NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 19 luglio 2020

Aggiornato il sito dedicato a Re Umberto II

Carissimi, con grande ritardo comunichiamo l'aggiornamento del sito dedicato a Re Umberto II.

Negli ultimi tempi non siamo riusciti a mantenere la consueta cadenza mensile a causa dei problemi legati al Covid 19, dai quali non siamo stati immuni.

Molto tempo è stato anche impiegato nella digitalizzazione di periodici monarchici che vorremmo a disposizione di tutti.

Ma tutto questo richiede tempo ed impegno e non sempre se ne ha a disposizione.

Invochiamo l’aiuto di monarchici di provata fede che non abbiano paura di apprendere pochi rudimenti informatici e di consentire la condivisione delle fatiche relativa alla gestione di un sito, un blog e, speriamo in futuro, di un archivio telematico.

Per il momento interrompiamo il silenzio con il messaggio che Re Umberto indirizzò da Cascais agli italiani in occasione delle elezioni per i Parlamenti Nazionale ed Europeo del 1979.

www.reumberto.it

venerdì 10 luglio 2020

Elena di Montenegro, la dolce Regina d’Italia


di Emilio Del Bel Belluz   

La storia dei Savoia è stata scritta anche da una Regina nata nel Montenegro: la Regina Elena, moglie di Re Vittorio Emanuele III. Spesso mi capita di pensare a questa donna che nella sua vita non aveva mai dimenticato alcune cose importanti: la famiglia e la patria d’origine. La sua vita non fu facile, come non fu facile lasciare il suo Paese, dove visse la sua infanzia con i suoi famigliari. La regina Elena non si dimenticò mai di suo padre, di sua madre, e delle sue sorelle. Le nostre radici, il luogo dove siamo nati, la famiglia in cui siamo cresciuti, non verranno mai dimenticati.  La sua vicenda umana la portò a essere sempre amorevole verso gli altri, verso quelli che la vita non aveva aiutato. Da anni si parla di questa Serva di Dio per elevarla agli altari, ma il percorso non è facile e dopo tutto è una Savoia, e la strada diventa ancora più ripida. La Chiesa da anni non è più in grado di fare le sue scelte senza dover essere vassalla della sinistra e dei fratelli maggiori. Elena era talmente umile che forse non gradirebbe essere fatta Beata. Il bene che faceva cercava di nasconderlo con molta umiltà, quella di chi fa senza aspettarsi nulla in cambio, perché sa che il Buon Dio vede tutto. In Italia si parla poco della Regina. In questi giorni mi è venuto tra le mani una foto di un monumento che le fu dedicato sessant’ anni fa, precisamente nel luglio  del 1960, dai cittadini di Messina. La statua fu inaugurata alla presenza del Marchese Falcone Lucifero in rappresentanza del Re Umberto II, che si trovava in esilio e non gli era quindi permesso di partecipare alla bella iniziativa con cui si ricordava sua madre.  Erano presenti il conte Giorgio Calvi di Bengolo, marito di Jolanda di Savoia, il principe Enrico d’Assia, nipote di Elena di Savoia. La grande statua è stata possibile grazie ai fondi ricevuti da una sottoscrizione avvenuta dopo la morte della Regina Elena, il 26 novembre del 1952 in terra francese a Montpellier. L’articolo che ne parla è tratto dal settimanale Gente. Il suo inviato Antonio De Carlo fa un racconto della giornata molto commovente. La scelta del posto Messina è legata al terribile terremoto che investì la città e la distrusse nel 1908. Una data che nessuno avrebbe mai dimenticato. La Regina Elena assieme al suo consorte volle essere presente per aiutare le popolazioni colpite. “ Finalmente all’alba del 30 dicembre, la Napoli, di scorta alla Regina Elena,  sulla quale erano imbarcati i sovrani dell’Italia, doppiò capo Faro. Con essa giunsero i primi viveri, una buona scorta di medicinali e tre compagnie della Croce Rossa. Ma ancora nessuno a bordo immaginava lo spettacolo di desolazione che avrebbe trovato allo sbarco. La Regia, dimessamente vestita, si spinse subito con alcuni militari verso la parte più alta della città, ormai divenuta una tragica collina di macerie. Dappertutto trovò bimbi spauriti, donne urlanti, uomini inebetiti, insensibili alla pioggia che cadeva fittissima. Elena di Savoia iniziò la sua opera di salvatrice accorrendo nei punti più pericolosi, instancabile, aiutando con le sue mani a rimuovere le macerie, riparandosi soltanto con un loden che, in breve, acquistò il colore della fanghiglia. Al quinto piano di una casa del rione “ Boccetta”, le squadre di soccorso scoprirono un ragazzo piangente su un instabile balcone. Si trovava lì da due giorni, terrorizzato dai continui crolli dei muri vicini. Fu invitato a saltare in un telo trattenuto in basso da alcuni soldati; ma il ragazzo era riluttante: il freddo e la fame gli sembravano meno forti della paura di lanciarsi nel vuoto”. Quando la regina vide questo giovane si mosse in suo aiuto per metterlo  in salvo come se fosse suo figlio, con cuore di madre. “ Ebbe allora inizio un dialogo tra la Regina e quella povera creatura, un dialogo di promesse e di esortazioni. Elena di Savoia, inerpicata sul punto più alto delle macerie, diede una voce al ragazzo: “Come ti chiami? Mi pare di conoscerti e anche tu dovresti conoscere me; guardami bene: hai visto mai la Regina?”. Vi fu una breve pausa, mentre il piccolo scrutava la sua interlocutrice. Poi si scosse: “ La regina quella che si vede nel quadro della scuola ?”. “Si, sono quella, sono la tua Regina; salta, mi vedrai meglio da vicino “. Il ragazzo chiuse gli occhi, si sporse dal balcone, piombò sul telo salvatore. Elena di Savoia lo baciò lungamente lo strinse a sé con effusione materna: “ Sei contento di essere accanto alla Regina?”. Ma il ragazzo non rispose: ebbe un sussulto e poi rimase con lo sguardo inerte, insensibile alla pioggia che gli flagellava il viso. Elena di Savoia si chinò su quel corpo senza vita e si mise a singhiozzare”. Basterebbe questo episodio così commovente per farla conoscere al mondo, magari se qualcuno decidesse di fare un film sulla sua vita. Episodi come questi nella vita della Regina ve ne sono tanti, ecco perché le mamme d’Italia dovrebbero invocarla e pregarla.

Dal balcone dell’hotel Concord a Torino sventola la bandiera del Regno in omaggio a Vittorio Emanuele II





www.nuovasocieta.it

lunedì 6 luglio 2020

Statistiche sconosciute o volutamente ignorate


di Domenico Giglio

La pandemia del “corona virus” sta da mesi riempendo gli occhi, le orecchie, la bocca di statistiche tramite radio, internet, televisioni e giornali, ed i cinque milioni di infetti ( 5.472.622 al 24 maggio) spaventano giustamente ascoltatori e lettori. Dal momento che ci stiamo impratichendo di numeri e percentuali vediamo di approfittarne per vedere altre statistiche che non hanno certamente minore valore di quelle del “covid”.
Cominciamo dalla popolazione globale della terra che risulta essere superiore a 7.540.000.000 (settemiliardi cinquecentoquaranta milioni) con la prospettiva concreta di raggiungere nel 2050 i 9.000.000.000 (nove miliardi). Ma come sono distribuiti? L’ Asia ne rappresenta oltre il 60% con 4.570.000.000 abitanti (quattromiliardi cinquecentosettanta milioni),con i due più numerosi paesi, la Cina con 1.405.000.000 ( un miliardo quattrocentocinque milioni) e l’India con un miliardo e duecento milioni, ed il gruppo dei tre principali paesi islamici,Indonesia,Pakistan, Bangladesh che raggiungono complessivamente 611.050.000 (seicentoundici milioni cinquantamila). Segue, distanziata l’Africa con 1.187.000.000 (un  miliardo centoottantasette milioni), pari al 15,7%, poi le Americhe con un 1.038.000.000 (un miliardo trentotto milioni ), pari al 13,7%. E l’Europa ? L’Europa oggi rappresenta appena il 9% con 705.000.000 (settecentocinque milioni). Ma è sempre stata così la distribuzione della popolazione del mondo?
Guardiamo nella biblioteca di casa e prendiamo un “aureo” libricino, ( di 8 per 15 cm. !) il “Calendario Atlante De Agostini” del 1940, giunto allora al suo trentasettesimo anno di vita, essendo uscito per la prima volta nel 1904. E qui apriamo una parentesi doverosa per sottolineare l’importanza cha ha avuto per la nostra cultura geografica, storica ed economica questa casa editrice De Agostini, nata nel 1901, ed ancor oggi esistente, che su un piano diverso dal Touring Club Italiano, nato nel 1894, ha contribuito in modo eccezionale con i suoi atlanti geografici e storici, la sua cartografia stradale e questo “Calendario”.a fare e farci conoscere, con una incredibile ricchezza di dati, l’Italia, l’Europa e il Mondo. Ebbene cosa dice questo calendario della popolazione mondiale del 1940 ? L’ Europa contava 527.575.000 ( cinquecentoventisette milioni cinquecentosettantacinquemila) abitanti, l’Asia 1.181.850.000 (un miliardo centoottantuno milioni ottocentocinquantamila ), le Americhe 273.000.000 ( duecentosettantatre milioni), l’Africa 158.237.000 ( centocinquantotto milioni duecentotrentasettemila). Abbiamo tralasciato l’Oceania che ieri ed ancor oggi rappresenta una parte minima della popolazione mondiale.
Vogliamo soffermarci sulla esplosione demografica dell’Africa ? Il 700%, ovvero popolazione aumentata sette volte in ottanta anni. Una nazione, la Nigeria, presa ad esempio, passata da 20.746.000 a 147.650.000 abitanti. E l’Asia che sfiora il 400% di sviluppo, come le Americhe ! Ed anche qui un dato significativo di una nazione, il Brasile, passato da 44.115.000 a 216.862.000,( cioè il 500%), e del Messico passato da 19.480.000 a 110.547.000 ( 550 % ) Molto minore in Asia lo sviluppo demografico del Giappone passato da 71.372.000 a soli 127.205.000, cioè un aumento del 17,82%, praticamente poco più dell’Europa, ferma al più 13,37% ! Questo minore sviluppo, che non accenna a migliorare dice qualcosa, anche ai giovani cretinetti che imputano tutti i mali della Terra all’Occidente, alla sua civiltà, al suo ben diversi sviluppo economica e sociale, cioè al suo ”benessere”, che già non aveva raggiunto la totalità della popolazione e che ora l’attuale pandemia sta ulteriormente compromettendo ?
In tutte queste accuse e responsabilità sul dissesto del pianeta terra, l’ enorme sviluppo demografico del resto del mondo non incide ? E Il desiderio di queste altre popolazioni, specie africane, di poter disporre delle stesse conquiste dell’Occidente, dai mezzi di trasporto, dagli elettrodomestici per i quali necessitano carburanti, combustibili, dai servizi sanitari, dalle risorse idriche, non significano nulla ?. Ed il cibo per questi miliardi di persone lo si può ricavare senza aumentare le superfici coltivabili, senza aumentare le altre più varie risorse alimentari, senza pregiudizi e senza esclusioni dettate dai più strani motivi ? E chi sarà a studiare i miglioramenti delle tecniche agricole per aumentare i rendimenti ? In quali università si potranno formare i tecnici e la classe dirigente di tanti paesi? Quale beneficio potrà portare sempre a questi paesi un collasso dell’Occidente ? Di tutto questo non si scrive, né si parla, per non scendere sul terreno scivoloso del terrorismo e della sua matrice religiosa che impedisce proprio ad alcuni non trascurabili paesi dell’Africa di affrontare questi veri problemi. Non possiamo aspettare “l’ardua sentenza” dei posteri.

Domenico Giglio

giovedì 2 luglio 2020

Conservare l’Italia, Attualità' Di Filippo Turati


di Aldo A. Mola

Il governo del plin-plin
Conservare il poco che resta dello Stato d'Italia. Il governo indossa mascherine nere. Ultima moda, quella dei pirati. La ministra dell'“Istruzione” la usa di rado. Preferisce il rossetto. Questa è l'Italia del San Pietro e San Paolo 2020. Ha Capo dello Stato un ex ministro della Pubblica Istruzione. Eppure è l'Italia che ha preso sottogamba la Scuola, declassata a parcheggio multipiano con banchi a castello se i metri quadri non bastano a ospitare pupi e pupazzi. E se poi proprio occorresse, che vadano tutti in palestra (a studiare o a fare flessioni?), nei parchi (coperti?), nei musei (attenti: vi si aggira Vittorio Sgarbi!), sulle nuvole...
Ci sono volute le prime manifestazioni di presidi, docenti, genitori e ragazzi per far capire a Sua Emergenza  Conte e all'Aiutante Gualtieri che non si scherza con 10 milioni di cittadini coinvolti nell'odierno tritacarne della Pubblica Istruzione: da moltiplicare per quattro o cinque per via di genitori, madri costrette a lasciare il lavoro per occuparsi dei bambini, zii, nonni e via continuando. Quei 10 milioni per quattro sono gli unici che, a differenza del governo e della ministra, sentono a pelle che il fallimento della Scuola risucchierà l'Italia per un paio di generazioni.
Il fallimento del governo di leu-cociti, piddini (coacervo di detriti) e pentastellati (uno vale uno, tutt'insieme sommano zero) certifica che l'Italia è sull'orlo dell'abisso. Il governo in carica dura solo perché nessuno vuole ne vuole davvero l'eredità: una somma di passivi, a cominciare, appunto, dalla Pubblica istruzione. Caso mai ve ne fosse bisogno, ricordiamo che l'Italia è il fanalino di coda per investimenti nella Scuola e nella ricerca, cioè per il “futuro”. E' ridotta a vestibolo di vecchi e di badanti, sorvegliato da sbadati.
Alla radice della crisi in corso da ormai molti decenni vi è quella della “cultura”, retrocessa a mix di gastronomia, paesaggio, addobbi, acconciature.  Mera apparenza. Usa e getta. Tanto entra, tanto esce: plin-plin e plon.plon...
Il governo dell'auricolare
Quando il governo non sa decidere che cosa fare ascolta. E' un Esecutivo auricolare. Non per caso all'Istruzione ha una ministra che arriva dalla città dell'Orecchio di Dionisio. Un tiranno feroce. Nulla di nuovo. Il governo nomina confessori, travestiti da esperti, e li mette in ascolto. Poi si fa raccontare: “Quante volte? Come? Con chi?”. Impartisce piccole espiazioni (qualche mese senza stipendio, un po' di cinghia, stare in casa, stare in casa, stare in casa, uscire solo per i bisogni non dei figli o nipoti ma del cane...) e tira a campare in attesa degli euro-coriandoli (usa e getta anche essi, senza progetti certificati, “la c'è la provvidenza...”). 
L'attuale è una malattia antica. Il ritornello ripetuto da mesi ha esattamente un secolo: “Rifare l'Italia”. Un refrain antico. A conferma è stato riproposto all'attenzione il discorso il 26 giugno 1920 pronunciato alla Camera dei deputati da Filippo Turati (Canzo, Como, 26 novembre 1857-Parigi, 29 marzo 1932)  all'insediamento del V governo Giolitti. Come tutta l'Europa, l'Italia faticava a uscire dalla Grande Guerra. Aveva vinto la guerra sul piano militare, ma l'aveva persa al proprio interno: oberata dal debito pubblico, dal discredito di governo e parlamento e dal collasso dell'economia.

La guerra genera guerre, le utopie non le fermano
Le catastrofiche conseguenze della guerra erano state prospettate dal geniale Norman Angell (pseudonimo di Ralph Norman Angell-Lane,1872-1967), giornalista e saggista. Autore del fortunato Patriottismo sotto tre bandiere: una mozione per il razionalismo in politica (1903), nel 1910 Angell ottenne fama mondiale  con La grande illusione, subito tradotto in venticinque lingue. Vi sostenne che il mondo correva fatalmente contro una guerra devastante perché il militarismo ispirava i governi dei principali Paesi, ormai lontani dal libero scambio, unica vera garanzia di progresso civile ed economico. Il capitalismo genuino non mirava affatto allo sfruttamento delle colonie, in massima parte avviate all'indipendenza, né a programmi bellicistici, dai quali aveva tutto da perdere. Creava profitti da investire e distribuire. Futuro deputato laburista alla Camera inglese e premio Nobel per la pace nel 1933, all'indomani della tempesta Angell criticò severamente lo spirito vendicativo delle paci di Parigi (Versailles e seguenti) e previde che l'umiliazione dei vinti, a cominciare dalla Germania, avrebbe scatenato una nuova guerra generale, più orribile della precedente. Le sue ammonizioni, come quelle di Keynes, si rivelarono tragicamente veridiche ma non ebbero molta fortuna. L'Europa era spazzata dal vento dei neo-nazionalismi, con le varianti dell'internazionalismo sovietico (l'iniziale nazionalismo “di classe” si convertì nel  comunismo in un solo paese: l'URSS di Lenin e di Stalin) e del nazionalsocialismo, ancora in nuce, ma nel volgere di appena dieci anni destinato alle note fortune propiziate dalle ripercussioni della Grande depressione, nata in Europa, passata negli USA e rimbalzata sul Vecchio Continente. 
Altrettanto celebre alla vigilia della guerra fu il libretto profetico di Ernest Nys (Countrai,1851-Bruxelles, 1920) Idee moderne, diritto internazionale e Massoneria, pubblicato nel 1908, tradotto in Italia nel 1914 col pessimo titolo Origini gloria e fini della Massoneria, poi riproposto dal vescovo gnostico Giordano Gamberini (Bastogi,1974). Docente nella prestigiosa Università Libera di Bruxelles, Nys nutriva piena fiducia nella razionalità della politica e nella soluzione pattizia dei conflitti interstatuali. Calcava le orme del Fratello Giuseppe Garibaldi, che aveva proposto di fare di Nizza una “città libera”, sede di un Areopago universale, anticipatore della futura Corte internazionale insediata all'Aja,  nella quale vennero riposte esagerate speranze, soprattutto dai docenti di diritto internazionale, improvvisamente famosi, virologi dei conflitti tra Stati. Come vaticinato da Angell. la guerra prevalse sulle illusioni: due volte a livello planetario, oggi è ogni giorno incombente. E potrebbe essere l'ultima. Perché poi verrebbe la pace eterna.
Turati: come (ri)fare l'Italia
Nel giugno 1920, un anno dopo la Pace di Versailles e nove mesi dopo quella italo-austriaca di Saint-Germain le speranze di quiete tra gli Stati e di quella all'interno di ciascun Paese si stavano affievolendo. Col noto realismo, appena tornato alla presidenza del Consiglio dei ministri Giolitti spiegò che non era il momento di attizzare la politica estera. Prima occorreva riordinare casa. Il 26 giugno Turati espose il suo “piano”, incardinato sul caposaldo”fare l'Italia”. Giorni prima aveva chiesto alla fedele Anna Kuliscioff di trovargli gli scritti economico-politici di Camillo Cavour. Una citazione del Gran Conte sarebbe figurata bene nel discorso. Non avendoli reperiti, la compagna gli suggerì di cercarli nella biblioteca della Camera.
Nel discorso del 26 giugno (poi stampato col titolo Rifare l'Italia e più volte riproposto) Turati deplorò il demagogismo, il ruolo nefasto dell'industria militare tedesca  e l'espansionismo coloniale, la burocrazia e i “lavori improduttivi”, una sorta di reddito di cittadinanza dell'epoca, causa di sperpero del pubblico danaro. Affermò che il governo doveva proporsi un “piano regolatore”, il decentramento regionale, badare all'agricoltura, alle risorse idriche, puntare sull'elettrificazione. Contrappose la classe lavoratrice alla borghesia ignava. A sua detta era venuta l' “ora dell'espiazione”.
Proprio mentre ad Ancona esplodeva l'insurrezione anarcoide. Secondo Carlo Rosselli  quel discorso fu il Manifesto della liberal-socialismo. Però non vi si legge quasi nulla sulla Scuola, che pure era stata il cavallo di battaglia dell'Italia da Cavour alla Sinistra Storica da Crispi e Coppino sino a Giolitti. Turati annunciò il fallimento della “vecchia” Italia e del suo “regime”. Il Re, Vittorio Emanuele III, prese nota. Per l'ennesima volta Turati non raccolse la mano tesa dal democratico Giolitti. Rimase nelle tenaglie di una visione ideologica del socialismo, che di scissione in scissione portò all'isolamento e alla catastrofe della sinistra.  
L'ormai anziano esponente del riformismo si contrappose a Giolitti (erroneamente considerato un Nitti molto più attempato, una cariatide del liberalismo). Il suo discorso è di grande attualità perché non affrontò affatto il problema di fondo dello Stato d'Italia: la convergenza della rappresentanza nazionale in un governo di ampia maggioranza (liberali, cattolici, socialisti riformisti) per conservare il Paese al sicuro dalla deriva populista eterodiretta. Turati si preoccupò soprattutto del proprio partito. Tentò invano di esorcizzare i due nemici profondi che insidiavano il socialismo democratico: l'anarchismo e il miraggio del socialismo sovietico succubo della Terza Internazionale di Mosca.
Anarchia e opposti estremismi
L'Italia del giugno 1920 ricominciava da dove si era fermata sei anni prima Nel giugno 1914 era stata sconvolta dalla “settimana rossa”, studiata da Luigi Lotti e da Marco Severini. Dalle Marche alle Romagne anarchici, socialisti rivoluzionari e repubblicani misero tutto a soqquadro. Occuparono edifici pubblici, interruppero la circolazione dei treni, presero in ostaggio militari e personalità di alto rango. Da tre mesi presidente del Consiglio e ministro dell'Interno era il burbanzoso e autoreferenziale Antonio Salandra. A suo modo fortunato, mentre i carboni di una rivolta senza capo né coda ancora erano ardenti, il 28 giugno a Sarajevo i criminali della “Mano Nera” (ben manipolati, come poi emerse dal processo a loro carico) assassinarono l'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo: detonatore della Grande Guerra.
Giusto sei anni dopo, alle 2.30 del 26 giugno 1920 un gruppo di bersaglieri destinato all'Albania intraprese una sommossa col sostegno dei militanti locali socialisti, repubblicani,  radicali, anarchici, alcuni iniziati in loggia. Nel pomeriggio si registrarono scene di ferocia selvaggia. Rientrato l'ammutinamento, la plebaglia spadroneggiò. Alcuni uomini della Guardia Regia furono linciati. Le loro salme vennero oltraggiate: sputi, orina e altro. Per domare la rivolta Giolitti inviò il prefetto Cesare Mori, che usò mano di ferro. Il bilancio (provvisorio) fu di 24 morti, incluse 9 Guardie. Settantuno persone si fecero curare le ferite negli ospedali; molte preferirono provvedere alla meglio per non scoprirsi. Uno sciopero ferroviario impedì al governo di inviare l'Esercito a sedare immediatamente la rivolta. Questa in breve si esaurì. Ma il cattivo esempio ormai era dato. In tanti volevano “fare come in Russia”: annientare la forma dello Stato (la monarchia) e lo Stato stesso, identificato con il suo Capo.
Che fare oggi?
Il limite del “codice Turati” è lì. Il suo proclama si fermò sulla soglia del problema dei problemi: governare. Non bisognava affatto né “fare” né “rifare” l'Italia. L'Italia c'era, con la serqua dei problemi irrisolti da secoli. Li portava sulle spalle dalla unificazione del 1859-1870 e dalla Grande Guerra: le compagnie di Santa Fede, il grande brigantaggio, la malavita organizzata, una macchina statuale unitaria ancora in rodaggio. I clericali non avevano mai dimenticato Porta Pia. I papi rimanevano asserragliati nei Sacri Palazzi come prigionieri di guerra. In Italia tanta parte dei socialisti rimaneva “contro” a differenza di quanto accadeva in Gran Bretagna, Germania, Austria e Francia. Perciò il discorso di Turati è di grande attualità. Indica quello che un partito “democratico” dovrebbe fare per conservare quel che resta dello Stato: lasciata ai retori l'esaltazione della occupazione delle fabbriche del settembre 1920 (centenario incombente!), una forza di governo ha un solo obbligo: governare.
Ma va anche constatato che il partito democratico odierno (stinto approdo di tanti partiti estinti) conta circa il 20% dell'intenzione di voto degli elettori. Nel 1919 , messi a frutto suffragio universale e  “maledetta proporzionale” il PSI (coacervo di “tendenze”, come ammise l'onesto Turati) raggiunse il 32, 3%  dei voti validi (sul 56% degli elettori) contro il 20,5% del Partito popolare. Ma non seppe  farne buon uso. Cinque anni dopo scomparve.

Il passato qualche cosa dovrebbe insegnare. Anziché fare o rifare, urge conservare quanto rimane dello Stato d'Italia.
Aldo A. Mola  
       



Alfredo Panzini


Lettera dell’ing. Giglio sull’articolo di Emilio Del Bel Belluz .

Ho apprezzato la rievocazione di Alfredo Panzini, un altro dei dimenticati del primo novecento e credo opportuno sottolineare la versatilità di questo letterato che passa da una felicissima sintesi del nostro Risorgimento con “La vera istoria dei tre colori”, ad una versione ironica della vita della povera moglie di Socrate con “Santippe”, alla rivisitazione del delicato poeta Catullo, con “Il bacio di Lesbia” ed infine con pregevoli romanzi che Mondadori pubblicò con il titoli “Sei romanzi tra due secoli”, ottanta anni or sono, in una famosa collana di grandi romanzi, italiani e stranieri, chiamata “Omnibus”, tra i quali voglio ricordare “Il padrone sono me”, per i suoi risvolti sociologici. Questo per invitare i lettori a ricercare questi titoli e ricavarne una lettura serena e piacevole.
Domenico Giglio

mercoledì 1 luglio 2020

Alfredo Panzini, scrittore della natura


di Emilio Del Bel Belluz

Un vecchio professore, che insegnava all’università di Trieste, mi diceva spesso che  l’interesse per le opere letterarie di uno scrittore, si affievoliva con la sua morte. Un innamorato della letteratura dovrebbe ogni giorno leggere una pagina di uno scrittore: sarebbe un bel contributo alla sua memoria. Sempre a Trieste dove visse uno degli scrittori più grandi del nostro Novecento, Italo Svevo, si diceva che ogni giorno sarebbe bello che nascesse un innamorato di Svevo. Gli scrittori sono i maestri  che ci hanno preceduto, e dovrebbero essere immortali grazie alle loro opere. I loro scritti, spesso, rimangono solo nelle biblioteche, e i loro libri hanno le pagine incollate, perché nessuno le consulta.  Uno degli scrittori che dovrebbe essere letto con più frequenza da parte degli studenti è Alfredo Panzini.  Il critico letterario Carlo Bo, teneva una rubrica nel settimanale Gente. In questa  pagina che aveva chiamato Vita culturale ricordava gli scrittori del nostro Novecento che aveva conosciuto. Su Panzini scrisse: “ Forse di Alfredo Panzini (1863-1939) i lettori d’oggi conosceranno appena il nome, i più informati arriveranno al massimo al dizionario moderno che è stato ristampato  recentemente ma è certo che ben pochi avranno una memoria chiara del narratore. Eppure è stato scrittore di grande fama nei primi anni del secolo e poi si è arrestato su posizioni onorevoli  fra le due guerre. Coetaneo del d’Annunzio, in qualche modo ne è l’esatto contrario: il primo era uno spirito audace e sempre all’inseguimento del nuovo, se non della moda, il  Panzini preferiva invece restare attaccato al passato, alle stagioni lontane, fra rievocazione e nostalgia”. In una foto di quelle che un tempo gli scrittori donavano a qualche ammiratore,  Panzini vi scrisse alcune parole che spiegano la sua vita letteraria: “ Dopo aver letto molti libri, sto ancora cercando il libro che mi spieghi “ perché”…  Lo scrittore   Panzini  era un uomo legato alla letteratura da un grande amore, le radici di questa passione gliele può aver trasmesse il Carducci di cui fu suo allievo all’università. Il poeta Carducci  gli era molto legato, e questo dimostra che aveva visto in lui quello scrittore brillante che sarebbe diventato. La vita di Alfredo Panzini è contraddistinta dall’insegnamento che lo tenne occupato per quaranta lunghi anni. Prima come insegnante nelle scuole medie, poi al Politecnico di Milano ed infine a Roma. Ai giovani il Panzini  aveva cercato di insegnare l’amore per la vita semplice, per le piccole cose, per la terra ed i suoi profumi, tale da essere considerato uno scrittore agreste. Lo paragonerei allo scrittore trevigiano Giovanni Comisso, proprio per l’amore che entrambi nutrivano per la terra, e i grandi benefici che essa dona a chi se ne innamora; l’amore per la natura e tutto ciò che appartiene alla vita rurale con le sue intoccabili tradizioni. Anche se l’uomo crede di bastare a sé stesso, e la tecnologia ha fatto passi da gigante, esso si deve inchinare alla natura se vuole sopravvivere. Deve amare la terra dei padri, che custodisce le sue radici. L’indiano Alce Nero diceva: “ Tutto quello che hai visto, ricordalo/perché  tutto quello che dimentichi/ritorna  a volare nel vento/. In una antologia stava scritto: “ Io credo che Panzini avrebbe accettato volentieri il titolo di scrittore agreste. Non che solo dei campi abbia scritto, ma certo egli aveva due predilezioni : il libro e la terra; e si può dire che tutta la sua vita cercasse di mettere insieme dolcemente questi due amori. Lo vedi anche qui: apre gli occhi incantati sui campi da mietere  e intanto è tentato d’aprire ancora una volta i cari poemi omerici -  e i contadini diventano gli antichi guerrieri astanti”.  Un tempo Mussolini attuò per gli italiani la campagna del grano, e questa sua iniziativa fu come una scintilla per molti scrittori che riempirono pagine che descrivevano il momento della mietitura. Famosa la foto di Mussolini che raccoglieva il grano, con entusiasmo, perché bisognava dare l’esempio. Risulta difficile pensare, oggi, a un politico che condivida, anche per breve tempo, il duro lavoro degli agricoltori.  Panzini scriveva le sue amate pagine al mattino presto. Alle cinque, scendeva nel suo studio, e dopo aver bevuto il suo caffè, fatto con la moKa napoletana, si metteva al tavolo a scrivere. La finestra aperta, faceva entrare il profumo del mare. Alle cinque si alzavano i contadini per andare a lavorare sui campi, dopo avere governato il bestiame. Partivano con i buoi, e la giornata iniziava sempre con il segno della croce. Qualcuno dirà che erano altri tempi, ma lo sfruttamento ad oltranza della terra non ci porterà lontano. Panzini uomo sempre dedito al lavoro e alla famiglia ebbe l’onore e il privilegio di essere nominato nel 1929, Accademico d’Italia, e questo conferimento lo premiava dopo tanta strada che aveva percorso con umiltà e rispetto verso il Paese. Era stato firmatario assieme ad altri letterati del Manifesto degli intellettuali fascisti. Un lavoratore instancabile che si era costruito la sua casa con sacrifici. Lo scrittore Enzo Biagi in una visita che fece alla moglie scrisse : “ Gli piaceva vivere da queste parti: c’erano i suoi pochi amici, sensali, pescatori, ortolani, andava volentieri in piazza a trattare la compera di un paio di buoi o a vendere una nidiata di maiali. Veniva a trovarlo in bicicletta Marino Moretti, il solo letterato con il quale aveva confidenza. A Milano e a Roma si sentiva in esilio, fuori dal suo mondo. Indossò, forse con un certo orgoglio, la divisa di Accademico d’Italia con le frange d’argento e la feluca, perché stava ad indicare una delle poche vittorie della sua vita: lo avevano umiliato come insegnante, bocciandolo ai concorsi, e qualche volta stroncato come scrittore. Ha detto: “ Ho mutato il dolore in quello che qualcuno, benevolo, chiama umorismo”.  Spesso sono proprio questi scrittori capaci di scrivere pagine e pagine di letteratura, che con il tempo diventano un prezioso tesoro. Non esiste nessun strumento capace di far conoscere la storia come le pagine sofferte di uno scrittore. Nel momento in cui le leggiamo, ci si cala in quel periodo storico. L’Accademico Alfredo Panzini, amato dai suoi lettori, nutriva un forte rispetto verso la patria e  quegli eroi che l’hanno costruita versando il loro sangue, rendendoli immortali. Carlo Bo scrisse: “ Panzini appartiene alla grande famiglia degli scrittori romagnoli, Alfredo Oriani, Antonio Beltramelli, Marino Moretti. Fu tra i primi a riconoscere il genio critico di Renato Serra e di Serra ci ha lasciato un altro dei suoi ritratti memorabili. In effetti era piuttosto una rievocazione del giovane Serra che era andato a trovarlo nella sua casa di Bellaria, prima di tornare al fronte e di morire”. Ripensando alla morte dell’eroe Renato Serra, cito una frase di Orazio:  “ Dulce et decorum est pro patria mori. Mors  et  fugacem persequitur virum. Nec pascit imbellis iuventae. Poplitibus  timidove tergo”. “ Come è dolce e bello morire per la patria.  Ma la morte incalza anche l’uomo che si dà a fuggire, né risparmia i garetti e il tergo pieno di paura di una gioventù imbelle. Chi muore in battaglia guardando il nemico è degno d’essere  detto un eroe. Non per nulla sentenzia Tacito: “ In fuga foeda mors est, in vittoria gloriosa” “ Vergognosa  è la morte di chi fugge, gloriosa invece di chi combatte per vincere”. Alfredo Panzini aveva nel cuore la sua patria. La servì come professore e Accademico.  L’Italia ha sempre avuto bisogno di grandi uomini, che l’hanno onorata con la letteratura. Sarebbe stato contento di vedere i suoi romanzi stampati nella Collezione Omnibus, dalla Mondadori, ma lo scrittore era già morto. Strano destino gli capitò. Quanto sarebbe bello che la sua opera potesse essere ristampata in questo tempo, che ha bisogno di vera letteratura. A frenare questo ritorno, forse la sua nomina ad Accademico. Ci sono dei suoi scritti che meriterebbero una nuova luce, penso a cosa scrisse sulla sua patria :“ La parola patria vorrebbe dire la terra dei padri, perché sotto la terra stanno i padri e le madri, e vi scenderanno alla loro volta i figli, secondo l’ordine che natura diede. I frutti della terra di cui ci nutriamo, contengono anche le ceneri dei padri. Sacra e santa è dunque la patria; così fu scritto :” E’ bello morir per la patria”. Fu scritto in poesia e fu anche una realtà”


domenica 28 giugno 2020

E i figli ed i nipoti?

Il presente articolo è stato pubblicato sul periodico "Il Tricolore". E l'articolo veniva pubblicato anche sul blog a condizione che se ne citasse la provenienza.
Ciò non è avvenuto in prima battuta per mera dimenticanza del webmaster, che se ne scusa con l'Autore e con i Responsabili de "Il Tricolore".
Il caldo fa brutti scherzi.



Chi abbia vissuto le vicende dei movimenti monarchici, se non dall’origine, ma almeno dagli anni ’50 del secolo scorso, noterà che oggi negli stessi movimenti non compaiono mai nominativi degli esponenti di allora, parlamentari o dirigenti. 
Il fenomeno riguarda anche gli altri schieramenti, dove, scomparsi i partiti tradizionali, non vediamo nei nuovi schieramenti nomi che richiamino gli esponenti di spicco della cosiddetta “prima repubblica”. 

Questa assenza è però per noi particolarmente grave e dolorosa perché con la scomparsa dei lontani esponenti monarchici sono andate disperse testimonianze ed eventuali archivi che rendono difficile oggi la ricostruzione delle vicende passate. 

Tranne Covelli, il cui archivio è parte alla Camera dei Deputati, che ha potuto stampare così tutti i suoi discorsi parlamentari e parte al comune di nascita e Lucifero, ministro della Real Casa, i cui archivi sono stati donati fortunatamente ad un nipote, il Marchese Armando Lucifero, ed al comune di Crotone, non risultano altre donazioni. 

Alcuni esponenti non ebbero figli ( ad esempio Cantalupo ), altri figli che premorirono ( ad esempi Achille Lauro), altri con figli,senza ulteriori eredi, per cui il loro ricordo si è perso totalmente. Questa perdita della loro memoria è triste perché nei movimenti monarchici abbiamo avuto ad alto livello sia i politici, oltre ai già citati Covelli e Cantalupo, come Cesare Degli Occhi, Orazio Condorelli, Enzo Selvaggi, tutti nomi citati a titolo indicativo e non esaustivo, storici come Gioacchino Volpe, Emilio Faldella, Piero Operti, Mario Viana, giornalisti come Alberto Bergamini ed Alberto Consiglioe poi ancora ambasciatori, da Raffaele Guariglia ad Armando Koch e Guido Rocco,un giurista insigne come Alfredo De Marsico, rettori d’università. come Papi, Allara, Menotti De Francesco, Origone, Paratore, valorosi soldati e marinai da Carlo Delcroix a Raffaele Paolucci di Valmaggiore ( MOVM), Ettore Viola di Cà Tasson (MOVM), Francesco Aurelio Di Bella (MOVM), Gino Birindelli ( MOVM),Pier Arrigo Barnaba di Buia (MOVM), Edgardo Sogno ( MOVM) ed ancora gli Ammiragli Mariano, Galati, Rogadeo, i generali Antonino Cuttitta,Ercole Ronco, Leonetto Taddei, Prospero Del Din, padre di due Medaglie d’Oro della vera Resistenza patriottica, una alla memoria del figlio Renato e l’altra della figlia Paola, ancor oggi fortunatamente vivente. 

Tutti nomi di persone che erano per noi, allora giovani, un esempio di vita e di valori morali e la vivente testimonianza che sotto la bandiera della Monarchia Sabauda si raccoglieva la parte migliore della società italiana.


Domenico Giglio.



lunedì 22 giugno 2020

Il V Governo Giolitti (1920-1921) ultimo appello per il liberalismo in Italia


di Aldo A. Mola

Giolitti: spegnere l'incendio...
“Quando la casa brucia, ogni sforzo deve tendere a spegnere l'incendio; a rendere la casa più comoda si penserà dopo”. Fu il programma col quale il massimo Statista italiano dall'unità a oggi, Giovanni Giolitti (Mondovì, 1842- Cavour,1928), tornò la quinta volta ad assumere la presidenza del Consiglio dei ministri il 16 giugno 1920. Aveva 78 anni: idee chiare, energia ferrea. Le sue parole vanno meditate dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che si trastulla in chiacchiere e rinvia di mese in mese ogni seria decisione mentre l'Italia sprofonda nella voragine del debito pubblico, destinato a recidere i garretti dei cittadini per un paio di generazioni.
Il centenario del quinto governo Giolitti è passato del tutto sotto silenzio in Piemonte. Silenzio tombale anche da parte della Provincia di Cuneo, di cui lo Statista fu presidente per vent'anni. A volte chi dovrebbe ricordare preferisce non vedere. Ma ormai a troppi vien comodo il “distanziamento”: dalla memoria del passato, sempre più imbarazzante per chi annaspa al “potere”. Ne ha scritto Luigi Rizzo in Il pensiero di Giovanni Giolitti fondatore dello Stato sociale, tra guerra e pace (ed. Arbor Sapientiae).

Un governo di coalizione per risalire la china
Il 16 giugno 1920 Vittorio Emanuele III chiamò Giolitti alla guida dell'Esecutivo su indicazione unanime delle personalità consultate. Lo Statista era pronto da tempo. Aveva varato il suo primo governo il 15 maggio 1892 su incarico di Umberto I. Erano passati 28 anni. Perché proprio lui, malgrado l'età? L'Italia aveva alle spalle il passivo dell'intervento nella Grande Guerra voluto da Antonio Salandra e da Sidney Sonnino d'intesa con il sovrano. La Vittoria del 4 novembre 1918 aveva avuto un costo altissimo in vite umane, indebitamento dello Stato, svalutazione della moneta, disordine economico e sociale. Occorreva una “cura da cavallo”. Con il trattato di Versailles (28 giugno 1919), prima fase del congresso della pace, il governo Orlando-Sonnino aveva sprecato i sacrifici sopportati dal Paese. Malgrado i tanti discorsi e i ben remunerati articoli del nuovo presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti, il trattato di pace con l'Austria (Saint-Germain, 10 settembre 1919) negò all'Italia Fiume. Di lì, due giorni dopo, la marcia guidatavi da Gabriele d'Annunzio e la Reggenza del Carnaro, spina nel fianco del governo. Nitti navigò a vista, si dimise e formò un secondo ministero che durò poche settimane (22 maggio-16 giugno).
Sin dall'agosto 1917, in piena guerra, Giolitti aveva indicato la via per riorganizzare i rapporti interni e internazionali: abolizione della diplomazia segreta (altra cosa dal segreto diplomatico) e riforme sociali rispondenti alle enormi difficoltà del Paese. Lo ripeté il 12 ottobre 1919 nel discorso pronunciato a Dronero in vista delle prime elezioni con il riparto dei seggi in proporzione ai voti ottenuti dai partiti. Lo ribadì nel discorso di insediamento alla Camera, il 24 giugno 1920, suo onomastico. L'Italia era annichilita dal debito pubblico, balzato da 13 a 90 miliardi di lire, dal prezzo politico del pane, dalla moltiplicazione di stipendi e salari per lavori inutili: costavano alla pubblica amministrazione (Stato, province, comuni) e si risolvevano in indebitamento ulteriore, non in benefici. Con le dita rosate già allora la burocrazia intesseva in sudario dell'Italia. I regimi seguenti fecero di peggio.
Per voltare pagina Giolitti chiamò al governo esponenti dei partiti costituzionali: Carlo Sforza agli Esteri, il democratico ed ex socialista Ivanoe Bonomi alla Guerra, i cattolici Filippo Meda e Giuseppe Micheli al Tesoro e all’Agricoltura, l'ex sindacalista Arturo Labriola al Lavoro, massone come Luigi Fera, ministro della Giustizia, e Giulio Alessio. All'Istruzione lo Statista volle il sommo pensatore italiano del Novecento, Benedetto Croce, storico e “filosofo di buon senso”, come egli disse quando lo vide all'opera nel ministero oggi nelle mani di una giovine inconcludente. Si circondò di cuneesi: Camillo Peano, ministro dei Lavori pubblici; Marco di Saluzzo, sottosegretario agli Esteri e Giovanni Battista Bertone, popolare, alle Finanze; Marcello Soleri, cui affidò il commissariato per approvvigionamenti e consumi alimentari, cioè l'abolizione del prezzo politico del pane, rovina dell'erario.

Debito pubblico...
All'insediamento del governo Giolitti sintetizzò il programma per risanare il Paese: sovranità del Parlamento anziché litania di decreti-legge come accadeva dal 1914 (malvezzo imperante nell'Italia giallorossa di Conte, democratici e pentastellati, lotta alle “delittuose speculazioni”, freno all’emissione di moneta cartacea (fomite dell'inflazione), promozione della produzione cerealicola (la mussoliniana “battaglia del grano” non inventò nulla rispetto all'età di Giolitti e di Vittorio Emanuele III, che seguiva di persona la sperimentazione agricola, sull'esempio dei poderi modello allestiti a Pollenzo già da Carlo Alberto), riduzione delle spese militari superflue, avocazione dei profitti di guerra, progressività delle imposte e in specie delle tasse sulle successioni, nominatività dei “titoli al portatore di qualsiasi specie, azioni, obbligazioni, rendite di Stato, cartelle fondiarie e simili, eccettuati solamente i buoni del Tesoro”: una montagna di 70 miliardi di lire che sfuggivano alle imposte. A quel modo avrebbe anche stanato la “finanza vaticana”.
Quasi non toccò la politica estera. Non per trascuratezza. Poiché era aggrovigliata, l'avrebbe affrontata quando lo Stato sarebbe tornato sicuro di sé.
A chi gli chiedeva di confiscare i beni della Corona rispose che, dopo le generose donazioni fatte da Vittorio Emanuele III allo Stato, erano ormai pochi centesimi.  A chi, da sinistra, voleva l'abolizione della guardia regia replicò che costoro l’avrebbero soppiantata con la guardia rossa. Pensava a quanto avveniva in Russia. Le sue linee maestre erano “pace all'estero e pace all'interno”, superamento della lotta muro contro muro tra operai e datori di lavoro attraverso la cooperazione. Ribadì: “Ognuno, secondo le sue convinzioni, può e deve aiutare l'opera dello Stato; non dico l'opera del governo, dico l'opera dello Stato”.  Al Senato spiegò perché il governo comprendeva esponenti di partiti diversi: liberali, democratici e popolari, tutti costituzionali. La proporzionale aveva frantumato la Camera in undici gruppi parlamentari. Mentre i socialisti contavano oltre 150 seggi e i popolari un centinaio, i “liberali” erano spappolati in varie denominazioni e privi di un'organizzazione unitaria. Il primo “partito liberale” nazionale, presieduto dal genovese Emilio Borzino, che non è il più famoso tra i politici italiani, nacque solo nell'ottobre 1922 quando il liberalismo volgeva al crepuscolo. Per governare, l'esecutivo doveva contare su un'ampia e stabile maggioranza parlamentare: non su compromessi ideologici, su gruppi litigiosi e inconcludenti (come anche oggi accade), bensì sul “senso del dovere dei politici verso la Patria”. Quasi quarant'anni prima, nella Lettera indirizzata agli elettori del I collegio di Cuneo il 15 ottobre 1882 aveva scritto: “Allorché gli uomini di Stato più eminenti e gli operai sono concordi in un programma, vi ha la certezza che questo risponde ai veri bisogni del Paese”.

...avocazione al Parlamento del potere di dichiarare guerra...
Due erano gli obiettivi fondamentali del quinto governo Giolitti. In primo luogo la modifica dell'articolo 5 dello Statuto: “senza la preventiva approvazione del Parlamento non vi può essere dichiarazione di guerra”. Questa andava trasferita dalla Corona ai rappresentanti dei cittadini, sui quali ricade il peso delle decisioni supreme: vite umane e impoverimento, come era avvenuto nella Grande guerra. Sino a quel momento nessun uomo politico aveva mai messo in discussione la prerogativa principale del sovrano: la dichiarazione di guerra. Giolitti lo fece, proprio perché monarchico, liberale, conservatore: per le istituzioni, i cui titolari non sempre sono consci dei loro doveri. Lo propose alla luce della catastrofe delle teste coronate spazzate via dalla sconfitta: lo zar di Russia, eliminato dai bolscevichi con l'intera famiglia; gli imperatori di Austria-Ungheria e del Reich germanico e il sultano di Istanbul, tutti costretti all'esilio da rivoluzioni dei loro popoli ancor più che dalle vittorie del nemico.
Già nel citato Discorso di Dronero del 1919 Giolitti aveva pronunciato parole da rileggere mentre il governo oggi in carica anziché aprire un vero confronto sulla politica estera (alleanze, posizione dell'Italia in Libia...) pretende di limitarsi a “informative”, senza dibattito né votazioni (e così scopre il fianco del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, costretto a ripetere che le alleanze non sono porte girevoli). Fra altro osservò: “Nei nostri ordinamenti politici interni esiste la più strana delle contraddizioni. Mentre il potere esecutivo non può spendere una lira, non può modificare in alcun modo gli ordinamenti amministrativi, non può né creare né abolire una pretura, un impiego d'ordine senza la preventiva approvazione del Parlamento, può invece per mezzo di trattative internazionali assumere, a nome del Paese, i più terribili degli impegni che portano inevitabilmente alla guerra; e non solo senza l'approvazione del Parlamento, ma senza che né Parlamento né Paese ne siano, o ne possano essere in alcun modo informati. Questo stato di cose va radicalmente mutato”. Occorreva dunque abolire i trattati segreti, come l'accordo di Londra del 26 aprile 1915, germe di conseguenze disastrose per la miopia di chi l'aveva stipulato all'insaputa delle Camere. Aggiunse: “sarebbe una grande garanzia di pace se in tutti i paesi fossero le rappresentanze popolari a dirigere la politica estera; poiché così sarebbe esclusa la possibilità che minoranze audaci, o governi senza intelligenza e senza coscienza, riescano a portare in guerra un popolo contro la sua volontà”.
Contrariamente a quanto ritennero alcuni cortigiani e reazionari particolarmente ottusi, la proposta giolittiana non era affatto anti-monarchica. Essa, anzi, mirava a tenere separata la responsabilità del Re da quella di presidenti del Consiglio e di ministri corrivi a confiscare la sovranità e a decidere all'insaputa delle Camere, così esponendo la Corona ai rischi di una disfatta militare che fatalmente ne avrebbe comportato il crollo, come poi accadde.
Nel corso dei secoli lo stato sabaudo aveva subito invasioni e perso battaglie, ma neppure nei momenti più drammatici era stato debellato perché i suoi sovrani avevano sempre contato sul leale sostegno della popolazione che si riconosceva nei duchi e re di Savoia. Lo si era veduto ai tempi di Carlo Emanuele I, di Vittorio Amedeo II, di Carlo Emanuele III. Quanto era valso nei secoli della monarchia consultiva e amministrativa valeva ancor più con l'avvento di quella costituzionale, come ha bene spiegato Domenico Fisichella nella sua imponente trilogia dal Risorgimento al 1940 (ed. Pagine). Dopo la sconfitta di Novara (23 marzo 1849) il regno aveva fatto quadrato attorno a Vittorio Emanuele II che aveva rifiutato di abolire lo Statuto. Quel “patto”, però, andava aggiornato alla luce dell'esperienza maturata durante la Grande guerra e di trattati di pace niente affatto lungimiranti.
Con argomenti attualissimi Giolitti rivendicò la centralità della rappresentanza elettiva, tenuta a mostrare con i fatti di volere e sapere esercitare i poteri statutari.
...e risanamento dell'istruzione pubblica
L'altro caposaldo, parimenti attualissimo, del programma del V governo giolittiano fu la “completa trasformazione dell'istruzione pubblica, che è fra tutte le nostre istituzioni quella che procede con maggior disordine e con minor efficacia”. Fermo nel ritenere che “un popolo tanto vale quanto sa”, spiegò che il mondo scolastico, “vecchio, chiuso, arretrato”, autoreferenziale, andava “aperto largamente al sole della libertà, la più efficace delle spinte al progresso”. Parlava sulla scorta delle esperienze dei figli e dei numerosi nipoti. Il rinnovamento dell'istruzione pubblica andava promosso di concerto con l'“alta industria”, “in modo da attrarre all'insegnamento le migliori intelligenze del paese e da costringere gli insegnanti a tenersi perfettamente al corrente delle scienze”. A tale scopo le cattedre, soprattutto delle discipline “esatte”, anziché popolate di precari, andavano rimesse a concorso ogni dieci anni. Chi non si aggiornava andava sostituito dai più preparati.
Il suo criterio di governo fu:“dire sempre al Paese la rude verità, abbandonando la vuota retorica, la quale, ponendo sotto falsa luce fatti e apprezzamenti, costituisce una delle forme più insidiose di menzogne”. Come accennato, nei discorsi di insediamento del governo alla Camera e al Senato Giolitti spiegò perché non intendeva esporre il programma nella politica estera. Gli occorreva anzitutto conoscerne lo stato vero alla luce della documentazione: premessa per affrontare le molte e complesse articolazioni, in specie con riferimento alla “questione adriatica”, di cui quella di Fiume era un gradiente aspro da superare in una visione più larga di quella sino a quel momento dominante.
Il 15 luglio non esitò a dichiarare ai senatori di aver accettato un mandato forse superiore alle sue forze per “sentimento del dovere” verso “una Alta volontà”: quella del Re.
Un suo autorevole biografo, Nino Valeri, iniziato massone con Gabriellino d'Annunzio in un'officina della Gran Loggia d'Italia quando da “agente cinematografico” collaborava con il figlio del Vate, dedicò al V e ultimo governo Giolitti pagine fondate sul preconcetto che l'anziano Statista non fosse più “in linea” con i tempi nuovi, con gli umori che alimentavano il rivoluzionarismo dilagante dall'estrema destra alla sinistra. In realtà Giolitti ebbe chiarissima la percezione che i princìpi ispiratori della dirigenza politica durata dall'unificazione nazionale alla Grande Guerra rimanevano patrimonio di una minoranza di patrioti veri, dediti agli interessi generali permanenti dell'Italia anziché ai propri personali o a quelli di fazioni partitiche. Egli stesso aveva concorso a promuoverne il radicamento con le grandi riforme d'inizio secolo e con il conferimento del diritto di voto ai maschi maggiorenni, anche se analfabeti. Comprendeva la genesi dello sperimentalismo e del disordine del dopoguerra, ma ritenne che il governo non potesse né dovesse subirlo e assecondarlo, vivendo di esperimenti, di appelli alle piazze, di incitamento alla rissa tra vacue ideologie, come oggi accade. All'opposto sentiva il dovere di “rialzare l'autorità del Parlamento” per “rialzare l'autorità dello Stato”, accompagnandolo con il monito che “non bisogna confondere lo Stato col Governo. Il Governo è il servitore dello Stato, e nient'altro”.
La Camera alla quale si rivolse nel giugno-luglio del 1920 comprendeva una esigua pattuglia di nazionalisti ma ancora nessun “fascista”. Alle elezioni del 16 novembre 1919 Mussolini aveva raccattato circa 2500 preferenze sui 5.000 voti andati alla sua lista: un risultato mortificante. Nondimeno alla Camera sedevano molti esagitati, massimalisti, estremisti, integralisti, fautori del tanto peggio tanto meglio. Per venirne a capo occorreva una lunga stagione di armonia tra gli Stati, il trascorrere del tempo, che è sempre la medicina migliore. Non fu Giolitti a decidere l'autoesclusione degli USA dalla Lega delle Nazioni, l'ingorda spartizione delle colonie tedesche tra Gran Bretagna e Francia, l'esasperazione dei vinti attraverso politiche punitive. Cercò di mettere ordine almeno in Italia, “in casa”.
Era guidato da un concetto di bruciante attualità: “Seguire una politica che possa condurre ad altre guerre significherebbe condannare sin d'ora a morte due milioni di nostri figli o dei nostri nipoti, e condannare l'Italia ad un altro mezzo secolo di esaurimento economico per arricchire un'altra generazione di speculatori; e ciò nell'ipotesi che in una nuova guerra si abbia di nuovo una completa vittoria, poiché in caso di sconfitta le condizioni dell'Italia diverrebbero molto peggiori di quelle dei popoli che in questa guerra furono vinti”: parole profetiche ma non abbastanza comprese. Perciò l'esempio dello Statista che quasi ottantenne si fece carico del governo d'Italia merita di essere rievocato e meglio conosciuto: non fu un segmento qualunque nella sequenza dei sei governi susseguitisi nel dopoguerra prima dell'avvento di Mussolini. Le dimissioni di Giolitti un anno dopo l'insediamento segnarono l'eclissi del liberalismo italiano in un'Europa che si avviava alla seconda catastrofica fase della Guerra dei Trent'anni (1914-1945).
Cinque volte presidente del Consiglio non ha monumenti. Quindi la sua “esteriorità” non rischia. A farne ricordare l'opera fu il presidente  Carlo Azeglio Ciampi nella visita a Cuneo, nel 2003.Quando si recò a Cuneo, Napolitano lo ignorò. Mattarella, che rese omaggio a Einaudi in Dogliani, è in tempo riproporlo ai “governanti” di oggi e di domani.

Aldo A. Mola

domenica 21 giugno 2020

Guelfo Civinini, scrittore dimenticato


di Emilio del Bel Belluz
Una citazione che trovai in un vecchio volume di letteratura diceva: “Genitoribus atque magistris, numquam satis”. “Ai genitori e ai maestri non si  rende mai abbastanza”. Queste sono  le parole più belle che lo scrittore Guelfo Civinini merita di trovare nella sua strada. L’Italia letteraria non ha ancora avuto il tempo di ricordare una delle penne più illustri che abbia avuto. Lo scrittore Guelfo Civinini nacque a Livorno l’ 1 agosto del 1973, e morì a Roma il 10 aprile 1954. Fu un autore prolifico di volumi di versi, di racconti, e di libri di viaggio. La sua professione di giornalista gli permise d’andare  in molte parti del mondo dove la guerra imperava,  e di rendere importanti i suoi scritti che sono testimonianze di molti momenti storici. Per questo scrisse della guerra di Libia e della Grande Guerra, che gli fecero guadagnare alcune medaglie al valore, non solo come scrittore, ma anche come soldato. Lo scrittore Panzini diceva che non aveva ancora capito, cosa lo avesse portato ad amare il mondo dei libri e la scintilla che gli aveva acceso la passione. Nel caso di Guelfo Civinini le cose andarono diversamente, a scuola veniva premiato per la sua grande dote: quella di scrivere. I suo temi erano amati anche dal suo preside che era un critico letterario, Giuseppe Chiarini, e un giorno richiamandolo,  in modo forte e tenace  per una bugia che aveva detto gli disse: “ Sai come finirai tu? Giornalista ! Ecco giornalista”. Il critico aveva letto bene nel cuore del giovane, gli aveva previsto la strada che avrebbe fatto. La grandezza di uno scrittore  passa attraverso le letture che ha fatto. Un tempo non c’erano molti libri, i libri erano un tesoro prezioso. In molte famiglie italiane l’unico libro che possedevano era la Bibbia,  testo sacro che non poteva mancare. Nei paesi solo il parroco aveva una biblioteca. Guelfo a scuola era uno studente molto attento e bravo e una volta venne premiato con dei libri. ” Questo  premio gradito gli cambiò la vita, passò quindi un’ estate immerso nei volumi che gli avevano donato, si trattava  di opere come:  I miserabili di Victor Hugo, l’Orlando Furioso, l’Assedio di Firenze e l’Odissea. Più si legge, più si impara a scrivere.  Qualcuno scrisse:” Più libri leggi e meno pugni prendi dalla vita”. Guelfo Civinini, grazie  allo scrittore Ugo Oietti, fu presentato al direttore del Corriere della Sera, Luigi Albertini, era il 1907. Rimarrà in questa redazione fino al 1920, e vi uscirà poi per alcune questioni legate ad una collaborazione che aveva avuto anche con un altro giornale. Tutto si snodò nel periodo in cui Gabriele D’Annunzio visse la sua stagione Fiumana.  L’avventura lo aveva coinvolto talmente tanto che non aveva onorato con precisione gli impegni che aveva assunto con il Corriere della Sera, e il suo direttore si era infuriato. Guelfo divenne amico di D’Annunzio e partecipò all’impresa di Cattaro, come visse  i preparativi per Il volo su Vienna. La vita dello scrittore fu avventurosa, come l’aver conosciuto Gabriele  d’Annunzio, e aver visto tanti avvenimenti storici in prima persona. Una volta i giornalisti  mettevano a repentaglio la propria vita, anche adesso capita che qualcuno muoia. Penso ad Almerigo Grilz, giornalista di Trieste, che morì in Mozambico, ed  è sepolto sotto un grande albero. La scrittrice Gianna Preda scrisse  sul dramma di Guelfo: “ Tanti anni fa, quando Guelfo Civinini “era re”, cioè quando percorreva in carovana l’altopiano etiopico e piantava la tenda all’ombra dei sicomori, egli fu colpito, durante una delle  sue soste in Italia, da una sventura atroce. La sua figliola unica, Giuliana, sedicenne, ch’era stata compagna sua nei lunghi viaggi africani, presa da uno di quegli scoramenti irresistibili che talvolta colgono gli adolescenti, si uccise con un colpo di moschetto, nella torre che allora Civinini  possedeva in Maremma. Il dolore del padre fu quello che può essere immaginato da chi conosce l’uomo, che ha capacità di sentimenti profondi e impetuosi. Poi, la piena della disperazione si calmò, e gli restò l’acerbo rimpianto di quella sua bambina perduta.  Non sapendo che fare di meglio per onorare almeno il nome, egli decise di fondare un premio letterario; ché proprio allora cominciava la stagione dei premi. E raggranellate centomila di allora, fece gli atti necessari per una vera e propria Fondazione Giuliana Civinini … il premio era dedicato a un’ opera letteraria o storica attinente all’Africa, e alla Colonizzazione e al lavoro degli italiani laggiù”.  Guelfo Civinini era uno scrittore amato anche da Indro Montanelli che lo considerava un suo maestro e non lo dimenticò mai. Nel 1939 fu nominato Accademico  D’Italia. La sua fama divenne importante già nel 1933 per aver vinto il Premio Mussolini per la letteratura conferitogli dall’Accademia D’Italia. Basterebbe il conferimento del Premio Viareggio nel 1937 con il libro La trattoria di paese per consacrarlo tra i grandi scrittori e farlo riemergere dall’ingiusto oblio. Questo libro non si trova con facilità nelle librerie, come invece dovrebbe essere. Fu vicino alle posizioni fasciste firmando il Manifesto degli intellettuali fascisti, nel 1925. Le sue posizioni nazionaliste erano chiare e traspaiono  nei suoi scritti. Amico di Balbo ebbe un grande aiuto nel momento  in cui cercò di organizzare una spedizione in Africa alla ricerca  dei resti dell’esploratore Vittorio Bottego, che era morto nel 1897. Ebbe come compagno il principe Marescotti Ruspoli. Tale esplorazione non portò a un esito positivo. Gli indicarono un grosso albero secolare dove si pensava fosse sepolto Bottego, ma dopo gli scavi non fu recuperato nulla. Allora incisero su una roccia il nome dello sfortunato esploratore e una croce, il simbolo della fede, perché solo Dio conosceva il posto dove era sepolto.
  Come giornalista riniziò  nel 1930 la collaborazione con il Corriere della Sera e scrisse pure  sul mensile del giornale, La lettura.  Salvator Gotta, scrittore, lo conobbe molto bene e scrisse un profilo sul suo Almanacco. Il caro Guelfo! Come giornalista... soldato, come poeta, come narratore… scapigliato . Lo conobbi a Parella, anche  lui,  nei primi anni del secolo, quando Luigi Albertini  aveva  appena inaugurato la sua villa. Civinini, come Barzini, godeva le simpatie del direttore... Lo rividi in guerra; era dei pochi giornalisti che seguisse le azioni di guerra da vicino, per cui si guadagnò parecchie medaglie al valore. Dopo la prima guerra mondiale, irrequieto, andò in Africa Settentrionale, e vi rimase parecchi anni. Tornato, lo ritrovai a Roma, a Firenze, sempre in divisa militare, abbronzato come se la pelle gli si fosse ridotta  cuoio. Eppure, così pressato sempre da inquietudini di giramondo, aveva un animo mite, una vena chiara, squisita di poeta e di raccontatore. Ed era un sì prezioso amico!”   Dopo un primo matrimonio, rimasto vedovo si risposò  nel 1942 e nel 1944 nacque la figlia Annalena. Su questa figlia non sono riuscito a trovare  delle notizie, non so se sia ancora viva. La vita di Guelfo conobbe anche delle difficoltà, si era allontanato dalle precedenti posizioni politiche e per questo gli impedirono di vendere i suoi libri. Questa è una cosa molto triste per uno scrittore, non vedere la sue opere esposte nelle librerie. Guelfo era un uomo onesto, e amava la vita. Quello che forse lo ferì di più fu l’accusa che gli fecero di profitti illeciti. Per questo rispose alle accuse con degli esposti. Il 10 febbraio 1947 scrisse a chi lo accusava. “ Data la mia condizione di vero e proprio nullatenente, l’addebito di una somma (le famose 400.000 lire) che è per me favolosa potrebbe anche lasciarmi indifferente e forse anche procurarmi, in mezzo alle difficoltà in cui mi dibatto, un momento di malinconico buonumore, se in tale addebito  non fosse implicata una imputazione di carattere morale, quel è quella di aver tratto dalla mia attività di scrittore e di cittadino un illecito lucro che profondamente mi ferisce e mi offende”. (Esposto del 10 febbraio 1947 inviato da Civinini). Questa sua confessione fa capire l’animo dello scrittore, e la sua onestà. Mi sono venute in mente le parole di Walter Scott: “ Se perdiamo tutto il nostro avere, preserviamo almeno immacolato l’onore”.  La vicenda si concluse in modo positivo per lo scrittore. Tra le sue tante pagine scritte e divulgate dalla stampa, a dimostrazione che la sua penna era davvero straordinaria, riporto quanto scrisse, in un suo articolo comparso sul Corriere della Sera l’otto giugno 1934. “ Il castagno è l’albero della serenità e del sorriso. E’ anche quello della Provvidenza. E’ “l’albero del pane ” nostrano. Quanta gente nostra montanina si nutre principalmente  di castagne! Le statistiche dell’immediato dopo guerra davano una produzione annua intorno ai seimilioni di quintali. Oggi con le cure date dalla Forestale alla restaurazione dei nostri boschi, immagino che sia cresciuta. Ma può crescere ancora. Duce, dopo quella del grano c’è un’altra bella battaglia da combattere: questa”. Nel 1953, un anno prima della sua morte, vinse il Premio Speciale Marzotto per la narrativa con Lungo la mia strada.

Cosacchi arruolati nel Regio Esercito


 di Paolo Casotto

Le Armate italiane nella campagna di Russia hanno incontrato combattenti di tutte le regioni dell’immenso territorio sovietico. L’Esercito russo in base alle caratteristiche del suo popolo, inseriva i suoi soldati in Unità interamente costituite da uomini e Ufficiali provenienti dalla stessa regione. Questo per una maggiore coesione e fiducia reciproca.
La popolazione cosacca, carica di sentimenti avventurieri, custode della sua cultura, tradizioni e della sua autonomia, ha dimostrato sempre nella storia la sua fedeltà e rigore verso la parte per cui combatteva.
Nella campagna napoleonica in Russia, il Corpo dei Cosacchi fu essenziale per indebolire le fila dell’Armata francese, ed era costituito da fedeli soldati dello Zar. Nella guerra civile russa 1918-22, i cosacchi erano allineati con le armate bianche, donarono il loro sangue  contro i bolscevichi. Nel corso della seconda guerra mondiale, invece, i cosacchi fornirono il loro braccio su entrambi i fronti: alla Russia, ma anche poi alle truppe dell’Asse.
La loro forza risaltava dalla loro determinazione, unicità e grande autonomia. Il Comando dell’8^ Armata in Russia, arruolò nelle sue fila, una formazione irregolare Cosacca a cavallo, la formazione era a livello “Sotnja” (squadrone). L’Unità era chiamata “Banda Campello” dal nome del suo Comandante, il Maggiore di cavalleria Raineri di Campello, costituita nel luglio 1942.  La maggior parte degli appartenenti a questa Unità erano prigionieri a cui era stata offerta l’opportunità di combattere a fianco dell’Asse.
All’inizio, questa formazione autonoma di cavalleria straniera per motivi di sicurezza e fiducia era impegnata solo come Unità esplorante e da ricognizione. Dopo un periodo di prova l’Unità di cavalleria si scontrò più volte contro i corazzati russi e riuscì a dimostrare il prestigio e l’onore del combattimento. A causa del ferimento del suo Comandante e del suo rimpatrio, l’Unità assunse la denominazione di “Gruppo Cosacco Savoia” al comando del Capitano di cavalleria, Giorgio Stavro Santarosa.

L’Unità rientrò in Italia nel giugno 1943, al seguito del  II° Corpo d’Armata per il suo riordino, completamento per le perdite subite e per tutte le funzioni logistico amministrative necessarie. L’intenzione era di riempire i vuoti delle perdite con ausiliari russi arrivati in Italia al seguito dei Reparti italiani e con le colonie cosacche presenti in Albania. L’Unità cambiò denominazione in: “Banda Irregolare Cosacca”. Lo Stato Maggiore del Regio Esercito, Ufficio Ordinamento emanava a luglio 1943, le disposizioni per il riordinamento e completamento della “Banda Irregolare Cosacca”, affinché, fosse al più presto completata e riordinata, per il successivo invio in Albania a disposizione del Comando della 9^ Armata. Nel mese di agosto 1943 giunse una nuova serie di aggiunte e varianti alla formazione e agli organici della “Banda Irregolare Cosacca”. Queste varianti prevedevano un comando italiano, un comando cosacco e tre sotnje (squadroni) con personale cosacco. Tutto il personale era armato con armamento italiano anche se venivano mantenute le armi bianche tradizionali del Corpo. Il personale cosacco della sotnja del Don era armato con sciabola cosacca, il personale della sotnja del Kuban era armato con pugnale cosacco. L’organico di una sotnja era di tre Ufficiali, sette Sottufficiali e settantuno cavalieri. Con l’arrivo dell’otto di settembre, e l’occupazione delle truppe germaniche ,il Comandante dell’Unità Cosacca dispose lo scioglimento del Gruppo. I cosacchi con la perdita di riferimenti e comandanti, finirono nei reparti germanici e nelle file partigiane. Nella campagna d’Italia 43-45 le loro fila si assottiglieranno. Al termine della guerra, i pochi sopravissuti saranno i cosacchi che aiutati da italiani troveranno una nuova casa e una nuova famiglia.