Ha inizio in grande
stile la reazione all'estremismo socialista e democristiano.
E Napoleone Colaianni che già si era pronunciato contro il
pericolo del leninismo, insiste ancora all'inizio del 1921 nella sua Rivista
Popolare in questi termini: «Che cosa sia il Fascismo non si potrebbe
esattamente dire. Approssimativamente si può definire un conglomerato
d'italiani dotati di ardente patriottismo, i quali per vedere salva la patria
dagli assalti quotidiani dei bolscevichi indigeni, ricorrono alla violenza,
assaltano l'Avanti! a Milano e a Roma, Il Lavoratore a Trieste, la camere del
lavoro a Pola, danno addosso ai tramvieri a Roma, abbassano la bandiera rossa
dalla torre degli Asinelli a Bologna, insorgono dappertutto dove sono in numero
sufficiente contro ogni sopraffazione dei socialisti, affrontano ogni pericolo,
dal carcere alla morte.
«E' legale la loro azione? Nessuno potrebbe ammetterlo; ma
essa è morale. Se ci fosse un vero governo forte i fascisti dovrebbero essere
repressi severamente ma nella sostanziale assenza del governo e nella sua
debolezza verso i socialisti debolezza che talvolta assume i caratteri della
complicità - i fascisti compiono opera santa di reazione contro la
sopraffazione demolitrice dell'organismo nazionale, cui si sono consacrati i
socialisti. In mancanza della legge i fascisti oppongono la violenza alla
violenza. E fanno bene». Commenta il Popolo d'Italia: « Ecco un vecchio
repubblicano che non è malato di fegato come qualcuno di nostra conoscenza».
L'on. Roberto Mirabelli, professore universitario e deputato repubblicano
scrive sul Roma di Napoli: «Il fascismo è un movimento di riscossa,
rinnovatore, per la libertà, per la giustizia, per la civiltà. In un'ora fosca
della società italiana, quando il potere pubblico piegava come un giunco sotto
il dispotismo settario del massimalismo asiatico, è sorto un manipolo audace e
si è sostituito esso al potere pubblico, che non c'era, per castigo de' tristi:
missionario di giustizia e di libertà.
Poggia su la violenza, perché bisognava combattere la
violenza ». Salvatore Barzilai in un articolo sulla rivista I.I.I. dal titolo « I violenti », così
conclude:
« Si manifestò allora con un vecchio nome un sentimento nuovo
di privata e pubblica difesa all'infuori dei poteri pubblici in altre faccende
affaccendati. Il fascismo che in un primo stadio rappresentava le energie di
guerra poi la necessità di assicurare i frutti della Vittoria, divenne per
concorso degli elementi più vari il denominatore comune della tendenza a
respingere la violenza con la violenza ».
Di fronte a queste cospicue personalità repubblicane che
affiancano il movimento filo fascista stanno i domenicani della direzione del
partito settari e intolleranti. Alla commemorazione in Campidoglio della Repubblica
Romana il P.R.I. invita un Assessore del Blocco ad allontanarsi soltanto perché
è... monarchico! la Voce repubblicana si scaglia con la solita incontrollata
violenza contro Mussolini e lo chiama «venduto». Risponde Mussolini che per
interessare il pubblico bisognerebbe sapere chi l’ha «comprato». Ad ogni modo
egli domanda al «tremendo Robespierre livornese che risponde al nome di
Ferdinando Schiavetti come mai prima di fare il censore non aveva disdegnato di
chiedere la collaborazione e l'ospitalità al «venduto» giornale ». L'accusa è
grave e atroce, ma Schiavelli (che effettivamente nel 1919 ha collaborato al
Popolo d’Italia) tace e non smentisce, mentre Mussolini insiste: «Non ci
occupiamo delle diffamazioni insulse della Voce repubblicana perché a farne
giustizia ci pensano molti repubblicani i quali sono convinti che quando si è
bolscevichi si va con Lenin e non si contamina Mazzini ».

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