NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 29 agosto 2013

Torniamo alla monarchia. Nessuna istituzione gode del riconoscimento dei cittadini.

di Pierluigi Melis dal blog   http://ioamolitalia.it/

Solo con un nuovo Regno d’Italia ci libereremo della globalizzazione, dell’euro e del multiculturalismo

Lo confesso, sono per la monarchia. O, meglio, lo sono diventato. La mia non è stata una conversione improvvisa, una folgorazione sulla via di Damasco, ma un convincimento maturato nel corso degli ultimi dieci anni quando alla mia istintività, col passare delle stagioni, ha preso il sopravvento l’osservazione critica. Eppure ho sempre visto nella forma repubblicana il massimo sia della democrazia che della meritocrazia, in un ambito nel quale le opportunità erano (e sono) praticamente le stesse per tutti i cittadini, indipendentemente dal censo: il presidente della repubblica, come istituzione, rappresentava per me la sintesi e l’apice della forma di stato liberale e meritocratico.
Può darsi che fossi condizionato da anni di retorica scolastica (che non mi permetto di disapprovare poiché la ritengo – nella giusta dose – necessaria e benefica) che alla moderna repubblica contrapponeva la meno egualitaria ed obsoleta monarchia; oltretutto, quella italiana, aveva tante colpe da farsi perdonare, in particolare per il comportamento non certo esemplare di Vittorio Emanuele terzo.

Può darsi che lo fossi anche dalla signorilità, dall'imparzialità e dal senso dello stato di tanti presidenti italiani da Einaudi a Cossiga, passando per Leone (sì, proprio Leone, che per grande responsabilità si dimise nonostante fosse infangato da devastanti accuse rivelatesi completamente infondate qualche decennio più tardi, ma quando solo il danno della reputazione poteva essere riparato), o dall'esempio dei presidenti americani del ventesimo secolo (Clinton escluso), che interpretavano il loro ruolo, nelle parole e nei fatti, nell'esclusivo interesse del popolo americano.
Archiviata del tutto la guerra fredda a metà anni novanta, qualcosa è cambiato, in Italia come altrove.
A Cossiga è succeduto Scalfaro, la cui faziosità è riconosciuta anche da coloro che ne hanno beneficiato, Ciampi è stato un grigio notaio che nulla ha fatto per rasserenare il clima politico italiano, Napolitano non riesce – e mai vi riuscirà – a liberarsi dall'imprinting sovietico cristallizzatosi lungo svariati decenni di militanza partitica ed intellettuale nel marxismo.
All'estero, poi, le cose non vanno certo meglio: per Clinton, Bush junior ed Obama in USA, Chirac, Sarkozy e Holland in Francia, Putin in Russia, Chavez e gli altri presidenti del sud America, il giudizio della Storia non sarà certo lusinghiero.

Certo, è vero che economicamente taluni regni come la Gran Bretagna, la Spagna, il Giappone, il Belgio (che rimane unito nonostante vi convivano due popoli che non si sono fusi neppure dopo diversi secoli), non se la passano granché bene. Però, quelle nazioni sono orgogliose delle loro istituzioni monarchiche, e mai si sognerebbero di sostituirle con quelle repubblicane; se poi ci trasferiamo nella sponda sud del Mediterraneo, sarà un caso ma solo Giordania e Marocco sono uscite quasi indenni dalle rivolte arabe del 2011.
Per fortuna non tutte le case regnanti fuggirono a Brindisi. Durante la seconda guerra mondiale, la regina di un’Olanda occupata andava a fare la spesa in bicicletta, mentre i suoi dirimpettai belgi non erano da meno. La regina madre nella Londra bombardata (e con Buckingam Palace colpito) si rifiutò di lasciare la città dicendo : "Coi miei sudditi voglio condividere tutto...". E, in tempi più recenti, Juan Carlos di Borbone: è stato lui a restaurare l'ordine costituzionale in Spagna (Franco gli aveva lasciato pieni poteri e carta bianca!) ed a difenderlo poi opponendosi ad un tentativo di colpo di stato militare, rischiando di finire come suo cognato Costantino di Grecia, che per avere tentato di contrastare il colpo di stato dei "colonnelli" fu deposto, e da allora vive con penuria di mezzi fuori dalla Grecia, anche se questa è poi tornata in "democrazia".
[....]

mercoledì 28 agosto 2013

Riflessione sulla Monarchia

Su Donna Moderna un'interessante discussione che così incomincia:

E' passato un pò di tempo, il principino è nato, ha pure un nome ,

l'ondata di follia mediatica che ha circondato l'evento è scemata, ma mi ha colpito, e continua a colpirmi, tutta questa attenzione nei confronti dei reali inglesi, soprattutto in paesi che, come l'Italia, hanno rinunciato alla monarchia. A volte penso che siamo cosi stufi dei nostri politicanti che qualcuno potrebbe forse sognare un ritorno al passato preferendo la monarchia.
Sarebbe davvero poi cosi tanto male?


http://forum.donnamoderna.com/attualita-f3/riflessioni-sulla-monarchia-t1929771/

martedì 27 agosto 2013

L'Italia non si trova più.

Cronache di questi giorni:

- In Alto Adige sarà consentita la presenza di scritte toponomastiche nella sola lingua tedesca. Gli Italiani di lingua italiana, minoranza nella provincia, saranno più facili a perdersi tra i boschi non si sa con quale vantaggio della maggioranza degli italiani di lingua tedesca.
A Roma si consente.

- A Pola, gli esuli istriani di quella città, ivi convenuti per commemorare una strage del 1946 opera dei comunisti slavi di Tito di cui nulla si dice in Italia, sono costretti a ripiegare uno striscione che chiedeva giustizia per i martiri delle foibe da poliziotti croati e comunisti croati di lingua italiana che non sanno fare di meglio che dire "Morte al Fascismo!" e "Viva Tito!" ( il mandante della strage). Il delegato dell'ambasciata italiana presente non ha mosso un dito.

- A Malta il primo ministro nega accoglienza a nave di immigrati clandestini rimbalzandola agli italiani che accolgono grati.

- In India, ove è leader di partito una signora nata e cresciuta in Italia andata moglie ad un esponente della dinastia di Indira Gandhi, i Fucilieri di Marina del Reggimento San Marco ancora attendono dopo un anno e mezzo che inizi a loro carico un processo nel quale si dovranno difendere dall'accusa di omicidio per un incidente avvenuto in acque internazionali. La ministra Bonino continua ad adulare l'India parlando di perfetta identità di vedute. I nostri alleati europei e della Nato, quelli che condividono con noi l'onere di missioni all'estero in Libano, Afghanistan, Kosovo etc fanno come se il problema non esistesse.

- Il ministro Kienge propone l'assunzione, e forse ottiene, di immigrati non cittadini italiani nella pubblica amministrazione mentre "la" presidente della Camera on. Boldrini dopo aver sperperato per il sito web  della stessa camera dei deputati la cifra di 3,6 milioni di euro ( circa 7 miliardi delle vecchie e care lire) sentenzia che le case popolari debbono essere assegnate prioritariamente a rom ed immigrati.

- Alcuni politici di sinistra sono dispostissimi ad accondiscendere ai desiderata delle frange più estremiste dell'Islam ma bollano come retrogradi e reazionari quei cristiani che, udite udite, si oppongono al matrimonio omosessuale.

Mentre le altre nazioni iniziano ad uscire dalla crisi noi ancora ci sguazziamo dentro incapaci di fare un solo taglio non alla spesa pubblica ma al pubblico sperpero.

Questo per raccontare solo dei casi più eclatanti ma a voler continuare  non finiremmo più.

Ci chiediamo storditi che fine abbia fatto il sentimento nazionale italiano, offeso, vilipeso, calpestato da una classe dirigente che ha fatto della sconfitta dell'Italia nella II guerra mondiale il DNA di una nazione fatta di egoisti che non guardano oltre il proprio naso fino a quando ciò che legge sui giornali no diventa il proprio destino.

Avremmo piacere di leggere una sola notizia che ci restituisse il piacere dell'amor di Patria. Ma proprio non ci si riesce.

lunedì 26 agosto 2013

La Monarchia e il Fascismo - quarto capitolo - XII

Lo sgretolamento dei partiti sovversivi provoca la necessità di una crisi extra parlamentare al fine di chiamare, per le vie legali, il fascismo al governo.


Il fronte antifascista si va sgretolando. I socialisti continuano a parlare di crisi della borghesia e non si accorgono che più di tutti è in crisi il loro partito. Le diverse tendenze non fanno che incitare le masse alla rivoluzione e non pensano che per fare questa occorre soprattutto la solidarietà di chi la vuole. Agiscono con inutili sommosse, scioperi generali, azioni violente qua e là che esauriscono il Paese senza alcun risultato positivo, anzi con risultati deleteri. Modigliani che nel febbraio aveva con la sua equivoca dichiarazione impedito a Turati di collaborare ad un Ministero Bonomi, difende ora, ma troppo tardi, il collaborazionismo al Congresso nazionale socialista: «Al fascismo, fenomeno italiano, hanno contribuito molti coefficienti, non ultimo quello della nostra utopia bolscevica» (urla altissime, solo i suoi amici della destra del partito applaudono). Egli tenta anche una difesa dello «sterminato esercito della borghesia del lavoro che è democratico» e vorrebbe che il socialismo si assegnasse il compito di patrocinare il liberalismo doganale della siderurgia, contro quei ristretti gruppi plutocratici corruttori della vita politica nazionale». «La collaborazione - dice Modigliani non è riuscita perché la direzione del partito ha trattenuto per le falde i volenterosi, pur sapendo che l'esperimento era una necessità storica». Il Congresso termina fra il tumulto, ed i collaborazionisti vengono espulsi dal partito. Turati va alla tribuna e porge il saluto di commiato a nome dei suoi amici. «Non andiamo via con spavalderia e cantando come quelli che vi lasciavano a Livorno e che ora rientrano perché ce ne andiamo noi. Rientra il comunismo annunziando nei suoi organi che questo è l'ultimo congresso di un partito che muore ».
Gli uscenti creano il nuovo Partito Socialista Unitario che, per quanto a tinta riformista non riesce a fondersi coi bonomiani a causa delle divergenze sorte circa l'interpretazione delle teorie della dottrina marxista che gli unitari persistono - attraverso le dichiarazioni di Turati - a proclamare esatte, mentre i riformisti bonomiani affermano che molte di dette teorie meritano di essere modificate in quanto non rispondono più alle esigenze della attuale vita sociale. Ma soprattutto non è possibile la fusione poiché i riformisti non negano il concetto di Patria e non possono dimenticare l'opera da Leonida Bissolati a Cesare Battisti, mentre i socialisti sono su questo argomento piuttosto agnostici e fanno tutto il possibile per evitare di dire in qual modo essi concepiscono la Patria e soprattutto quale valore essi danno a questo concetto. Tale discordanza, elemento di debolezza, non allarma l'Avanti! che invece trova modo di giustificare ogni discrepanza.. «Il Partito Socialista continua intanto la sua opera di critica e si accinge di nuovo al lavoro per preparare ed addestrare la classe operaia agli inevitabili eventi che maturano ». .
Qualche cosa di eccezionale si sente aleggiare ovunque; non è malato soltanto l'istituto parlamentare, è malato tutto l'organismo nazionale. Il Corriere della Sera ritiene necessaria una crisi, sia pure extra parlamentare, affinché i fascisti «entrino nel Governo a portarvi la loro parte di energia e ad assumere la loro parte di responsabilità». Ciò sarebbe un atto di patriottismo e di abnegazione dell'on. Facta, ma questi risponde alle critiche rivoltegli da ogni parte, con parole accorate facendo appello a tutti all'amor di Patria e dichiarando di voler resistere agli attacchi fascisti contro lo Stato. E rifiuta di abbandonare il posto, né vuole provocare una crisi extra parlamentare. Il P.P. continua ad affermare la necessità di un governo, ma nello stesso tempo non vorrebbe distaccarsi da Facta per il solo timore dell'avvento di Giolitti. Preoccupato per il prolungarsi del marasma e dell'indecisione, pubblica un manifesto sulla situazione politica nel quale non riesce a nascondere le responsabilità che gli spettano per l'acquiescenza e la complicità con la demagogia socialista. L'appello ha una sola preoccupazione: gettare come al solito, sugli altri partiti le maggiori responsabilità del governo, mentre di questo fanno parte ben cinque suoi membri!
In tanto sconvolgimento il ministero non ha nemmeno il conforto della concordia fra i ministri nella soluzione extra parlamentare della crisi; alcuni, e fra essi i popolari, negano la necessità di assumere verso il fascismo un atteggiamento di repressione con le armi, e ciò in contrasto a propositi caldeggiati da altri colleghi. L'On. Giolitti viene ancora una volta indicato come l'uomo che può risolvere l'intricata situazione attraverso un accordo coi fascisti. Egli ha per programma la riforma elettorale, condanna della proporzionale, rinnovamento della Camera non appena possibile, riavvicinamento del fascismo allo Stato, niente reazione che taluni invocano. Si auspica anche un Governo Giolitti-Orlando-Mussolini, si intensificano le trattative, ma quest'ultimo in una intervista col Manchester Guardian dice che i fascisti andando al Governo aspirano ai portafogli più importanti, e cioè: Interno, Esteri, Marina, Guerra, Lavoro, ecc....
Gli avversari del fascismo si augurano un atto di forza da parte del suo capo, un tentativo di impossessarsi del potere in modo che le camicie nere si scontrino con l'esercito. A questo proposito il Giornale d'Italia scrive: «Per sventare tutte queste manovre e per creare una situazione consona alle idealità ed agli interessi nazionali il Ministero Giolitti - Mussolini deve formarsi. Non farlo sarebbe un gravissimo errore e darebbe l'adito alla ripresa della manovra antifascista col risultato di inasprire gli animi, di riacutizzare i contrasti, di accrescere i disordini, di provocare il caos».

Auspice il senatore Bergamini fervono le trattative per tale ministero. Camillo Corradini tratta per conto di Giolitti, il senatore Lusignoli, prefetto di Milano, per conto di Mussolini. Le trattative sono laboriose e lente poiché i due ambasciatori devono volta a volta riferire ai loro primi a Milano ed a Cavour. Si viene ad un accordo per un governo a tendenza liberale fascista nel quale Giolitti concede a Mussolini 8 posti, compreso l'Interno. A conclusione del raggiunto accordo vengono redatte su carta intestata del Giornale d’Italia due copie dei componenti il nuovo ministero e consegnate ai due intermediari. Nella lista non vi è compreso lo Sforza, ma si tratta indubbiamente di quel ministero del quale egli si è auto eletto membro di «autorità eccezionale», non disdegnando l'alleanza col fascismo. I motivi dell'insuccesso non sono ancora chiari. Vige forse ancora il veto di don Sturzo? Vero è che durante le trattative appare l'on. Miglioli il quale, assieme al Fazzari si trova con Frassati a Torino e con questi avvicina per pochi minuti Giolitti. Oppure Mussolini tratta unicamente per guadagnare tempo in modo da preparare la mobilitazione delle camicie nere?

Anche Nitti, che pure è stato critico severo ed avversario deciso del fascismo, auspica un assorbimento delle forze ideali e sane in esso contenute al fine di evitare un urto violento fra le opposte fazioni. In un discorso a Lauria in Basilicata il 19 ottobre egli esprime in proposito il suo pensiero: «La democrazia esiste, il socialismo esiste; ma anche il fascismo, come fenomeno etico -sociale esiste e ha assunto estensioni che nessun uomo di governo può trascurare. Se mezzi violenti di lotta nessuno può desiderare, è bene dunque che il Paese sia deliberatamente consultato. Noi dobbiamo utilizzare tutte le forze vive e raccogliere del fascismo la parte ideale, che è stata la causa del suo sviluppo: dobbiamo utilizzarle insieme alle forze più sane e più operose che vengono dalle masse popolari, incanalandole nelle forme legalitarie delle nostre istituzioni».


Non si sa se Facta ed i suoi colleghi aderiscono alla crisi extra parlamentare, oppure se attendono presentarsi dimissionari alla Camera convocata per il 7 novembre, e mentre uomini politici continuano a far la spola fra Milano-Roma e Cavour, Giolitti parla a Cuneo dove espone il suo programma, forse allietato dalla convinzione di avere composto un ministero in perfetto accordo con Mussolini. Il suo discorso è intonato a termini conciliativi e parla del fascismo come di un partito che non deve limitarsi ad essere considerato il sintomo di un disordine o di una attività negativa, e quindi doversi far rientrare nella vita costituzionale del paese: « Intanto - egli dice in mezzo alle lotte aspre in alcune parti d'Italia, pacifiche in altre, un nuovo partito si affaccia alla vita politica italiana. Esso deve prendere quel posto al quale il numero dei suoi aderenti gli dà diritto; ma per le vie legali, le sole che possano dare vera e durevole autorità a un partito nell'orbita costituzionale, le sole per le quali si può attuare la parte fondamentale dei programma di quel partito, di rialzare cioè l'autorità dello Stato per la salvezza, la grandezza e la prosperità della Patria».

sabato 24 agosto 2013

La Monarchia e il Fascismo - quarto capitolo - XI

I liberali mettono la camicia nera a Cavour ed i repubblicani rinnegano «gli austeri imbroglioni» della direzione del partito per affiancarsi a Mussolini.

Al Congresso liberale di Bologna è acclamato Sandro Ruggero, che si presenta in divisa di comandante delle squadre d'azione liberali, sono fischiati Nitti e Giolitti, si applaude a Salandra oramai fascista dichiarato e si grida: a destra! a destra! Sono accolte con una vera ovazione le parole di Alberto Giovannini: «La forza fascista deve trovare un Partito Liberale che sappia disciplinarla nell'alveo della legalità e non lasci disperdere nella negazione del passato tutto ciò che il passato ci ha tramandato di vitale». Si inaugura il gagliardetto e prestano giuramento le squadre «Cavour» e «Silvio Spaventa». Al congresso liberale di Bologna, si dice, è stata messa la camicia nera anche a Cavour, il che rafforza la diagnosi che la destra liberale è la nuova ispiratrice politica del fascismo.

Non si comprende però questo atteggiamento supino di fronte all'asprezza di linguaggio che rasenta il disprezzo tenuto da Mussolini pochi giorni prima a Milano: «C'è un'Italia che voi, governanti liberali, non comprendete più. Non la comprendete per il vostro temperamento statico, non la comprendete perché la politica parlamentare vi ha inaridito lo spirito. L'Italia che è venuta dalle trincee è un'Italia forte, un'Italia piena di impulsi, di vita. Oramai lo Stato liberale è una maschera dietro la quale non c'è nessuna faccia. E' una impalcatura; ma dietro non c'è nessun edificio. Ci sono delle forze: ma dietro di esse non c'è più lo spirito. Tutti quelli che dovrebbero essere a sostegno di questo Stato, sentono che esso sta toccando gli estremi limiti della vergogna, della ignoranza e del ridicolo». E dopo avere accennato ai nemici ambigui che cercano di ferire il movimento fascista, così continua: « Ora bisogna dire che se non avremo remissione per coloro che ci attaccano di dietro le siepi, non avremo nemmeno remissione per coloro che ci attaccano con ambiguità. Quando al quadrante della storia battono le grandi ore bisogna parlare da contadini: semplicemente, duramente, schiettamente e lealmente.
Non abbiamo grandi ostacoli da superare, perché la Nazione attende, la Nazione spera in noi. La Nazione si sente rappresentata da noi. Certamente non possiamo promettere l'albero della libertà sulle pubbliche piazze: non possiamo dare la libertà a coloro che ne profitterebbero per assassinarci. Qui è la stoltezza dello Stato liberale: che dà la libertà a tutti, anche a coloro che se ne servono per abbatterlo. Noi non daremo questa libertà. Nemmeno se la richiesta di questa libertà fosse avvolta nella vecchia carta stinta degli immortali principii!
«Noi faremo una politica di severità e reazione. Dividiamo gli  italiani in tre categorie: gli italiani indifferenti che rimarranno nelle loro case ad attendere, i simpatizzanti che potranno circolare, e finalmente gli italiani nemici e quelli non circoleranno ».
Mussolini si lamenta si  anche che il Re è «troppo democratico». Colpevolele di avere tolto lo stile alla vita del popolo.  Il  fascismo invece ha riportato questo stile, «cioé il colore, la forza, il pittoresco, l'inaspettato, il mistico: insomma tutto quello che conta nell'animo delle moltitudini». E continua su questo tono esaltando il sistema la linea di condotta e programmatica del fascismo che va dalla politica religiosa alla violenza, dal sindacalismo alle battaglie, sindacali nelle strade e nelle piazze.
Il Corriere della Sera, organo riconosciuto del liberalismo conservatore italiano non reagisce al linguaggio mussoliniano, ma compare con un articolo nel quale constata che in Italia vi sono due governi, il governo liberale e il governo fascista, lo Stato di ieri e lo Stato di domani e quando ve ne sono due ce n'è uno di più. E previene a questa constatazione: « Occorre un governo ».
Intanto le camicie nere segnano ogni giorno un trionfo: ai primi di ottobre occupano la città di Trento e nelle elezioni amministrative del Polesine su 62 comuni ben 60 votano per il Partito Fascista fra il giubilo della popolazione, e lo stesso segretario del Direttorio Provinciale del Partito Repubblicano (storico) scrive a Mussolini: «I nostri scopi, lo ripetiamo, li abbiamo gridati ai quattro venti. Abbiamo ripetutamente stampato che i fasci repubblicani sono destinati a sostituire nell'ordine politico, il vecchio Partito Repubblicano Italiano, cattivo interprete della dottrina mazziniana. E ben lo sanno gli austeri imbroglioni della direzione del Partito». Del resto il P.R. non ha più alcuna influenza politica ed è ridotto ai minimi termini. La direzione è imperniata sopratutto su Conti e Schiavetti, anche loro filo fascisti agli albori del fascismo. Sorge un nuovo organismo politico con la trasformazione dell'Unione Mazziniana in partito, in opposizione a quello ufficiale al fine di riprendere le vecchie tradizioni mazziniane in contrapposto a quelle che oramai hanno completamente assorbita la mentalità materialistica dei socialisti ostinati denigratori di Giuseppe Mazzini. Ne sono a capo Carlo Bazzi, Armando Casalini ed altri che si propongono di rivendicare il pensiero del Maestro, più che mai rifulgente alla luce degli avvenimenti. E così si intensifica la costituzione dei Fasci repubblicani fiancheggiatori dei Fasci di combattimento di Mussolini.

Nel loro patto di fondazione essi ravvisano «identità di mezzi di lotta di cui si serve il Partito Fascista contro i partiti anti-nazionali», cioè la violenza e l'intolleranza. Contestano ai repubblicani «storici» il diritto di esprimere lo spirito italiano e nazionale di Mazzini: «L'imperialismo romano rientra perfettamente nelle linee politico-storiche del programma tracciato con anima profetica da Giuseppe Mazzini; la missione che Egli affidava all'Italia è missione squisitamente imperiale». Questo scrive il segretario politico del fascio repubblicano di Genova ad un membro del Direttorio fascista. Socialisti e repubblicani si incolpano a vicenda, e l'Avanti! muove senz'altro la grave accusa che «avanguardisti romagnoli di marca repubblicana giungono persino alla violazione delle case dei nostri compagni - che vengono bastonati, e feriti all'uso fascista - ed all'occupazione di circoli socialisti e comunisti in unione agli elementi fascisti locali, meno arditi e meno decisi». Sarebbe come dire che i repubblicani sono più fascisti dei fascisti.
A pochi giorni dalla marcia su Roma si conclude a Forlì un nuovo patto coi fascisti, presenti Comandini, Macrelli e Gaudenzi, e la stampa repubblicana accenna lungamente all'azione comune dei suoi seguaci coi fascisti negli incendi delle camere del lavoro e nelle bastonature a socialisti e comunisti: «A Santo Stefano - scrive un corrispondente dell'Avanti! - i nostri compagni sono stati costretti a sloggiare dalla loro casa pagata col loro sudore, e a consegnare la chiave ai repubblicani i quali, domenica scorsa, vi hanno inalberata la loro bandiera e ... ballato dentro». E il giornale riporta copiose notizie dalle provincie sulla solidarietà fra fascisti e popolari, come fra fascisti e repubblicani nelle offensive contro le organizzazioni socialiste.
A Roma la direzione del P.R. sentendosi isolata ed abbandonata dai gregari si dimette dal Comitato di Difesa Proletaria costituito per resistere alle prepotenze fasciste.

giovedì 22 agosto 2013

«Via le bandiere rosse! » Una pagina di storia oscurata

Recensione tratta da "Il Borghese", anno XIII, numero 7, Luglio 2013

Il nuovo libro del giornalista e storico Luciano Garibaldi Gli eroi di Montecassino (Oscar Storia Mondadori, 178 pagine, I I euro), dedicato al 2° Corpo d'armata polacco del generale Anders, racconta una delle pagine più importanti della campagna d'Italia nella Seconda Guerra Mondiale. Una pagina, tuttavia, misconosciuta dalla storiografia ufficiale, e, leggendo la ricostruzione storica di Luciano Garibaldi, si può comprenderne il perché. Quegli oltre centomila eroi polacchi, infatti, si batterono sì, e vittoriosamente, contro i Tedeschi, ma continuando a pensare alla loro patria sottomessa e razziata dai bolscevichi e sognando di poterla liberare dalla schiavitù imposta da Stalin. Quasi tutti, infatti, avevano dovuto abbandonare case e averi nelle mani dei Russi, e non pochi avevano parenti e amici tra le schiere di ufficiali polacchi sterminati dai bolscevichi con il colpo alla nuca nelle foreste di Katyn. Ciò spiega benissimo perché, dopo la Liberazione, e per molti mesi, si verificarono durissimi scontri tra gli eroi di Montecassino e i partigiani comunisti che sfilavano per le strade con le bandiere rosse e la falce e martello. La sola vista di quelle bandiere rosse richiamava alla mente dei soldati polacchi il vile comportamento dell'Armata Rossa che aveva rifiutato di intervenire in aiuto degli insorti durante l'insurrezione di Varsavia, e, anzi, aveva fatto morire decine di aviatori polacchi impedendo loro di atterrare nelle zone da essi occupate. Ma ecco il racconto degli scontri tra i polacchi e i comunisti italiani.

[v.d.l.]

Il 14 maggio 1945, a San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno), i Polacchi sfondarono a calci la porta delle sede provvisoria dell'ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d'Italia) prendendo a pugni chi stava all'interno. Sei gion-ii dopo, a Mercato Saraceno (Forli), quattro militari polacchi su una jeep bloccarono un corteo di partigiani comunisti sequestrando le bandiere rosse. Ne nacque un conflitto a fuoco che si concluse con la morte del caporale Tadeus Suovik e il ferimento di altri due sottufficiali. Il 21 giugno, a Imola, dodici soldati polacchi fecero irruzione nella Casa del Popolo dopo aver intimato ai comunisti di ammainare la bandiera rossa: cinque comunisti finirono all'ospedale. Tre giorni dopo, a Lugo di Romagna, nel corso di una rissa presso la Casa del Partigiano, una pallottola uccise il sergente Stanislaw Polj. Il 5 agosto, a Potenza Picena (Macerata), nel corso di uno scontro a fuoco tra polacchi e comunisti, restarono sul terreno tre attivisti del PCI. Il Partito fece affiggere manifesti in tutte le città delle Marche con la scritta: «Polacchi assassini / tornate a casa!». I manifesti ebbero l'effetto di fare infuriare i Polacchi che, in quel bollente agosto 1945, assaltarono e devastarono numerose sezioni del PCI in tutte le Marche. Il settimanale del PCI Bandiera Rossa dell'8 settembre 1945 uscì con un titolo a tutta pagina: «Polacchi fascisti fuori dall'Italia! Il popolo è stanco di sopportarvi!». Nell'articolo, i soldati polacchi che erano venuti a morire per liberare l'Italia, venivano definiti «briganti mercenari» e accusati di avere compiuto «assassinii premeditati a scopo di rapina». Seguiva un'aperta sfida al governo: i Polacchi siano immediatamente cacciati dall'Italia perché «il popolo è stanco» ed è pronto a «stroncare qualsiasi tentativo di sopraffazione polacco-fascista». Il giornale era stato appena distribuito nelle edicole, quando, a Cusercoli di Forlì, un camion polacco cadde in un'imboscata comunista, un soldato fu ucciso a raffiche di mitra e due rimasero gravemente feriti.

(...) Non mancarono scontri tra militari polacchi e la polizia, nel cui Corpo erano stati collocati a migliaia, dopo il 25 aprile 1945, ex partigiani comunisti per dare loro un lavoro e uno stipendio. Di questa decisione, imposta dal Partito comunista e fatta propria dai governi democristiani, fecero le spese i giovani monarchici napoletani che, dopo il referendum del 2 giugno 1946 per decidere tra Monarchia e Repubblica, in segno di protesta contro i brogli operati nella consultazione, erano scesi in piazza improvvisando una manifestazione davanti alla federazione del Partito comunista di Napoli. Era I'11 giugno 1946. La polizia aprì il fuoco e nove dimostranti restarono sul terreno. In quelle giornate di fuoco, il Re Umberto Il fu sollecitato dai suoi più stretti collaboratori a ristabilire l'ordine ricorrendo alle maniere forti. I partiti filo-repubblicani, tra cui la Democrazia Cristiana, avevano attuato un vero e proprio colpo di Stato, nominando il leader cattolico Alcide De Gasperi «capo provvisorio dello Stato» in attesa della proclamazione ufficiale dei risultati della consultazione elettorale. Sarebbe bastato un ordine dei Re per mobilitare i pochi reparti dell'Esercito e l'Arma dei Carabinieri. Fu in quell'occasione, che il generale Anders offrì ad Umberto Il la piena disponibilità sua e dei suoi soldati per fare piazza pulita dei comunisti. Ma sta di fatto che non accadde nulla. «Non una goccia di sangue per me e la mia Casa», disse il Re ai suoi fedelissimi, accingendosi a partire per l'esilio in Portogallo.

mercoledì 21 agosto 2013

Un bel fumetto

Ci piacciono i fumetti. Questo poi è una bella novità in edicola da qualche mese che racconta le gesta di un giovane ufficiale dell'Armata Reale e Cattolica della Vandea che combatté valorosamente contro i rivoluzionari francesi.
Il fumento è ricchissimo di citazioni storiche e di veri e propri insegnamenti su quello che fu il terrore repubblicano seguito alla rivoluzione francese.
Già dall'immagine si vede il vessillo bianco con su scritto Vive le Roy!
Noi lo consigliamo!




lunedì 19 agosto 2013

La foto che non ti aspetti...


Presa da "Il Giornale" del 12 Agosto.
Eravamo in ferie ma non abbiamo dormito.
Chissà se l'iconografia ufficiale ha gradito l'esposizione di questa Bandiera...

La Monarchia e il Fascismo- quarto capitolo - X

Mentre lo Stato va in sfacelo i fascisti si sostituiscono agli organi governativi.


La città di Trento rioccupata dagli Squadristi
Mentre lo Stato va in sfacelo i fascisti si sostituiscono agli organi governativi.

Intanto la barca ministeriale sbanda da tutte le parti, messa a repentaglio dal carico democristiano, e si diffonde sempre più la sensazione che manchi addirittura un governo: si vede chiaramente che questo si è assunto un peso superiore alle sue forze e che bisogna trovare una via d'uscita. E così Facta alla seconda metà di agosto inizia trattative con Giolitti per il suo ritorno al potere, e il primo incontro ha luogo alla stazione di Pinerolo dove egli si era recato ad attenderlo all'arrivo da Vichy. Ai primi di settembre Facta è ancora a colloquio con Giolitti a Bardonecchia ed alla sera riparte per Roma dove convoca il Consiglio dei Ministri. E nella seconda quindicina di settembre egli ritorna a Torino e si intrattiene per mezz'ora con Giolitti presente l'ambasciatore Frassati. Al termine del colloquio Facta si reca a Racconigi dal Re. La Stampa, riferendosi a questi incontri, mentre smentisce certe voci, assicura che le riunioni avevano per tema «il più assoluto dissenso circa i metodi di governo». Di queste trattative di Giolitti abbiamo conferma dal racconto che ne fa l'on. Sforza (1) il quale ci narra che Giolitti aveva avuto dal Re l'assenso a cambiare la legge elettorale per decreto reale (o decreto legge) e tornare al collegio uninominale o allo scrutinio di lista (2).
«Per una decisione sì ponderosa Giolitti sentiva che occorreva un ministero di autorità eccezionale; voleva vi entrassero quasi tutti gli ex Primi ministri; cominciò col convocare De Nicola, Orlando e Luzzatti cui offrì rispettivamente la Giustizia, l'Istruzione le Finanze; per se teneva l'Interno; Gli Esteri li aveva offerti a me; altri dicasteri intendeva offrirli a Bonomi e a Tittoni. Luzzatti ed io avevamo accettato. io solo avendogli ripetuto che ero certo si poteva cambiare la situazione anche senza una nuova Camera». Il progetto. secondo Sforza, sarebbe caduto per linsistenza di Giolitti a voler rifare la Camera. Ala lo Sforza è in contraddizione quando dice della mai motivazione dell'insuccesso poiché le trattative con Facta e con gli altri «per una decisione sì ponderosa» si imperniano mai - come lui stesso afferma - sulle elezioni a collegio uninominale. Questo particolare è confermato dalle cronache del tempo le quali ci dicono che il Consiglio dei ministri, occupandosi di politica interna discute intorno alla opportunità delle elezioni politiche verso marzo con vive pressioni in questo senso da parte del Partito Fascista. Si parla pure di preventive modifiche alla legge elettorale, mentre si intensifica ovunque la campagna contro la proporzionale. Del resto a questo proposito vi è una testimonianza definitiva, quella dell'on. Philipson. Onesti amico di Giolitti, è chiamato a Bardonecchia e riceve l'incarico di recarsi a Parigi - dove effettivamente  si reca e  lì compie  l'ambasceria - a dire allo Sforza che Giolitti non può assumerlo nel suo costituendo Ministero». Evidentemente lo Sforza si era offerto, ma Giolitti sentì di non poterlo includere in un ministero di «autorità eccezionale» (3 ).

Il governo di Facta non presenta atteggiamenti enti decisivi, non sa che via seguire. Parte dei suoi componenti sono già presi dall'entusiasmo fascista, altri, come i popolari, sfuggono da ogni responsabilità. Non sanno se provocare la crisi o se convocare la Camera. Dopo due lunghi Consigli il Ministero decide di rimanere al potere, rinvia la convocazione del Parlamento a novembre, e continua a vivacchiare assistendo impotente alla travolgente conquista del fascismo che domina ovunque.
L'on. Ettore Ciccotti esponente del vecchio socialismo romantico italiano e studioso della sua dottrina, scrive sul Popolo d’Italia un articolo di vera esaltazione: «Queste masse affluiscono al fascismo non sotto l'allettamento di nuove promesse da parte del fascismo, ma per la sperimentata delusione dì queste promesse fatte dal socialismo bolscevizzante. L'aver richiamata l'Italia ubriaca al senso della realtà è un merito del fascismo, che può divenire maggiore se portato a tutte le sue conseguenze». E queste conseguenze sono già in atto. I fascisti occupano Bolzano e scacciano l'amministrazione del tracotante pangermanista Perathoner. E' lo Stato fascista che opera, che si impone: tutti i provvedimenti presi dagli occupanti sono stati fatti a nome dello Stato fascista. Roma non funziona più: viene sostituito il sindaco tedesco, è abolita la polizia, applicata la bilinguità. A Udine in una grande adunata di camicie nere Mussolini parla sull'azione e la dottrina fascista dinanzi alle necessità storiche della Nazione: «Noi pensiamo di fare di Roma la città del nostro spirito, una città, cioè, depurata, disinfettata da tutti gli elementi che la corrompono e la infangano, pensiamo di fare di Roma il cuore pulsante, lo spirito alacre dell'Italia imperiale che noi sogniamo».
Con questo discorso Mussolini intende dire: il fascismo vuol governare l'Italia. E si incomincia a fare qualche accenno ad una marcia su Roma anche per le tipiche esercitazioni pratiche che sembrano - sintomi di più grandi movimenti. Ed è in questi giorni che Mussolini raduna 30.000 seguaci a Cremona per l’inaugurazione di 50 gagliardetti e pronuncia la chiara minaccia: «Vittorio Veneto non fu la fine ma il principio di quella marcia formidabile che, con colpo sicuro non si arresterà se non a Roma. Nessun ostacolo ci fermerà». Salandra in un discorso a Bari, alludendo al movimento fascista, si augura che il governo sia trasferito nelle mani dei giovani Amendola, ministro delle colonie, parla a Sala Consilina e riconosce sostanzialmente che il fascismo ha salvato la Nazione dal bolscevismo  ed ha pertanto implicitamente ammesso che la democrazia, la quale deteneva il governo non seppe fare tale difesa ed anzi lasciò sminuire l'autorità e la forza dello Stato: «Dobbiamo riconoscere - egli dice - che il “fatto” fascismo accompagna una salda e radicale restaurazione della coscienza nazionale quale rampolla dalla Vittoria, ed un consolidamento nel'anima italiana del valore morale della nostra partecipazione alla grande guerra».

(1) CARLO SFORZA: L'Italia dal 1914 al 1944 quale io la vidi. A. Mondadori, Roma, pag. 126-127.
(2) L'affermazione dello Sforza è semplicemente assurda, arbitraria ed inconcepibile. Il Re non avrebbe mai firmato un decreto che annullava una legge votata dalla Camera, sia pure una Camera scaduta, dopo che era già stata applicata due volte, una dall'on. Nitti e l'altra dallo stesso Giolitti. Ligio all'estremo alle regole costituzionali il Sovrano avrebbe richiesto l'approvazione delle Camere. Si può invece sostenere che la legge per il ritorno al collegio uninominale se presentata all'approvazione, data l'autorità di Giolitti, forse sarebbe passata. Ma lo Sforza che per vent'anni non desisterà dall'accusare Vittorio Emanuele III di avere violato la Costituzione, non aveva visto in quel suo desiderio per il decreto legge sol perché gli faceva comodo - un invito alla violazione delle norme costituzionali.

(3) L'episodio è stato accennato dal Philipson in un suo Intervento al Congresso Liberale di Roma (10-7-1949) e da lui ripetuto a me nei suoi minuti particolari.

mercoledì 14 agosto 2013

La Monarchia e il Fascismo - quarto capitolo - IX

Nella crisi dei partiti di sinistra e di centro si delinea sempre più la prevalenza del movimento fascista.

Lo sciopero è un'altra volta clamorosamente fallito, anche per l'ostilità del paese, ma la guerriglia e le rappresaglie continuano. A Milano viene distrutto l'Avanti! e si hanno 4 morti. Le amministrazioni comunali socialiste - tutte in situazioni finanziarie disastrose - vengono spazzate via fra l'entusiasmo della popolazione, i fascisti occupano i capoluoghi di provincia e Facta, che alla Camera ha ottenuto un voto di fiducia, è costretto ad affidare la difesa dell'ordine pubblico all'autorità militare in cinque provincie. Ma oramai esercito e polizia, stanchi della ostentata ostilità sovversiva, preferiscono proteggere i fascisti che obbedire al governo. Lo stesso prefetto Lusignoli nei suoi dispacci informativi alla Presidenza del Consiglio conferma la gravità della situazione in Lombardia, ed accennando alla eventualità di una repressione generale e simultanea in tutto il Regno, esprime la forma dubitativa: « qualora la forza risponda ». Ovunque infatti si ha sentore di complotti fascisti con ufficiali al comando di truppa per impossessarsi di certi delicati organi dei Comuni, delle Provincie, mentre si accentua sempre più la collaborazione fra fascisti e repubblicani: questi in alcune regioni - come a Treviso - sconfessano l'atteggiamento antifascista di esponenti della direzione del partito, oppure costituiscono addirittura i «Fasci repubblicani». Le organizzazioni fasciste si vanno mano mano sostituendo al governo e formano uno Stato nello Stato.
Alcuni giornali registrano a malincuore il diffondersi nell'opinione pubblica della parola «dittatura» pronunciata come la sola via di salvezza dal disordine. Il problema si delinea oramai in tutta la sua chiarezza: lo Stato assorbirà il fascismo, o il fascismo assorbirà lo Stato. Il fenomeno è registrato sul Roma di Napoli da Arturo Labriola che dà il fatto come già avvenuto. Egli scrive: « Il Partito Socialista è nettamente battuto. L'attacco fascista in tanto è stato trionfale in quanto ha agito come forza statale, cioè come forza di uno Stato, il quale ha preso evidentemente il posto del vecchio Stato democratico e liberale che i balbettii senili e inconsapevoli del signor Facta pretendono ancora, se non governare, in certo modo rappresentare. Questa forza è stata dura, spietata e risoluta. Essa è riuscita a trascinare nel proprio seguito le stesse forze armate dello Stato ufficiale, dando così la prova che il vecchio Stato democratico e liberale è oramai assorbito e sorpassato dal nuovo Stato fascista. Chi non si accorge di questa rivoluzione l'unica che sia stata veramente tentata in Italia - non ha l'abitudine di accorgersi di nulla ». E prevede che il fascismo arriverà al potere soltanto se lo voglia.
Lo stesso on. Modigliani, intervistato dal Matin ammette che quella dei fascisti per lo sciopero generale fu una vittoria, con operazioni «condotte militarmente » e constata: 1) la mancanza di resistenza delle truppe dello Stato, che talvolta si sono rese complici dei fascisti; 2) l'incapacità delle organizzazioni operaie socialiste di servirsi di mezzi analoghi a quelli dei loro avversari. Del resto non vi è via d'uscita per il governo: ostacolare con successo le forze fasciste avanzanti, non è più possibile. Ne è una prova l'esperimento di Bologna, dove il prefetto Mori cerca di far rientrare nella legalità lo squadrismo: questo occupa - come abbiamo visto - la città e chiede l’allontanamento del prefetto. Facta deve capitolare e sostituisce il Mori accusato di avversare i fascisti, mentre continua l'esodo in massa delle organizzazioni rosse che passano a quelle dei fasci, i socialisti collaborazionisti continuano ad offrirsi - anche se i massimalisti chiedono la loro espulsione dal partito - e pubblicano un manifesto dal quale traspare come il fascismo sia considerato un fenomeno socialista. E così si hanno soventi abiure di esponenti dei socialismo che passano al campo opposto.

Ma tutti i partiti sono in crisi: suddivisi in varie frazioni i socialisti: i liberali tutti incantati di Mussolini che esaltano fino al servilismo nel loro Giornale d'Italia, l'organo del liberalismo conservatore che, dopo aver alimentato e sorretto il movimento littorio comincia a preoccuparsi del minacciato colpo di mano per la conquista del potere. Incerto ed imbarazzato il Partito Popolare il cui gruppo parlamentare emette un programma che suscita le proteste dei senatori cattolici. Essi rilevando i pessimi risultati raggiunti nel proselitismo, ammoniscono don Sturzo a cambiare tattica preoccupati come sono che il partito, il quale prende a prestito dalla Chiesa l'organizzazione parrocchiale, assuma atteggiamenti politici e sociali che possano compromettere lo spirito religioso, ribadendo «il convincimento che certi connubi ripugnanti ai principi più sacri e più necessari alla vita sociale, non debbano essere ammessi e molto meno cercati», in quanto che il programma del P.P. deve rimanere «sempre assolutamente inconciliabile con chi professa la negazione di ogni fede religiosa, la negazione di ogni fede patriottica, la negazione di ogni ordine famigliare».

Ancora una volta il Vaticano è preoccupato dello atteggiamento dei suoi pupilli, e depreca in una circolare del cardinale Gasparri, come «ibrida e assurda» l'intesa con coloro che inneggiano a Lenin, coi «senza Dio, senza Patria, senza famiglia». Tutto questo inasprisce l'attrito fra cattolici puri facenti capo all'Azione Cattolica e popolari che sono tutta un'altra cosa. L'Eco di Bergamo, giornale cattolico di una regione dove sono più salde le organizzazioni dipendenti dal Vaticano, pubblica un articolo di fondo di critica alla «corsa sfrenata al potere dei popolari, quasi che essi avessero la maggioranza a Montecitorio» e si rammarica che il partito sia inquinato da una tendenza tutta nuova, in perfetta opposizione allo spirito informatore dell'azione stessa, cioè da quella di asservire il partito ad interessi personali. E dice testualmente: «Vedemmo purtroppo far parte del P.P. italiano persone che, per principi e tendenze spiegate nella loro vita privata e pubblica non avrebbero dovuto esservi accolte, le quali, di nulla preoccupate che di giungere per proprio conto alla mèta, contribuirono a montare la macchina mettendo in opera tutti i mezzi che noi prima abbiamo biasimato negli avversari ». E si lamenta che questi sistemi abbiano contribuito ad allontanare molti dei migliori elementi dell'Azione Cattolica disgustati della presenza di speculatori che, prendendo di mira le organizzazioni operaie «per l'affare dei voti procedevano a dar di gomito» per spirito di arrivismo riducendo il partito ad un organo di classe. Il giornale protesta per i connubi e gli amori coi socialisti «che hanno principi che sono agli antipodi con quelli cui si ispirava il Partito Popolare», fatto questo determinato dalla tollerata urgenza di «uomini e tendenze che solo perché più audaci e senza scrupoli, hanno il sopravvento». Alla fine chiude l'articolo con un ammonimento «Non dimentichiamo mai di essere anzitutto cattolici e allora potremo epurare il partito dalle scorie». Ma le scorie, gli arrivisti, rimangono mettendo in carenza l'elemento cattolico, ed il bolscevico cristiano on. Miglioli continua ad imperversare nelle campagne dove predica il boicottaggio e la violenza, senza timore di sconfessione o di scomunica.

martedì 13 agosto 2013

La Monarchia e il Fascismo- quarto capitolo - VIII

Il disgusto di Giolitti, l'angosciosa tristezza di Turati ed il costituzionalismo del Re.

Su questa direttiva troviamo pure l'on. Giolitti. Al momento della crisi egli è lontano da Roma. Si trova a Vichy e, malgrado si sia fatto il suo nome, non si muove e comunica il suo pensiero in una lettera al direttore della Tribuna:

Vìchy, 20 luglio 1922
Caro Malagodi,
«Stamane Facta e Soleri mi annunziarono per telegrafo le dimissioni del Ministero, chiedendomi se io venivo a Roma. Ho risposto di no. La situazione creata da ingiustificabili impazienze è così assurda, che, se fossi a Roma, ne sarei partito immediatamente.
«Che cosa può venire di buono per il Paese da un connubio dori Sturzo-Treves-Turati? Che programma si può fare quando il movente della crisi è unicamente la paura? Mentre il pericolo vero, unico per il nostro Paese è la marcia verso il fallimento, chi se ne preoccupa sul serio?
«Si invoca un Ministero forte e lo si compone di uomini in pieno disaccordo fra loro, i quali, se avranno forza, la adopereranno a combattersi. Se venissi a Roma si direbbe che arriva un concorrente dì più alla curée!
« Ella sa che io mi sono posto fuori concorso. Sono uno di quei vecchi avvocati che non assumono più cause, ma, occorrendo, danno ancora dei pareri. Ora però non saprei quali pareri dare e non vorrei neppure assumere la responsabilità di dare un parere, poiché non vedo (data la situazione parlamentare) la possibilità di una soluzione che risponda ai veri interessi del Paese.

«Il nuovo Governo, o si getterà a capofitto nella lotta contro il fascismo, e porterà a vera guerra civile, oppure userà la necessaria prudenza, e i paurosi che procurarono questa crisi lo rovesceranno.
«Sono fuori; ne ringrazio Iddio e resto fuori.
« Gradisca i più cordiali saluti.
Aff. Giovanni Giolitti.

Pochi giorni dopo scrive a Giovanni Porzio:

Vichy 23 luglio 1922
« Caro amico,
ti ringrazio della tua gentile lettera; mi è di grande soddisfazione che tu approvi la mia condotta. Appena avuta notizia della crisi da Facta e da Soleri telegrafai loro che non sarei venuto a Roma. Che cosa sarei andato a fare?
«La crisi fu impostata nel modo più balordo, ed importa un mandato imperativo di lotta ad oltranza contro il fascismo; il mandato di provocare la guerra civile. Credo che nessun uomo serio accetterà tale mandato; certamente non l'accetterà Orlando che è l'uomo al quale, più che a qualunque altro può riuscire di comporre un ministero serio e sopratutto equilibrato.
« ... impostare la crisi sulla rottura delle sedie di Miglioli dando l'impressione di un paese in completo disordine, è segno di un vero squilibrio mentale!
«Gradisci il più cordiale saluto
Aff. Giovanni Giolitti.

Evidentemente egli lanciava il rimprovero a coloro che hanno prodotto la crisi intempestivamente, incapaci poi di risolverla. E' un monito ai gruppi parlamentari di smetterla di far baruffa fra di loro e di silurarsi a vicenda, richiamando tutti al dovere che l'ora grave incombente sul Paese richiede. Intanto lo Stato precipita, precipita la Costituzione, e dagli esponenti responsabili non si vede una chiara soluzione. E se questa chiarezza si esprime da qualcuno, essa non è che espressione di reazione, rimedio che allo stato delle cose non porterebbe la guarigione al corpo martoriato e inalato del Paese. Di questo atteggiamento si preoccupa anche il Corriere della Sera: «La borghesia liberale, non classe ma fiore delle classi, si deve difendere dallo spirito di sopraffazione socialista, ma non può e non deve adottarne i sistemi. La sua forza, davanti all'opinione pubblica e davanti all'avvenire, è nella misura. Come elemento dirigente, essa è necessariamente un elemento moderatore. Ed è tempo che eserciti la sua moderazione verso il fascismo... ».
La confusione è enorme e la situazione preoccupa sempre più il Sovrano. Egli riceve ancora Turati nella speranza forse che un po' di luce illumini quest'ora tanto scura della politica italiana. Va rilevato che l'udienza avviene quattro giorni dopo il rifiuto dei socialisti a far parte del Ministero Bonomi o per lo meno di collaborarvi apertamente. Il colloquio deve quindi avere avuto uno scopo puramente chiarificatore. La visita suscita commenti ed invettive e nel campo socialista ha per risultato di suddividere ancora più le molteplici tendenze. Intervistato dal Giornale d'Italia all'uscita dall'udienza reale e richiesto quale impressione gli abbia fatto il Re, così risponde: «Buona sinceramente: E' un Re costituzionalissimo, che si conserva al di sopra dei partiti e delle tendenze di parte. E' veramente ortodosso nella funzione che esplica. Sembra un uomo stanco di queste continue lotte che affliggono l'Italia». Continuando l'intervista e rispondendo ad altre domande intorno alla situazione, l'on. Turati afferma: « ... i fascisti, gente armata, sono quattrocentomila uomini, bene equipaggiati, moralmente pronti a qualunque prova, pieni di entusiasmo... » E ad un redattore dell'Epoca, dopo avere ammesso che in tutti i partiti vi sono troppi pavidi, Turati angosciato e triste così conclude: «C'è dell'ansia in tutti. C'è del desiderio onesto quando diciamo: eccoci pronti! Ma facciamo presto. La crisi del Parlamento si estende e si aggrava nel Paese ed oggi, così, il Paese va in rovina ».

Mussolini scrive che «i socialisti non potendo innalzare le barricate vanno al Quirinale» mentre il suo corrispondente telegrafa da Roma: «Il vecchio buffone, che nel 1919 usciva dalla Camera mentre il Re vi entrava e che oggi ha mendicato una udienza alla reggia, ha compiuto il passo per una meschina manovra di corridoio suggeritagli dal meschinissimo e chiuso cervello di Modigliani. Il collaborazionista ha salito il colle del Quirinale per ripetere il veto contro la destra, per ripetere il veto dei popolari già volti in fuga dalla rivolta dell'opinione pubblica. Si trattava di inutile fatica perché un governo di sinistra non si fa e non si farà. Noi sfidiamo i socialisti a compiere un governo sinistroide e anti-fascista Se essi hanno fegato e carattere lo formino. Il fascismo non teme l'inutile manovra social-riformista ed è pronto oggi come ieri a rispondere».
E' veramente la paura che trattiene i socialisti dal partecipare ad un ministero di sinistra? Incomprensibile è la loro condotta quando si pensi che Turati va dal Re dopo il loro rifiuto, e che due giorni prima una deliberazione del gruppo parlamentare è fatta in senso collaborazionista. Ma forse è una manovra fatta nel timore che Orlando possa ricorrere alla destra. I socialisti desiderano un governo di sinistra ma non vogliono assumersi alcuna responsabilità. Come fiancheggiatori hanno i popolari i quali pongono un veto a destra, un'altro a sinistra, rifiutano la direzione del governo ma si riservano di parteciparvi in qualità di sabotatori...

Cresce il senso di sfiducia nel paese e si va maturando una sorda avversione al Parlamento. Qualcuno sussurra sull'eventualità di una dittatura ed il deputato socialista, Ettore Ciccotti, ne fa aperta professione in una lettera al Giornale d’Italia nella quale propone di conferire al Sovrano pieni poteri dittatoriali analoghi a quelli esercitati dal Presidente degli Stati Uniti, poiché si ha l’impressione che il Paese, stanco delle ciarle e delle risse parlamentari sia favorevole a questa soluzione. Ma la crisi aperta - almeno apparentemente - p-r la necessità di formare un governo forte con un programma deciso, sboccherà in un ministero di ripiego, un ministero purchessia non migliore e forse peggiore dei precedenti: questa soluzione sarà la più severa lezione a coloro che hanno determinato la crisi: i socialisti ed i popolari.

Il Re esaurite tutte le designazioni, da Orlando a De Nava a Meda, da Bonomi a De Nicola, torna a Facta il quale costituisce il ministero con lievi modifiche sul precedente. La crisi, che si è risolta in una catastrofe morale, è durata dodici giorni durante i quali le fazioni si sono sbizzarrite nei disordini e nei conflitti. Turati sta conferendo col Sovrano per trovare una via di pacificazione e in quel giorno si scatena uno sciopero generale social-comunista. L'AIleanza del Lavoro fa appello agli operai delle industrie, dei campi, dei servizi pubblici per indurli a scioperare in difesa delle organizzazioni di classe, ma queste agitazioni, più che lotte economiche più che lotte fra due principi opposti e contrari, l'individualismo ed il socialismo, sono in realtà una guerra di fazioni, social-comunisti e fascisti, siano pure questi ispirati da un caldo desiderio di difesa dello spirito nazionale uscito rinsaldato dal crogiuolo della guerra. I confederali, stretti nell'Alleanza fanno appello a D'Annunzio che avevano designato come loro protettore, ed egli risponde unendosi ai fascisti che a Milano hanno occupato Palazzo Marino dopo averne cacciati i socialisti. Egli parla dalla ringhiera al popolo milanese, «da questa ringhiera che per troppo tempo fu muta del tricolore». E continua: «La nazione era al bivio. La Nazione ha interrogato il suo fato e ha scelto la sua via. La Nazione ha intrapreso il suo nuovo cammino. La grande Nazione italiana è in marcia». E Mussolini nello stesso giorno parla al fascio di Roma: «Nessuno sciopero generale può stroncare l'attività del partito». Rammenta che il bolscevismo popolare è peggiore del bolscevismo rosso ed inneggia al mito della Nazione insieme al mito dell'Impero.

giovedì 8 agosto 2013

La Monarchia e il Fascismo- quarto capitolo - VII

Crisi del gabinetto Facta: secondo veto di don Sturzo a Giolitti e veto di De Gasperi e Gronchi a Orlando per un ministero di pacificazione.


La crisi si presenta di difficile soluzione. Fallisce Orlando che mirerebbe ad una intesa fra la destra e la sinistra, fra fascisti e socialisti, ma, a mezzo De Gasperi e Gronchi, i popolari pongono il «veto» anche a Orlando per l'entrata della destra nel ministero. La tendenza che guarda a Giolitti è subito stroncata, sempre dal primo veto. Ancora una volta i popolari, posti di fronte alla grave responsabilità della crisi non deflettono dal loro atteggiamento negativo. Pur di attentare alla sicurezza dei partiti nazionali don Sturzo getta il suo nelle braccia della massoneria. Scrittori di vaglia gli contestano una qualsiasi sensibilità religiosa. Il Corriere della Sera indignato di questo atteggiamento e dopo aver sollevato il sospetto che egli provochi queste crisi unicamente per fare il turno ai suoi deputati nel godimento dei portafogli, così scrive: «Don Sturzo, l'arbitro ormai della vita costituzionale nel nostro Paese, va dal Presidente dei Ministri a presentare i suoi consigli, che devono essere interpretati come ordini. C'è l'ostentazione della tirannia. Questa pretensione e questo ardimento, mentre mostrano che cosa significhi nella decadenza del nostro costume politico l'avvento di un partito che si richiama con particolare vanteria alla religione e alla morale, mostrano anche a qual grado pericoloso per la vita nazionale questa decadenza sia giunta».
Ma i popolari che hanno provocato la crisi e quindi spetterebbe a loro risolverla, lavorano invece per aumentare le difficoltà e creare imbarazzi. Questa disinvoltura è stata classificata da un vecchio parlamentare come la «vedova allegra della politica italiana».

L'on. Meda, chiamato dal Re, declina il mandato poiché i suoi non vogliono assumere la responsabilità del potere in momenti così tragici. «Una tale responsabilità - dice il Corriere d'Italia - potrebbe e dovrebbe essere assunta quando ci fossero attorno ai popolari larghi consensi, ma non sembra che questi si moltiplichino attorno a loro in questo momento». Non è dunque sufficiente la loro connivenza coi socialisti per assumersi tale responsabilità. Eppure nei fatti di Cremona, che determinarono la caduta del ministero, popolari e socialisti furono solidali fra di loro. I fascisti occuparono il Comune scacciandone l'amministrazione social-comunista che aveva per programma di «tagliare la testa ai signori», e con questa consentivano i popolari a mezzo dell'on. Miglioli al quale la cittadinanza rammenta le invocazioni alla pace fatte alla Camera in contraddizione con l'agitazione sostenuta per i consigli di cascina tenuti in vita per mesi e mesi dal bolscevismo bianco e con la patrocinazione degli arditi del popolo, lo squadrismo rosso. I popolari ripetono il veto contro i partiti nazionali e Mussolini così li descrive: «Il Partito Popolare è religioso e profano ad un tempo. Comincia con Cristo e finisce col diavolo. Don Sturzo, si dice, celebra ancora la messa, cioè il sacrificio, la rinunzia, l'accettazione di questa valle di lagrime, e Miglioli pratica la lotta di classe come il più esasperato dei socialisti. Come si concilia il cristiano «amore del prossimo» con la predicazione dell'odio contro talune categorie di uomini? ».
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Nel pieno sviluppo dell'azione fascista i socialisti rifiutano il potere offerto loro dalla Corona.

C'è stato un fatto nuovo nella politica italiana che avrebbe potuto avere ripercussioni non indifferenti ed incidere sulla vita del Paese se si fosse apertamente rivelato prima: la proclamazione del collaborazionismo da parte dei socialisti cosiddetti concentrazionisti i quali ai primi di luglio avevano lanciato un manifesto firmato dal Comitato nazionale del movimento con Filippo Turati in testa. Accennato alla crisi del dopo guerra ed all'offensiva del fascismo sostenuto dalle classi dirigenti e monopolistiche, esposte le preoccupazioni che hanno determinato la presente condotta del Comitato, cioè la necessità di salvare le organizzazioni socialiste e la vita degli Enti locali, il manifesto così continuava: «Allora dal folto della massa dolorante venne il grido: - Tempo è di mutare tattica, di valorizzare l'azione parlamentare, di trovare aiuti ed alleanze in altri campi, di giungere ad influire ed a controllare più direttamente l'azione stessa del Governo - Compagni lavoratori! Oggi il socialismo si afferma gridando la necessità contingente della collaborazione. Non c’è che obbedire! ».

Per i concentrazionisti il socialismo deve inserirsi nello Stato e in questo immettere le forze e le energie capaci di conservare la struttura che uscì dalla rivoluzione capitalistica; cessare quindi di essere un metodo critico, sistema di negazione e azione di opposizione per assumere i modi e le forme che la funzione conservatrice offre ed appresta. Con questo stato d'animo deve essersi recato l'on. Turati da Bonomi nel pomeriggio del 24 luglio a proporgli la costituzione di un governo al quale i socialisti, pur non prendendovi parte, avrebbero dato tutto il loro appoggio. Lo svolgimento del retroscena ce lo narrerà l'on. Bonomi (Europeo n. 45 del 7-11-1948) con i più ampi particolari. Il vecchio Presidente imposta l'avvenimento con questo interrogativo sommamente tragico: « Perchè la Corona non ha trovato nel Parlamento lo strumento atto a reprimere un movimento che apertamente confessava di volersi impadronire con la forza dello Stato?». E dopo aver spiegato come «nel dopoguerra 1919-1922 l'instabilità del governo era diventato un pericolo mortale per il regime parlamentare», così ci informa sul suo progetto - « Avrei fatto un governo di sinistra con l'appoggio dei socialisti ma senza la presenza dei socialisti. Programma: la difesa contro l'ondata di illegalità e di violenza che abbatteva le organizzazioni politiche ed economiche degli avversari del fascismo e minacciava lo Stato di un colpo di mano rivoluzionario».
Chiamato dal Re, egli riferì subito al Sovrano il colloquio avuto con Turati e della possibilità di un governo con l'adesione socialista benché diminuita della loro non partecipazione al governo stesso. «Di ciò il Re si mostrò contentissimo: egli incoraggiava il mio tentativo, e, uscendo dal consueto riserbo, mi augurava calorosamente di riuscire ». Ma la proposta di Turati non venne accolta dai suoi amici i quali si limitarono ad offrire al governo un benevolo atteggiamento volta a volta, senza tuttavia prendere un preciso impegno di appoggiarlo in tutta la sua opera nella continuità della sua azione. « Era - dice Bonomi - una proposta inaccettabile. Nell'ora tragica che si attraversava, mentre Mussolini minacciava alla Camera la guerra civile qualora si volesse arrestare il suo movimento, fondare un governo sulla eventuale benevola accoglienza di un grosso gruppo parlamentare, diventava una avventura da disperati ». E quando l'ex Presidente del Consiglio riferì al Re il suo insuccesso, questi ne fu sinceramente rammaricato, poiché contava molto sul nuovo e sperato atteggiamento dei socialisti e lo esortò a ritentare la prova: « Chiami - disse il Re - questa notte i suoi amici socialisti e veda di persuaderli ».
Ma l’ estremo tentativo bonomiano fallisce e vengono frustrate le speranze del Re che da oltre 20 anni agogna chiamare le masse operaie alla responsabilità del potere. - Così - conclude il Bonomi - a poco più di tre mesi dalla marcia su Roma, nasceva, si svolgeva e finiva l'estremo tentativo di opporre dal di dentro (dal Parlamento e dallo Stato) un argine solido al dilagare della violenza fascista. Mancato quell'argine per l'incomprensione di quelli stessi che dovevano per primi esserne sommersi l'ondata fascista non trovò alcuna barriera e quando il 28 ottobre 1922
essa inviò le sue cosiddette legioni su Roma trovò la via aperta e tutti i poteri dello Stato o insufficienti o travolti ».

Questo il racconto degli avvenimenti fatto dall'on. Bonomi, ed i suoi apprezzamenti. Notiamo come egli ritenga sicura e definitiva la possibilità - vista a posteriori - di evitare la marcia su Roma. Egli punta sul collaborazionismo socialista come rimedio salutare. Ma vi sono dei rimedi infallibili presi in un dato tempo che possono diventare nocivi presi in un altro. Un salasso può salvare la vita ad una persona come la può uccidere, a seconda del momento che viene praticato. La collaborazione socialista fu sempre un desiderio di Re Vittorio Emanuele e già l'aveva fatta sollecitare da Giolitti prima, attraverso Bissolati e lo stesso Turati, poi da Nitti, ma sempre fu respinta. La possibilità della collaborazione nel 1922 è oramai tramontata. Si può tentare l'esperimento, così come se ne tenterebbe un'altro qualsiasi in un momento di disperazione, ma potrebbe essere un salto nel buio. Oramai non è più possibile governare contro il fascismo, sia perché ha la maggioranza della Nazione con sé, sia per lo spirito che lo anima. Lo riconoscerà più tardi lo stesso Bonomi a marcia avvenuta.
Degne di rilievo le notizie raccolte da Luigi Ambrosini che ha fatto in questo periodo una inchiesta nell'Emilia, apparsa sulla Stampa di Torino. Egli descrive il colloquio avuto con un esponente fascista: «Se Nitti va al governo coi socialisti - mi dichiarava un giovane agitatore ferrarese - in ventiquattro ore gli mobilitiamo contro, nella sola Emilia, dai trenta ai quaranta mila uomini». Domandai: « Armati? ». Mi rispose con un: «Perdio!» allegro e largo quanto la sua provincia. Cavò di tasca un lapis, e sul marmo chiaro del tavolino - eravamo al caffè - mi scodellò il piano della «loro» mobilitazione. «Uomini tanti, biciclette, motociclette, side-cars, camions, automobili, rivoltelle, fucili, mitragliatrici, cannoni... ». «Anche cannoni, posso scrivere?» gli domandai. «Scriva, scriva, tanto qui sanno tutto». - «Anche il Prefetto? ». - « Persino il Prefetto! Ma lui comanda in Prefettura ed io in provincia ». «Allora siete contro lo Stato?». « Siamo contro lo Stato se lo Stato proteggerà i socialisti».
Del resto un mese prima Arturo Labriola in una intervista al Giornale d'Italia aveva previste le cose non diversamente esaminando una eventuale sommossa delle sinistre: «In Italia la rivoluzione, ora, sarebbe un delitto. Il nostro è il paese che gode le maggiori libertà. La borghesia non ha più che cosa cedere. Siamo Il paese democratico, il più democratico di Europa, più democratico dell'Inghilterra, legato ancora a tradizioni ed a costumi». E circa l'avvento dei socialisti al potere risponde: «Si sono decisi troppo tardi». Evidentemente la situazione è tale che l'andata al governo dei socialisti, che avrebbe dovuto essere un avvenimento di straordinaria importanza, si ridurrebbe ora ad un governo di polizia e di repressione contro il fascismo il che porterebbe alla guerra civile.
La stessa Confederazione del Lavoro al Congresso di Genova se pure si è dichiarata indipendente dal Partito Socialista è anche vero che circa la collaborazione si è dichiarata metà a favore e metà contro. Questo voto dimostra che in caso di attuazione del collaborazionismo, metà dei confederati sarebbe passata al comunismo aggravando il disagio del ministero. Questo avrebbe avuto, oltre che l'ostilità dei fascisti anche quello di una parte, sia pure meno agguerrita, dei socialisti oppositori, dei comunisti ai quali Mussolini si sarebbe associato mettendo in atto la minaccia lanciata alla Camera il 1° dicembre del 1921 che, qualora lo Stato avesse a soverchiare gli uni e gli altri, allora comunisti e fascisti avrebbero potuto mettersi d'accordo per contrastare l'autorità dello Stato: «Dichiaro subito che, per quello che riguarda noi è assai difficile tentare di schiacciare le due opposte fazioni; ed aggiungo che, la cosa non è scevra di pericoli, perché domani, fascisti e comunisti, sottoposti quotidianamente ad un martellamento di polizia, potrebbero finire anche per intendersi... salvo poi a conflittare energicamente dopo per la ripartizione del bottino anche perché io riconosco che fra noi ed i comunisti non ci sono affinità politiche, ma ci sono affinità intellettuali». E a pochi giorni dalla prima crisi Facta, in un discorso violento alla Camera aveva detto: «Se per avventura dovesse uscire dalla crisi un governo di reazione antifascista, prendetene atto: noi agiremo con la massima energia ed inflessibilità».


Ed è proprio dì quei giorni, durante l'imperversare della crisi e della mobilitazione fascista e dello sciopero generale che Ettore Sacchi l'ex repubblicano ministro del Re, scrive al Giornale d’Italia una lettera nella quale è detto: « Come potrebbe svolgersi la repressione in siffatti casi che sono divenuti frequenti? In un modo solo: dare alla forza pubblica l'ordine di sparare, mandare le mitragliatrici e le autoblindate non in bella mostra nelle piazze e per le vie, ma in piena funzione della loro potenza micidiale. Un tale ordine non è stato dato fin qui. lo aggiungo che un tale ordine non sarà mai dato da un ministro italiano ».