NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 14 aprile 2018

Il Savoia Cavalleria

Il Colonnello Alessandro Bettoni conte di Cazzago con il glorioso Stendardo, conservato a Cascais fino alla morte del Re


Mi è capitato spesso di leggere o di ascoltare per televisione storie di cavallerie e cavalleggeri leggendari: i Rangers degli Stati Uniti d’America, tra cui Bufalo Bill, il generale Custer, la cavalleria di Gioacchino Murat, il reparto protagonista della «carica dei Seicento» a Balaklava, nella guerra di Crimea.
Su queste storie sono stati scritti libri e persino poesie e poemi epici, girati film, composte musiche, inventati miti e leggende, con una enfasi degna di miglior causa.
In una recente trasmissione televisiva ho sentito persino definire l’allevamento di Lipiza, la più grande scuola di cavalleria del mondo; anche se si tratta di poco più di un centro di addestramento di cavalli da circo equestre.
In effetti, poi, Gioacchino Murat veniva definito da Napoleone «cuor di leone e testa d’asino» e le cariche da lui comandate erano impetuose e talvolta risolsero anche l’esito di battaglie, ma si concludevano quasi sempre in autentici massacri; così come fu un massacro la «Carica dei Seicento».
Tanto la «Carica dei Seicento», quanto molte delle cariche comandate da Gioacchino Murat, dal punto di vista tattico, furono scriteriate, sino all’irresponsabilità.
Nel novero delle leggende riservate alle grandi imprese della cavalleria, quasi mai si parla della cavalleria italiana, che viene generalmente considerata di livello inferiore e che, invece, merita di essere annoverata tra le migliori al mondo.
La leggenda viene riservata agli altri; eppure, quando, nel marzo 1890, venne in Europa, a capo di un Circo spettacolare, Buffalo Bill, preceduto da una fama da leggenda, venne sfidato e battuto clamorosamente in tre diverse circostanze dai butteri della campagna romana dei principi Colonna; in particolare, il col. Cody venne personalmente e sonoramente battuto da Augusto Imperiali, buttero del principe Colonna, in un’arena realizzata nella piazza d’armi di Monte Mario a Roma.
La nostra scuola di cavalleria di Pinerolo, a cavallo tra l’Ottocento ed il Novecento, addestrava i formatori della cavalleria Statunitense, che, era considerata di qualità eccelsa, ma si era guadagnata fama combattendo pellerossa e messicani, i quali erano in condizioni di grande inferiorità tecnologica e spesso anche numerica.
In condizioni di effettiva difficoltà e, semmai partendo da posizione di inferiorità numerica e bellica, si svolsero diverse storiche cariche di cavallerie italiane nel Rinascimento, come quelle di Giovanni dalle Bande Nere.
Ed ancora più eroiche ed affrontate in condizioni di grandi difficoltà, eppure combattute con eccezionale senso tattico, furono le cariche della nostra cavalleria nel Risorgimento.
La carica dei carabinieri a cavallo a Pastrengo e quella dello stesso «Savoia Cavalleria» a Volta Mantovana, Pastrengo, Goito, Custoza, Villafranca, nella prima guerra di indipendenza; la carica della cavalleria coloniale al comando del capitano Carchidio contro i Dervisci, per la conquista di Cassala, nel luglio 1894; la carica della cavalleria a Sidi Bilal, nella guerra italo-turca del 1911-12, per il possesso della Libia; le operazioni di vari reparti di nostri cavalleggeri nella prima guerra mondiale, i cavalleggeri del «Savoia» furono i primi ad entrare in Udine restituita all’Italia e presero parte alla liberazione di Gorizia; ed ancora, nella fase post-risorgimentale, la carica di Isbuscenskij, nella seconda guerra mondiale, ad opera sempre del «Savoia Cavalleria».
Mentre, sino alla prima guerra mondiale, tutte le cariche di cavalleria del nostro, come di altri eserciti si svolsero in condizioni di potenziale equilibrio, per il tipo di armamento che era sostanzialmente simile per tutti gli eserciti, la carica di Isbuscenskij si svolse in condizioni che hanno assolutamente dell’incredibile, con un reparto di cavalleria contro armi automatiche, nidi di mitragliatrici e postazioni di carri armati.
E quegli uomini del «Savoia cavalleria», da quella impresa non uscirono sconfitti, come il gen. Custer a Little Big Horn o come i Seicento a Balacava. Gli uomini del «Savoia cavalleria», dalla carica di Isbuscenskij uscirono vittoriosi ed, in una guerra dalle forti connotazioni e contrapposizioni ideologiche violente, meritarono il riconoscimento e l’ammirazione del nemico, che elogiò il comportamento dei nostri cavalleggeri nel proprio bollettino di guerra.
Eppure, gli italiani, così patiti di esterofilia, nella generalità, conoscono ed ammirano un irresponsabile come il generale Custer, e non conoscono neppure nome del comandante della vittoriosa carica di Isbuscenskij.
Eppure gli italiani, così ammalati di autolesionismo, dimostrano emozione quando leggono la denuncia di crudeltà, quasi sempre ingigantite e spesso assolutamente inventate, di reparti o comandanti italiani, e si dimostrano disinteressati e indifferenti alle manifestazioni di eroismo e di eroica umanità delle nostre truppe, dei nostri connazionali.
C’è un’espressione riferita al giornalismo, che è sintomatica al riguardo: «Cane morde uomo non è una notizia; uomo morde cane; quella sì che è una notizia».
Perché è stata coniata un’espressione simile?
Perché la notizia è rappresentata dall’eccezionalità dell’evento; la regola è l’altra.
Nessuno nega - ed io meno di altri - che in una guerra qualsiasi, che è fondata su azioni forti, sulla violenza, anche tra i migliori, episodi di violenza possano aver luogo: molte volte, per reazione ad altrui episodi di ferocia; altre volte, per difendersi dalle privazioni; ed altre ancora perché la guerra - specie se è lunga e viene combattuta in condizioni estreme - abbrutisce ed altera la natura di molti uomini.
Quello che non è ammissibile è che si definisca regola l’eccezione, sino a negare validità all’espressione «Italiani, brava gente», che non ci siamo arrogati da soli, ma che ci è stata attribuita dalle popolazioni dei Paesi con i quali eravamo in conflitto armato: russi, greci, libici, somali, eritrei, gli stessi etiopi.
Questo, però, potrebbe costituire argomento di una conversazione specifica.
Ho fatto cenno di questo tema nella chiacchierata di quest’oggi, semplicemente perché anche il «Savoia cavalleria» si rese protagonista di episodi di grande umanità, oltre che di eccezionali azioni di eroismo.
Prima di entrare nella descrizione della carica, oggetto di questa conversazione, tracciamo brevissime note sulla storia di questo glorioso reparto.
Il «Savoia cavalleria» venne fondato decreto 23 luglio 1692 da Vittorio Amedeo II, ultimo Duca e primo Re di Casa Savoia, che ebbe quattro grandi fasi storiche: quella dei Conti, quella dei Duchi di Savoia, quella dei Re prima di Sicilia e poi di Sardegna; ed, infine, quella dei Re d’Italia.
Vittorio Amedeo II aveva resistito nella Torino, capitale del suo regno, all’assedio dei francesi; assedio del quale si era liberato con l’aiuto delle truppe imperiali, comandate dal cugino Eugenio di Savoia.
Nel 1713, con il trattato di Utrecht, Vittorio Amedeo II ottenne il titolo di Re e la Sicilia, che nel 1718 scambiò con la più povera, ma più vicina Sardegna (Filippo Juvara).
Il «Savoia cavalleria» venne costituito con un preciso obiettivo; la cavalleria, sino ad allora, era rappresentata da milizie feudali a cavallo, con armatura pesante; pertanto, con scarsa manovrabilità; ed anche sempre più vulnerabili, mano a mano che evolvevano le armi da fuoco.
La creazione del «Savoia cavalleria» rappresentò una delle prime incisive riforme militari di Vittorio Amedeo II che innovò molto anche sul piano civile.
Fu una rivoluzione alla sua nascita e lo fu anche successivamente.
Nel 1692, conferì ai reparti a cavallo modernità e maggiore efficienza; negli anni immediatamente successivi al 1900, dalla cavalleria provennero i primi combattenti dell’aria ed i ciclisti mitraglieri; ora, ma non da ora soltanto, la cavalleria impiega i carri armati.
Nella sua storia, il «Savoia cavalleria» prese parte alla guerra della lega di Augusta, combatté nelle guerra di Successione di Spagna, di Polonia e d’Austria; a seguito della rivoluzione del 1789 fu impegnato contro la Francia repubblicana.
Con l’affermarsi di Napoleone ed il ritiro di Carlo Emanuele IV in Sardegna, il «Savoia cavalleria» venne sciolto nel 1799.
Chiusa la parentesi napoleonica, Vittorio Emanuele I, a favore del quale Carlo Emanuele IV in Sardegna aveva abdicato, fece rientro nei suoi Stati di Terra ferma ed il 1° dicembre 1814 ricostituì il «Savoia cavalleria», che, successivamente, prese parte a tutte le campagne risorgimentali; epica fu la carica di Volta Mantovana il 27 luglio 1848, nella prima Guerra di indipendenza; partecipò alla Seconda e Terza Guerra d’Indipendenza, alla presa di Roma, alla lotta al brigantaggio nel Sud Italia e alle Campagne di Eritrea.
Durante la Guerra del 1915-1918, il «Savoia cavalleria» venne impegnato tanto appiedato - quando si combatté la guerra di posizione - quanto a cavallo; ed ancora come reparto operante con mitragliatrici montate su biciclette; ed, infine, anche con autoblindo Lancia IZ; quindi, assolvendo alle funzioni di grande duttilità, mobilità e modernità per le quali era stato istituito.
Concluso il conflitto, al «Savoia cavalleria» venne posto in atto un processo di ammodernamento, senza mai venir meno ai valori, al rigore dello stesso addestramento a cavallo.
Già nei primi anni Trenta, venne dotato prima di carri leggeri; poi di semoventi; quindi, anche di carri pesanti.
Nel marzo 1935 il reggimento venne impegnato nelle grandi manovre nel Trentino Alto Adige, nella zona tra Madonna di Campiglio, Malé, la Mendola, Bolzano; manovre a fuoco cui parteciparono anche bersaglieri, artiglieria celere e carri veloci.
Ed arriviamo alla seconda guerra mondiale.
Alla data dello scoppio del conflitto, il 10 giugno 1940, il «Savoia cavalleria» era comandato sin da 1937 dal col. Raffaele Cadorna ed aveva un organico di 37 ufficiali, 40 sottufficiali, 802 uomini di truppa, 830 cavalli, 18 automezzi, 6 motocicli, 39 biciclette.
Un armamento «leggero» ed una dotazione logistica modesta; e si apprestava a fronteggiare eserciti superarmati.
Il reggimento era acquartierato a Sud Est di Udine; ma il 4° squadrone era a Bolzano.
Il 10 aprile 1941, il «Savoia Cavalleria» partì per la Jugoslavia; raggiunse la Bosnia occidentale, dove era stato destinato, percorrendo 600 chilometri in 9 giorni; ne avrebbe percorsi altrettanti nei giorni successivi per presidiare la zona assegnata.
Le ostilità erano già terminate, per la resa del Regno di Jugoslavia, che venne smembrato con l’attribuzione della provincia di Lubiana e di alcune zone costiere all’Italia e la creazione del Regno di Croazia, nostro sgradito alleato, la cui corona venne assegnata ad Aimone di Savoia; ma il potere effettivo era nelle mani dal capo degli Ustascia Ante Pavelic, protetto da Hitler.
Aimone di Savoia non si recò neppure in Croazia; mandò un suo ufficiale d’ordinanza a sondare la situazione; un tenente dei Carabinieri di Curzola; si chiamava Renzi Depolo, che, successivamente, è stato colonnello a Bolzano.
Anche se non impegnato in operazioni belliche, il «Savoia Cavalleria» dovette fronteggiare gli Ustascia, autori di incredibili atti di ferocia; a Bihac, il comandante Raffaele Cadorna dovette faticare parecchio per frenare i propri uomini in fermento contro il gran Zupano della zona.
I nostri cavalleggeri in pochi giorni salvarono centinaia di persone dalle persecuzioni degli Ustascia, che commettevano i loro crimini in veste ufficiale in un Regno la cui titolarità nominale era di un Sovrano italiano, ma il cui potere effettivo era esercitato da Pavelic; e questo spiega perché molti degli eccessi compiuti in quel periodo sono stati addossati agli italiani.
La verità è che tra truppe italiane e autorità croate nacque un vero e proprio conflitto, nel quale, in appoggio ai croati, intervennero i tedeschi.
Forse giocò anche questo elemento nel trasferimento del «Savoia Cavalleria» dallo scacchiere jugoslavo al fronte russo.
L’ordine di mobilitazione avvenne già il 21 giugno; ma gli altri reparti del Regio Esercito rimasti in Jugoslavia proseguirono nell’opera di umanità.
Il loro era compito fu persino proibitivo, perché la Resistenza che si sviluppò dopo la resa delle truppe regolari fu articolata con fazioni contrapposte persino all’interno della stessa popolazione di quel Paese; fu cruenta, feroce; ed impose anche reazioni indispensabili, delle quali si parla senza tener mai conto dei fatti che le avevano provocate.
Del resto, per avere un metro di valutazione, basta considerare ciò che si sono fatti tra di loro qualche anno fa, quando non avevano alcuna possibilità di attribuire la responsabilità di eccidi ad altri.
In ogni caso, il Regio Esercito proseguì nella propria opera di garanzia dell’ordine e di difesa dei deboli.
Le testimonianze al riguardo sono innumerevoli; su tutte, spicca una relazione di Manachem Shelah, uno degli scampati all’eccidio degli  ebrei in Dalmazia e docente di storia contemporanea all’Università di Haifa, in Israele; relazione, tradotta e pubblicata nel 1991, a cura dello Stato Maggiore dell’Esercito, con il titolo «Un debito di gratitudine», che ha documentato il salvataggio in Dalmazia, da parte del Regio Esercito, di 100.000 ebrei.
Ma, torniamo al «Savoia Cavalleria».
La partenza di questo reggimento per la Russia, inquadrato nella 3a Divisione Celere «Principe Amedeo Duca d’Aosta», nell’ambito del C.S.I.R. prima e dell’A.R.M.I.R. poi, avvenne il 26 luglio. Il viaggio si svolse in treno fino all’Ungheria; e poi, attraverso i Carpazi, Bessarabia, Romania, a cavallo o a piedi.
L’11 agosto, il «Savoia Cavalleria» giunse in Ucraina e nei giorni successivi venne schierato lungo l’argine del Dnjepr.
L’entrata in azione dei nostri cavalleggeri - Savoia e Lancieri di Novara - avvenne con l’autunno inverno 1941, in condizioni tragiche; ossia, con la gran parte dei mezzi motorizzati del nostro esercito fermi per mancanza di carburante e, pertanto, non in grado di assicurare i rifornimenti.
Il «Savoia Cavalleria», tra gelo, neve, fango, era una delle pochissime unità mobili; e si doveva portare tutto dietro autonomamente; spesso camminando, per non sfiancare i cavalli, già gravati dal peso dell’armamento e che affondavano nel fango e nella neve sino al ginocchio; diversi cavalli morirono per sfinimento.
Circa 1.500 km, tra Borsa e Stalino, molto spesso a piedi, di cui un terzo combattendo, mangiando poco, il più delle volte rifornendosi con materiale e viveri sottratti al nemico.
Diviso in reparti, a volte a cavallo, a volte a piedi, il «Savoia cavalleria» prese parte ad un incredibile numero di fatti d’arme, combattendo sempre eroicamente e sempre uscendone vittorioso, ma sempre con gestione oculata delle risorse materiali ed umane, che rappresentava anche una necessità strategica, dal momento che le esigue forze, a tanta distanza dall’Italia, erano difficilmente rimpiazzabili e non vi sarebbe stato il tempo per l’addestramento degli eventuali rimpiazzi.
La gloriosa carica di Isbuschenskij fu preceduta dalla conquista della zona industriale di Rykovo; dalla rottura dell’accerchiamento, all’interno di Nikitowka, dell’80simo Fanteria; dall’inseguimento per 250 km di imponenti retroguardie sovietiche; dalla partecipazione alla conquista di importanti centri, tra cui Stalino.
E siamo a Insbuschenskij.
Non voglio aggiungere nulla più dello stretto necessario alla descrizione di quella carica, che ha più che del leggendario; mi limito, perciò, a leggere una anonima ricostruzione del 1992:

«Al galoppo con la sciabola sguainata. "Caricat!" ordina l’ufficiale. «Savoia» rispondono urlando gli uomini dello squadrone. E si lanciano sulle postazioni russe. Era la mattina del 24 agosto 1942 e tra i girasoli di Isbuschenskij si chiudeva la storia della cavalleria. Con una carica ormai leggendaria.
Sulle rive del Don a decidere le battaglie dovevano essere i carri armati. Invece gli italiani riuscirono a conquistare una delle rare vittorie della nostra spedizione in Urss proprio con un’arma di altri tempi. La romantica, la più affascinante, la più lontana dalla guerra moderna. II «Savoia cavalleria» si era trovato accerchiato dall’avanzata delle truppe siberiane. Nella notte tre battaglioni di fanteria lo avevano aggirato. I sovietici si erano nascosti tra i girasoli. Ma all’alba una pattuglia nota qualcosa di sospetto. Un cavaliere spara tra le piante. E, improvvisamente, i campi vengono animati dal fuoco di 2000 soldati russi.
Il comandante, colonnello Alessandro Bettoni conte di Cazzago, non si perde d’animo. Ordina al secondo squadrone di prepararsi alla carica, il sogno di ogni cavaliere. Come nelle distese di Balaclava, come a Waterloo. Ma con più attenzione ai pericoli delle mitragliatrici. Prima i 650 uomini del «Savoia» bersagliano il centro dello schieramento sovietico. Poi lo caricano sul fianco. Tra le truppe siberiane, sorprese da tanta audacia, è il panico. Vedono davanti una scena incredibile. Una enorme nuvola di polvere che avanza. E in pochi minuti si trovano sulle teste le sciabole degli italiani. Dopo il primo passaggio, tra le linee nemiche, il reparto si riorganizza. E ripete l’assalto in senso inverso, questa volta usando più le bombe a mano che le lame.
Il nostro comandante intuisce il successo. La carica ha avuto il risultato psicologico sperato. E lo sfrutta. Ordina ai due squadroni appiedati e al gruppo di cannoncini di tenere sotto tiro i russi. E mentre gli avversari incominciano a sbandare lancia alla carica il 3. squadrone. Di nuovo nella pianura si levano le sciabole e risuona l’urlo di «Savoia». I battaglioni sovietici scappano.
Tra i girasoli restano i corpi senza vita di circa 250 soldati russi. Altri 600 si arrendono: la metà di loro è stata ferita dalla sciabole. In tutto il «Savoia» conta 39 caduti, 53 feriti, e più di cento cavalli falciati dalle raffiche. Ma è vittoria. Insperata, incredibile. E che ha effetti importanti per arginare lo sfondamento dell’armata Rossa, salvando dall’accerchiamento intere divisioni italiane e tedesche.
A Isbuschenskij viene realizzato quello che non era riuscito nel 1939 ai lanceri polacchi e, più tardi, sfortunati «Cavalleggeri di Alessandria». Caricare e vincere.
Così si chiude l’epopea della cavalleria. Una leggenda iniziata 5000 anni prima nelle distese dell’Asia Minore e conclusa cinquant’anni fa (ora 64 anni fa) sul Don proprio dalle sciabole del «Savoia cavalleria».
Non solo. Ma quella carica consentì al «Savoia cavalleria» di catturare al nemico 3 cannoni anticarro, più uno distrutto; 4 mortai; 20 fucili anticarro; 4 mitragliatrici; 15 parabellum; 8 fucili mitragliatori; 170 fucili.
Ricordo che qualche anno fa pubblicai il virgolettato su «L’Incontro», venne da me un collega di lingua tedesca e mi disse di aver prestato il servizio di leva proprio nel «Savoia cavalleria» e tenne a dirmelo, aggiungendo: «Sono di lingua tedesca, ma confesso che quando ho letto l’articolo, mi è venuta la pelle d’oca» e si sollevò la manica di giacca e camicia.
Per la carica di Insbuscenskij, vennero conferite due sole medaglie d’oro, entrambe alla memoria: al maggiore Alberto Litta Modigliani e al capitano Silvano Abba, ferito due volte nella stessa carica, prima di cadere colpito a morte.
Furono conferite una cinquantina di medaglie d’argento, tra cui quelle attribuite al comandante Alessandro Bettoni di Cazzago; una ventina di medaglie di bronzo; un certo numero di croci di guerra; e ci furono anche tre promozioni per merito di guerra.
La campagna di Russia e la carica di Isbuschenskij suscitarono entusiasmo tra gli italiani, ammirazione nel mondo intero e meritò persino una rispettosa citazione nel bollettino ufficiale dell’«Armata rossa» ed ispirò cartellonisti come Beltrame e Pisani e pittori come Pagliani e Apolloni.
A quella carica presero parte, tra gli altri, Massimo Gotta, figlio dello scrittore Salvator Gotta, autore de «Il piccolo alpino», e Angelo Muller, di origine altoatesina e decorato di medaglia di bronzo; vi perì il capitano Silvano Abba, discendente dello scrittore Giulio Cesare Abba. Nella furiosa carica di Isbuschenskij il comandante Bettoni vide uccidere sotto di sé due cavalli, ma riprese la battaglia, saltando in groppa ad altri due destrieri rimasti senza cavaliere.
Lo stendardo del «Savoia cavalleria» fece rientro a Milano il 30 aprile 1943.
A seguito degli eventi determinati dall’Armistizio, l’8 settembre 1943, il reggimento è disciolto in Emilia ove è in corso di riordinamento.
Non finirono l’eroismo ed il sacrificio degli uomini del «Savoia cavalleria»; un reparto proseguì il proprio impegno sul crinale appenninico, nella speranza di contrastare l’azione dei tedeschi in attesa dello sbarco degli alleati.
Diversi cavalleggeri continuarono a combattere nella Resistenza; il tenente Franco Vannetti Donnini (promosso capitano per meriti di guerra ad Insbuscenskij), cadde falciato dai mitra nazisti nella difesa di Porta San Paolo a Roma, all’indomani dell’8 settembre 1943.
Altri ufficiali vennero internati in campi di concentramento nazisti.
Il gen. Guglielmo Barbò di Casalmorano, comandante della celebre Scuola di cavalleria di Pinerolo, morì nel campo di Flossenburg il 14 dicembre 1944.
Altri, per non consegnarsi ai tedeschi, sconfinarono in Svizzera.
Il gen. Alfonso Cigala Fulgosi, che dal 1942 era stato nominato comandante della piazza di Spalato, dopo l’8 settembre rifiutò di cedere le armi ai tedeschi, dai quali venne fucilato il 1° ottobre 1943; morì, rifiutando la benda per coprigli gli occhi e gridando «Viva il Re, viva l’Italia».
Alla fine della guerra il conte Alessandro Bettoni di Cazzago lasciò il servizio e volle portare a Umberto II, erede del fondatore del Corpo, lo stendardo del «Savoia cavalleria»; per questo suo gesto, venne privato della pensione e dell’indennità della medaglia d’argento conquistata in quella stupenda carica. Non se ne rammaricò e non rilasciò mai dichiarazioni al riguardo. Riprese la sua attività di cavallerizzo e partecipò anche alle Olimpiadi di Londra, dove, quando venne disarcionato nel superare un ostacolo, fece alzare in piedi tutto il pubblico - inglesi in prima fila - e raccolse prima il deluso silenzio e poi l’entusiastico applauso generale; come se il vincitore fosse stato lui, la «leggenda di Isbuschenskij».
Si spense a Roma, la sera del 28 aprile 1951, accasciandosi per un attacco cardiaco durante il concorso ippico di piazza di Siena, al quale stava prendendo parte.
Intanto, la storia del «Savoia cavalleria» riprese, molto contrastata, dopo la conclusione del 2° conflitto mondiale.
Il 15 ottobre 1946 viene costituito il Gruppo Esplorante 3° Cavalieri al quale sono assegnati colori, fregio e numero del disciolto Reggimento.
Il «Savoia cavalleria» venne trasferito a Merano; ma quel nome dava fastidio ai «politici» di allora e la denominazione del glorioso corpo il 18 febbraio 1950 venne mutato in «Gorizia cavalleria»; perché l’ignominia fosse rimediata con il ripristino dell’originaria denominazione, bisognò attendere il 4 novembre 1958.
A Merano si spense, il 21 ottobre 1960, l’ultimo superstite dell’ultima carica della storia; il cavallo Albino, amata «mascotte» di veterani e reclute, ora imbalsamato; era suo compagno inseparabile il minuscolo somarello Mariolino; e chissà con quanta amarezza avranno insieme sorriso della piccineria di chi aveva cercato, con quel cambio di denominazione del corpo, di far dimenticare al popolo italiano una delle sue più fulgide pagine di storia...

A seguito della ristrutturazione dell’Esercito, l’11 ottobre 1975, che vide la soppressione del livello reggimentale, l’unità si riordinò in 3° Gruppo Squadroni Corazzato «Savoia Cavalleria» formato in Merano con personale del disciolto reggimento.
Il 23 maggio 1992 il «Savoia cavalleria» venne ricostituito in Reggimento e dal 1995 trasferito a Grosseto.
Ancora qualche annotazione.
Questo Corpo ebbe Comandanti ed ufficiali illustri; tra l’altro, anche due cugini di Vittorio Emanuele III: il conte di Torino, che sfidò e batté in duello il duca d’Orleans, francese; e il duca di Bergamo; ed ebbe, come comandante anche Luigi Napoleone, figlio di Gerolamo Bonaparte e della principessa Cristina di Savoia.
Tra i suoi comandanti, ebbe anche il maggiore Giovanni Arrighi, che il 15 ottobre 1946 ebbe il compito di comandare il Gruppo Esplorante 3° Cavalieri, ricostituzione del «Savoia cavalleria».
Era nato a Sassari il 14 luglio 1913; a 36 anni, nel 1950, fece professione di fede nell’Ordine domenicano; divenne sacerdote nel 1953.
Lettore in teologia, insegnò per qualche tempo a Bologna; nel 1956 fu inviato con il grado di Superiore a Bolzano. Qui, essendosi reso conto che molti, nel periodo estivo preferivano le gite alla chiesa, cominciò a frequentare coloro che chiamava i «lontani», per parlare di fede e di Dio. Nacque così, da lui creata, la «pastorale del turismo».
Su questo tema, padre Arrighi scrisse un libro «Cristo tra i lontani».
Il Concilio «Vaticano II» fece suo questo nuovo campo d’azione; padre Arrighi venne chiamato a Roma e nominato funzionario della Segreteria di Stato e rappesentante della Santa Sede per la Pastorale delle Migrazioni e del Turismo.
Padre Arrighi insegnò nelle Università del Laterano e di San Tommaso.
Si spense a Milano il 5 settembre 1986, all’età di 73 anni, dopo 33 anni di sacerdozio; poco prima della dipartita, era stato nominato tenente colonnello di Cavalleria; e ne fu commosso.
Ma perché, sentendo il richiamo della fede, scelse proprio l’ordine Domenicano?
Non so se l’abbia mai spiegato. C’è, però, una coincidenza. Umberto II era Terziario Domenicano ed ebbe un ruolo importante nella realizzazione della Chiesa di Cristo Re a Bolzano.
Dopo un po’ che la costruzione era iniziata, finirono i soldi ed il Governo si rifiutò di integrare la spesa inizialmente stanziata. I frati si rivolsero allora al Principe ereditario, che inviò la somma necessaria, staccandola dal proprio patrimonio personale.
I frati vollero ringraziare il principe facendo affrescare la parete a sinistra dell’Altare per chi guarda, con una pala con la raffigurazione dei Beati di Casa Savoia. L’incarico venne affidato a Franz Lenhart, il quale, in un eccesso di zelo, inserì nell’affresco anche lo stesso Umberto di Savoia, il quale, quando lo seppe, telefonò direttamente al pittore e gli disse: «Guarda che io non sono ancora morto; tirami via di lì»; e, poiché Lenhart gli obiettò che sarebbe rimasto uno spazio vuoto, Umberto di Savoia replicò: «Se proprio vuoi, ti dò due zie di Naoli, appena create venerabili». E così avvenne.
Waldimaro Fiorentino 

martedì 10 aprile 2018

La Principessa Maria Gabriella di Savoia in visita alle tombe dei nonni a Vicoforte


Alle 18.45 di martedì 17 aprile, S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia visiterà le Tombe dei Nonni, Vittorio Emanuele III e la Regina Elena, nella Cappella di San Bernardo, al Santuario-Basilica di Vicoforte, sin dal 1596 voluto dal Duca Carlo Emanuele I quale Mausoleo della Casa.
Accompagnata dal conte Federico Radicati di Primeglio, già Delegato della Casa per la estumulazione, traslazione e ritumulazione delle Salme (eseguite il 15-17 dicembre 2017), e da Aldo A. Mola, la Principessa è accolta dal Rettore del Santuario, mons. Meo Bessone, dai Rotary di Cuneo, Mondovì e Savigliano e dal Rotaract del Cuneese.
La Principessa è a Vicoforte su invito del Rotary Club di Cuneo, presieduto dall'avv. Gianmaria Dalmasso, dieci anni dopo la sua prima visita al Club di Cuneo, di cui fu ospite il 13 giugno 2006, 60° della partenza di Umberto II dall'Italia. Da allora la Principessa è socio d'onore del Club rotariano di Cuneo.
Dopo la visita, Aldo A. Mola, direttore della Associazione di Studi Storici Giovanni Giolitti (Cavour), evocherà sinteticamente l'opera del Re e della Regina Elena, nel Centenario della vittoria nella Grande Guerra.
La ASSGG, ricordando che Vittorio Emanuele III fu vivo sostenitore dell’opera riformatrice di Giovanni Giolitti, si unisce ai Rotary nel porgere il caloroso benvenuto a S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia, Custode della memoria storica della Casa Reale.


da www.targatocn.it

lunedì 9 aprile 2018

Voti (pochi) veti (troppi): lo Stato in bilico


di Aldo A. Mola

   Di veti “ad personam” la democrazia in Italia è già morta una volta, nel 1921-1922. Tanti “politici” non lo ricordano o non l'hanno mai appreso. Perciò è bene ripassare quei fatti. Don Luigi Sturzo, segretario del Partito popolare italiano (la Democrazia cristiana di allora, adesso cara a Grillo Beppe), mise il “veto” a Giolitti quale presidente di un governo formato da liberali, cattolici e socialisti. Anche per colpa sua, al posto dell'ottantenne Statista liberale, l'unico in grado di fermare la deriva verso l'abisso, al potere salì il trentanovenne Mussolini (ex socialmassimalista e di molto altro), col benestare del democristiano Alcide De Gasperi, che spianò la via al suo governo. Vi è motivo di ricordarlo nella Domenica “in albis”, festa di transizione. Deposta la veste infangata, oggi si indossa quella candida, battesimale. È giorno di lavacri e purificazione. Ne ha bisogno l'Italia odierna, uscita da cinque anni melmosi. La XVII^ legislatura ha lasciato un’eredità pesante. Chi si illude che le votazioni abbiano spalancato chissà quale radioso futuro non ha coscienza della realtà incombente, né, meno ancora, di capisaldi della Costituzione che non ammettono né aggiramenti né scorciatoie.
   Il Presidente Sergio Mattarella ha ammonito di essere interprete dei cittadini. E' il nocchiero di un'Italia in gran tempesta. Al netto di astenuti, schede bianche e nulle, i Cinque Stelle di Di Maio (dal sorriso tra teso e sardonico, come accade a chi è agli sgoccioli) hanno ottenuto il 32% dei voti validi. Meno di un terzo. Non bastano né mai basteranno a sorreggere un governo. Quando nel 1992 calò su quella soglia, la fatiscente Democrazia cristiana gettò la spugna. Le mancava il 68% degli italiani. Esattamente quanti non ne hanno oggi i grillini per pretendere il controllo delle Camere, delle Commissioni, il governo e… la Luna. Essi possono strepitare quanto vogliono, ma da soli non hanno alcuna maggioranza. Perciò si “offrono” a destra e anche a manca, all'insegna del “Franza o Spagna pur che se magna”: afferrare il potere, spendere e spandere e fare i Frati Cipolla sperando di non finire come Masaniello. Sanno che né per loro né per altri “illusionisti” vi sarà un nuovo 4 marzo 2018. Quando si tornasse alle urne (tra sei mesi, un anno o più) gli elettori staranno molto peggio di oggi e avranno smesso di credere ai miracoli della Casaleggio Associati, alla Piattaforma Rousseau e alle altre fanfaluche strombazzate durante la peggior campagna elettorale dell'Italia repubblicana. Alla prova dei fatti si vedrà anche se e quanto reggeranno certi gruppi comprendenti anticaglie di partiti dalla storia un tempo gloriosa, ma ridotti a raccattare un seggio purchessia.   
    La pausa di riflessione dettata dal Presidente Mattarella è propizia per ricordare alcuni capisaldi del regime vigente (il migliore possibile, sic stantibus rebus, come convenimmo più volte in dialogo con Marco Pannella). In primo luogo “il Presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio” (art. 92 comma 2 Cost.). La Carta non dice come e perché giunga o debba giungere alla decisione. È suo riservato dominio. La prassi è mutevole, la pienezza del potere è altra. Ricalca esattamente lo Statuto Albertino, che riservava al Re la nomina dei ministri, come fece Vittorio Emanuele III il 30 ottobre 1922 e il 25 luglio 1943, sentite le parti in gioco e assunte le sue responsabilità dinnanzi alla storia, perché quello è il compito del Capo dello Stato: “Un brut fardèl”, come disse il morente Vittorio Emanuele II al figlio Umberto (assassinato a Monza il 29 luglio 1900, a conferma di quanto sia sempre stato difficile governare l'Italia).
    Mentre infuria il fatuo strepito sull'abolizione dei “vitalizi” spettanti ai parlamentari va ricordato ai neofiti della politica che il riconoscimento economico della rappresentanza politica fu introdotta nel 1912-1913 in coincidenza con il suffragio universale, proprio per consentire ai non abbienti di svolgere decorosamente la funzione politica, altrimenti riservata a una casta. Abusi, sperperi e ruberie vanno certo aboliti, ma  salvaguardando le prerogative dei parlamentari, inclusa la remunerazione, uno dei perni della loro indipendenza (è abnorme, semmai, che gli “eletti” debbano versare una mensilità al “datore dell'elezione”, del quale si riconoscono succubi). Del tutto improprio è misurare l'efficacia dell'esercizio della carica con la presenza in aula, come qualcuno improvvidamente ha proposto. Anziché sedere accalcati e sudaticci negli scomodissimi scranni di Palazzo Madama e di Montecitorio, deputati e senatori hanno molti validi modi e tante altre sedi per professare la missione loro assegnata con l'elezione: visitando il Paese, ascoltandone i cittadini, studiando.... Basta si rileggano le opere di misericordia spirituale e corporale, che precedono la Carta del 1948. Meno sedute, ma più concludenti. Meno “riforme”, meno “leggi” (anzi, vanno sfoltite) e più concentrazione sugli impegni vitali del Paese: Esteri (Alfano è ancora sempre lì...), Difesa (evitando pessime figure e soprattutto il ridicolo mandando missioni militari a caso in giro per il mondo), Istruzione (quando avremo un ministro adeguato alla carica un tempo ricoperta da Benedetto Croce e da Giovanni Gentile?).
   L'ordinamento costituzionale oggi subisce una grave aggressione, che va denunciata e respinta con chiarezza. L'art. 67 della Carta recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione (maiuscolo) ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Così era nato il Parlamento del regno di Sardegna nel 1848 (unica Monarchia rappresentativa in Italia, con buona pace di neoborbonici e altri nostalgici degli staterelli preunitari, incluso quello del papa-re) e così esso visse sino al 1939, quando la Camera elettiva fu sostituita con quella dei Fasci e delle Corporazioni, formata esclusivamente di tesserati del PNF, a differenza di quelle elette nel 1929 e 1934, che salvavano l'apparenza con la rappresentanza di istituti e sodalizi non formalmente “fascisti”, dalla Lega Navale al Touring Club Italiano...    
  La libertà dal “vincolo di mandato” è il sale della vita politica. Esso non trovò spazio nei partiti totalitari, usi a screditare i dissenzienti come traditori, radiati ed esposti al pubblico ludibrio. Fu la sorte riservata dal Partito comunista d'Italia, succubo di Stalin a Mosca, a chi non si allineava alle cangianti direttive del “Capo”(i più sfortunati vennero ammazzati o destinati a morire di fatica e di stenti nei gulag). Oggi la libertà dal vincolo di mandato è negata dal Movimento Cinque Stelle, i cui vertici pretendono di assegnare patenti di moralità politica non solo al proprio interno ma addirittura all'Italia intera. Questa arroganza va respinta con fermezza. Fa tutt'uno con quella della dottoressa Rosy Bindi, che vorrebbe subordinare la “presentabilità” alle urne a criteri privi di basi giuridiche (per esempio l'appartenenza o meno ad associazioni non proibite, quali le Comunità massoniche) e a suoi pregiudizi personali.
    La bizzarra pretesa di vincolare al “Capopartito” anziché alla Nazione l'esercizio della funzione parlamentare paradossalmente viene avanzata anche nelle file di partitelli nati da scissioni. Anche sotto questo profilo la XVII^ legislatura  lascia un'eredità avvilente. Essa si chiuse con la nascita di un cartello (i Liberi e Uguali) capitanato dai presidenti delle due Camere: un precedente destinato a pesare sulle istituzioni. La loro sortita è così screditante che si preferisce esorcizzarla, nel silenzio dei costituzionalisti. Però c'è, rimarrà e peserà.
     Come dunque si vestiranno certi partiti dopo questa domenica in albis? L'ipotesi di un governo di legislatura è la meno augurabile, perché comporterebbe altri cinque anni di litigiosissima campagna elettorale e di esaurimento delle magre risorse del paese. Usciamo da un lustro di lotte fratricide. Il Paese chiede aria di primavera. All'indomani del voto Dario Franceschini auspicò che la XVIII legislatura assuma un ruolo “costituente”. E' pensiero condivisibile. Il primo passo per risalire la china è però  il varo di una legge elettorale che concili rappresentanza e stabilità: non lo era l'“Italicum” vagheggiato da Matteo Renzi (arrogante come tutti i dilettanti, al pari della proterva Maria Elena Boschi) né lo è il  non rimpianto “Rosatellum”. Da lì bisogna partire. Non perché ce lo chieda l'Europa. Lo sollecita la memoria della storia d'Italia. Lo sfascio della democrazia liberale non nacque col governo Mussolini, coalizione di tutti i partiti statutari, ma, come detto sopra, per l'opposizione di Luigi Sturzo (“prete intrigante”) a un governo liberal-socialista capitanato dall'ottantenne Giolitti e col sostegno dei cattolici, chiamati al governo sin dal lontano 1917, quando Filippo Meda assunse le Finanze. La democrazia rappresentativa andò a rotoli per via di quel “veto”. Oggi siamo daccapo lì. Tocca al presidente Mattarella ricordare ai parlamentari i loro diritti e i loro doveri. Doni loro una copia della Costituzione e accerti che l'abbiano appresa e che la rispettino. Altro poi potrà venire, nei secoli; per ora è quanto di meglio si possa avere. La patente di guida richiede esami più severi di quelli dell'elezione a parlamentare. Oltre all'eccellente Consigliere per l'Informazione, forse al Presidente occorre un Consigliere per la Formazione dei neofiti della rappresentanza democratica: un “mestiere”, questo, molto più impegnativo delle normali “professioni”, come agli Ateniesi ripeteva Socrate. I quali, infastiditi dai suoi moniti, lo condannarono ad avvelenarsi bevendo la cicuta. L'Italia odierna offre alternative migliori?
Aldo A. Mola

domenica 8 aprile 2018

L'intreccio della Storia tra Casa Savoia e Asburgo nelle parole del Principe Martino

«Vi racconto mio nonno l’ultimo imperatore»

Il nipote di Carlo I è agricoltore a Sartirana. Per la prima volta ci apre le porte


L’arciduca Martino d’Asburgo Lorena Este racconta la storia di Sartirana, d’Italia e d’Europa seduto davanti ai quadri dei suoi nonni: Carlo I d’Asburgo, ultimo imperatore d’Austria-Ungheria, esiliato nel 1919 dopo la sconfitta nella Prima guerra mondiale e beatificato nel 2004 da papa Giovanni Paolo II, e Amedeo di Savoia Aosta, viceré d’Etiopia dal 1937 al 1941 e imprenditore agricolo a Sartirana nei primi anni Trenta. Lo stesso Martino, oggi 59enne, ha scelto di coltivare la terra come il nonno e nel 1983, dopo la laurea in Agraria all’Università di Monaco di Baviera, si è insediato a Sartirana, nell’azienda agricola alle spalle del castello di proprietà dei Savoia Aosta fino agli anni Sessanta. Dal matrimonio con la principessa Katharina von Isenburg sono nati Bartolomeo, Emanuel, Elena e Luigi Amedeo, quest’ultimo omonimo del duca degli Abruzzi, celebre alpinista ed esploratore morto nel 1933 in Somalia. Secoli di Storia scorrono nelle parole dell’arciduca: dall’imperatore Carlo V d’Asburgo, sul cui impero non tramontava mai il sole, ad Adolf Hitler, «che odiava gli Asburgo e che volle a tutti i costi incontrare mio zio Ottone senza mai riuscirci». 

Arciduca, qual è il legame fra i Savoia Aosta e Sartirana?

«Mio nonno Amedeo nel 1931 ereditò il castello e le cascine San Giorgio, Isolone, Mora e Cascinetta dalle duchesse Arborio di Gattinara, con cui era imparentato attraverso i Pozzo della Cisterna. In questo caso possiamo parlare di corsi e ricorsi della storia: nel Cinquecento Mercurino Arborio di Gattinara era il gran cancelliere di Carlo V d’Asburgo, con cui sviluppò la famosa teoria della “monarchia universale”. Mercurino aveva ottenuto i diritti sulle tasse, sul sale e sull’acqua per la zona di Sartirana, di cui però doveva mantenere la guarnigione del castello». 

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http://laprovinciapavese.gelocal.it/tempo-libero/2018/04/07/news/vi-racconto-mio-nonno-l-ultimo-imperatore-1.16685173

di Umberto d'Agostino

sabato 7 aprile 2018

La crociata contro la fame nel mondo venne inventata dall’Italia e da Vittorio Emanuele III oltre un secolo fa


di Waldimaro Fiorentino

I vertici internazionale della FAO che periodicamente si tengono in tutto il mondo e l’attenzione che suscita il tema della fame che affligge gran parte dell’umanità e, pertanto, anche l’esigenza di un mondo più solidale e più giusto sono sempre d’attualità.
Quello che pochi sanno è che l’attenzione su questi temi, in maniera meno cruenta e spettacolare, ma assai più concreta venne richiamata proprio dall’Italia, che fu, dunque, il primo Paese al inondo a lanciare la crociata contro la fame già oltre un secolo fa, quando il mondo si cullava ancora nella beata incoscienza degli ultimi scampoli della «belle époque».
L’idea della costituzione di un simile organismo era venuta per primo a David Lubin, un americano nato in Polonia da famiglia israelita, che dalla sua esperienza di uomo d’affari aveva tratto la convinzione della necessità di mantenere nell’ambito della moderna economica capitalistica un certo equilibrio tra settore industriale e agricoltura. Dopo aver inutilmente cercato di convincere il governo americano a farsi promotore di una iniziativa di questo tipo, venne in Italia e si rivolse a Vittorio Emanuele III, che ricevette lo studioso a San Rossore, dove il Sovrano si era recato per passare qualche giorno con la Regina Elena, reduce dalla maternità per la nascita del futuro Umberto II.
Un primo esempio di collaborazione e di simpatia tra Vittorio Emanuele III e gli ebrei.

Il signor Davide Lubin espone a S. M. il Re d'Italia, nella villa di San Rossore, il progetto per l’Istituto Agrario internazionale.(Disegno di G. Amato). 
Illustrazione Italiana 19 Febbraio 1905

Lubin ebbe fortuna, perché il Re comprese subito l’importanza del progetto e dette incarico allora presidente del Consiglio Giolitti di preparare una conferenza internazionale. Nel messaggio indirizzato al suo primo ministro per incaricarlo della istituzione di quell’organismo, Vittorio Emanuele III si espresse così: «Le classi agricole, benché siano le più numerose, vivendo disgregate e disperse, non possono da sole provvedere abbastanza né a migliorare, né a distribuire secondo le ragioni del consumo le varie colture, né a tutelare i propri interessi sul mercato, che, per i maggiori prodotti del suolo, facendosi mondiale. Di notevole giovamento potrebbe quindi riuscire un istituto internazionale ... cosicché ne fosse agevolata la produzione, reso meno costoso e più spedito il commercio e si conseguisse una più conveniente determinazione dei prezzi. Questo Istituto, procedendo d’intesa con i vari uffici nazionali, fornirebbe anche notizie precise sulle condizioni della mano d’opera agricola nei vari luoghi, in modo che gli emigranti ne avessero una guida utile e sicura; promuoverebbe accordi contro quelle malattie delle piante e del bestiame, per le quali riesce difficile la difesa parziale; eserciterebbe finalmente un’azione opportuna sullo svolgimento della cooperazione rurale, delle assicurazioni e del credito agrario… un Istituto siffatto, organo di solidarietà fra tutti gli agricoltori e perciò elemento poderoso di pace…».
L’iniziativa riscosse subito consensi generali. Uno dei più autorevoli quotidiani dell’epoca, «La Tribuna», nel numero di sabato 11 febbraio 1905 dedicò all’annuncio dell’evento un intero paginone e nell’articolo di prima pagina sottolineava lo spirito della istituzione: «Che il pane quotidiano a tutti i cittadini del mondo al minor prezzo ed in misura sufficiente, e che agli agricoltori di tutto il mondo sia retribuita la miglior mercede e sia aperto il mercato più vasto possibile è concetto tanto più geniale quanto più semplice». E «La Tribuna illustrata» dedicò la copertina del numero del 26 febbraio dello stesso anno all’incontro tra Vittorio Emanuele III e David Lubin ritratti nell’atto di stringersi la mano.
Consensi vennero pure dall’estero; il britannico «Daily Telegraph» scrisse: «… la proposta del Re d’Italia è degna di essere appoggiata, perché quantunque ci possano essere dubbi sulla quantità del bene che può fare, è fuori dubbio che non può fare che del bene».
Anche «L’Alto Adige», che allora si stampava a Trento, dedicò più titoli in prima pagina alla «Iniziativa pacifica del Re», che, considerata la fede degli estensori, evidentemente, non aveva bisogno di specificazioni; il foglio trentino, riprendendo una notizia pubblicata dal britannico «Evening Standard», fece sapere che era stato Guglielmo Marconi a consigliare Davide Lubin di rivolgersi a «Vittorio Emanuele, sovrano moderno ed illuminato»; e, nel numero di lunedì 13 e martedì 14 febbraio 1905, riportò il seguente telegramma inviato da Francesco Giuseppe a Vittorio Emanuele III: «Non voglio tardare a felicitare Vostra Maestà dell’iniziativa presa per la creazione di una istituzione internazionale d’agricoltura che io non dubito troverà in tutti i paesi una eco di simpatia»; telegramma cui il sovrano italiano rispondeva con un altro di analogo tenore; e sempre «L’Alto Adige», nei giorni successivi, riportava un’altra serie di telegrammi di felicitazione e di consenso inviati al Quirinale da capi di Stato di tutto il mondo.
Addirittura traboccante d’orgoglio finanche superiore a quello espresso dalla stampa italiana il commento de «Il Piccolo» di Trieste, città che all’epoca faceva parte dell’impero austro-ungarico: «Il pensiero nato a Roma ha l’impronta della città universale… Nel giovane Principe promettevano i conoscitori un uomo di vasto intelletto e di libero giudizio, capace di dar fiamma alla scintilla di una verità che gli venisse rivelata; i primordi del Re d’Italia non li smentirono: oggi con la sua proposta mondiale a favore dell’agricoltura è venuta la fiamma…La splendida pagina dell’intelligenza moderna che il Re d’Italia ha avuto l’onore di segnare con il suo nome… è affermatrice e tutrice di pace e di fratellanza, enunciando la necessità di sommare e non di dividere gli interessi delle nazioni, perché da questi traggano il massimo vantaggio comune; è parola di redenzione e mano tesa generosamente alla povertà di mezzi e allo spirito delle classi agricole, perché si sollevi dal suo umile stato ed in pari tempo intervento dell’alto potere per reprimere quell’affarismo senza scrupoli che determina lo spietato rincaro dei generi di consumo onde soffre, non una nazione o l’altra, ma tutta l’umanità».
Dunque, uno spirito che dava risposta con un secolo di anticipo alle istanze del cosiddetto «popolo di Seattle»; naturalmente a quello che cerca risposte e non pretesti per scatenare guerriglie.
Ma perché Davide Lubin scelse l’Italia per la realizzazione del suo progetto? Lo spiegò egli stesso in una intervista pubblicata in quei giorni: «Innanzitutto perché il Re d’Italia, malgrado l’età giovanile, ha una mente colta ed esperta in tutte le questioni che interessano il bene dei popoli, onde era più agevole ottenerne un illuminato consenso. Poi, perché l’Italia è una nazione di media importanza nell’agricoltura internazionale, onde non potrà destare le gelosie delle altre nazioni lanciando l’appello, ciò che invece avverrebbe se questo facesse l’America, che monopolizza i raccolti del cotone, del mais, ecc., o la Russia, che esercita un gran peso nel commercio dei grani, o l’Inghilterra e la Francia che hanno molti e forti mercati di incetta delle derrate alimentari. Infine, perché l’Italia con le bellezze del suo suolo e con le classiche glorie della sua, storia, forma un’attrattiva per gli stranieri di qualsiasi nazionalità, e provoca l’affetto e la simpatia, di tutte le nazioni».
Fatto sta che il 7 giugno 1905, in una solenne adunanza, i rappresentanti di numerosi Stati aderirono all’iniziativa italiana, sottoscrivendo l’atto costitutivo dell’Istituto, che prese sede a Roma, nell’edificio fatto costruire appositamente dal sovrano italiano a Villa Umberto e concesso in uso gratuito all’organizzazione.
L’Ente traeva i suoi finanziamenti in massima parte dai contributi degli Stati aderenti, che andavano da un minimo di 12.500 lire ad un massimo di 200.000 lire (di allora) e dalla somma annua di 300.000 lire messa personalmente a disposizione da Vittorio Emanuele III, il quale, dunque, oltre ad aver donato la palazzina che doveva servire da sede all’Istituto, versava annualmente nelle casse dello stesso una somma di gran lunga superiore al contributo di qualsiasi Stato.
L’istituzione voluta dal sovrano italiano conquistò anche il mondo cattolico di casa nostra, che pure era in contrasto con il Regno d’Italia dopo la «breccia di Porta Pia»; l’assemblea del Partito Popolare (come allora si chiamava il Partito cattolico), a conclusione del Congresso nazionale tenutosi a Torino nell’aprile 1923, votò all’unanimità un lungo e denso ordine del giorno nel quale, tra l’altro, si affermava testualmente: «…è opportuno mettere in risalto l’attività dell’Istituto internazionale di Agricoltura, realizzato con intuito previdente da S. M. il Re Vittorio Emanuele III, come aspirazione a quella unità di produzione e di scambi che sia indispensabile ad assicurare l’equilibrio pacifico nella soddisfazione dei bisogni dei vari popoli».
Poi, venne la seconda guerra mondiale, che interruppe la cooperazione internazionale che su questo tema era stata sino ad allora fervida e non aveva subito appannamenti neppure durante le crisi internazionali più acute.
L’iniziativa di resuscitare lo spirito dell’Istituto internazionale di agricoltura venne ripresa dagli Stati Uniti che, nel maggio 1943, convocarono a Hot‑Springs, in Virginia, una conferenza di Stati alleati e neutrali, per la costituzione di un organismo permanente per l’alimentazione e l’agricoltura, che venne fondato ufficialmente, appunto con l’attuale denominazione di Fao, il 16 ottobre 1945 a Quebec, dove si tenne la prima delle sue conferenze biennali. In seguito all’accordo intervenuto nel 1951 con il governo italiano, la Fao fissò definitamente la sua sede centrale in Roma, succedendo, quindi, in tutto e per tutto al precedente Istituto internazionale.
A oltre un secolo della sua nascita, il mondo intero ha perso la memoria delle origini di questa istituzione; e, purtroppo, anche noi abbiamo dimenticato che fu proprio il nostro Paese, per primo, a prendere coscienza del problema della fame nel mondo; e non sappiamo più neppure cosa sia stato quell’Istituto internazionale d’Agricoltura, progenitore dell’attuale Fao e, che, nei 35 anni di vita sino allo scoppio della seconda guerra mondiale, aveva svolto una mole imponente di lavoro; ma, soprattutto, aveva gettato solide basi per la cooperazione internazionale; un tema che, purtroppo, è tuttora di drammatica attualità. Di questo nostro primato, ci siamo dimenticati persino noi italiani. Fortunatamente, non se ne sono dimenticati all’estero e non è accaduto neppure dopo la nostra sconfitta nel secondo conflitto mondiale; pur nella delicatezza della posizione del nostro Paese, non si volle trascurare il fatto che proprio l’Italia era stato il primo Paese al inondo a lanciare e ad organizzare la crociata contro la fame già nel 1905.

giovedì 5 aprile 2018

Saluzzo, conferenza su Maria Vittoria Dal Pozzo, Regina di Spagna

Allo Spazio culturale piemontese, di corso Roma 4, continuano gli appuntamenti con la Storia e con la storica di Casa Savoia Maura Aimar.
Giovedì 5 aprile alle 17,30 la studiosa parlerà di Maria Vittoria Dal Pozzo Della Cisterna, regina di Spagna. 
"In Spagna dove fu giovane Regina di una stagione inquieta e convulsa, di cospirazioni contro il Re straniero, Maria Vittoria si dedicò ad alleviare le sofferenze dei più deboli e ad aiutare i più sfortunati. Colta e intelligente, portò intellettuali, musicisti e artisti alla corte spagnola". 

Entrata ad offerta libera. Info al numero 330 204153. www.spazioculturalepiemontese.it.



mercoledì 4 aprile 2018

Il libro azzurro sul referendum - XI cap - 2-3


Nello stesso tempo a firma di Selvaggi e Sogno è presentato un altro ricorso a proposito della Venezia Giulia e dei relativi voti mancanti

La provincia di Bolzano e la Venezia Giulia (per non parlare delle quattro province d’Africa) sono comprese nelle circoscrizioni elettorali di cui alla tabella A allegata al D.L.L. 10 marzo 1946 n. 74 e comunque fanno parte del territorio e della popolazione dello Stato. Il D.L.L. 16 marzo 1946 n. 98 all’ art. 1 dispone che il popolo sarà chiamato a decidere sulla forma istituzionale. Il che significa che a tutti i cittadini dello Stato è attribuito il diritto e il dovere di voto ed è ovvio che soltanto una legge ha la virtù di limitare e togliere o procrastinare questo diritto. Ne consegue che il D.L.L. 16 marzo 1946 appunto perché non è decreto legislativo, ma soltanto decreto luogotenenziale non può togliere o modificare il voto accordato da una norma di legge. Il referendum è un atto di democrazia diretta, decisivo e non selettivo di rappresentanti come per i comizi elettorali per l’assemblea Costituente.
Sarebbe stata necessaria una delega legislativa espressa per una limitata convocazione dei comizi per il « referendum ». Il D.L.L. 16 marzo 1946 e invalido in quanto esclude dalla convocazione dei comizi per il « referendum » la provincia di Bolzano e della Venezia Giulia. Il « referendum » e quindi viziato di nullità ».



«II Presidente del Consiglio De Gasperi ha ricevuto stamane al Viminale il Segretario del Partito liberale Cassandro e il Ministro Cattani.
Essi hanno richiamato l’attenzione del Presidente sul fatto che la legge del 16 maggio 1946 n. 48 stabilisce all’art. 2 che «qualora la maggioranza degli elettori votanti si pronunci in favore della Repubblica, l’assemblea, dopo la sua costituzione, come suo primo atto, eleggerà il Capo provvisorio dello Stato...».
Essi hanno chiesto che venga accertato se i voti ottenuti dalla repubblica hanno effettivamente raggiunto il numero richiesto dalla legge.
Il Presidente del Consiglio ha dichiarato che la procedura è nelle mani della magistratura, la quale applicherà la legge nella lettera e nello spirito».

martedì 3 aprile 2018

lunedì 2 aprile 2018

Omaggio al Patriottismo di Don Juan

Tre generazioni della Dinastia dei Borbone di Spagna


Il 15 gennaio 1941, il Re Alfonso XIII rinunciava ai suoi diritti dinastici e e designava successore  suo figlio Don Giovanni, conte di Barcellona, ​​perché fosse "il Re di tutti gli spagnoli".
Tuttavia, il corso della storia ha impedito che il conte di Barcellona accedesse al Trono e ha fatto sì che suo figlio Juan Carlos divenisse il Capo dello Stato, il 22 novembre 1975.
Seguendo l'esempio di suo padre, Don Giovanni rinunciò ai suoi diritti dinastici il 14 maggio 1977 in favore del Re Juan Carlos, consolidando con il suo sacrificio personale la trasmissione della titolarità della Corona.
Con questo gesto, don Giovanni ha realizzato in tutta la sua dimensione storica e personale il mandato di suo padre di essere "il Re di tutti gli spagnoli", che ha rinnovato nella sua rinuncia a favore di Don Juan Carlos con il messaggio che "il Re deve essere per tutti gli spagnoli".
Venticinque anni dopo la sua morte, Don Giovanni, sepolto nel monastero di El Escorial, come Juan III per espresso desiderio di Don Juan Carlos, ha visto rispettata la sua volontà di una Corona inclusiva, nazionale ed arbitra.
In primo luogo il suo figlio, Don Juan Carlos, e ora il suo nipote, Filippo VI, hanno adempiuto il disegno che Don Juan stabilì per la Monarchia come istituzione che, aliena ai partiti politici e leale alle istituzioni rappresentative dei cittadini, deve, a incarnare l'unità e la stabilità della Spagna.
Martedì prossimo, i Re presiederanno una messa in memoria di Don Juan. L'istituzione monarchica esprime in questo modo la sua legittimità storica, legata all'esistenza stessa della Spagna e ricevuta democraticamente nella Costituzione del 1978, riaffermandosi come l'istituzione necessaria per la continuità di una nazione che oggi è minacciata gratuitamente nella sua unità politica e territoriale.




Nostra traduzione dell'articolo



Le anime dei Savoia erranti per il mondo senza pace


di Antonella Gioia
[...]
Eppure i Savoia sono parte della storia italiana, protagonisti di diversi capitoli impossibili da cancellare.
“Parce sepulto” scriveva Virgilio nell’Eneide: hanno già avuto la propria pena.