggiati da altri colleghi. L'On. Giolitti viene ancora una volta indicato come l'uomo che può risolvere l'intricata situazione attraverso un accordo coi fascisti. Egli ha per programma la riforma elettorale, condanna della proporzionale, rinnovamento della Camera non appena possibile, riavvicinamento del fascismo allo Stato, niente reazione che taluni invocano. Si auspica anche un Governo Giolitti-Orlando-Mussolini, si intensificano le trattative, ma quest'ultimo in una intervista col Manchester Guardian dice che i fascisti andando al Governo aspirano ai portafogli più importanti, e cioè: Interno, Esteri, Marina, Guerra, Lavoro, ecc....
Gli avversari del fascismo si augurano un atto di forza da parte del suo capo, un tentativo di impossessarsi del potere in modo che le camicie nere si scontrino con l'esercito. A questo proposito il Giornale d'Italia scrive: «Per sventare tutte queste manovre e per creare una situazione consona alle idealità ed agli interessi nazionali il Ministero Giolitti - Mussolini deve formarsi. Non farlo sarebbe un gravissimo errore e darebbe l'adito alla ripresa della manovra antifascista col risultato di inasprire gli animi, di riacutizzare i contrasti, di accrescere i disordini, di provocare il caos».

Auspice il senatore Bergamini fervono le trattative per tale ministero. Camillo Corradini tratta per conto di Giolitti, il senatore Lusignoli, prefetto di Milano, per conto di Mussolini. Le trattative sono laboriose e lente poiché i due ambasciatori devono volta a volta riferire ai loro primi a Milano ed a Cavour. Si viene ad un accordo per un governo a tendenza liberale fascista nel quale Giolitti concede a Mussolini 8 posti, compreso l'Interno. A conclusione del raggiunto accordo vengono redatte su carta intestata del Giornale d’Italia due copie dei componenti il nuovo ministero e consegnate ai due intermediari. Nella lista non vi è compreso lo Sforza, ma si tratta indubbiamente di quel ministero del quale egli si è auto eletto membro di «autorità eccezionale», non disdegnando l'alleanza col fascismo. I motivi dell'insuccesso non sono ancora chiari. Vige forse ancora il veto di don Sturzo? Vero è che durante le trattative appare l'on. Miglioli il quale, assieme al Fazzari si trova con Frassati a Torino e con questi avvicina per pochi minuti Giolitti. Oppure Mussolini tratta unicamente per guadagnare tempo in modo da preparare la mobilitazione delle camicie nere?

Anche Nitti, che pure è stato critico severo ed avversario deciso del fascismo, auspica un assorbimento delle forze ideali e sane in esso contenute al fine di evitare un urto violento fra le opposte fazioni. In un discorso a Lauria in Basilicata il 19 ottobre egli esprime in proposito il suo pensiero: «La democrazia esiste, il socialismo esiste; ma anche il fascismo, come fenomeno etico -sociale esiste e ha assunto estensioni che nessun uomo di governo può trascurare. Se mezzi violenti di lotta nessuno può desiderare, è bene dunque che il Paese sia deliberatamente consultato. Noi dobbiamo utilizzare tutte le forze vive e raccogliere del fascismo la parte ideale, che è stata la causa del suo sviluppo: dobbiamo utilizzarle insieme alle forze più sane e più operose che vengono dalle masse popolari, incanalandole nelle forme legalitarie delle nostre istituzioni».


Non si sa se Facta ed i suoi colleghi aderiscono alla crisi extra parlamentare, oppure se attendono presentarsi dimissionari alla Camera convocata per il 7 novembre, e mentre uomini politici continuano a far la spola fra Milano-Roma e Cavour, Giolitti parla a Cuneo dove espone il suo programma, forse allietato dalla convinzione di avere composto un ministero in perfetto accordo con Mussolini. Il suo discorso è intonato a termini conciliativi e parla del fascismo come di un partito che non deve limitarsi ad essere considerato il sintomo di un disordine o di una attività negativa, e quindi doversi far rientrare nella vita costituzionale del paese: « Intanto - egli dice in mezzo alle lotte aspre in alcune parti d'Italia, pacifiche in altre, un nuovo partito si affaccia alla vita politica italiana. Esso deve prendere quel posto al quale il numero dei suoi aderenti gli dà diritto; ma per le vie legali, le sole che possano dare vera e durevole autorità a un partito nell'orbita costituzionale, le sole per le quali si può attuare la parte fondamentale dei programma di quel partito, di rialzare cioè l'autorità dello Stato per la salvezza, la grandezza e la prosperità della Patria».

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