NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 21 maggio 2013

La Monarchia e il Fascismo - Terzo capitolo - IV


Frutti della propaganda estremista sovvertitrice: il massacro di Empoli e l'eccidio del Diana.




E' dell’Aprile di questo tormentato 1921 un chiaro discorso di Nitti ai suoi elettori della Basilicata: «Le masse popolari italiane sono da un ventennio intossicate dalla violenza: negli ultimi anni l'equivoco della Russia aveva creato strane illusioni nelle mentì ignare. Ma la violenza non ha più freno, e provoca la reazione, reazione fatta di violenza. E' la guerra civile in atto. A Casale Monferrato una comitiva recatasi da Torino per una commemorazione patriottica viene assalita proditoriamente a revolverate. Si deplorano 4 morti fra cui due veterani, vecchi tamburini dell'esercito sardo superstiti delle campagne del Risorgimento. L'indomani in un tentativo di ripresa i sovversivi si trovano di fronte a fascisti e soldati che ebbero una ventina di feriti e un altro morto. A Firenze in seguito ad un agguato dei comunisti contro un corteo di studenti liberali si hanno 7 morti ed un centinaio di feriti. Il fascista Berta che si era aggrappato al cornicione del ponte per sfuggire all'inseguimento  viene ucciso e gettato in Arno; i comunisti tentano una rivolta in grande stile e cantano: « Hanno ucciso Berta figlio di pescicani, evviva il comunista che gli tagliò le mani». E' un episodio di rara ferocia. Si innalzano barricate, la città di notte è al buio. Si scatenano in tutta Italia violenti rappresaglie fasciste con mischie furibonde: 15 morti, 250 feriti e 1500 arresti. Milano assiste, fra lo sgomento e il terrore della borghesia trepidante, ad una sfilata di 20.000 bolscevichi i quali dopo avere inneggiato a Lenin dall'alto dei torrioni del Castello sforzesco, annunciano l'imminenza delle stragi della rivoluzione sociale. Mussolini risponde dicendosi disposto, «contro il ritorno della bestia trionfante, a convertire le piazze in tante trincee munite di reticolati per vincere la nostra battaglia ».

A pochi giorni di distanza, mentre un camion carico di marinai e con 14 carabinieri transita per Empoli, dalle finestre e dai tetti delle case si inizia un vivace fuoco che si rinnova contro un secondo camion che sopraggiunge a poca distanza. Questo per un guasto deve fermarsi ed il tenente Vicedomini si avanza con le mani in alto verso i facinorosi per parlamentare; tutti gli occupanti del camion lo imitano e spiegano di essere marinai in borghese e non fascisti. Riprende il fuoco, marinai e carabinieri inermi sono abbattuti. 


Si appicca il fuoco al camion, la folla infierisce contro i morti facendone barbaro scempio. Con bastoni e coi calci dei fucili si deturpano le facce dei caduti, si calpestano, si mutilano, si trascinano i resti sanguinolenti per le vie del paese. E qualche misero corpo è gettato in Arno. Alla Camera l'on Valentino Coda così commenta l'atroce massacro: « Quando si leggono episodi come quello di Empoli dove poveri marinai sono uccisi e le loro carni sono sbranate, si pensa: da chi hanno appreso quei barbari tanta ferocia? Voi dite: dalla guerra. Ma le donne in guerra non ci sono state!». La Gazzetta del Popolo scrive: «I socialisti hanno sfruttato tutte le più basse passioni insite nell'animo degli uomini mediante una propaganda di odio senza confini. Chi non sa che nell'animo di ogni uomo sonnecchia una belva? Qual meraviglia se la belva umana, lungamente ed abilmente aizzata giunga agli eccessi di Empoli?

I socialisti continuano le loro proteste per i provvedimenti del governo contro gli agguati, ma esaltano Lenin per la repressione della rivolta della guarnigione di Kronstadt, domata con una ferocia inaudita nella impiccagione dei ribelli. E l'Avanti! continua a sobillare le masse con le caricature di Scalarini: una baionetta, una cassa forte, un grimaldello, ecco la borghesia italiana. Così le anime semplici, le menti ignare imparano a odiare, preparate per passare all'azione, alla vendetta feroce. C'è una frenesia della strage non certo determinata da concezioni idealistiche. Gli attentati i più selvaggi si susseguono con diabolico cinismo: bombe sui cortei, bombe nei ristoranti dove cittadini inermi, donne e bambini sono travolti, calpestati, uccisi con barbarico accanimento. Per salvare Malatesta, l'anarchico incarcerato quale eccitatore di odi e di violenze e che in carcere ha iniziato il digiuno in segno di protesta, i sovversivi organizzano stragi di innocenti. A Milano viene assassinato il fascista Aldo Sette e Mussolini ammonisce: «Fascisti milanesi! raccogliamoci attorno al nostro Morto e continuiamo la nostra durissima strada. Arriveremo dove dobbiamo arrivare: a qualunque costo!».

Tutto ha un limite ed il rovente clima di guerra civile coltiva la scintilla che dovrà far divampare la rivolta delle forze ansiose di equilibrio. La sera del 23 marzo una bomba esplode al teatro Diana a Milano. Lo scoppio è stato terribile. Visioni di orrore e di terrore dominano ali spettatori: 18 morti ed una infinità di feriti, più di 100, dei quali parecchi con gravi mutilazioni. L’indignazione suscitata dal delitto è enorme; la rappresaglia è fulminea e violenta. La autorità di P.S. in previsione fa bloccare gli accessi dell'Avanti! e del quotidiano anarchico Umanità Nova ma l'onda popolare supera gli sbarramenti e distrugge le tipografie dei due giornali. Sul Popolo d'Italia Mussolini commenta: « Dall'assassinio del povero Giordani al consiglio comunale di Bologna al massacro atroce, bestiale e vigliacco del Diana, è tutto un crescendo di efferatezze: in questo sangue affoga e deve affogare l'estremismo italiano, miscuglio repellente di «ingenui, di ciarlatani e di delinquenti ». La Camera del lavoro di Milano, compresa dell'orrore della strage si astiene dal proclamare lo sciopero generale di protesta contro gli arresti di suoi esponenti. L'Avanti! piange sulle vittime e si attacca al cavillo di essere «contro la violenza individuale ». Ma la Voce repubblicana subito lo accusa di vigliaccheria per queste dichiarazioni di dolore e di riprovazione. L'organo dei repubblicani fa appello alla tolleranza polemica ma non ha misura nel linguaggio e quando in un avvenimento qualsiasi può trovar modo di coinvolgere anche nella maniera più assurda la Monarchia, allora scende al vituperio osceno e diventa ripugnante. E sopratutto non vuole ammettere che la sua propaganda sta alla pari di quella dei bombardieri anarchici che esso difende ed esalta.
I socialisti non rinnegano, non smettono la loro predicazione, ma non ne vogliono subire le conseguenze. L'Avanti! non sa nemmeno decidersi a protestare apertamente e lealmente contro l'orrendo misfatto. Disapprova l'attentato ma subito si riprende e par che tema di perdere le simpatie dei facinorosi, dei più violenti: «Chiunque ne sia l'autore - scrive - chiunque ne sia l’istigatore, si tratta di un crimine corribile, che noi condanniamo con tutte le forze del nostro animo civile!». Mette le mani avanti nel deplorare eventuali rappresaglie che sente addensarsi contro il socialismo ed il giorno dopo deve infatti constatare: «Ecco tutta l'opera assassina dell'anarchismo borghese che risponde all'individualismo incosciente ». Continua su questo tono e non comprende come il suo linguaggio che dura da oltre due anni è proprio quello che, ha montato la testa ai dinamitardi. Turati invoca inutilmente, parlando al Teatro dei popolo, una propaganda contro la violenza: « Noi dovremo, spietati contro altri e contro noi stessi, gridare al cielo ed agli uomini tutti i nostri errori, perché imparino almeno i figli a non ereditarli dai padri!». Ma l'Avanti! lo rimprovera di essere « fuori della realtà, fuori della vita. fuori della storia »: il linguaggio moderato dell’organo socialista è durato pochi giorni, ora riprende più violento di prima. Scalarini insiste con le sue vignette atroci. In una che ha per dicitura - «Dinanzi a questo spettacolo chi non sarebbe diventato violento?» sono disegnati due sportelli con la soprascritta Cassa. In uno un mutilato porta le sue membra; nell'altro il ricco epulone, l’arricchito di guerra, il pescecane, riscuote sacchi di moneta sonante. E' la giustificazione dell'attentato del Diana avvenuto in quei giorni.
Ovunque in Italia si fanno manifestazioni di lutto. I funerali alle vittime sono un gesto grandioso di pietà e di dolore popolari: tutta Milano è nelle strade. Le squadre fasciste che seguono i feretri con Mussolini in testa sono coperte di fiori. In mezzo a tanta commozione i comunisti si dichiarano solidali con gli assassini e lanciano un manifesto col quale chiamano a raccolta il proletariato «per difendere l'onore della sua rossa bandiera e per la vittoria della rivoluzione sociale». L'Ordine Nuovo, il loro organo diretto da Antonio Granisci, e scritto, dice Mussolini - «da uomini mostruosi e deformi nel corpo e nell'anima» giustifica la strage del teatro Diana che chiama «atto di giustizia». Risponde il Popolo d'Italia che così ammonisce i comunisti. « Se questa è una sfida, noi l'accettiamo, subito, senza nemmeno discutere. Gli organi direttivi del movimento fascista non tarderanno un minuto solo a decidere e a fissare le opportune misure per schiantare col piombo e la fiamma questa ribalda e nefanda provocazione comunista. I diciotto morti del Dìana lo impongono!».

L'attentato è stato il fatto determinante, decisivo, risolutivo nello sfacelo delle organizzazioni operaie socialiste. Il ferrarese e le Puglie sono le prime regioni dove le leghe si rivoltano ai capi. Nelle città i cittadini accorrono ai fasci come ad una trincea di difesa personale e sociale, mentre alcuni settori della politica - repubblicani, anarchici, comunisti e l'ala estrema del socialismo massimalista - non disarmano. L'on. Cagnoni ad Alessandria esalta i bombardieri del Diana e si tenta di disturbare la commemorazione delle vittime. Combattenti e mutilati si affannano a fare appelli per la pacificazione ma non sempre sono ascoltati. Mussolini dal canto suo dichiara di essere disposto alla tregua, una «tregua fra i partiti, ma niente tregua e niente pietà pei criminali che colle parole e coi fatti si sono cacciati al bando dell'umanità».
Anche la destra dei popolari sente il bisogno di scindere la propria responsabilità da quella della direzione del partito. La gran massa degli organizzati democristiani, specialmente quella delle campagne, si ispira alla propaganda di agitatori seguaci di Miglioli. Dicono gli esponenti della destra popolare: «E' chiaro che il contegno assunto specie in questi ultimi mesi dal Partito Popolare in merito alle questioni economiche e sociali che agitano il Paese, è stato tale da obbligare tutti i cattolici che non vogliono coinvolgere la propria responsabilità negli errori di esco partito, a protestare e a ritirarsi». E' una aperta accusa di uomini di alta saggezza contro le responsabilità della propaganda democristiana nell'avvelenamento delle classi operaie. Socialisti e democristiani non vogliono capire che la lotta contro le leghe - rosse o bianche - non è diretta a negare e ad annullare le conquiste proletarie, ma è una insurrezione alle bestiali prepotenze di quei piccoli tirannelli ignoranti e presuntuosi che sono i capi lega.

E così incomincia la caccia in grande stile ai caporioni socialisti e democristiani. Misiano appena arriva in una città è rincorso dai cittadini, a Napoli è inseguito dal popolino e si salva travestendosi da guardia regia. Miglioli non può più recarsi nel suo collegio. A Bologna si urla e si fischia al passaggio di Zanardi e di Bucco. Matteotti viene sequestrato, a Rovigo, e poi abbandonato in mezzo alla campagna da ex leghisti già suoi seguaci. A Ferrara, dove le leghe passano contemporaneamente ai fasci, Mussolini viene accolto con musiche e 118 gagliardetti dei paesi vicini; tutta la città è in festa, bandiere ai balconi ed alle finestre, alla sera fiaccole agitate da una folla immensa. Ai primi di aprile ha luogo a Bologna un convegno regionale dei fasci emiliani e romagnoli. Mussolini viene acclamato alle stazioni di passaggio nel viaggio da Milano. Un corteo di 20.000 fascisti inquadrati e 100 mila persone lo attendono alla stazione, molti palazzi si illuminano di palloncini tricolori. I giornali parlano di apoteosi. Mai uomo politico è stato accolto fra tanto delirio.

Di fronte a tanta compattezza e solidarietà gli estremisti di sinistra si dilaniano fra di loro e si accusano, si danno a vicenda dei traditori: ciascuno è per l'altro in mala fede. A Torino Mario Guarnieri organizzatore sindacale e direttore del Grido del popolo investe Antonio Granisci, che chiama «barattolo ambulante di fiele e di sporcizia: il cittadino Gramsci nel 1916, mentre era già redattore dello Avanti! per parecchi giorni rimase indeciso se restare all'Avanti! o passare al Popolo d'Italia!». Anche popolari e socialisti, sempre in concorrenza, si azzuffano fra di loro: i popolari accusano i socialisti di ricevere danari dalla Russia, i socialisti a loro volta accusano i popolari di essere finanziati dalla massoneria internazionale.


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