NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 17 marzo 2020

1820-2020 IL BICENTENARIO DEL RE VITTORIO EMANUELE II


di Gianluigi Chiaserotti

Cade nel corrente anno il secondo centenario della nascita del primo Re d’Italia, Vittorio Emanuele II di Savoia.
Una delle fondamentali Figure nella storia del Casato e del Risorgimento Italiano.
Vittorio Emanuele (Maria Alberto Eugenio Ferdinando Tommaso) nacque a Torino il 14 marzo 1820, figlio primogenito del Re Carlo Alberto (1798-1849)  e di Maria Teresa d’Absburgo Lorena (1801-1855).
In seguito ai moti del 1821 i Principi di Carignano si trasferirono in Toscana, ove, il 16 settembre 1822, nella villa granducale di Poggio Imperiale, per poco  venne meno che il piccolo Vittorio perdesse la vita nelle fiamme appiccatesi per l’imprudenza della nutrice, Teresa Zanotti Racca, alla zanzariera del suo letto.
Fu salvo per il sacrificio della nutrice medesima.
Sorse quindi la leggenda che il piccolo principe fosse morto e che fosse stato sostituito da un bambino di origini popolane.
Ciò, a nostro modo di vedere, non poteva assolutamente essere  in quanto la madre, Maria Teresa, aspettava il secondo figlio, Ferdinando Maria Alberto (1822-1855), che sarebbe venuto al mondo il 15 novembre 1822.
Vittorio Emanuele II, come detto, è una fondamentale figura per la Storia d’Italia, ma è per il  decennio ‘48-’59 che va certamente ricordato.
Dopo la “Fatal Novara” [dalla poesia “Miramar” di Giosuè Carducci (1835-1907)], il Re Carlo Alberto abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele, ed il 29 marzo 1849 il nuovo Re si presentò davanti al Parlamento per pronunciare il giuramento di fedeltà, quindi, il giorno successivo, lo sciolse, indicendo nuove elezioni.
Tali elezioni non espressero una buona Camera, quindi il Re, dopo aver pronunciato il famoso “proclama di Moncalieri” (20 novembre 1849), con cui si invitava il popolo a scegliere rappresentanti consci della tragica ora dello Stato, sciolse nuovamente il Parlamento, per fare in modo che i nuovi eletti fossero di idee più pragmatiche.
Il nuovo Parlamento risultò composto per due terzi da moderati favorevoli al governo di Massimo Taparelli d’Azeglio (1798-1866) e quindi il 9 gennaio 1850 il trattato di pace con l’Austria (a cui il Re teneva molto) venne, infine, ratificato.
Ma ecco che, in questi anni, sorse un astro illuminato.
Fu Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861), già candidatosi al Parlamento nell’aprile 1848, ma, non eletto, lo fece nuovamente nelle elezioni suppletive del 26 giugno 1848, e lo fu in ben quattro collegi elettorali, ma optò per quello di Torino.
Il 4 luglio, prese, per la prima volta, la parola alla Camera del Parlamento Subalpino.
Da quel momento la vita del Cavour nuovamente cambiò.
Da gentiluomo di campagna e giornalista, finalmente si immerse nella vita pubblica del suo Piemonte ed, appunto, nel Parlamento Subalpino.
Il Conte vi entrò, pur mantenendo una linea politica indipendente, cosa che non lo escluse da critiche ma che lo mantenne in una situazione di anonimato fino alla proclamazione delle leggi Siccardi [dal nome del Senatore del Regno, Giuseppe (1802-1857) che le propose], che prevedevano l’abolizione di alcuni privilegi relativi alla Chiesa, già abrogati in molti Stati europei.
Vittorio Emanuele fu sottoposto a pesantissime pressioni da parte delle gerarchie ecclesiastiche, affinché non promulgasse quelle leggi considerate “sacrileghe”.
Il Re, che pur non essendo bigotto come il padre era molto superstizioso, dapprincipio promise che si sarebbe opposto alle leggi, scrivendo addirittura una lettera al Papa nella quale rinnovava la sua devozione di cattolico e si ribadiva fiero oppositore di tali provvedimenti.
Tuttavia quando il Parlamento approvò le leggi, si disse dispiaciuto, ma lo Statuto non gli consentiva di opporvisi.
L’attiva partecipazione del Cavour alla discussione sulle leggi ne valse l’interesse pubblico, ed alla morte di Pietro de Rossi di Santarosa (1805-1850), egli divenne nuovo ministro dell’Agricoltura, cui si aggiunse la carica, dal 1851, di ministro delle Finanze del governo d’Azeglio.
Promotore del cosiddetto “connubio” (tra il centrodestra ed il centrosinistra in senso liberale), Cavour divenne il 4 novembre 1852 Presidente del Consiglio del Regno, nonostante l’avversione che Vittorio Emanuele II e d’Azeglio nutrivano nei suoi confronti.
Malgrado l’indiscusso connubio politico, fra i due mai corse grande simpatia, anzi Vittorio Emanuele più volte ne limitò le azioni, arrivando persino a mandargli in fumo svariati progetti politici, alcuni dei quali anche di notevole portata.
Però in tutto questo decennio la  storia è più che nota.
Fu, da parte del Cavour, un tessere, giorno per giorno, momento per momento, occasione per occasione, le maglie diplomatiche per l’unificazione dell’Italia sotto la fulgida guida del Re di Sardegna, Vittorio Emanuele II.
Le occasioni ed i momenti fondamentali furono, senza dubbio: la guerra di Crimea (ottobre 1853-gennaio 1856) e quindi l’appoggio piemontese alla Francia ed al Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord contro la Russia; il conseguente congresso (25 febbraio/16 aprile 1856) e trattato (30 marzo 1856) di Parigi, che sanzionò la sconfitta russa nella guerra di Crimea, ed ove il Conte di Cavour pose abilmente all’attenzione delle potenze europee la questione italiana, ed, infine, gli accordi di Plombières (les-Bains), conclusi il 20 luglio 1858 con l’imperatore dei francesi Napoleone III (1808-1873), i quali prevedevano l’aiuto della Francia al Piemonte per muovere guerra all’Austria, con la cessione di Nizza e della Savoia alla Francia medesima.
Prima della Guerra di Crimea però il Re disse all’ambasciatore francese: «Se noi fossimo battuti in Crimea, non avremmo altro da fare che ritirarci, ma se saremo vincitori, benissimo! questo varrà per i Lombardi assai meglio di tutti gli articoli che i ministri vogliono aggiungere al trattato [...] se essi non vorranno marciare, io sceglierò altri che marceranno... ».
In un clima internazionale così teso, l’italiano Felice Orsini attentò alla vita di Napoleone III (1808-1873) facendo esplodere tre bombe contro la carrozza imperiale, che rimase illesa, provocando otto morti e centinaia di feriti. Nonostante le aspettative dell’Austria, che sperava nell’avvicinamento di Napoleone III alla sua politica reazionaria, l’Imperatore francese venne convinto abilmente da Cavour che la situazione italiana era giunta a un punto critico e necessitava di un intervento sabaudo.
Fu così che si gettarono le basi per un’alleanza sardo-francese, nonostante le avversità di alcuni ministri di Parigi. Grazie anche all’intercessione di Virginia Oldoini, contessa di Castiglione (1837-1899) e di Costantino Nigra (1828-1907), i rapporti tra Napoleone e Vittorio Emanuele divennero sempre più prossimi.
La notizia dell’incontro di Plombières trapelò nonostante tutte le precauzioni. Napoleone III non contribuì a mantenere il segreto delle sue intenzioni, se esordì con questa frase all’ambasciatore austriaco: «Sono spiacente che i nostri rapporti non siano più buoni come nel passato; tuttavia, vi prego di comunicare all’Imperatore che i miei personali sentimenti nei suoi confronti non sono mutati.».
Dieci giorni dopo, il 10 gennaio 1859, Vittorio Emanuele II si rivolse al parlamento sardo con la celebre frase del «grido di dolore», il cui testo originale è conservato nel castello di Sommariva Perno: «Il nostro paese, piccolo per territorio, acquistò credito nei Consigli d’Europa perché grande per le idee che rappresenta, per le simpatie che esso ispira. Questa condizione non è scevra di pericoli, giacché, nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi!».
In Piemonte, immediatamente, accorsero i volontari, convinti che la guerra fosse imminente, ed il Re cominciò ad inviare truppe sul confine lombardo, presso il Ticino.
Ai primi di maggio 1859, Torino poteva disporre sotto le armi di 63.000 uomini. Vittorio Emanuele prese il comando dell’esercito e lasciò il controllo della cittadella di Torino al principe Eugenio di Savoia-Carignano (1816-1888).
Preoccupata dal riarmo sabaudo, l’Austria pose un ultimatum a Vittorio Emanuele II, su richiesta anche dei governi di Londra e di San Pietroburgo, che venne immediatamente respinto.
Ritiratisi gli austriaci da Chivasso, i franco-piemontesi sbaragliarono il corpo d’armata nemico presso Palestro e Magenta, arrivando a Milano il giorno 8 giugno 1859.
I Cacciatori delle Alpi, capitanati da Giuseppe Garibaldi (1807-1882), rapidamente occuparono Como, Bergamo, Varese e Brescia: soltanto 3.500 uomini, male armati, che ormai stavano marciando verso il Trentino. Ormai le forze asburgiche si ritiravano da tutta la Lombardia.
Decisiva fu la battaglia di Solferino e San Martino.
Dopo questa battaglia, moti insurrezionali sorsero un po’ in tutta Italia e Giuseppe Garibaldi, contro il volere del Cavour, ma con l’appoggio del Re, il 5 maggio 1860 partì (con il suoi “1000”) dallo scoglio di Quarto (Genova) e giunse in Sicilia.
Si assicurò l’isola, dopo aver sconfitto l’esercito  borbonico, in nome di «Vittorio Emanuele Re d’Italia».
Già in quelle parole si prefigurava il disegno del Nizzardo, che non si sarebbe certo fermato al solo Regno delle Due Sicilie, ma avrebbe marciato su Roma. Tale prospettiva era contro i progetti piemontesi, che adesso vedevano incombere il pericolo repubblicano e rivoluzionario e, soprattutto, temevano l’intervento di Napoleone III nel Lazio.
Vittorio Emanuele, alla testa delle truppe piemontesi, invase lo Stato Pontificio, sconfiggendone l’esercito nella Battaglia di Castelfidardo. Napoleone III non poteva tollerare l’invasione delle terre papali, e più volte aveva cercato di dissuadere Vittorio Emanuele II dall’invasione delle Marche, comunicandogli, il 9 settembre, che:
«Se davvero le truppe di V. M. entrano negli stati del Santo Padre, sarò costretto ad oppormi [...] Farini mi aveva spiegato ben diversamente la politica di V. M.».
L’incontro con Garibaldi, passato alla storia come “incontro di Teano”, avvenne il 26 ottobre 1860: veniva riconosciuta la sovranità di Vittorio Emanuele II su tutti i territori di quello che fu il Regno delle Due Sicilie.
Con l’entrata di Vittorio Emanuele a Napoli, la proclamazione del Regno d’Italia divenne imminente.
Rinnovato il parlamento, con Cavour primo ministro, la sua prima seduta, comprendente deputati di tutte le regioni annesse (tramite plebiscito), avvenne il 18 febbraio 1861.
Ed il 17 marzo 1861, nella nobile e suggestiva cornice dell’aula del Parlamento Subalpino di Palazzo Carignano di Torino, fu proclamato il Regno d’Italia.
La rivoluzione aveva dato forza alla diplomazia, ma, senza quest’ultima, la rivoluzione non avrebbe nulla concluso.
Però codesto spirito rivoluzionario, imbaldanzito dalla fortuna, era divenuto l’anima di una partito detto “di azione” che, insofferente di indugi, pretendeva di imporsi allo Stato e di trascinarlo alle più arrischiate avventure.
L’Italia era unificata, ma senza la capitale a Roma l’opera non poteva, non doveva essere completa. Infatti il 25 marzo 1861, il deputato di Bologna, Rodolfo Audinot (1814-1874), tenne alla Camera un vibrante discorso sulla questione romana, che dette lo spunto al Cavour per le sue celebri dichiarazioni e per l’emanazione dell’ordine del giorno con il quale Roma era proclamata capitale d’Italia [“(…) non ci sarebbe stata l’Italia unita se Roma non fosse stata la Capitale”].
Questa fu la formula assunta dal Parlamento per il Regno d’Italia: «Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il titolo di re d’Italia. Gli atti del governo e ogni altro atto che debba essere intitolato in nome del Re sarà intestato con la formola seguente: (Il nome del Re) Per Provvidenza divina, per voto della Nazione Re d’Italia».

Dopo la proclamazione del regno non venne cambiato il numerale “II” in favore del titolo “Vittorio Emanuele I d’Italia”.
Il mantenimento del numerale è rimarcato da alcuni storici, e alcuni di questi osservano che questa decisione, a loro giudizio, sottolineerebbe il carattere di estensione del dominio della Casa Savoia sul resto dell’Italia, piuttosto che la nascita ex novo del Regno d’Italia.
A tale riguardo lo storico Antonio Desideri commenta:
«Il 17 marzo 1861 il Parlamento subalpino proclamò Vittorio Emanuele non già re degli Italiani ma «re d’Italia per grazia di Dio e volontà della nazione». Secondo non primo (come avrebbe dovuto dirsi) a sottolineare la continuità con il passato, vale a dire il carattere annessionistico della formazione del nuovo Stato, nient’altro che un allargamento degli antichi confini, «una conquista regia» come polemicamente si disse. Che era anche il modo di far intendere agli Italiani che l’Italia si era fatta ad opera della casa Savoia, e che essa si poneva come garante dell’ordine e della stabilità sociale.».
Altri storici osservano che il mantenimento della numerazione era conforme alla tradizione della dinastia sabauda, come accadde ad esempio con Vittorio Amedeo II (1666-1732) che continuò a chiamarsi così anche dopo aver ottenuto il titolo regio (prima di Sicilia e poi di Sardegna).
Quindi la Capitale del Regno fu trasferita da Torino a Firenze.
Il 21 giugno 1866 Vittorio Emanuele lasciava Palazzo Pitti diretto al fronte, per conquistare il Veneto.
Sconfitto a Lissa e a Custoza, il Regno d’Italia ottenne comunque Venezia in seguito ai trattati di pace succeduti alla vittoria prussiana.
Roma rimaneva l’ultimo territorio (con l’eccezione di Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige) ancora non inglobato dal nuovo regno: Napoleone III manteneva l’impegno di difendere lo Stato Pontificio e le sue truppe erano stanziate nei territori pontifici. Vittorio Emanuele stesso non voleva prendere una decisione ufficiale: attaccare o no. Urbano Rattazzi (1808-1873), che era divenuto primo ministro, sperava in una sollevazione degli stessi Romani, cosa che non avvenne. La sconfitta riportata nella Battaglia di Mentana aveva gettato poi numerosi dubbi sull’effettiva riuscita dell’impresa, che poté avvenire solo con la caduta, nel 1870, di Napoleone III.
Il giorno 8 settembre fallì l’ultimo tentativo di ottenere Roma con mezzi pacifici, e il 20 settembre il generale Raffaele Cadorna (1815-1897) aprì una breccia nelle mura romane.
Vittorio Emanuele ebbe a dire: «Con Roma capitale ho sciolto la mia promessa e coronato l’impresa che ventitré anni or sono veniva iniziata dal mio magnanimo genitore.».
Con Roma capitale si chiudeva la pagina del Risorgimento.
A fine dicembre dell’anno 1877 Vittorio Emanuele II, amante della caccia ma delicato di polmoni, passò una notte all’addiaccio presso il lago nella sua tenuta  laziale; l’umidità di quell’ambiente gli risultò fatale.
Il 9 gennaio, alle ore 14:30, il Re morì dopo 28 anni e 9 mesi di regno, assistito dai figli ma non dalla moglie morganatica, cui fu impedito di recarsi al capezzale, e dai ministri del Regno.
Poco più di due mesi dopo avrebbe compiuto cinquantotto anni.
Vittorio Emanuele II aveva espresso il desiderio che il suo feretro fosse tumulato in Piemonte, nella Basilica di Superga, ma Umberto I (1844-1900), accondiscendendo alle richieste del Comune di Roma, approvò che la salma rimanesse in città, nel Pantheon, nella seconda cappella a destra di chi entra, adiacente cioè a quella con l’”Annunciazione”.
Ed ora qualche citazione conclusiva.
Scrive lo storico Francesco Cognasso (1886-1986) nel suo “Vittorio Emanuele II” (Dall’Oglio 1986, pagg.  342ss.): «Vittorio Emanuele II, come altri creatori del Risorgimento, conservò tutta la sua individualità, la sua umanità, mentre perseguiva il raggiungimento del programma giurato a Novara. Così, tutto il suo regno fu una continua lotta.
Combattè con il d’Azeglio e col Cavour, col Ricasoli e col Minghetti e con tutti gli altri ministri che ebbe sino al 1878, […]. Egli aveva le sue idee e sentiva il dovere di difenderle e di imporle a tutti, non riconoscendo a nessuno il diritto di sovrapporsi a lui, in nome di qualsiasi principio o ideologia democratica o liberale. Egli era il re e della sua sovranità aveva la più perfetta coscienza. Né in lui questa era un’ideologia. Si sentiva superiore a tutti, perché rappresentava la dinastia che da otto secoli governava con l’indipendenza i suoi Paesi, perché sentiva di essere l’erede e il prosecutore dell’opera degli Amedei, di Emanuele Filiberto, di Carlo Emanuele, di Vittorio Amedeo, di Carlo Alberto.
Non un’ideologia monarchica, ma tutta la concretezza della tradizione dei re sabaudi.». 
Scrisse il grande storico Gioacchino Volpe (1876-1971):
 «[…] La Monarchia, quella Monarchia rappresentata da quel Casato di antica origine, che nel ‘700 rimase l’unico Casato in certo senso “nazionale” della Penisola, cominciò ad operare, anche senza proporselo, per l’unità, sin da quando, nel ‘600 e ‘700, essa, per difendere il suo Stato o per guadagnare qualche provincia o città della Lombardia, ebbe a fronteggiare stranieri e soltanto stranieri, Spagna o Austria o Francia, richiamando su di sé l’attenzione, la simpatia e qualche speranza di Italiani di ogni paese, stanchi di tanta sarabanda di conquistatori e predoni, e diventando il punto di convergenza loro. […]».
 Ed ancora:
«[…] E il dualismo (Italia monarchica e sabauda e l’Italia di popolo) era poi destinato a scomparire, quasi risolvendosi in forza, nel crescente riconoscimento che la Monarchia era l’unità, era la continuità, era la forza necessaria in un paese che aveva, e per di più poco benevolo, il Papato. […]».
Quindi la monarchia sabauda fu accettata pur di veder realizzata l’Unità d’Italia.
E fu accettata anche in quella Sicilia borbonica, attaccata alle sue tradizioni millenarie. Al riguardo è interessante leggere quel capolavoro di romanzo che è “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957).
Da ultimo espongo un concetto letterario/politico, che ritengo fondamentale, per quanto ho cercato di scrivere fin qui. E’ di Francesco de Sanctis (1817-1883), storico della letteratura italiana e ministro della Pubblica Istruzione nel primo governo dell’Italia Unita presieduto da Camillo Benso Conte di Cavour (23 marzo 1861/12 giugno 1861). Nella sua opera “Storia della Letteratura Italiana”, che è, pertanto, anche storia dell’intera civiltà italiana dal Medio Evo agli inizi del secolo XIX, vi si trova esposta la sua interpretazione del Risorgimento come risultato della lotta delle due scuole, liberale e democratica. Esse combattendosi aspramente, furono gli elementi necessari di una dialettica feconda dalla quale scaturì l’azione concreta per l’Unità d’Italia.
Nel messaggio (alla Consulta dei Senatori del Regno) del Re Umberto II (1904-1983) del 17 marzo 1961, centesimo anniversario dell’Unità d’Italia, Egli brillantemente scrisse: «[…] L’epica impresa poté grado a grado raggiungere l’altissimo fine, perché il re Vittorio Emanuele II, con a fianco Camillo di Cavour, aveva assunto con mano ferma la direzione e la responsabilità del moto nazionale, coraggiosamente superando difficoltà di ogni genere.
Attorno ad essi sorsero da ogni parte d’Italia – magnifico prodigio – falangi di patrioti, sempre tutti presenti nei nostri grati cuori.
L’apostolato di Mazzini e l’eroismo di Garibaldi integrarono l’opera meravigliosa, risultato di forze confluenti e contrastanti, fuse dalla sintesi costruttiva della Monarchia nazionale. Discordie e rancori di partiti furono arsi dal sentimento religioso della Patria: così sorse il Regno d’Italia. […]».

giovedì 12 marzo 2020

Re galantuomo o Re caporale? Di certo Savoia sino al midollo


Si avvicina il genetliaco di Vittorio Emanuele II, primo monarca d'Italia. Riuscì a conciliare liberalismo e dinastia

Francesco Perfetti - Mer, 11/03/2020 - 08:44


Fu una felice invenzione di Massimo d'Azeglio la fortunata etichetta di «Re Galantuomo» che insieme a quella di «Padre della Patria» accompagnò il processo di «mitizzazione» della figura di Vittorio Emanuele II durante tutto il Risorgimento e diffuse l'idea di lui come di un Re garante delle libertà costituzionali e paladino del processo di unificazione nazionale.


E, fra tutti i politici del suo tempo, D'Azeglio, chiamato alla presidenza del Consiglio dal nuovo Re subito dopo l'abdicazione di Carlo Alberto, fu, probabilmente, il più vicino a Vittorio Emanuele II. Non è un caso che questi, al di là e al di fuori di ogni rigida regola o etichetta di corte, lo trattasse con grande familiarità entrando senza preavviso nel suo studio e sedendosi informalmente sulla sua scrivania per discutere di politica, ma anche di altro.

L'espressione «Re Galantuomo» venne coniata agli inizi del nuovo regno, quando, dopo la sconfitta di Novara e l'abdicazione del padre, il giovane Vittorio Emanuele si incontrò a Vignale con il generale austriaco Radetzky per discutere i termini dell'armistizio. Di quell'incontro non si hanno resoconti diretti perché i due si parlarono da soli, l'uno di fronte all'altro in uno spiazzo, mentre gli ufficiali e le persone al seguito osservavano la scena da lontano attenti a cogliere sui volti dei due espressioni rivelatrici dei loro sentimenti. Di ciò esiste traccia nell'iconografia coeva perché gli artisti, a seconda che fossero austriaci o piemontesi, rappresentarono la scena in modo da trasmettere sensazioni contrastanti. Quel che è certo è che il Re di Sardegna rifiutò di abolire lo Statuto concesso dal padre, il che sarebbe stato possibile con l'aiuto delle baionette austriache. Lo fece, probabilmente, soprattutto per realismo politico. Ma l'immagine del «Re Galantuomo», del sovrano che non si lascia convincere dalle lusinghe austriache di trasformare la sconfitta in una vittoria e che riesce a tener testa al feldmaresciallo dell'imperial-regio governo, divenne popolare. E tale immagine finì per indicare, nell'immaginario collettivo, una vera e propria identificazione in Vittorio Emanuele II del programma liberale e costituzionale con le pulsioni nazionali e unitarie.

Vittorio Emanuele II era cresciuto, per così dire, nell'assolutismo ed era poco propenso agli studi umanistici, storici o filosofici. Sanguigno ed esuberante, amava la caccia allo stambecco così come le avventure galanti e la vita all'aria aperta. Disinibito nei rapporti sociali, era insofferente alle rigide regole dell'etichetta di Corte e, comprensibilmente, non nutriva simpatie per teorie e movimenti politici democratici o liberali che potessero mettere in discussione la pienezza dei poteri sovrani. Non a caso, ancora Massimo D'Azeglio, accennandone alle idee, parlò di un «malcerto liberalismo» del sovrano. La verità è che Vittorio Emanuele II fu un uomo sostanzialmente pragmatico e realista capace di conciliare le aspirazioni di unità e indipendenza dei patrioti, fossero anche liberali e democratici, con gli interessi della propria antichissima dinastia cui, malgrado il suo anticonformismo comportamentale, egli era legato da un sentimento di orgogliosa appartenenza. È sintomatico il fatto che, con l'andar del tempo, il processo di identificazione tra i Savoia e il processo risorgimentale andò sempre più rafforzandosi come conferma, per esempio, l'esortazione dalle carceri borboniche di un liberale moderato, il napoletano Carlo Poerio, a vedere «sempre e solo nel Piemonte la nostra stella polare».

All'immagine iconica del «Re Galantuomo» se ne aggiunse un'altra, che contribuì a rafforzare la leggenda del «padre della patria», quella del Re ardimentoso che non si risparmiava in battaglia e che, malgrado le raccomandazioni e gli inviti alla prudenza, voleva essere vicino ai suoi soldati condividendone gli sforzi e le sofferenze. L'episodio più significativo si svolse all'epoca della seconda guerra di indipendenza, in occasione della battaglia di Palestro il 31 maggio 1859. Quel giorno Vittorio Emanuele II si gettò a capofitto nella mischia guidando all'assalto i bersaglieri piemontesi e gli zuavi francesi capovolgendo le sorti dello scontro. A notte inoltrata un ufficiale francese, accompagnato da una delegazione di zuavi, si presentò presso l'alloggio da campo di Vittorio Emanuele II offrendogli simbolicamente i galloni di caporale. E, a quanto si racconta, da allora in poi, ogni sera per tanti anni, il Terzo zuavi chiamava regolarmente all'appello «il caporale Vittorio Emanuele di Savoia» e il sergente anziano rispondeva: «assente perché Re d'Italia». Solo la sera del 9 gennaio 1878 il sottufficiale francese rispose commosso alla chiamata: «il caporale Vittorio Emanuele di Savoia è morto questa mattina». Non è da escludere, come ha ipotizzato qualche studioso, che l'agiografia abbia colorito l'episodio ma rimane il fatto che i galloni di caporale degli zuavi sono conservati nell'Armeria Reale di Torino.

La seconda guerra di indipendenza era giunta al termine di quel «decennio di preparazione» che aveva visto, grazie all'azione del conte Camillo Benso di Cavour, prima, la partecipazione del Piemonte alla guerra di Crimea e l'internazionalizzazione della «questione italiana» e, poi, gli accordi di Plombiéres con Napoleone III. E questi accordi erano costati sacrifici di non poco conto come il matrimonio della figlia di Vittorio Emanuele II, la devota e giovanissima Clotilde, con l'attempato e libertino Gerolamo Napoleone, oltre alla promessa della cessione di Nizza e della Savoia. La guerra con l'Austria si concluse, lasciando l'amaro in bocca, con l'armistizio di Villafranca, voluto dall'imperatore dei francesi, preoccupato dal paventato intervento delle armate prussiane ma ancor più dalla prospettiva di un eccessivo ingrandimento del Piemonte.

In questi anni il pragmatismo di Vittorio Emanuele II si era incontrato, ma anche scontrato, con il pragmatismo del conte di Cavour. I due uomini erano profondamente diversi se non per altro per la diversa concezione che essi avevano del ruolo dei ministri e dello stesso Parlamento, ma in comune avevano, entrambi, l'idea della necessità della guerra all'Austria. E, malgrado le differenze fra i due, il «decennio di preparazione» aveva gettato le basi per portare avanti il processo risorgimentale. Anche di fronte alla spedizione dei Mille le posizioni dei due erano state inizialmente diverse con un Vittorio Emanuele II da subito favorevole all'impresa forse affascinato dalle personalità guerriera di Giuseppe Garibaldi, il quale, messe da parte le suggestioni mazziniane e repubblicane, avrebbe inalberato l'insegna «Italia e Vittorio Emanuele» a avrebbe, poi, riconosciuto che il Re era stato «il perno» attorno al quale lui e i suoi si erano raggruppati e avevano fatto quel che avevano fatto.

Il maggior contributo al Risorgimento, però, Vittorio Emanuele II lo dette non solo e non tanto con il suo pragmatismo ma anche, e soprattutto, con la sua azione in politica estera. Qui egli e lo hanno riconosciuto storici del calibro di Gioacchino Volpe e di Federico Chabod ebbe la capacità, affiancando e talora sovrapponendo la sua diplomazia personale alla diplomazia di governo, di rassicurare le Corti europee sull'esito non destabilizzante, a livello di equilibri internazionali, del Risorgimento italiano. Sotto questo profilo, almeno, egli fu davvero il «padre della Patria».

mercoledì 11 marzo 2020

Vittorio Emanuele Orlando: Resistere, resistere, resistere!

 Il discorso che potò alla Vittoria.


Cari amici, stiamo passando tutti un brutto quarto d'ora e speriamo che finisca al più presto conservando in salute noi e i nostri cari.
Non è la prima volta nella nostra storia che ci troviamo in difficoltà e la nostra raccomandazione è quella di seguire scrupolosamente le regole. Soprattutto gli amici che hanno a che fare con persone anziane, le più vulnerabili ma non le uniche.
Ci auguriamo di poter presto riprendere a pubblicare il nostro archivio senza preoccupazioni di altra natura.
Conservatevi in salute. E viva il Re!



venerdì 6 marzo 2020

Rinviata la conferenza del Professor Sfrecola per il Circolo Rex


A seguito dei noti problemi e del decreto legge circa illcontenimento del contagio relativo al virus SARS-CoV-2 la conferenza del Professor Sfrecola è rimandata a data da destinarsi.
Il presidente Domenico Giglio

giovedì 5 marzo 2020

La Regina Santa. Fiorentino racconta la Regina Elena


dal quotidiano Alto Adige, 3 Marzo 2020

Presentato il libro. Molto probabilmente Elena di Savoia verrà beatificata

BOLZANO. «Elena di Savoia, la Regina santa», è questo il titolo dell'ultima pubblicazione di Waldimaro Fiorentino (Edizioni Catinaccio) dedicata alla regina nata in Montenegro. Elena di Savoia - spiega Fiorentino, che a lungo si è impegnato in prima persona nell'Unione Monarchica Italiana – molto probabilmente verrà beatificata. La curiosità è che la causa di canonizzazione della "Serva di Dio, Elena di Savoia, laica della diocesi di Montpellier e del vicariato di Roma, sposata, Regina d'Italia" non è stata avanzata in Italia, ma nella repubblicana Francia che aveva ghigliottinato la regina Maria Antonietta». A dare inizio alla causa di canonizzazione, nel 50esimo anniversario della morte, è stato il vescovo di Montpellier Luis Boffet, che ha composto una preghiera per l'occasione.
 Nel corso dalla prima guerra mondiale, Elena di Savoia trasformò il Quirinale in un ospedale destinato ai feriti di guerra. «Successivamente la regina Elena studiò medicina e il 2 giugno 1941 le fu conferita la laurea honoris causa dell'Università la Sapienza di Roma, finanziò opere a favore degli encefalitici, per madri povere, per tubercolotici e per gli ex combattenti, promosse iniziative per la formazione e l'aggiornamento professionale contro la poliomielite, il parkinson ed il cancro e assunse l'alto patronato della lega contro il cancro presieduta dal senatore Alessandro Lusting, esimio medico e scienziato. Elena ispirò poeti e musicisti; Giacomo Puccini le dedicò la "Madama Buttertly"». Pio XI il 15 aprile 1937 le conferì la rosa d'oro della Cristianità, e Pio  XII, nel messaggio di condoglianze inviato al figlio Umberto II per la morte di Elena, la definì «Signora della carità benefica». 
«Il 27 novembre 1939 - prosegue Fiorentino indirizzò ad Elisabetta del Belgio, Giovanna dí Bulgaria, Alessandria di Danimarca, Guglielmina di Olanda e la Granduchessa del Lussemburgo una lettera nella quale si leggeva "Signora e Cara Sorella,... La guerra che infiamma tanti eroismi a distruggere vite, lavoro; fede nel domani, cioè 'i presidi stessi della civiltà, minaccia di dilagare nello spazio e nel tempo, e di inasprite i suoi terribili rigori ogni giorno peggio.." Il 21 dicembre i Reali d'Italia si recavano in Vaticano in visita ufficiale e Pio XII rivolse loro un'allocazione nella quale lodava l'Italia per la sua astensione dal conflitto, il 28 dicembre il Papa restituiva la visita al Quirinale e pronunciava un secondo discorso di esaltazione della pace. In entrambe le occasioni Mussolini si astenne dal partecipare e, il 21 dicembre, ricevendo Himmler, lo assicurò che "non avrebbe mai permesso una sconfitta della Germania". Così, l'Italia, con il mondo intero, scivolò irrimediabilmente nella guerra e nella catastrofe». Una visione assolutoria delle responsabilità di Casa Savoia, che farà sicuramente discutere.

Il libro azzurro sul referendum - XVII cap - 1

La parola alla legge

1) Distruzione di schede nulle e impossibilità di controllo da parte della Corte di Cassazione.
2) Impossibilità di esaminare il numero complessivo dei votanti. - 35.000 verbali da esaminare collegialmente - Esame sommario dei ricorsi.
3) Rafforzamento fiduciario del personale della Corte di Cassazione.
4) Le sentenze sono ancora emanate in nome di S.M. il Re Umberto II Re d'Italia.

Distruzione di schede nulle (1)
Un Ministro, durante un intervallo del Consiglio nella notte del 12, ha dichiarato ad un gruppo di giornalisti, fra l'altro, che sarà difficile ricostruire esattamente il numero dei voti nulli, poiché le relative schede sono state in moltissimi casi «legittimamente» distrutte. A norme della legge invece (art. 53, 56 e 57) le schede nulle dovevano essere depositate presso la cancelleria delle Preture o dei Tribunali; l'infrazione a tale disposizione è punita severamente. I relativi accertamenti sono di competenza della Magistratura.

Impossibilità di comunicare il numero complessivo dei votanti (2)
35.000 verbali da esaminare collegialmente - Esame sommario dei ricorsi.
Un Consigliere di Cassazione «Non so proprio comunicare il numero complessivo! Figuratevi, molti verbali di sezioni si limitano ad indicare in lapis: Monarchia voti tot., Repubblica voti tot., nient'altro».
S. E. Eutimio Ranelletti Primo Presidente On. della Suprema Corte sostenne sul «Giornale della Sera» di Roma: « Non si doveva sacrificare la sostanza alla forma;
2° L'importanza della materia e la serietà del corpo giudicante richiedevano assolutamente che i 35 mila verbali fossero esaminati uno per uno dalla Corte collegialmente e non rimessi al giudizio di funzionari estranei al corpo stesso.
3° L'esame dei ricorsi aveva carattere di vero e proprio giudizio e ciò doveva imporre l'esame di persona di tutti i documenti delle cause».
I ricorsi erano sommariamernte esaminati e respinti: mancanza di documentazione, incompetenza della Corte, imprecisione dell'enunciato, assorbi­mento in altro ricorso e via di seguito, i motivi non scarseggiavano mai...
Rafforzamento fiduciario del personale della Corte di Cassazione (3)
«A norma di legge, le varie operazioni di controllo, formale e sostanziale, dei verbali circoscrizionali e sezionali devono essere effettuate dalla Corte di Cassazione costituita a tale fine dal Primo Presidente, da sei Presidenti di se­zione e da dodici Consiglieri. Il Primo Presidente, nell'ambito delle sue facoltà, ha allargato la composizione del Collegio con la nomina di membri supplenti da lui designati.
Il Ministro Guardasigilli On. Togliatti, com'egli stesso riferì al Presidente del Consiglio, ad un certo momento ha ritenuto «opportuno» procedere ad un «rafforzamento» del personale, e lo ha effettuato con circa duecento funzionari scelti in una determinata cerchia. Essi devono procedere allo spoglio ed al con­trollo dei verbali, presentando poi i riassunti dei 35 mila verbali ai magistrati.
Ai cittadini elettori è negato di prendere visione di quei verbali in merito ai quali essi pensano di avere elementi di protesta e di ricorso. Il Ministro di Grazia e Giustizia nega di aver rafforzato con duecento «magistrati» scelti in una determinata cerchia il personale costituito per lo svolgimento delle ope­razioni del «referendum»
Le sentenze emanate in nome del Re d'Italia
Per disposizione del Primo Presidente della Corte d'Appello di Roma, le sentenze continuano ad essere emanate «in nome di S. M. Umberto II Re d'I­talia».



(1) Da Italia Nuova, 15 giugno 1946.
(2) Da Storia segreta..., pag. 253 e seg.
(3) Da Italia Nuova, 15 giugno 1946.

mercoledì 4 marzo 2020

Conferenza del Professor Sfrecola per il Circolo Rex

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”



 72° Ciclo di Conferenze 2019- 2020 – Seconda Parte



“Nell’Inghilterra in mille anni è stato un susseguirsi di dinastie, egualmente in Francia ed in Spagna, solo la Dinastia Sabauda, prima Conti, poi Duchi ed infine Re ho regnato ininterrottamente per mille anni, acquisendo un prestigio superiore alle dimensioni territoriali dei loro Stati. Questo prestigio è stato determinante nella soluzione unitaria monarchica del Risorgimento e nella proclamazione del Regno d’Italia. Di questo tratterà il


Professore Avvocato Salvatore SFRECOLA

Domenica 8 marzo alle ore 10,30


 “Vittorio Emanuele II, alla Corte di Londra, 

affascina la Regina Vittoria”



Sala Italia presso Associazione “Famija Piemonteisa - Piemontesi a Roma”

Via Aldrovandi 16 ( ingresso su strada) e 16/B (ingresso con ascensore) 
raggiungibile con linee tramviarie “3” e “19” ed autobus “910”,”223”, e “52”

INGRESSO LIBERO

Nota : in sala saranno disponibili copie del recente volume “La solitudine del RE”,- edizioni Helicon- presentato al REX , domenica 2 febbraio, contenente una selezione delle lettere scambiate tra Umberto II ed il Ministro della Real Csa,Falcone Lucifero, nei lunghi anni dell’esilio, e di “Dittatura e Monarchia -L’Italia tra le due guerre” – editore Pagine -, fondamentale opera storica del professore Domenico Fisichella.                                                                                                                                            

martedì 3 marzo 2020

Quello scoop del 1944 sui crimini dei titini

Il Nostro Attivissimo Emilio!

in Posta prioritaria da Libero di martedì 18 febbraio 2020

Gentile Carioti, 
nel numero del 30 gennaio 1944 del quotidiano Il regime fascista, fondato da Roberto Farinacci, ho trovato un articolo intitolato: «Le foibe istriane». In esso è riportato l’elenco di condizioni che agli slavi servivano per l’uccisione degli italiani e di altri combattenti. «Da una dichiarazione del partito comunista jugoslavo trovata nelle tasche di un corriere comunista sloveno ucciso e pubblicata dal giornale filtro di Lubiana il 5 gennaio 1944, vi si legge un programma che vale la pena di far conoscere a tutti, e specialmente a taluni nostrani bolscevichi da salotto che hanno l’aria di simpatizzare con le idee e con i metodi di Mosca». Questo elenco comprende sedici punti piuttosto interessanti, in particolare per coloro che hanno sempre ribadito che a venir infoibati erano solo i soldati fascisti. Il punto 16 dice: «Tutte le liquidazioni dovranno venire eseguite da speciali reparti del partito». Nell’articolo si legge che «così sono stati liquidati non i borghesi e i capitalisti, che non esistevano, ma semplicemente e solamente Italiani dell’Istria e della Dalmazia dopo l’armistizio dell’8 settembre. Altra tremenda responsabilità che bolla ancora una volta con il marchio dell’infamia gli artefici della resa a discrezione. Domani, in tutte le città d’Italia, i Martiri Istriani e Dalmati verranno solennemente commemorati». Negli anni successivi è prevalsa la volontà di non ricordare questi martiri e tutti gli istriani, dalmati e fiumani che sono stati costretti ad abbandonare le loro terre.
Emilio Del Bel Belluz



Nel testo dell’articolo che lei mi ha allegato leggo le altre direttive: «Si debbono liquidare tutti i dirigenti appartenenti a correnti borghesi; si debbono liquidare tutti i grandi possidenti, capitalisti, industriali e kulaki (contadini benestanti); (...) si debbono liquidare tutti gli intellettuali, gli studenti e i politici da caffè; si debbono liquidare tutti i sacerdoti che si sono dichiarati contro il proletariato...». Farinacci, avversario interno di Mussolini, fu uno dei volti peggiori del Fascismo, ma lo scoop del suo quotidiano pare credibile, perché proprio così si comportarono i partigiani di Tito. Ha ragione lei, la cosa più impressionante è il silenzio omertoso che calò dopo quegli anni, durato oltre mezzo secolo. Che nazione è quella che si vergogna di ricordare i propri martiri?

Fausto Carioti

3 Marzo


Il nostro ricordo del Principe Amedeo di Savoia Duca d'Aosta

Vulnerabilità della repubblica



L’elezione di Trump fu veramente condizionata dalla Russia? La Clinton fu effettivamente penalizzata? Di questo si è parlato anche troppo senza avere una risposta certa, ma adesso, riproponendosi il problema negli USA delle elezioni presidenziali si parla di appoggio russo a Sanders, il candidato democratico più di sinistra, addirittura “socialista”, la cui candidatura aiuterebbe indirettamente Trump, allontanando dai democratici l’elettorato moderato. A questo si aggiunge ora la notizia che i cinesi sono riusciti ad impadronirsi di quarantacinque milioni di nominativi di cittadini statunitensi di cui possono fare l’uso che vogliono. Fermiamoci un attimo a riflettere. E se facessero lo stesso in occasione delle elezioni presidenziali in Francia o negli altri paesi dove l’elezione del capo dello stato, non avviene in sede parlamentare, ma nella forma diretta , pur considerando gli USA una elezione diretta , mentre in realtà contano i voti degli “stati”, i cui delegati vengono conquistati in forma “diretta” dagli elettori. Questa vulnerabilità della elezione diretta del capo dello stato, anche in paesi come l’Italia, dove viene propagandata in alternativa alla forma attuale, “camere riunite più rappresentanti regioni”, potrebbe portare a risultati imprevedibili per cui la proposta “monarchica”, dimostra la sua validità. Si può cambiare un erede al trono? Putin potrebbe boicottare l’ascesa di Carlo, il giorno in cui la regina Elisabetta, decidesse di ritirarsi? così per gli altri regni esistenti. Certamente potrebbero essere fomentate campagne di stampa denigratorie e pubblicazioni di fatti incresciosi, ma il Principe Carlo rimarrebbe sempre l’erede, o potrebbe, al massimo, passare il trono al Principe Guglielmo, e la Monarchia rimarrebbe integra e per decenni, il Re resterebbe al potere e nessun pettegolezzo, una volta subentrato potrebbe toccarlo, specie se proveniente dall’estero, perché provocherebbe un maggiore attaccamento da parte dei cittadini, che si stringerebbero maggiormente intorno al Trono. Quindi anche nel ventunesimo secolo le Monarchie hanno dei punti di forza, ai quali qualche decennio or sono non si pensava, da non sottovalutare.

Domenico Giglio

lunedì 2 marzo 2020

Nacque per l'incubo del colera la prima legge sanitaria d'Italia (1888)


di Aldo A. Mola

L'Italia: Stato giovane, particolarismi arcaici. 
Mentre ferve la sterile disputa di amministrazioni locali nei confronti della strategia messa a punto dal governo per arginare il contagio del Covid-19 giova ricordare gli albori della medicina sociale in uno Stato recente qual è l'Italia. Il Paese ha raggiunto l'unità politico-amministrativa solo nel 1861, o meglio nel 1870, quando anche Roma fu annessa e si riconobbe nel Regno, o ancora più esattamente nel 1918-1924, con Trento, Trieste e Fiume (senza plebiscito confermativo). L'unificazione fu voluta da una ristretta minoranza di illuminati duramente osteggiata da potenze estere e da opachi potentati interni, sorretti da interessi particolari, pronti a valersi di pregiudizi arcaici e di superstizioni spacciate per spiritualità. La Costituzione del 1948, nelle sue parti migliori ricalcante lo Statuto Albertino del 1848, nel Titolo V (regioni, province, comuni) è stata disfatta per calcoli politico-elettorali le cui conseguenze si pagano e si pagheranno. Mentre sono ormai del tutto immotivate le dispendiosissime “Regioni a statuto speciale”, da abolire prima possibile, va ricordato che quelle a statuto ordinario furono istituite mezzo secolo fa e, come previsto, divennero e sono fomite di sperpero di pubblico danaro con danno gravissimo per lo Stato, cioè per i cittadini perché, come insegnavano i liberali di una volta (pochi ma buoni), è sulle loro spalle che si scarica il debito pubblico in tutte le sue varianti e per molte generazioni. Poiché sono ormai migliaia i Comuni prossimi al fallimento e i debiti delle Regioni (sia a statuto speciale, sia ordinarie) sono stratosferici, vanno rimpiante le Province, enti tradizionalmente parsimoniosi oggi ridotti a uccelli impagliati da una delle tante sconsiderate “riforme a mezz'asta” varate senza memoria storica né visione di lungo periodo. I “capricci” si scontano, come avverrà con la riduzione dei parlamentari, colpo di grazia sull'ormai evanescente rapporto di fiducia tra cittadini e loro rappresentanti sino al 1913 votati per libera scelta. Quanto ora avviene in presenza della febbre virale che attanaglia l'Amministrazione pubblica, la vita quotidiana, l'economia e le suggestioni di massa, merita rievocare quando, come e perché lo Stato si dette la prima legge sanitaria: necessaria proprio per colmare le immense lacune degli Stati pre-unitari e fare dell'Italia un Paese moderno.
 

Quando il cholera morbus nel 1884 dette la sveglia 
Centotrentasei anni orsono fu l'ennesima devastante epidemia di cholera morbus ad aprire gli occhi a chi ancora non voleva vedere per non capire e non rimediare. Era l'Italia unita da un quarto di secolo.
Milleottocentoottantaquattro. L'anno si aprì con il “pellegrinaggio nazionale” alle spoglie di Vittorio Emanuele II  morto il 9 gennaio 1978, traslate all'interno del Pantheon nella tomba in cui ancor oggi riposa il Padre della Patria. Vent'anni dopo il trasferimento della capitale da Torino a Firenze (1864-1865) e poi a Roma (1870-1871) nel capoluogo piemontese fervevano i preparativi dell'Esposizione Nazionale inaugurata il 2 aprile dal Re, presenti la Corte, il presidente del Consiglio Agostino Depretis e gli alti dignitari dello Stato. Su un paese complessivamente tranquillo e operoso calò improvvisa la falce della Grande Visitatrice. Tra fine giugno e inizio luglio a Saluzzo, nel Cuneese, due operai risultarono affetti dal “vibrio cholerae”. Vi erano appena arrivati da Tolone, in Francia, ove la temibile epidemia approdata dall'Africa aveva iniziato a diffondersi e a fare strage. L'Italia conviveva con malattie endemiche favorite da denutrizione e malnutrizione (pellagra, malaria...), con le ricorrenti febbri influenzali e peggio: polmoniti, pleuriti, tubercolosi. Le statistiche dicevano che ogni anno nasceva circa un milione di bambini (più del doppio di quanti oggi vi vengano al mondo) ma appena la metà arrivava al 15° anno di vita. La vita media si fermava a 35 anni.
Nel 1884 per la quinta volta dall'inizio dell'Ottocento il colera tornò a imperversare nel bacino mediterraneo e a colpire dapprima i paesi rivieraschi, poi quelli interni. Presente in Italia dal 1832, la stessa epidemia era divampata con conseguenze particolarmente gravi nel 1835-37, 1854-55 e nel 1856-67, quando causò almeno 160.000 morti, bloccando per un anno il normale incremento demografico. Proprio nel 1883 il batteriologo e microbiologo tedesco Robert Koch (1843-1910) isolò in Egitto il vibrione del colera: ma i rimedi rimasero di là da venire.  
Nel 1884 le misure profilattiche si rivelarono inadeguate. In poche settimane dal Piemonte il vibrione  svalicò in Liguria, raggiunse Livorno e in breve arrivò in Sicilia. Napoli risultò la città più colpita. Accompagnato da Depretis, dal siciliano Francesco Crispi e dal calabrese Giovanni Nicotera il 29 settembre Umberto I, il “Re Buono”, visitò i colerosi ammassati nel Lazzaretto della città partenopea, che lamentò quasi 8.000 morti contro i 1500 di Genova e i 1650 del Cuneese. Era arrivato il momento di mettere a frutto il magistero di Max von Pettenkofer: le epidemie non sono una punizione celeste. Dilagano negli ambienti malsani. Lo si sapeva da quando il cholera morbus aveva fatto la sua prima irruzione in Europa partendo dalle rive del Gange e dalla fetida Calcutta.
La dura lezione dei fatti era stata bene appresa da Carlo Luciano Bonaparte, principe di Canino (Parigi, 1803-1857, figlio di Luciano, fratello e suggeritore politico di Napoleone il Grande), ideatore e stratega dei Congressi degli scienziati italiani che dal 1839, cioè all'indomani dell'epidemia, misero a punto progetti per arginarne nuove possibili ondate con metodi innovativi. Barriere confinarie, quarantene e suffumigi erano insufficienti in un Paese che all'epoca contava otto diversi Stati e una miriade di cinte tra centri urbani, frazioni e campagne. Meno ancora servivano l'esposizione delle reliquie e delle statue dei santi patroni, i pellegrinaggi, le prediche che spesso deragliavano nella insinuazione di colpevoli del tutto fantasiosi: eretici, ebrei, massoni...
I Congressi (a Pisa, Torino, Firenze, Padova, Lucca, Milano, Napoli, Genova e Venezia: significativamente tre volte in Toscana, due nel regno di Sardegna e nel Lombardo-Veneto, una sola nelle Due Sicilie, mai nello Stato pontificio) gettarono le basi morali dell'unificazione italiana, come subito intuì il piemontese Clemente Solaro della Margarita, reazionario avveduto: gli scienziati si “affratellarono” e “si prepararono a travagliar concordi per essere tutti uniti dalle Alpi al Faro per il gran giorno del sospirato risorgimento”. In effetti, in corrispondenza con le menti più illuminate d'Europa, essi cospiravano alla luce del sole. Come Kohelet nell'“Ecclesiaste” si interrogavano su rapporti e distanze tra sapienza e scienza, tra scienza e insipienza, tra sapienza e politica quale arte di governo, missione suprema secondo la tradizione greco-romana da Platone e Aristotele a Cicerone. Il Potere non è il Male. “Ogni cosa ha il suo momento. Tempo di nascere e tempo di morire...”. Lo si aveva chiaro dalla stagione degli Illuministi. Anzi, se bene ispirato, il Potere è l'acceleratore dell'incivilimento, della moralità fondata sulla ragione anziché sulla superstizione, su catechismi imparaticci. Etica non vuol dire sopruso.
La debolezza del Trasformismo
Dimissionario proprio alla vigilia dell'Esposizione di Torino, il 30 marzo 1884 Depretis varò il nono governo da quando il 25 marzo 1876 la Sinistra democratica aveva sostituito la Destra storica. La sua rimase una compagine debole. La Giovane Sinistra di Francesco De Sanctis e di antichi mazzinian-garibaldini come Giosue Carducci  (eletto deputato a Lugo di Romagna nel 1876 e nuovamente candidato perdente a Pisa nel 1886) rifiutava l'appello lanciato da Depretis a “collaborare” per “trasformare” il Paese. “Trasformismo” divenne sinonimo di compromesso al ribasso, anticamera della corruzione. “Trasformista” fu (e rimane) un insulto in un Paese che non aveva “partiti” e che da quando ne ha ha registrato il continuo via-vai da una all'altra parte. Avvolti nei panni di nobili ideali, tanti “progressisti” si sottrassero all'invito di Depretis, pertanto tentato da taciti accordi con la Santa Sede per ampliare le basi del consenso dopo l'incremento degli elettori da 600.000 a quasi tre milioni.
Fra le vittime della perdurante incertezza di indirizzo politico vi fu il varo di una legge sanitaria, cocciutamente ostacolata da interessi locali e particolari (avrebbe comportato nuova disciplina delle farmacie, feudi più immarcescibili del Sacro romano impero). Dopo il codice sanitario varato dal governo presieduto da Giovanni Lanza  (dicembre 1870) e logoranti discussioni nei due rami del Parlamento, la svolta arrivò con l'ascesa di Crispi a presidente del Consiglio in successione a Depretis (7 agosto 1887). Già ministro degli Esteri e dell'Interno, egli impresse l'acceleratore. La via era indicata dalla gigantesca “Inchiesta sulle classi agrarie” presieduta dal moderato Stefano Jacini ma pilotata dal medico garibaldino Agostino Bertani, radicale. Ne era emerso il quadro agghiacciante di un Paese dalle condizioni igienico-sanitarie spaventose, già descritte dalla Società italiana di igiene fondata nel 1879 e animata da Jacob Moleschott, Corrado Tommasi Crudeli, Guido Baccelli, Nicola Badaloni, Antonio Cardarelli e altri, anche massoni come Mario Panizza secondo il quale i “fratelli” sono i “templari della democrazia”.
Il disegno della legge sanitaria (soli 62 articoli) fu incardinato in Senato il 22 novembre 1887. La sua discussione iniziò il 15 marzo 1888. Illustrato dal celebre Stanislao Cannizzaro fu approvato il 1 maggio con 53 “si” contro 21 “no”. Nel corso del dibattito Gacinto Pacchiotti raccomandò l'insegnamento dell'igiene. Gerolamo Boccardo deplorò la costruzione di ospedali monumentali anziché funzionali e raccomandò che venissero edificati in sedi agevolmente accessibili per il personale sanitario e per i malati, che all'epoca si muovevano a piedi o su carri. Il 15 maggio il testo passò alla Camera. Dopo un dibattito di tenore elevatissimo fu approvato con 145 “si” e 59 “no”. Divenne la legge 22 dicembre 1888,n. 5849. Nel corso della discussione, Cardarelli si schierò nettamente a favore del primato dello Stato sulle amministrazioni locali, spesso prive di persone competenti nei ruoli di responsabilità suprema, sindaci e presidenti di provincia inclusi.
… e il suo “profeta”: Luigi Pagliani
Il demiurgo della legge sanitaria fu Luigi Pagliani. Oggi pressoché dimenticato, merita qualche parola di ricordo. Nacque a Genola (Cuneo) il 25 ottobre 1847. Suo padre, medico condotto, fu sindaco del piccolo comune allo snodo stradale e ferroviario della linea Savigliano-Cuneo/ Fossano/Mondovì. Studente in medicina e chirurgia a Torino, condivise una modesta soffitta con il futuro fisiologo e archeologo Angelo Mosso, promotore della formazione degli insegnanti di educazione fisica, in specie femminile. Libero docente di igiene a 30 anni e ordinario a 40, nel 1878 Pagliani creò il primo laboratorio di igiene in Italia. Incaricato di studiare genesi e conseguenze dell'epidemia colerica del 1884, richiamò l'attenzione sull'urgenza del risanamento urbano. Bisognava abbattere antiche cinte murarie: aria, luce, pulizia e soprattutto acqua potabile, rete fognaria, controllo dell'ambiente da parte di personale scientificamente preparato in tutti i comuni, grandi o piccoli fossero, perché malattie endemiche e, peggio, le epidemiche non si fermano all'alt dei vigili urbani o di militari mandati a vigilare sulle zone “infette”.
Il 1° gennaio 1889 Crispi istituì la Direzione generale della sanità pubblica nell'ambito del Ministero dell'Interno e gliela affidò. Pagliani si misurò con un ampio ventaglio di problematiche e di responsabilità connesse. Operò nel clima tipico dei medici umanisti dell'epoca, che condividevano l'entusiasmo di “Fare l'Italia”: patrioti cresciuti nel solco di Michele Lessona.
I capisaldi della legge sanitaria furono l'istituzione del Consiglio superiore della sanità, dei consigli provinciali medici e veterinari, coordinati dai medici e dai veterinari provinciali, la elevazione dei medici condotti a ufficiali sanitari decorosamente remunerati e liberi da condizionamenti dei sindaci, l'obbligo della denuncia di malattie contagiose, la vaccinazione obbligatoria, la certificazione dell'abitabilità delle costruzioni, nuove norme sulla sepoltura. Tutte norme sagge e tuttora vigenti.
Come Angelo Mosso, anche Pagliani promosse la cremazione dei cadaveri che all'epoca la chiesa cattolica considerava aberrante e deprecava. Erano passati pochi anni da quando Giuseppe Garibaldi, “primo massone d'Italia”, era stato sepolto a Caprera sotto pesante masso in violazione della sua richiesta di essere arso con la “pira omerica” poi evocata da Carducci. Pagliani aveva orizzonti e vastissimi. La lotta per il risanamento dell'igiene pubblica passava anche quella contro la prostituzione femminile, il controllo sanitario delle “case di tolleranza”, il miglioramento dei reparti di maternità e infanzia (meglio se con cliniche apposite), le cause ambientali e lavorative che spesso causavano malattie, in specie la tubercolosi. Si occupò inoltre di urbanistica sociale, promozione delle case popolari e di bagni pubblici comunali, di primaria importanza quando, in carenza di pozzi bianchi e neri, essi erano risorsa indispensabile per quanti dai borghi rurali affluivano nei centri maggiori per i mercati settimanali e ne profittavano “una tantum” per una bella lavata. Quella era l'Italia ben nota a chi, nato a Genola e cresciuto fra Torino e Roma, ne conosceva ogni lembo di persona o attraverso i questionari inviati obbligatoriamente dai sindaci al ministero dell'Interno. Già autore di opere apprezzate anche all'estero, Pagliani sapeva bene che la maggior parte degli amministratori locali non era all'altezza del suo compito. In migliaia di comuni non vi era alcun servizio di nettezza urbana. L'immondizia veniva raccolta e bruciata in cortili. In quasi 1300 non vi era neppure una latrina. Ben 6404 comuni non avevano rete fognaria. Perciò le statistiche lamentavano la diffusione di pustole, scabbia, morva, tigna,...sino al terribile carbonchio. A garanzia dei cittadini, la legge Crispi-Pagliani istituì ispezioni sanitarie alle quali i sindaci non si potevano opporre. Certo essa non fece miracoli da un anno all'altro: fu “un programma”, come la legge voluta dal deputato di Alba, Michele Coppino, che il 17 luglio 1877 decretò obbligatoria e gratuita l'istruzione elementare in un Paese che contava il 70% e più di analfabeti in molte regioni, sopratutto della “Borbonia Felix” da taluno ancor oggi stolidamente rimpianta.
Post fata resurgo...
Da alcuni “storici” Crispi è stato ritratto come “dittatore”. Nella sua più corposa biografia, Christopher Duggan manco cita Pagliani. Le grandi riforme varate dai suoi governi erano “di destra” o “di sinistra” o semplicemente indispensabili per traghettare l'Italia verso la modernità? Da tanta parte del clero, che alla legge sanitaria nazionale opponeva medici “cattolici”, quasi vibrioni e batteri abbiano una confessione religiosa, Crispi fu dipinto quale un satanasso, anche perché era massone notorio, come Carducci e Adriano Lemmi. E ancora non si sapeva che l'11 gennaio 1889, poco dopo l'insediamento alla Direzione generale della sanità, anche Pagliani fu iniziato massone nella loggia “Rienzi” di Roma (Grande Oriente d'Italia, matricola 8.193).
Dopo la caduta di Crispi (marzo 1896), il suo conterraneo Antonio Starrabba di Rudinì ne cancellò le riforme: eliminò la Scuola di igiene, trasferì il servizio di veterinaria al ministero dell'Agricoltura, azzerò la Direzione generale della sanità e ne cacciò il direttore. Pagliani tornò a Torino. Sino al 1913 fu preside della Facoltà di medicina (bastione di scienza all'avanguardia in Europa), fondò riviste, pubblicò il fondamentale “Trattato di igiene e sanità pubblica”, promosse innumerevoli iniziative culturali e filantropiche nel solco del “fratello” Tommaso Villa e, consigliere comunale dal 1906 al 1919, ebbe la stima del sindaco Teofilo Rossi di Montelera, di Antonio Carle e di Giolitti. Pagliani era l'emblema dell'Italia civile: niente retorica, molti fatti, visione alta dello Stato, dell'impegno patriottico ed educativo. Morì a Torino il 4 giugno 1932. L'urna con le sue ceneri veglia la Sala del Commiato nel Tempio crematorio che funzionò anche negli anni del regime incardinato sulla Conciliazione dell'11 febbraio 1929. Il suo magistero non andò affatto perduto. Lo evocarono ripetutamente Achille Mario Dogliotti e Giorgio Cavallo, che ne continuarono la Grande Opera. La loro lezione rimane attualissima nell'Italia europea.

Aldo A. Mola 
 

      
  

giovedì 27 febbraio 2020

Costiera amalfitana nella storia: dallo sbarco al referendum e la vittoria della Monarchia nella Divina


[...]
I risultati furono proclamati dalla Corte di cassazione il 10 giugno 1946: 12 717 923 cittadini favorevoli alla repubblica e 10 719 284 cittadini favorevoli alla Monarchia. 
La particolarità di quel periodo storico da attribuire alla Costa d’Amalfi, è il fatto che stravinse la Monarchia con più del novanta percento dei voti.
[...]

mercoledì 26 febbraio 2020

Una rosa rossa sulla tomba della Regina Giovanna di Bulgaria

di Emilio Del Bel Belluz  

Il 26 febbraio saranno trascorsi vent’anni dalla morte in esilio della Regina di Giovanna di Savoia, moglie di Re Boris III e sorella dell’ultimo Re d’Italia, Umberto II. 
Qualcuno non la ricorda ma era la quartogenita del Re Vittorio Emanuele III e della regina Elena di Montenegro. 
La regina Giovanna era nata nel 1907 a Roma, dopo che il padre era diventato Re sette anni prima, in seguito all’uccisione di suo padre Umberto I. 
Per ricordare la sovrana farò deporre una rosa rossa sulla sua tomba ad Assisi proprio nel giorno dell’anniversario della sua morte. La regina è sepolta in terra italiana, dove aveva chiesto di poter venire ad abitare dopo il referendum istituzionale che aveva visto sconfitta la monarchia in Bulgaria, ma le fu vietato, perché troppo stretti erano i rapporti dei nostri comunisti con quelli bulgari e, inoltre, non volevano dar un dispiacere a Mosca. 
Ha voluto essere sepolta in una cappella dei francescani ad Assisi, perché alcune vicende della sua vita avevano avuto come protagonista questa città e l’amore per S. Francesco. Quando era bambina si era gravemente ammalata, assieme alla sorella Mafalda di tifo e promise al buon Dio che se sarebbero guarite non avrebbero mai dimenticato il buon San Francesco a cui avevano affidato tutte le loro speranze. 
Entrambe le sorelle guarirono. In seguito, incontrò il Re Boris di Bulgaria, e nel 1930 si sposa, proprio ad Assisi, un posto che aveva nel cuore e che non dimenticherà mai. Questa cerimonia fu ripetuta anche in Bulgaria, con rito ortodosso, grazie alla mediazione del nunzio apostolico Roncalli, che telegrafò al Papa: ”Tutte le forme sacramentali del matrimonio sono state osservate”. Con il Monsignor Roncalli, la Regina di Bulgaria instaurò una grande amicizia, e previde che sarebbe diventato Papa. Egli scrisse questa previsione nel suo diario, ma senza alcuna convinzione. 
Ma quando questa ipotesi divenne realtà, la sovrana andò a trovarlo, assieme a tutta la sua famiglia. La vita della Regina Giovanna non fu un tappeto di rose, infatti, dovette affrontare il dramma della morte del suo consorte, nel 1943. Si racconta che fu avvelenato da Hitler, questo avvenne nel momento culminante della guerra. Al trono salì il figlio Simeone che aveva pochi anni, e nel 1946 dovettero allontanarsi dal Paese, dopo il referendum che vide vincitore la repubblica popolare. La regina chiese di tornare in Italia, ma la risposta fu negativa. L’Italia aveva mandato in esilio il fratello Re Umberto II, e non c’era posto per i Savoia. 
Rifiutata dall’Italia, trovò rifugio in Egitto, dove si trovavano la madre regina Elena e il suo consorte Re Vittorio Emanuele III. La famiglia in qualche modo si ricompattò, il dolore li univa. 
Un nuovo lutto li addolora: la morte del re Vittorio Emanuele III. In seguito, la Spagna di Franco la accoglie nella sua terra. Nel 1962 la Regina di Bulgaria lascia la Spagna dopo il matrimonio del figlio Re Simeone II, e va a vivere in Portogallo, a tre chilometri dalla residenza del fratello, re Umberto II, cui era molto legata. Il destino crudele li unisce, sono entrambi in esilio. Il destino del Re Umberto II, è più crudele non potendo mai tornare in Italia, né da vivo né da morto. 
La Regina di Bulgaria, invece, dopo la fine del comunismo potrà rivedere il Paese che l’aveva accolta dopo il matrimonio con Re Boris III. L’ultimo desiderio di questa regina lo realizzò nel 1999, la costruzione di una chiesetta disegnata da un architetto bulgaro e benedetta il 19 marzo dello stesso anno. Fu la prima chiesa ortodossa per i fedeli bulgari, in Portogallo. In questi anni pochi si sono ricordati di questa regina così buona e servizievole verso la patria lontana. 
La Regina di Bulgaria assieme al suo amato consorte aveva aiutato ben 48 mila ebrei a fuggire dalla Bulgaria, assicurando loro un transito sicuro verso aree non occupate dai nazisti. 
Gli Stati Uniti e Israele, resero omaggio alla famiglia dei reali di Bulgaria e Re Boris III fu dichiarato “ Giusto fra i Giusti”.

martedì 25 febbraio 2020

“Per un nuovo Risorgimento”, conferenza del Presidente Giglio


CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”







72° Ciclo di Conferenze 2019- 2020 – Seconda Parte
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“Da anni imperversa una sistematica diffamazione del Risorgimento e dell’Unità da parte dei cosiddetti neo borbonici, ai quali si sono aggiunti nostalgici asburgici e del potere temporale dei Papi, per non parlare di un movimento politico che, all'origine, propugnava addirittura la secessione dell’Italia del Nord. Nessun storico a conforto di queste tesi, ma giornalisti improvvisati storici. In questo momento in cui l’Italia ha bisogno di una scossa per riprendere il suo cammino ed il suo sviluppo, il Circolo REX come Circolo di Cultura riproporrà i valori ed il significato di questo movimento che portò all'indipendenza ed all'unità nazionale nel solo modo possibile affidando l’analisi al suo Presidente”


Dr. Ing. Domenico Giglio

Domenica 1 Marzo alle ore 10,30

“Per un nuovo Risorgimento”



Sala Italia presso Associazione “Famija Piemonteisa - Piemontesi a Roma”

Via Aldrovandi 16 ( ingresso su strada) e 16/B (ingresso con ascensore) raggiungibile con linee tramviarie “3” e “19” ed autobus “910”,”223”, e “52”


INGRESSO LIBERO

Nota : in sala saranno disponibili copie del recente volume “La solitudine del Re”, edizioni Helicon, presentato al Rex, domenica 2 febbraio, contenente una selezione delle lettere scambiate tra Umberto II ed il Ministro della Real Casa, Falcone Lucifero,e del volume “Dittatura e Monarchia - L’Italia tra le due guerre” - editore Pagine -, fondamentale opera storica del professore Domenico Fisichella.