Frutti della propaganda estremista sovvertitrice: il massacro di Empoli e l'eccidio del Diana.
E' dell’Aprile di questo tormentato 1921 un chiaro discorso
di Nitti ai suoi elettori della Basilicata: «Le masse popolari italiane sono da
un ventennio intossicate dalla violenza: negli ultimi anni l'equivoco della
Russia aveva creato strane illusioni nelle mentì ignare. Ma la violenza non ha
più freno, e provoca la reazione, reazione fatta di violenza. E' la guerra
civile in atto. A Casale Monferrato una comitiva recatasi da Torino per una commemorazione
patriottica viene assalita proditoriamente a revolverate. Si deplorano 4 morti
fra cui due veterani, vecchi tamburini dell'esercito sardo superstiti delle
campagne del Risorgimento. L'indomani in un tentativo di ripresa i sovversivi
si trovano di fronte a fascisti e soldati che ebbero una ventina di feriti e un
altro morto. A Firenze in seguito ad un agguato dei comunisti contro un corteo
di studenti liberali si hanno 7 morti ed un centinaio di feriti. Il fascista
Berta che si era aggrappato al cornicione del ponte per sfuggire all'inseguimento
viene ucciso e gettato in Arno; i comunisti tentano una rivolta in grande stile
e cantano: « Hanno ucciso Berta figlio di pescicani, evviva il comunista che
gli tagliò le mani». E' un episodio di rara ferocia. Si innalzano barricate, la
città di notte è al buio. Si scatenano in tutta Italia violenti rappresaglie
fasciste con mischie furibonde: 15 morti, 250 feriti e 1500 arresti. Milano
assiste, fra lo sgomento e il terrore della borghesia trepidante, ad una
sfilata di 20.000 bolscevichi i quali dopo avere inneggiato a Lenin dall'alto
dei torrioni del Castello sforzesco, annunciano l'imminenza delle stragi della
rivoluzione sociale. Mussolini risponde dicendosi disposto, «contro il ritorno
della bestia trionfante, a convertire le piazze in tante trincee munite di
reticolati per vincere la nostra battaglia ».
A pochi giorni di distanza, mentre un camion carico di
marinai e con 14 carabinieri transita per Empoli, dalle finestre e dai tetti
delle case si inizia un vivace fuoco che si rinnova contro un secondo camion
che sopraggiunge a poca distanza. Questo per un guasto deve fermarsi ed il
tenente Vicedomini si avanza con le mani in alto verso i facinorosi per
parlamentare; tutti gli occupanti del camion lo imitano e spiegano di essere
marinai in borghese e non fascisti. Riprende il fuoco, marinai e carabinieri
inermi sono abbattuti.
Immagine presa da http://www.dellastoriadempoli.it/
Si appicca il fuoco al camion, la folla infierisce
contro i morti facendone barbaro scempio. Con bastoni e coi calci dei fucili si
deturpano le facce dei caduti, si calpestano, si mutilano, si trascinano i
resti sanguinolenti per le vie del paese. E qualche misero corpo è gettato in
Arno. Alla Camera l'on Valentino Coda così commenta l'atroce massacro: « Quando
si leggono episodi come quello di Empoli dove poveri marinai sono uccisi e le
loro carni sono sbranate, si pensa: da chi hanno appreso quei barbari tanta
ferocia? Voi dite: dalla guerra. Ma le donne in guerra non ci sono state!». La
Gazzetta del Popolo scrive: «I socialisti hanno sfruttato tutte le più basse
passioni insite nell'animo degli uomini mediante una propaganda di odio senza
confini. Chi non sa che nell'animo di ogni uomo sonnecchia una belva? Qual
meraviglia se la belva umana, lungamente ed abilmente aizzata giunga agli
eccessi di Empoli?
I socialisti continuano le loro proteste per i provvedimenti
del governo contro gli agguati, ma esaltano Lenin per la repressione della
rivolta della guarnigione di Kronstadt, domata con una ferocia inaudita nella
impiccagione dei ribelli. E l'Avanti! continua a sobillare le masse con le
caricature di Scalarini: una baionetta, una cassa forte, un grimaldello, ecco
la borghesia italiana. Così le anime semplici, le menti ignare imparano a
odiare, preparate per passare all'azione, alla vendetta feroce. C'è una
frenesia della strage non certo determinata da concezioni idealistiche. Gli
attentati i più selvaggi si susseguono con diabolico cinismo: bombe sui cortei,
bombe nei ristoranti dove cittadini inermi, donne e bambini sono travolti,
calpestati, uccisi con barbarico accanimento. Per salvare Malatesta,
l'anarchico incarcerato quale eccitatore di odi e di violenze e che in carcere
ha iniziato il digiuno in segno di protesta, i sovversivi organizzano stragi di
innocenti. A Milano viene assassinato il fascista Aldo Sette e Mussolini ammonisce:
«Fascisti milanesi! raccogliamoci attorno al nostro Morto e continuiamo la
nostra durissima strada. Arriveremo dove dobbiamo arrivare: a qualunque costo!».
Tutto ha un limite ed il rovente clima di guerra civile
coltiva la scintilla che dovrà far divampare la rivolta delle forze ansiose di
equilibrio. La sera del 23 marzo una bomba esplode al teatro Diana a Milano. Lo
scoppio è stato terribile. Visioni di orrore e di terrore dominano ali
spettatori: 18 morti ed una infinità di feriti, più di 100, dei quali parecchi
con gravi mutilazioni. L’indignazione suscitata dal delitto è enorme; la
rappresaglia è fulminea e violenta. La autorità di P.S. in previsione fa bloccare
gli accessi dell'Avanti! e del quotidiano anarchico Umanità Nova ma l'onda
popolare supera gli sbarramenti e distrugge le tipografie dei due giornali. Sul
Popolo d'Italia Mussolini commenta: « Dall'assassinio del povero Giordani al
consiglio comunale di Bologna al massacro atroce, bestiale e vigliacco del Diana,
è tutto un crescendo di efferatezze: in questo sangue affoga e deve affogare l'estremismo
italiano, miscuglio repellente di «ingenui, di ciarlatani e di delinquenti ».
La Camera del lavoro di Milano, compresa dell'orrore della strage si astiene
dal proclamare lo sciopero generale di protesta contro gli arresti di suoi
esponenti. L'Avanti! piange sulle vittime e si attacca al cavillo di essere «contro
la violenza individuale ». Ma la Voce repubblicana subito lo accusa di
vigliaccheria per queste dichiarazioni di dolore e di riprovazione. L'organo
dei repubblicani fa appello alla tolleranza polemica ma non ha misura nel
linguaggio e quando in un avvenimento qualsiasi può trovar modo di coinvolgere
anche nella maniera più assurda la Monarchia, allora scende al vituperio osceno
e diventa ripugnante. E sopratutto non vuole ammettere che la sua propaganda
sta alla pari di quella dei bombardieri anarchici che esso difende ed esalta.
I socialisti non rinnegano, non smettono la loro predicazione,
ma non ne vogliono subire le conseguenze. L'Avanti! non sa nemmeno decidersi a
protestare apertamente e lealmente contro l'orrendo misfatto. Disapprova
l'attentato ma subito si riprende e par che tema di perdere le simpatie dei
facinorosi, dei più violenti: «Chiunque ne sia l'autore - scrive - chiunque ne
sia l’istigatore, si tratta di un crimine corribile, che noi condanniamo con
tutte le forze del nostro animo civile!». Mette le mani avanti nel deplorare
eventuali rappresaglie che sente addensarsi contro il socialismo ed il giorno
dopo deve infatti constatare: «Ecco tutta l'opera assassina dell'anarchismo
borghese che risponde all'individualismo incosciente ». Continua su questo tono
e non comprende come il suo linguaggio che dura da oltre due anni è proprio
quello che, ha montato la testa ai dinamitardi. Turati invoca inutilmente,
parlando al Teatro dei popolo, una propaganda contro la violenza: « Noi dovremo,
spietati contro altri e contro noi stessi, gridare al cielo ed agli uomini
tutti i nostri errori, perché imparino almeno i figli a non ereditarli dai
padri!». Ma l'Avanti! lo rimprovera di essere « fuori della realtà, fuori della
vita. fuori della storia »: il linguaggio moderato dell’organo socialista è
durato pochi giorni, ora riprende più violento di prima. Scalarini insiste con
le sue vignette atroci. In una che ha per dicitura - «Dinanzi a questo
spettacolo chi non sarebbe diventato violento?» sono disegnati due sportelli
con la soprascritta Cassa. In uno un mutilato porta le sue membra; nell'altro
il ricco epulone, l’arricchito di guerra, il pescecane, riscuote sacchi di
moneta sonante. E' la giustificazione dell'attentato del Diana avvenuto in quei
giorni.
Ovunque in Italia si fanno manifestazioni di lutto. I
funerali alle vittime sono un gesto grandioso di pietà e di dolore popolari:
tutta Milano è nelle strade. Le squadre fasciste che seguono i feretri con
Mussolini in testa sono coperte di fiori. In mezzo a tanta commozione i comunisti
si dichiarano solidali con gli assassini e lanciano un manifesto col quale
chiamano a raccolta il proletariato «per difendere l'onore della sua rossa
bandiera e per la vittoria della rivoluzione sociale». L'Ordine Nuovo, il loro
organo diretto da Antonio Granisci, e scritto, dice Mussolini - «da uomini
mostruosi e deformi nel corpo e nell'anima» giustifica la strage del teatro Diana
che chiama «atto di giustizia». Risponde il Popolo d'Italia che così ammonisce
i comunisti. « Se questa è una sfida, noi l'accettiamo, subito, senza nemmeno
discutere. Gli organi direttivi del movimento fascista non tarderanno un minuto
solo a decidere e a fissare le opportune misure per schiantare col piombo e la
fiamma questa ribalda e nefanda provocazione comunista. I diciotto morti del
Dìana lo impongono!».
L'attentato è stato il fatto determinante, decisivo,
risolutivo nello sfacelo delle organizzazioni operaie socialiste. Il ferrarese
e le Puglie sono le prime regioni dove le leghe si rivoltano ai capi. Nelle
città i cittadini accorrono ai fasci come ad una trincea di difesa personale e
sociale, mentre alcuni settori della politica - repubblicani, anarchici,
comunisti e l'ala estrema del socialismo massimalista - non disarmano. L'on.
Cagnoni ad Alessandria esalta i bombardieri del Diana e si tenta di disturbare
la commemorazione delle vittime. Combattenti e mutilati si affannano a fare
appelli per la pacificazione ma non sempre sono ascoltati. Mussolini dal canto
suo dichiara di essere disposto alla tregua, una «tregua fra i partiti, ma
niente tregua e niente pietà pei criminali che colle parole e coi fatti si sono
cacciati al bando dell'umanità».
Anche la destra dei popolari sente il bisogno di scindere la
propria responsabilità da quella della direzione del partito. La gran massa
degli organizzati democristiani, specialmente quella delle campagne, si ispira
alla propaganda di agitatori seguaci di Miglioli. Dicono gli esponenti della
destra popolare: «E' chiaro che il contegno assunto specie in questi ultimi
mesi dal Partito Popolare in merito alle questioni economiche e sociali che
agitano il Paese, è stato tale da obbligare tutti i cattolici che non vogliono
coinvolgere la propria responsabilità negli errori di esco partito, a
protestare e a ritirarsi». E' una aperta accusa di uomini di alta saggezza
contro le responsabilità della propaganda democristiana nell'avvelenamento
delle classi operaie. Socialisti e democristiani non vogliono capire che la
lotta contro le leghe - rosse o bianche - non è diretta a negare e ad annullare
le conquiste proletarie, ma è una insurrezione alle bestiali prepotenze di quei
piccoli tirannelli ignoranti e presuntuosi che sono i capi lega.
E così incomincia la caccia in grande stile ai caporioni
socialisti e democristiani. Misiano appena arriva in una città è rincorso dai
cittadini, a Napoli è inseguito dal popolino e si salva travestendosi da
guardia regia. Miglioli non può più recarsi nel suo collegio. A Bologna si urla
e si fischia al passaggio di Zanardi e di Bucco. Matteotti viene sequestrato, a
Rovigo, e poi abbandonato in mezzo alla campagna da ex leghisti già suoi
seguaci. A Ferrara, dove le leghe passano contemporaneamente ai fasci,
Mussolini viene accolto con musiche e 118 gagliardetti dei paesi vicini; tutta
la città è in festa, bandiere ai balconi ed alle finestre, alla sera fiaccole
agitate da una folla immensa. Ai primi di aprile ha luogo a Bologna un convegno
regionale dei fasci emiliani e romagnoli. Mussolini viene acclamato alle
stazioni di passaggio nel viaggio da Milano. Un corteo di 20.000 fascisti
inquadrati e 100 mila persone lo attendono alla stazione, molti palazzi si
illuminano di palloncini tricolori. I giornali parlano di apoteosi. Mai uomo
politico è stato accolto fra tanto delirio.
Di fronte a tanta compattezza e solidarietà gli estremisti di
sinistra si dilaniano fra di loro e si accusano, si danno a vicenda dei
traditori: ciascuno è per l'altro in mala fede. A Torino Mario Guarnieri
organizzatore sindacale e direttore del Grido del popolo investe Antonio
Granisci, che chiama «barattolo ambulante di fiele e di sporcizia: il cittadino
Gramsci nel 1916, mentre era già redattore dello Avanti! per parecchi giorni
rimase indeciso se restare all'Avanti! o passare al Popolo d'Italia!». Anche
popolari e socialisti, sempre in concorrenza, si azzuffano fra di loro: i
popolari accusano i socialisti di ricevere danari dalla Russia, i socialisti a
loro volta accusano i popolari di essere finanziati dalla massoneria
internazionale.


Nessun commento:
Posta un commento