NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 15 maggio 2013

La Monarchia e il fascismo - Terzo capitolo - II


Ha inizio in grande stile la reazione all'estremismo socialista e democristiano.


La tragedia di palazzo d'Accursio - come si è visto - provoca nella popolazione le prime reazioni che partono simultaneamente dai più disparati ceti. Nelle campagne è la stessa massa rurale a scuotere il giogo, pur tuttavia nella reazione antisocialista non bisogna dimenticare il valido apporto dato dagli interessi della borghesia che da molto tempo è compressa e maltrattata. Così va tenuto presente il fenomeno che molti intellettuali, già simpatizzanti col socialismo rivoluzionario per la solita mania della novità o meglio per posa, incominciano a cambiare strada dirigendosi verso la nuova corrente trionfante, il fascismo, e ciò avviene fra lo sbandamento dei partiti. Assenti o disorientati i liberali; i popolari sono preoccupati a far concorrenza ai socialisti e quindi in alcuni settori cercano persino di superarli; i socialisti si dilaniano, suddivisi oramai in quattro tendenze; i repubblicani sempre in aperto contrasto con la direzione del partito: questa - dopo la prima ondata di entusiasmo per Mussolini nel 1919 - è ora più che mai anti fascista, filo-anarchica e bolscevizzante, mentre la maggior parte degli affigliati segue Mussolini che, rispondendo alla Voce Repubblicana così scrive: « Accade un fatto singolare in Italia. La direzione del Partito Repubblicano Italiano riunita a Roma lancia i suoi anatemi contro il fascismo. Viceversa tutti i settimanali repubblicani d'Italia si occupano di noi e quasi tutti con non equivoche attestazioni di simpatia». Il Pensiero Romagnolo di Forli, che è uno dei più vecchi e apprezzati settimanali è fra i più agguerriti nella difesa del fascismo per la comune idealità: la instaurazione della Repubblica Sociale vagheggiata dai due partiti. E così il Lucifero di Ancona il quale apertamente dissente dal comunicato della direzione. La Terza Italia organo del partito mazziniano prende posizione e pubblica: «Sia benedetta, nel suo insieme, l'opera dei fasci, riuscita tanto più efficace e simpatica perché libera da preconcetti di partiti » e deplora il boicottaggio e l'avversione che ad essa oppone la direzione repubblicana. Anche la rivista l'Italia del Popolo così si esprime: « Noi repubblicani non siamo fascisti, ma nemmeno anti-fascisti. Stimiamo anzi la esistenza dei fasci in Italia perfettamente giustificata perché la riteniamo un fenomeno logico e naturale».

E Napoleone Colaianni che già si era pronunciato contro il pericolo del leninismo, insiste ancora all'inizio del 1921 nella sua Rivista Popolare in questi termini: «Che cosa sia il Fascismo non si potrebbe esattamente dire. Approssimativamente si può definire un conglomerato d'italiani dotati di ardente patriottismo, i quali per vedere salva la patria dagli assalti quotidiani dei bolscevichi indigeni, ricorrono alla violenza, assaltano l'Avanti! a Milano e a Roma, Il Lavoratore a Trieste, la camere del lavoro a Pola, danno addosso ai tramvieri a Roma, abbassano la bandiera rossa dalla torre degli Asinelli a Bologna, insorgono dappertutto dove sono in numero sufficiente contro ogni sopraffazione dei socialisti, affrontano ogni pericolo, dal carcere alla morte.

«E' legale la loro azione? Nessuno potrebbe ammetterlo; ma essa è morale. Se ci fosse un vero governo forte i fascisti dovrebbero essere repressi severamente ma nella sostanziale assenza del governo e nella sua debolezza verso i socialisti debolezza che talvolta assume i caratteri della complicità - i fascisti compiono opera santa di reazione contro la sopraffazione demolitrice dell'organismo nazionale, cui si sono consacrati i socialisti. In mancanza della legge i fascisti oppongono la violenza alla violenza. E fanno bene». Commenta il Popolo d'Italia: « Ecco un vecchio repubblicano che non è malato di fegato come qualcuno di nostra conoscenza». L'on. Roberto Mirabelli, professore universitario e deputato repubblicano scrive sul Roma di Napoli: «Il fascismo è un movimento di riscossa, rinnovatore, per la libertà, per la giustizia, per la civiltà. In un'ora fosca della società italiana, quando il potere pubblico piegava come un giunco sotto il dispotismo settario del massimalismo asiatico, è sorto un manipolo audace e si è sostituito esso al potere pubblico, che non c'era, per castigo de' tristi: missionario di giustizia e di libertà.
Poggia su la violenza, perché bisognava combattere la violenza ». Salvatore Barzilai in un articolo sulla rivista I.I.I. dal titolo « I violenti », così conclude:
« Si manifestò allora con un vecchio nome un sentimento nuovo di privata e pubblica difesa all'infuori dei poteri pubblici in altre faccende affaccendati. Il fascismo che in un primo stadio rappresentava le energie di guerra poi la necessità di assicurare i frutti della Vittoria, divenne per concorso degli elementi più vari il denominatore comune della tendenza a respingere la violenza con la violenza ».

Di fronte a queste cospicue personalità repubblicane che affiancano il movimento filo fascista stanno i domenicani della direzione del partito settari e intolleranti. Alla commemorazione in Campidoglio della Repubblica Romana il P.R.I. invita un Assessore del Blocco ad allontanarsi soltanto perché è... monarchico! la Voce repubblicana si scaglia con la solita incontrollata violenza contro Mussolini e lo chiama «venduto». Risponde Mussolini che per interessare il pubblico bisognerebbe sapere chi l’ha «comprato». Ad ogni modo egli domanda al «tremendo Robespierre livornese che risponde al nome di Ferdinando Schiavetti come mai prima di fare il censore non aveva disdegnato di chiedere la collaborazione e l'ospitalità al «venduto» giornale ». L'accusa è grave e atroce, ma Schiavelli (che effettivamente nel 1919 ha collaborato al Popolo d’Italia) tace e non smentisce, mentre Mussolini insiste: «Non ci occupiamo delle diffamazioni insulse della Voce repubblicana perché a farne giustizia ci pensano molti repubblicani i quali sono convinti che quando si è bolscevichi si va con Lenin e non si contamina Mazzini ».

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