NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 25 ottobre 2018

Centenario della Battaglia di Vittorio Veneto


Un secolo fa iniziò la terza e ultima battaglia del Piave che si concluse con l’armistizio di Villa Giusti entrato in vigore il 4 novembre

Alessandro Maiocchi - Mar, 23/10/2018 - 19:30

Il 24 ottobre 1918, ad un anno esatto dalla disfatta di Caporetto, sulla scia dell’importante Battaglia del Solstizio (seconda battaglia del Piave), il Regio Esercito si accingeva a scrivere le ultime, vittoriose, pagine del più grande cimento degli italiani, in quella che sarebbe passata alla storia come la Battaglia di Vittorio Veneto.
Sul monte Grappa l’Esercito Italiano, supportato da un contingente esiguo di forze alleate, si lanciò all’offensiva con l’intento di rivendicare il Pertica e il Prassolan, troppe volte perduti.
Il veemente attacco italiano, per i primi giorni, si infranse sulle linee difensive delle truppe austro-ungariche. Le condizioni metereologiche avverse e la presenza di fitti banchi di nebbia costrinsero i reparti italiani a sospendere l’assalto in attesa degli sviluppi sul Piave. Sviluppi che non tardarono ad arrivare, il 28 ottobre, in concomitanza con la proclamazione dell’indipendenza della Cecoslovacchia dall’impero asburgico, le armate italiane riuscirono, finalmente, a superare il Fiume sacro alla Patria penetrando nelle file avversarie arrivando alle porte di Vittorio Veneto (all’epoca solo Vittorio).
L’impero austro-ungarico, provato da forti tumulti interni e da un dilagante rifiuto di continuare le ostilità, che comportò diserzioni ed ammutinamenti sempre più numerosi, dopo l’abbandono delle linee sul Piave ed un arretramento sul Grappa, si ritrovò ad opporre solo qualche sporadica e impotente resistenza alla continua avanzata italiana. Non a caso, la battaglia di Vittorio Veneto, viene riportata da Indro Montanelli come “una ritirata che abbiamo disordinato e confuso”.
Alle ore 15 del 3 novembre, a Villa Giusti (Padova) fu firmato l’armistizio che sarebbe entrato in vigore 24 ore dopo accompagnato dal celebre Bollettino della Vittoria: "La guerra contro l'Austria-Ungheria, che sotto l'alta guida di S. M. il Re, Duce Supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. Firmato Armando Diaz".
L’Italia, a differenza di Francia e Inghilterra che erano spinte dal chiaro intento di rovesciare gli imperi centrali, aveva dichiarato guerra all’Austria per completare quell’unità nazionale che ancora veniva meno. “Soldati di terra e di mare! L'ora solenne delle rivendicazioni nazionali è suonata”. Con queste parole il re Vittorio Emanuele, il 24 maggio 1915, si rivolse alle truppe italiane nel suo primo proclama. “Soldati! A voi la gloria di piantare il tricolore d'Italia sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra. A voi la gloria di compiere, finalmente, l'opera con tanto eroismo iniziata dai nostri padri.”
In oltre tre anni di aspri combattimenti, tra soldati e civili, perirono più di un milione e duecentomila italiani. Un numero immenso che non può essere ignorato e lasciare indifferenti. Uomini e ragazzi che hanno combattuto per l’Italia passando all’albo bronzeo della storia. Rinnegare la nostra patria e la nostra sovranità, come purtroppo sovente accade ai giorni nostri, è il torto più grande che possiamo fare a tutti coloro che hanno dato la propria vita per la nostra Nazione.


Al Castello di Piovera la mostra dedicata alla Regina Margherita e l'ultima visita guidata della stagione



Per l'ultima domenica di visita al Castello, il 28 ottobre verrà inaugurata una mostra fotografica e documentaria sulla figura della Regina Margherita di Savoia a 140 anni dal suo insediamento sul trono d'Italia




La mostra costituisce un'anteprima dello spettacolo - concerto che verrà rappresentato sempre al Castello la prossima estate e che fa parte di una delle tappe dell'evento itinerante in quei luoghi italiani che hanno un riferimento con la figura di Margherita di Savoia.
Dalle 15, 30 alle 17,30 sarà possibile visitare il castello con una guida previo acquisto del biglietto. Al termine, alle 17,30, il convegno dedicato alla Regina di Savoia nel quale interverranno Niccolò Calvi di Bergolo (il proprietario del Castello), Pier Maria Stabile (storico) e Dino Ramella (scrittore). L’ingresso alla mostra e alla conferenza sono gratuiti.
Dalle 14 alle 20 il personale di Poste Italiane sarà presente al Castello per l'annullo filatelico dell'evento.


mercoledì 24 ottobre 2018

Dalla Battaglia del Solstizio a quella di Vittorio Veneto - I parte


Ai primi del giugno 1918 la fosca ombra di Caporetto pesava ancora, come un incubo minaccioso, sul cuore di tutti gl’italiani e, in particolare, sul cuore dei soldati che, nelle trincee del «Fiume Sacro» e degli altipiani, attenti e vigili, aspettavano l’urto di una imminente offensiva che il Servizio Informazioni del Comando Supremo faceva prevedere.

L’avvilente propaganda demagogica e disfattista aveva definito «onta nazionale» il doloroso nostro ripiegamento al Piave, come già 22 anni prima, sotto il Governo Crispi, avvenne in Africa Orientale, dopo la disfatta di Adua il 1° marzo 1896.
E’ d’altra parte notorio che in tutti gli Eserciti del mondo episodi incresciosi del genere, anche su scala elevata, ne sono sempre avvenuti e non è qui il caso di enumerare i fattori interni o esterni che li hanno causati: basta ricordare la disastrosa ritirata di Napoleone della Beresina in Russia, col tramonto delle sue fortune militari a Waterloo; la strepitosa ritirata delle truppe francesi sulla Marna nella l guerra mondiale; l’improvviso tracollo della sua potenza bellica di fronte alle forze germaniche nell’ultima guerra; ed anche, in questa, i numerosi ripiegamenti, se pure di carattere strategico, ma egualmente disastrosi, che ha subito l’Esercito tedesco.
Le guerre si vincono o si perdono a seconda le circostanze favorevoli o sfortunate che le hanno determinate, et Deus avertat che se ne ripetano altre, nell’interesse della tanto auspicata pace mondiale e di una conseguita fratellanza di rapporti o almeno di comprensione pacifica, fra tutte le Nazioni, tenendo ben presente, però, che la difesa della Patria, contro eventuali movimenti, o semplici tentativi, di sovversione dall’esterno o dall’interno, è sacra ed inviolabile da parte delle nostre Forze Armate, ai sensi delle norme sancite dalla Costituzione.
Ma i soldati Italiani, indipendentemente da guerre vinte o perdute, hanno sempre ed ovunque compiuto il loro dovere e si sono coperti di gloria, come avvenne nella leggendaria e gigantesca «Battaglia del Solstizio» sul Grappa, sul Montello e sul Piave, fra il 15 ed il 24 giugno 1918, allorché uno squillo patriottico sovrastò tutte le disoneste vociferazioni e tutte le ingenerose polemiche; fu l’Ordine del Giorno del Re Soldato, Comandante Supremo rivolto alle Forze Armate ed alla Nazione. Esso cosi concludeva nel patriottico ed accorato appello «Italiani, Cittadini e Soldati, siate un Esercito solo; ogni viltà è tradimento, ogni «discordia è tradimento, ogni recriminazione è tradimento», mentre Vittorio Emanuele Orlando, Presidente del Consiglio dei Ministri, dal Parlamento, col famoso discorso «Monte Grappa, tu sei la mia Patria», incitava anche Egli alla stretta coesione fra popolo ed Esercito, per affrontare e superare la grave ora che attraversava l’intera Nazione, in pericolo di essere maggiormente invasa!
E i due appelli, moniti appassionati e severi per la salvezza della Patria, furono accolti in pieno dall’Esercito in armi e dal popolo con esso solidale e compatto.
Al di qua ed al di là della striscia gialla del Piave, sul Grappa e sul Montello, dove il nemico tendeva baldanzosamente ad annientare le difese italiane, per dilagare nella pianura trevigiana e quella padana e per raggiungere, attraverso le Alpi, le difese occidentali, le valorose truppe del nostro Esercito, coscienti della forza che loro veniva incontro dalla Nazione, unite e tenaci nella volontà di resistere, erano decise a sostenere con fermezza il nuovo grande urto, nel quale l’avversario gettava mezzi e forze preponderanti.
A 50 anni di distanza, nello scorso giugno, il nostro ricordo ha rievocato le giornate rosse di sangue e di fuoco che fanti, alpini, bersaglieri, granatieri, artiglieri, cavalieri, carabinieri, genieri, autieri, marinai, portaferiti e avieri (fra questi ultimi l’eroico Magg. Baracca che s’infranse e spirò sul Montello), tutti umili artefici della Vittoria del Piave, illuminarono del loro martirio e della loro gloria. Laceri, stanchi, fangosi, ma animati da una fede incrollabile, i soldati di ogni Forza Armata Italiana non vennero meno al loro sacro impegno, stroncando la tracotanza austriaca, dopo otto giorni c notti di lotte accanite, obbligando il nemico, che aveva riportato gravissime perdite, oltre 25 mila prigionieri, ad una disordinata ritirata, che si tramutò in una vera fuga, verso le sue posizioni di partenza, oltre il Piave. La sera del 23 giugno 1918, alle ore 19, il nostro Comando Supremo poté diramare quel Comunicato che tanto commosse e fece fremere di legittimo orgoglio gl’italiani, da un capo all’altro della Penisola: «dal Montello al mare, il nemico, sconfitto ed incalzato dalle nostre valorose truppe, «ripassa in disordine il Piave».
«Di qui non si passa »,    fu il   motto fatidico del nostro Esercito, lanciato su tutto il fronde dall’invitto Duca d’Aosta, Comandante della 3° Armata, e la «Leggenda» del Maestro-Poeta E. A. Mario ci tramanda che «Il Piave comandò: ’’Indietro, va’ straniero!”»
Sì, perché nella stessa notte del 23 giugno Egli gettò giù mirabilmente le prime tre strofe di quella radiosa e storica Canzone, che doveva poi divenire la «Leggenda del Piave» e, successivamente, «Inno della Vittoria e della Rinascita», le cui note ancora oggi fanno percorrere sulle membra un brivido sottile.
La folgorante vittoria, conseguente alla cruenta battaglia del Solstizio, segnò una data di partenza al nostro Comando Supremo, per predisporre quella riscossa di liberazione dallo straniero, guidando con ogni certezza le nostre truppe al conseguimento della vittoria finale. « Ad essa dobbiamo tendere con tutte le «nostre forze e con tutto l'animo nostro; dobbiamo conseguirla per la memoria «dei fratelli Caduti e la liberazione dei fratelli oppressi, per la grandezza d’Italia  «e la vittoria della causa della civiltà, per la quale combattiamo a fianco degli «Alleati»: così concludeva l’Ordine del Giorno del 26 Giugno 1918 del Comandante Supremo dell’Esercito, fatto diramare a tutti i Comandi ed Enti dipendenti.
Le conseguenze della clamorosa sconfitta austriaca furono gravissime per la situazione interna della Monarchia Absburgica e per la situazione anche degl’imperi Centrali, sotto l’aspetto militare e politico. Ogni ulteriore illusione di abbattere l’Esercito Italiano venne a cadere e l’ombra della nostra sconfitta a Caporetto fu definitivamente cancellata.

* * *

Questa fase di depressione morale dell’avversario, fu senz’altro sfruttata dal
Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Armando Diaz, per maggiormente potenziare i mezzi bellici da assegnare alle dipendenti Armate, per dotarle di equipaggiamenti, indumenti e calzature «ad abundantiam» da distribuire alle truppe, per intensificare l’addestramento delle due ultime classi chiamate alle armi; per  assistere moralmente e materialmente ufficiali, sottufficiali e militari di truppa, con criteri di più concreta larghezza, particolarmente colla concessione di licenze ordinarie a tutti ed a turno, per poter riabbracciare i propri congiunti, mentre il Comando Supremo si apprestava alla preparazione dei piani di una potente e decisiva offensiva, da sferrare, a momento opportuno, di concerto coi Comandi Alleati.
E’ questo il periodo più fulgido del risorgimento spirituale e morale dell’Esercito Italiano, che solidalmente sostenuto dal Governo di Vittorio Emanuele Orlando e dal patriottismo nazionale, si accingerà, dopo appena 4 mesi dalla folgorante vittoria del Piave, a quella ancora più fulgida, ma conclusiva di Vittorio Veneto, che fu determinante non solo per l’Italia, ma particolarmente per gli Alleati, a seguito delle cessazioni di ostilità da parte della Germania e dell’Austria, nonché dei successivi armistizi e trattati di pace, che furono potuti anticipare e concludere, esclusivamente per il poderoso contributo di sangue e di Caduti, prodigato dall’Italia alla causa comune, senza mai immaginare che nella conferenza di Rapallo gli stessi Alleati di allora, respingessero le nostre giuste rivendicazioni, con tanta passione, ma purtroppo invano, patrocinate dal Presidente Orlando!
In quei quattro mesi che precedettero l’inizio della nostra ultima offensiva, il morale di tutte le truppe al fronte era elevatissimo, al pari di quello delle retrovie; ad essi corrispondeva in pieno quello della Nazione, e quando Esercito e Popolo sono compatti, non vi era da dubitare sull’esito felice della Vittoria finale.
Il merito di questo successo va esclusivamente ascritto al Generale Armando Diaz, che nella nuova organizzazione dell’Esercito, dopo il ripiegamento al Piave, si preoccupò particolarmente dell’assistenza morale, di quella spirituale, sanitaria e del vitto di tutte le truppe. Non vennero trascurati neanche i giuochi sportivi, le proiezioni cinematografiche e le canzoni patriottiche. Onore e gloria perenni al Generale Diaz, che poi esultanti, noi saluteremo Maresciallo d’Italia e successivamente, Duca della Vittoria!

domenica 21 ottobre 2018

Avanti Savoia! Adelaide, Virginia e le altre


Un tuffo nel 1800 per una chiacchierata storica Eventi a Novara


Un tuffo nel 1800 per una chiacchierata storica Eventi a Novara
Il 27/10/2018 alle 16 


L’Associazione Culturale InNovara, tra le innumerevoli iniziative che organizza dedicate alla cultura, alla storia ed al territorio propone, a cura della storica novarese Maria Rosa Marsilio, l’incontro dal titolo "Avanti Savoia! Adelaide, Virginia e le altre". 
Sarà un pomeriggio dedicato alla storia di Casa Savoia, al periodo Risorgimentale, visto attraverso luci ed ombre che hanno scandito le esistenze di Principesse, Regine, avventuriere, dame di compagnia, amanti, che ruotavano intorno alla Corte Sabauda.
L’incontro si terrà presso i Musei della Canonica del Duomo di Novara, dalle 16 alle 17, ritrovo alle 15.45 presso la biglietteria in vicolo Canonica 9. Nel costo di 6 euro a partecipante è compreso un simpatico momento di merenda con the e biscotti, per rendere ancora più originale il pomeriggio.
Maria Rosa Marsilio da anni si occupa di valorizzare, attraverso la divulgazione televisiva e narrativa, le bellezze storiche e culturali della nostra Provincia, collegando eventi e personaggi alla grande Storia sovranazionale. Ben due serie di documentari prodotti con l’emittente televisiva Videonovara hanno raccontato l’evoluzione della città e dei suoi Castelli nei secoli.
“Ringrazio l’Associazione Culturale InNovara che ha voluto dedicarmi uno dei loro pomeriggi di cultura - esordisce Maria Rosa Marsilio - ci ritroveremo per il the attorno ad un tavolo, con le immagini delle Regine Sabaude, delle Principesse che sacrificarono la loro felicità sull’altare delle alleanze diplomatiche, ma soprattutto guarderemo la Storia dalla parte delle donne, non soltanto gli splendori della Corte, i brillanti, i vestiti magnifici, ma anche le loro tristezze di donne tradite, di figlie dimenticate, la lontananza dalla famiglia. E poi ci saranno le avventuriere, naturalmente si parlerà della Contessa di Castiglione e della Bella Rosina”.
Maria Rosa Marsilio

http://www.novaratoday.it/eventi/cultura/storia-donne-savoia.html

Foibe, onori solenni ai sette italiani trucidati a Castua dai partigiani jugoslavi


Si è tenuta questa mattina ad Udine, nel Tempio Sacrario di San Nicolò, la cerimonia di resa degli onori solenni e la tumulazione dei martiri di Castua.


“Caduti ignoti” per la Onorcaduti che ha contribuito ad esumarli. Mentre la Società di Studi Fiumani, che per prima li individuò grazie agli studi del presidente emerito Amleto Ballarini, non ha dubbi sull’identità di alcune delle vittime.
Comunque la si veda, italiani, condotti in un bosco non distante da Fiume e massacrati a colpi di baionetta dai partigiani titini. Prima però sono stati costretti a scavare, con le proprie mani, la fossa che li ha inghiottiti per più di settant’anni. Era il 3 maggio del 1945. Solo uno di loro, il maresciallo della guardia di finanza Vito Butti, riuscì a uscire da quella buca due anni dopo l’eccidio, grazie a sua moglie, Vita Ivancich, che ottenne il permesso di disseppellirlo nottetempo e con assoluta discrezione. Gli altri, invece, hanno dovuto attendere che si mettesse in moto una commissione italo-croata. E proprio alle autorità di Zagabria, nel corso della celebrazione odierna, sono andati i ringraziamenti del commissario generale della Onorcaduti, il generale Alessandro Veltri, “per le autorizzazioni concesse e per la disponibilità manifestata in questo sensibile impegno”. Non è mancato neppure il riconoscimento dell’impegno della comunità fiumana.
Fondamentali per l’individuazione della fossa comune, infatti, sono state le numerose testimonianze rese a suo tempo dalla cittadinanza al parroco della chiesa di Sant’Elena a Castua, don Franjo Jurčević, che le ha custodite e trasmesse a Ballarini. È sulla loro base che, oggi, la Società di Studi Fiumani spera di dare un nome, un volto, un’identità ad alcune delle vittime. Anche perché, sinora, né le perizie dell’anatomopatologo polese Valter Stemberga, né le poche cose recuperate nella fossa (due orologi, una protesi con due denti d’oro, due pettini, un gemello da polso ed un bocchino) sono servite a sciogliere l’enigma.

Eppure, spiega Marino Micich, segretario generale della Società di Studi Fiumani, “siamo in possesso di documenti e testimonianze che ci permettono di dire con ragionevole certezza che in quelle urne ci sono anche il senatore Riccardo Gigante, il giornalista Nicola Marzucco e il vicebrigadiere dei carabinieri Alberto Diana”. Come fare a dimostrarlo scientificamente? Occorre una prova incontrovertibile: il test del dna. È per questo che la Società di Studi Fiumani sta cercando di trovare gli eredi di Gigante, Marzucco e Diana. L’unico rintracciato sinora è il pronipote di Gigante, Dino, che oggi era ad Udine per la messa solenne e che si è detto disponibile a sottoporsi all’esame. In caso di esito positivo, le spoglie del senatore verranno traslate al Vittoriale degli italiani, dove il suo amico Gabriele D’Annuncio, ben prima dell’eccidio, gli riservò un sepolcro. L’iter dovrà passare dall’avallo del ministero della Difesa, necessario per scrivere, almeno in parte, una nuova pagina di questa storia.





sabato 20 ottobre 2018

E alla finale di Pallavolo Italia Serbia....



Ringraziamo il nostro connazionale per aver portato in finale la Bandiera d'Italia.
Viva l'Italia! Viva il Re!

Il Milite Ignoto

Una quarantina di anni fa un bravo regista cinematografico, cui lo Stato Maggiore Esercito commissionava la produzione di film di carattere militare, realizzò una interessantissima pellicola, cui dette il nome “L’Arma Meravigliosa”. 
Già questo regista si era distinto per avere realizzato, in occasione del Centenario delle Truppe Alpine “L’Alpin l’è sempre quel” e non pochi pensarono che “L’Arma Meravigliosa” fosse un tributo alla Fanteria, la regina delle battaglie, come veniva chiamata con qualche enfasi.

La visione del film fu invece una sorpresa. Tutto si sviluppava, dal legionario di Giulio Cesare fino al soldato combattente sulla Linea Gotica per esaltare il valore dell’uomo, dell’individuo, del soldato. L’Arma Meravigliosa non era la Fanteria, era l’UOMO, l’uomo con i suoi problemi, i suoi affanni, le sue speranze e le sue paure, l’uomo che sa che deve combattere, che ha un dovere da compiere fino in fondo, che deve sfruttare le sue più profonde energie. Gli Eserciti che possono contare su soldati di tale fatta e di tale grandezza morale e spirituale sono Eserciti forti, forse non sempre vincitori, ma rispettati ed ammirati.

Questo fu lo spirito che spinse al termine della Grande Guerra (evidentemente non ancora chiamata Primo Conflitto Mondiale) a valorizzare e ad esaltare il Soldato, oscura pedina sul campo di battaglia, ma artefice indiscusso del successo e della vittoria finale. Soldati, a migliaia, decine di migliaia, centinaia di migliaia impiegati nelle più disparate attività sul campo di battaglia, ognuno con la consapevolezza di poter morire in ogni momento e pronti all’estremo sacrificio. Nelle lettere spedite dal fronte si poteva leggere, assieme all’amore per la famiglia ed alle preoccupazioni per la scarsità di notizie, anche l’orgoglio di poter fare qualcosa di importante, di determinante per la propria Patria.
Quanti nostri soldati lasciarono la vita sul terreno o negli ospedali in quegli anni? Le statistiche dicono oltre seicentomila, forse il dato è esagerato o forse no, ma non è il numero che conta. Ognuno di loro ha fatto il sacrificio estremo e di questo ognuno di noi deve esser loro grato.
Fu il Generale Giulio Douhet, internazionalmente famoso per le sue teorie sull’importanza strategica dell’aviazione, che propose nel 1920 un riconoscimento sacro e solenne ai nostri Caduti, rendendo onore alla salma di un soldato senza nome che rappresentasse tutti i Caduti. La proposta venne presentita alla Camera attraverso un disegno di legge nel 1921.
Approvata la legge, il Ministero della Guerra diede incarico ad una commissione che esplorò attentamente tutti i luoghi nei quali si era combattuto, dal Carso agli Altipiani, dalle foci del Piave al Montello e l’opera fu condotta in modo che fra i resti raccolti ve ne potessero essere anche di reparti da sbarco della Marina.
Fu scelta una salma di un soldato sconosciuto per ognuna delle seguenti zone: Rovereto, Dolomiti, Altipiani, Grappa. Montello, Basso Piave, Cadore, Gorizia, Basso Isonzo, San Michele, tratto da Castagnevizza al mare.
Le undici salme, di cui solo una sarebbe stata tumulata al Vittoriano a Roma, furono trasportate nella basilica di Aquileia nell’ottobre 1921 e ne venne selezionata una da inumare solennemente al Vittoriano.
L’indicazione della salma fu fatta da una donna di Trieste, Maria Bergamas, il cui figlio Antonio, arruolato all’inizio del conflitto nell’Esercito austriaco, aveva disertato per unirsi alle truppe italiane ed era caduto, senza che il suo corpo potesse essere identificato.
La bara indicata da Maria Bergamas fu collocata sull’affusto di un cannone e deposta su un carro ferroviario appositamente disegnato, mentre le altre dieci bare vennero sepolte nel cimitero di guerra di Aquileia.
Il feretro venne trasportato a Roma sulla linea Aquileia-Venezia-Bologna-Firenze-Roma con il treno che viaggiava a velocità ridottissima e che, ad ogni stazione, dava la possibilità ad una folla immensa e commossa di rendere onore alla salma del Caduto.
Giunta a Roma, la salma venne tumulata al Vittoriano il 4 novembre 1921, in una solenne cerimonia alla presenza del Re, delle autorità dello stato italiano, di tutte le bandiere di guerra, di tutte le associazioni Combattentistiche e d’Arma, di una folla straboccante. La cerimonia religiosa fu officiata da Mons. Angelo Bartolomasi, un sacerdote di Pianezza all’epoca Vescovo di Trieste, e l’acqua benedetta era quella del fiume Timavo, il fiume carsico che sbocca nel mare vicino a Monfalcone e su cui per parecchio tempo era attestato il fronte italiano
Sul sacello è riportata la scritta in latino “Ignoto Militi” e simbolicamente è sotto la protezione della Dea Roma, la cui statua svetta sull’Altare della Patria.
Al Milite Ignoto venne concessa la medaglia d’oro con la seguente motivazione:
”Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz’altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della Patria.”

Il cerchio si chiude. Il Milite Ignoto è un UOMO e l’UOMO è l’Arma Meravigliosa di cui ogni Esercito ha bisogno e deve esserne fiero. Grazie a questi uomini, simbolicamente rappresentati dal Milite Ignoto, l’Italia ha concluso il suo processo di unificazione nazionale.

Giorgio Blais

venerdì 19 ottobre 2018

Un libro su Vittorio Amedeo II di Savoia a Palazzo Cisterna


Presentazione del libro di Delia Miceli "Vittorio Amedeo II di Savoia Re di Sicilia. Aspetti di storia economica e sociale della Sicilia nella prima metà del XVIII secolo", edito dal Centro "Pannunzio"



Intervengono, oltre all'autrice, Maura Aimar e Giuseppe L. Bonanno. 


Via Maria Vittoria 12, Torino

Da martedì 23 ottobre  alle  18

In uscita L’Eclissi della Monarchia,

Nuova opera dello scrittore avezzanese Guido Jetti

Avezzano. 
Dalla quarta di copertina: «Analizzando i dati storici, le memorie dei protagonisti e i numeri di quella consultazione elettorale, l’Autore espone i fatti, gli antefatti e i retroscena della svolta repubblicana italiana, sancita dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946, rivolgendo particolare attenzione alle debolezze e agli errori, non certo trascurabili, dello schieramento monarchico, che contribuirono al risultato referendario e segnarono il tramonto del Regno e l’esilio del Re».

Saluzzo, la bela Rosin e l’amore con Vittorio Emanuele II


Allo Spazio culturale piemontese, ( a Saluzzo in corso Roma 4) riprendono gli incontri con Maura Aimar, storica di Casa Savoia, presidente del Centro Studi Principe Oddone di Piemonte.

Venerdì 19 ottobre alle 18 si parlerà della Bela Rosin e del suo amore con il Re Vittorio Emanuele. 
“Rosa Vercellana e Vittorio Emanuele II, un amore nato clandestino, fortemente osteggiato dalla Corte e dalla nobiltà, ma che divenne un grande amore consolidato da un matrimonio morganatico". 
La storica racconterà quello che i libri non narrano. 
Entrata ad offerta libera.
Info al numero 330204153. 

www.spazioculturale piemontese.it. info@spazioculturalepiemontese.it  

mercoledì 17 ottobre 2018

Vittorio Emanuele II in esilio a Cascais



E' quanto apprendiamo leggendo l’articolo sulla Gazzetta dello Sport: "Parma e Lisbona: domenica di esami per le azzurre”, consultabile al seguente indirizzo:

https://running.gazzetta.it/news/14-10-2018/parma-e-lisbona-domenica-di-esami-per-le-azzurre-48615?refresh_ce-cp

di cui riportiamo lo screenshot.

Secondo il giornalista Vittorio Emanuele II è anche l’ultimo Re d’Italia invece che il primo.

Non vogliamo essere cattivi. C’è da ringraziare il cielo che qualcuno sappia che c’è stato un Re e che questi sia stato in esilio, dati i tempi che corrono.
Vogliamo pensare al banale refuso in un momento di stanchezza che può capitare a tutti.
Però un triste sorriso non ce lo può negare nessuno.

lunedì 15 ottobre 2018

Rock per il Re


Patria, corona, anticomunismo, onore: li canta in rima un nuovo complesso nostalgico.

Da Panorama 6 giugno 1978.

Ringraziamo Antonio Maulu, leggendario Segretario del Fronte Monarchico Giovanile per l'articolo.



Il nome è da gruppo musicale impegnato  Nuovo canto popolare. Ma per i nemici e gli amici più maliziosi c'è uno pseudonimo: Savoia ye-ye.
E’ il primo complesso musicate monarchico. Ufficialmente monarchico: aderisce al Fronte Monarchico (Giovanile, nota dello staff), l'organizzazione giovanile dell'Unione Monarchica Italiana. E’ un complesso rock, con tanto di chitarre elettriche e batterie, che concede al tradizionalismo degli ascoltatori monarchici più anziani solo le parole dei lesti delle canzoni . “Uno stile di vita, un cosmo di valori, una certezza nella monarchia domani traspare dalle rime” è il giudizio di Antonio Maulu, segretario nazionale del Fronte.

Spunti. Formato da cinque studenti romani (estrazione borghese, alcuni con genitori di sinistra) Fabio Tornero, Giuseppe D’Amico, Francesco Tallarico, Mario Ladick e Andrea Torronini, il Nuovo Canto Popolare vuole lanciare attraverso la musica messaggi - alternativi a quelli consumisti della disco-music e a quelli della sinistra che ha finora monopolizzato la protesta giovanile». Nel primo long-playing intitolato "La nostra alba" (prezzo politico 3.500 lire, una recensione entusiasta sulla rubrica  “Genio e sregolatezza” del Settimanale missino Candido) gli spunti non mancano.
Prima di tutto cantiamo il senso della Patria e del l’onore, che non sono sentimenti retorici o servili dicono i cinque e lo spiegano nella canzone Roma:

“Un tempo la mia città
era capitale di un Regno
laborioso e guerriero
e il trono usurpato
ha lasciato un grande vuoto
che mai si colmerà.
E tu lotta con noi
contro la polvere del tuo tempo
e tu lotta con noi
per il tuo Re, la tua città.”

Canzone. Testo.


Così dalle canzoni dei giovani monarchici emergono due mondi: quello delle istituzione e dei partiti fatto da piccoli uomini che rubano, l’altro, il loro di giovani romantici e fieri che in uno sventolare di bandiere fanno senza paura testamento a 20 anni e sorridenti tengo i pugni in saccoccia pronti a una lotta di sangue e di amore.
Nemico numero uno e fonte di ispirazione continua per il Nuovo Canto Popolare è il comunismo. Tra i pezzi di maggior successo c’è Ungheria.

“Venti anni fa ti fecero morire
dai ponti sul Danubio
entrarono in città.”

Canzone. Testo.

O Europa amara:

“Un coro di grida dall'Europa
si alzerà fino ad allora dovremo lottare,
soffrire  perché il comunismo
non si sconfigge con le chiacchiere.”

Canzone. Testo.

E soprattutto un veloce brano Marx rock:

“Tu sei I’impegno del salotto,
rivoluzione popolare
una sorsata
di champagne col caviale
tu hai Longo militante
il progresso permanente,
hai il votante operaio
e il denaro del padrone.
Tu sei contro il manganello
hai la falce col martello
 ...del borghese e del marxista
tu sei l’abile regista,
sei il partito italiano comunista”.

Canzone. Testo.

Differenza. Per il critico di Candido la canzone più riuscita (una feroce satira) è invece una ballata: musicalmente simile alle canzoni di Fabrizio De André, ne differisce alquanto noi contenuti.

Si chiama Morte della borghesia e narra:

”La meretrice immonda
oggi è morta ammazzata
suo figlio il comunismo
l'ha assassinata »,

Canzone. Testo.

Sono parole e slogan assai simili a quelli usati usali nei manifesti e nei comizi dei fedelissimi del duro missino Pino Rauti. Loro. Nuovo canto popolare, rifiutano l‘accostamento. » Di destra si ma non con Rauti dicono, pur avendo partecipato a due campi (in giugno quello Hobbit vicino a Benevento e in settembre a Latina) che hanno lanciato l'iniziativa Politico giovanile di Rauti. E  tengono a marcate una differenza tra loro e altri musicanti di estrema destra: “Loro compongono su commissione, noi siamo lasciati liberi alla nostra ispirazione.
Così con le chitarre girano per le manifestazioni dell’UMI “sempre più frequentate grazie al comportamento del presidente della repubblica e alle rivelazioni di giornalisti di sinistra”, si compiace Sergio Boschiero, segretario generale della associazione.


di Chiara Beria

Intervista alla Regina Maria José


I tentativi della Principessa di Piemonte attraverso Italo Balbo ed il Duca d'Aosta per scongiurare l'entrata in guerra dell’Italia.
Il trasferimento in Svizzera dopo l’8 settembre.

domenica 14 ottobre 2018

A Petralia Sottana...


Ringraziamo il signor Riccardo Agliuzza per la pubblicazione.

Fa paura la burocrazia, non il Def


di Salvatore Sfrecola
La maggior parte dello scetticismo verso la manovra non è sul provvedimento in sé quanto sull’effettiva capacità della pubblica amministrazione di metterlo in pratica


 Non è detto chiaramente, ma la ragione di molte delle critiche e delle riserve espresse, anche nelle sedi istituzionali, Banca d’Italia, Corte dei conti e Ufficio parlamentare di bilancio, nei confronti della manovra delineata nella nota di aggiornamento al Def sta nel dubbio che quanto previsto in funzione di sviluppo e crescita possa essere realizzato. Dagli investimenti pubblici, resi incerti nel tempo dalla farraginosità delle regole del Codice degli appalti al reddito di cittadinanza, misura diretta a contrastare la povertà ma sospetta di essere incontrollabile, nel senso che i soliti «furbetti» potrebbero usufruirne continuando a fare del lavoro in nero. Tutto questo per sfiducia nella pubblica amministrazione che ha dimostrato finora di costituire un fardello intollerabile peri cittadini e le imprese, assolutamente incapace di contribuire alla efficiente e rapida realizzazione delle politiche pubbliche, cioè di programmi di governo.
Esempi preoccupanti di inefficienza se ne potrebbero fare molti. Si pensi  ai tempi che accompagnano ogni nuova iniziativa imprenditoriale che passa attraverso lunghe e spesso inutili pratiche tra uffici diversi dello Stato, delle regioni e dei comuni, alla nota  incapacità delle amministrazioni di dare attuazione a progetti finanziati dall’Unione  europea, con dispendio di risorse che potrebbero favorire lo sviluppo di alcune aree del Paese. 
Un esempio eclatante di inefficienza è dato, poi, dalla rilevante evasione fiscale. Oltre 100 miliardi l’anno sottratti al fisco sono una misura intollerabile in qualunque paese civile. Con molte responsabilità. Del Parlamento e del governo, che non riescono a mettere in campo norme che facilitino l’adempimento del dovere fiscale da parte di cittadini e imprese. Ma anche dell’apparato, l’Agenzia delle entrate, che non ha attuato, pur dovendovi provvedere dal 2011, l’anagrafe bancaria che avrebbe dovuto realizzare le liste selettive dei contribuenti maggiormente a rischio di evasione. La Corte dei conti ha denunciato tale inadempimento, espressamente posto in capo al direttore dell’Agenzia delle entrate, finora senza conseguenze. Nel silenzio assoluto del ministro dell’Economia e delle finanze, Pier Carlo Padoan, che pure ha l’alta vigilanza sulle agenzie fiscali. Una situazione che richiede un intervento della Procura regionale del Lazio perché in questo inadempimento, prolungato nel tempo, c’è sicuramente danno erariale.
È fondata questa sfiducia nella possibilità che la manovra delineata nel Def riesca a perseguire gli obiettivi in dicati? A leggere bene la premessa alla nota di aggiornamento il governo si è dato carico dell’esigenza che la strumentazione delle pubbliche amministrazioni sia adeguata alle esigenze delineate dalla manovra di finanza pubblica. Che vuol dire ripartizione funzionale delle competenze tra i vari livelli di governo, al centro, nelle regioni e nei comuni.

Con revisione delle attribuzioni delle varie strutture ministeriali, delle leggi e dei regolamenti che disciplinano le procedure che dovranno essere snelle, semplici e concluse in tempi che consentano di realizzare i risultati previsti.
Perché il tempo è un costo per le amministrazioni, per le persone e per le imprese. 
Il governo, dicevo, si è dato carico del tema, tanto che allaquarta pagina della presentazione della nota di aggiornamento si legge che «intendemettere in campo una serie diazioni ad ampio raggio volte ad espandere, accelerare e rendere più efficiente la spesa per investimenti pubblici, migliorando la capacità delle pubbliche amministrazioni di preparare, valutare gestire piani e progetti». In particolare questo impegno «dovrà coinvolgere non solo tutti i livelli delle amministrazioni pubbliche, ma anche le società partecipate o titolari di concessioni pubbliche che hanno, in numerosi casi, beneficiato di un regime di bassi canoni ed elevate tariffe, rinviando i programmi di investimento previsti nei piani economici e finanziari. Gli opportuni cambiamenti organizzativi e regolatori saranno prontamente introdotti onde rimuovere gli ostacoli che hanno frenato le opere pubbliche assicurando, al contempo, con i livelli di investimento da parte delle società concessionarie, nonché un riequilibrio del regime dei canoni».
Sono credibili queste promesse, di là delle buone intenzioni? Questo è il dubbio di alcune delle istituzioni che si sono pronunciate in questi giorni. Per il semplice motivo che già in passato impegni analoghi erano stati presi dai governi i quali hanno spesso enfatizzato modeste, incomplete e insufficienti riforme della pubblica amministrazione, come l’ultima, assolutamente inutile, che prende il nome dall’ex ministro Marianna Madia. Occorre, lo diciamo da tempo su questo giornale, un grande progetto di riforma da realizzare avendo presente un quadro generale e completo ma con interventi immediati che dimostrino che si intende andare in quella direzione e che si hanno le idee chiare.