NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 23 gennaio 2016

Il Partito Democratico Italiano, di Enzo Selvaggi - prima parte

Un fortunato ritrovamento su ebay ci consente di restituire al nostro mondo e al mondo un pezzo della nostra storia. 
Enzo Selvaggi è una figura quasi mitologica per i monarchici, ma in realtà su di lui si trova ben poco. Anche trovare una sua immagine non è stato facile. 
Enzo Selvaggi è il monarchico fedelissimo che fondò il Partito Democratico Italiano, dichiaratamente monarchico, che fondò il quotidiano monarchico Italia Nuova, unico di una certa importanza a sostenere le ragioni della Monarchia e del Re durante la battaglia referendaria, che presentò il famosissimo ricorso alla Suprema Corte di Cassazione confutando i risultati del referendum istituzionale del 1946. 
Riproponiamo un pezzo di storia per noi importante, per saper difendere meglio le nostre le nostre ragioni.


ENZO SELVAGGI

DISCORSO PRONUNCIATO IN ROMA IL 3 DICEMBRE 1944 NEL TEATRO QUIRINO


L'ITALIA CHE COMBATTE E CHE SOFFRE

Una premessa. Esporrò prima i principi generali ai quali si ispira il Partito Democratico Italiano e su cui proponiamo la più ampia discussione da parte di amici e di avversari. Parlerò poi di ciò che ci divide dagli altri e dei problemi contingenti.

Lotta politica significa inevitabilmente antitesi e opposizioni. Ma la lotta nella quale noi abbiamo preso il nostro posto non ci spaventa, poiché essa è il necessario, faticoso travaglio della libertà.

Solo in un caso questa lotta potrebbe spaventarci e allarmarci: se al di sotto di essa non avvertissimo, pur talvolta apparentemente dimenticato, ma non certo da noi, l'esistenza di un piano comune che in qualche modo orienta ed unifica le nostre lotte e le nostre antitesi. Questo piano è l'Italia, l'Italia che combatte. E se è vero che tutte le possibilità di riscatto e di rinnovamento sono affidate esclusivamente all'energia con la quale l'Italia saprà sostenere tutti i termini di questa lotta, bisogna concludere che l'Italia più vera e migliore è appunto l'Italia che combatte.
Noi quindi pensiamo con gratitudine a tutti coloro che in diverse forme e condizioni combattono per la libertà italiana: alle ricostituite Divisioni dell'Esercito, all'Aeronautica, alla Marina, ai Patrioti.


Marinai e Patrioti

Non v'è certo graduazione nel significato morale del loro sacrificio. Ma se guardiamo al rilievo politico, obiettivo, che, ogni azione acquista, non siamo ingiusti pensando con particolare ammirazione ed orgoglio a due categorie di combattenti: i marinai ed i patrioti.

I marinai hanno avuto il privilegio in un certo momento di rappresentare quasi soli l'Italia e di costituire l'unico peso da gettare sulla bilancia della sorte e del futuro. Nel tragico settembre, del '43, nella dissoluzione di ogni forza, l'Italia ha continuato ad esistere di fronte al mondo, come realtà politica, solo grazie ai suoi marinai.

Se la Marina è l'unico organismo tradizionale che ha retto alla crisi, i patrioti rappresentano il fatto nuovo, importantissimo, di questa nostra guerra. La loro guerra è umanamente la più dura e la più desolata delle guerre. Essi sanno che l'alternativa unica della loro vittoria e il sacrificio supremo. Oltre gli effetti militari e politici della loro lotta, essi provano l'esistenza nella nostra compagine nazionale di centri vivi ed attivi, di forze moralmente e civilmente sane. Forze nella loro maggioranza non politicamente definite e qualificate ma spontanee, suscitate dall'urto della crisi e mosse da un senso elementare di dignità e coscienza  civile. Ora, se democrazia implica appunto coscienza civile, spontaneità, iniziativa popolare, l'azione dei patrioti costituisce una premessa ed una fondata speranza per la nuova democrazia italiana. Prendano atto non solo gli italiani, ma soprattutto gli stranieri, di questa verità. Un popolo che si batte è pienamente degno della sua libertà: poiché esso è già libero.

Ma insieme all'Italia che :combatte noi dobbiamo rivolgere il nostro pensiero con dolorosa solidarietà anche all'Italia che soffre. E innanzi tutto agli italiani premuti ancora dalla dominazione nazi-fascista, i loro dolori e le loro sofferenze sono infiniti, ma noi sappiamo che essi non cedono. Il loro sacrificio rimane come segno e titolo di questa nuova Italia che sta sanguinosamente sorgendo.

I prigionieri di guerra

Vada poi il nostro pensiero ai fratelli lontani: ai prigionieri di guerra. Lontani dalla Patria, lontani dal presente travaglio politico, in essi la, sofferenza della nostalgia si raddoppia nel dubbio, nell'incertezza, nello scoramento, anche talvolta nell'errore. Noi comprendiamo la loro angoscia ed essi avranno bisogno di noi, della nostra comprensione. Ma anche noi avremo bisogno di associare queste forze, che sono fra le più giovani e le migliori, al comune lavoro di ricostruzione. E' dunque necessario domandarsi con inquietudine se si è fatto tutto il possibile per alleviare la loro sorte. Non comprendiamo infatti come sia possibile, dopo quindici mesi di cobelligeranza, dopo l'allineamento morale e politico della Nazione italiana la fianco degli Alleati, mantenere dei soldati italiani nello stato giuridico di prigionieri di guerra dei nostri stessi alleati di fatto.

La massa

Infine il nostro pensiero deve rivolgersi a tutta la grande massa del popolo, colpito da lutti, distruzioni sofferenze, senza fine, la cui vastità e profondità ha superato ogni immaginazione. Pensiamo agli strati più umili, ai componenti più ingenui e più ignari di Questo popolo, agli uomini smarriti e senza lavoro, alle donne sole che si aggrappano disperatamente al focolare aspettando i loro cari o nel ricordo di coloro che più non torneranno, ai giovani ed ai fanciulli sui quali ricade il maggior peso della sofferenza collettiva. Pensiamo all'uomo della strada, attonito di fronte al presente disorientato le sfiduciato di fronte al futuro. In tale situazione lo squilibrio morale si aggiunge allo squilibrio sociale ed economico e i problemi del Popolo, si riducono ai problemi del sopravvivere, come si dice, o del vivere materiale giorno per giorno.


Verso questo popolo noi sentiamo: il più profondo e commosso interesse, ma sentiamo anche pesante e tremenda la responsabilità politica che, noi, per il fatto stesso di occuparci di politica ci siamo assunti proprio di fronte ad esso. Abbiamo quindi voluto ricordare con particolare accento questa realtà dell'Italia che combatte e dell'Italia che soffre perché la coscienza e l'interesse per tale realtà costituiscono per noi, per il nostro movimento, uno dei punti essenziali e caratteristici, che ci hanno portato a trarre certe conseguenze e a fissare certe posizioni.

mercoledì 20 gennaio 2016

La Sinistra Sociale Monarchica

di Pasquale Pennisi

I parte

E' la prima volta, io credo, in otto anni, che si manifesta in seno al PNM una corrente che non nasca soltanto in base a simpatie personali o per occasioni contingenti, e la quale, se inizia a manifestarsi in occasione di un Congresso, nasce da sentimenti e da convinzioni che precedono di assai la propria manifestazione, ed intende durare nell'azione ben oltre l'occasione congressuale. Cioè: non combinazione polemica o, al contrario, di comodo, noi siamo, in seno al Congresso, Nazionale; ma uomini che ci siamo ritrovati, insieme, perchè insieme convinti di una posizione politica che insieme crediamo corrisponda all'interesse della Nazione, e quindi all'interesse del Partito ed al suo dovere verso la Nazione ad un tempo. Perciò su questa posizione impegniamo oggi il Congresso, e naturalmente seguiteremo da domani ad impegnare il Partito nei termini e nei modi che dall'esito congressuale ci saranno democraticamente indicati. Perciò la mozione che presentiamo al Congresso non vuole essere episodio isolato, ma è il primo episodio di una posizione che vuol essere, e che sarà, conseguente, e di questa rappresenta il contenuto più urgente, cioè l'accentuazione di quei problemi che guardando da questa posizione alla vita della Nazione e all'azione del Partito - si rivelano come i più importanti ed urgenti. Ma questa nostra posizione non si esaurisce nella mozione, anzi le presuppone un generale esame di coscienza intorno al compito dei monarchici italiani nell'attuale ora di crisi politica nazionale, e da questo esame di coscienza trae un giudizio politico di carattere generale, del quale - si diceva - la mozione, con i problemi che essa pone e con le soluzioni che indica, è soltanto la manifestazione più urgente.

Per questi motivi ci sembra atto essenziale di lealtà e di democrazia presentare la mozione con una relazione la quale dica più ampiamente ciò che «Sinistra Sociale» genericamente è e vuole essere, e renda esplicito, proponendolo a tutti gli amici congressisti - ed anzi in loro e attraverso loro, a tutti i monarchici italiani - questo esame di coscienza.

La Monarchia Sabauda da fatto dinastico regionale a fatto unitario nazionale

Esso parte - per noi che vogliamo essere non soltanto i custodi di una Tradizione, ma i suoi interpreti e continuatori nelle circostanze dell'epoca che è nostra - da una domanda: quando e come (sopratutto come) la Monarchia di Casa Savoia si trasformò da fatto dinastico regionale in fatto unitario nazionale? Tutto il senso del Risorgimento, o almeno gran parte di esso, è per noi monarchici in questa domanda ed il rispondere a questa non soltanto può chiarirci quel senso, ma può indicarci la via per quella interpretazione ne che oggi ci occorre per continuarla.

La trasformazione di Casa Savoia di fatto dinastico regionale in fatto unitario nazionale non avvenne nel 1848 con la elargizione dello Statuto da parte di Re Carlo Alberto; con questo atto senza sminuirne con questa constatazione la grandezza - siamo ancora nel dinastico e nel regionale, come vi siamo con gli analoghi atti del Papa - Re a Roma, del Re Ferdinando a Napoli, del Granduca Leopoldo in Toscana. Che questi, poi, abbiano ceduto alla pressione delle forze anticostituzionali ed il Re di Sardegna no, anche perché in Piemonte assai meno vive erano le forze opposte al moto costituzionalista e più vive le favorevoli, non è discriminazione sufficiente per discriminare questi atti sovrani - tutti - dal piano della convenienza dinastica ad adattarsi ai tempi nell'ambito degli Stati regionali. Anche la prima guerra dell'indipendenza è su questo piano, almeno in principio: sono le truppe del Papa-Re, del Re di Napoli, del Granduca di Toscana che si affiancano a quelle del Re di Sardegna in Lombardia.

La trasformazione del piano storico - la rivoluzione storica di Casa Savoia - avviene in seguito con Novara e subito dopo Novara. E' il giovane Re - poi, e giustamente, chiamato Padre della Patria che volge l'azione della Monarchia, dei Savoia da fatto dinastico regionale in fatto unitario nazionale, con il rifiutare l'abrogazione della Costituzione malgrado l'intimazione di Vignale, e con tutta la politica del decennio di preparazione 1849-1859. Quella trasformazione avvenne con questa politica: che, nel Rappresentante della Dinastia che solo trent'anni prima era ritornato sul Trono con il «Palma Verde» - come se il 1789 e Napoleone non fossero mai stati - fu la politica con gli esuli, da Manin a Crispi, la politica con Garibaldi, e sarebbe stata la politica con Mazzini, se questi, oltre o più che filosofo, fosse stato uomo politico. La stessa scelta del Cavour - del giovane nobile che aveva lasciato il servizio di paggio di Corte per fare il giornalista, e aveva studiato quella che oggi si direbbe una riforma agraria - entra in questa politica e la caratterizza. E', insomma, la politica con i progressisti dell'epoca e con i rivoluzionari, purché gli uni e gli altri la facessero sul piano della Nazione che è la politica dell'unità nazionale concepita in sento sociale insieme, e prima, che, in senso territoriale, ed è perciò che il fatto territoriale si trasforma da conquiste dei Piemontesi in unificazione dell'Italia e degli Italiani. Quella politica è - questo è essenziale - il rifiuto da parte del Re di far politica con le
«Classi alte» del tempo, o  di fare la loro politica; è la scelta di fare la   politica dei rivoluzionari e  con i rivoluzionari pur sapendo quanto questi fossero psicologicamente invisi alle «classi alte» e da queste socialmente scomunicati, e pur sapendo i rischi gravi che questa scelta comportava e le amarezze non meno grandi che dovevano venirgliene. E' questa politica di Vittorio Emanuele II che, nel decennio dal 1849 al 1859, fa la rivoluzione italiana, costruisce il fondamento di tutto ciò che di felice avvenne dopo: è essa che trasforma la Monarchia dei Savoia da fatto dinastico regionale a fatto unitario nazionale.

Con l'intelligenza politica e con lo spirito nazionale che lo distinguevano, lo ricordò e la riprese il grande Nipote del Padre della Patria mezzo secolo dopo, allorché, all'indomani del regicidio, di Monza, immediatamente sostituì la classe politica dei Pelloux con quella degli Zanardelli e dei Giolitti. Anche per il piccolo grande Re a questa politica seguì un approfondimento ed un progresso dell'unità nazionale, che si manifestò nella guerra del 1915-18 che vide nelle trincee, volontari, i Corridoni, i Mussolini, i De Felice, e tra i ministri un Bissolati. Cioè: i socialisti. Ancora una volta i reprobi delle «classi alte», dei «benpensanti», i loro scomunicati dal punto di vista sociale.


Per chi voglia non soltanto custodire una Tradizione - come se fosse una vecchia pergamena da riporre in una bacheca di cristallo - ma interpretarla e continuarla, come realtà viva e vivificante, questa grande esperienza dei Re che, in un secolo, si ripete due volte nella vita della Nazione deve pur avere un significato e racchiudere un monito ed un insegnamento. Ma, prima di trarne le conclusioni, si hanno da guardare le condizioni odierne del Paese, si ha da guardare la sua gravissima crisi politica in atto.

sabato 16 gennaio 2016

Quelli che "il Re ha consegnato l'Italia al Fascismo"... La Monarchia e il Fascismo - Appendice 1

Elenco dei Deputati che nella seduta del 17 novembre 1922 votarono sulla fiducia al Governo di Mussolini. 




SEDUTA DEL 17 NOVEMBRE 1922

Ordine del giorno Terzaghi

"La Camera, fiduciosa nelle sorti della Patria udite le dichiarazioni del Governo le approva, e passa all'ordine del giorno".

Il Governo ha posto la questione di fiducia.

Rispondono sì:

Abisso (d.s.), Acerbo (f.), Agnesi (p.p.), Albanese Giuseppe (d.s.), Albanese Luigi (L), Aldi-Mai (a. poi l.d.), Alice (d. poi l.d.), Amatucci (d.s. poi d.it.), Angelini (p.p.), Anile (p.p.), Arcangeli (d.s.), Arpinati (i.).

Baldassarre (m.), Banderali (p.p.), Banelli (f.), Baracco (p.p.), Bartolomei (d.s.), Bassino (d.l. poi d.it.), Baviera (m. poi d.it.), Belotti Bortolo (l.d. poi d.l.), Benedetti Tullio (d.l. poi d.), Beneduce Alberto (s.r.), Beneduce Giuseppe (d.s. poi d.), Benni (l.d.), Berardelli (s,r.), Bertone (p.p.), Bevione Giuseppe (d.l.), Bianchi Carlo (d.l. poi d.it.), Bianchi Vincenzo (d.s. poi d.), Biavaschi (p.p.), Bilucaglia (f.), Boggiano Pico (p.p.), Bonardi Carlo (d.s.) Boncompagnil Ludovisi (p.p. poi m.), Bonomi Ivanoe (s.r.), Bosco-Lucarelli (p.p.), Bresciani Carlo (p.p.), Brezzi Broccardi (d.l.) Brunelli (p.p.), Buo. nocore (d.l. poi d.it.), Buttafuochi (t.).


Caccianiga (l.d. poi d.l.), Calò (d.s. poi di.), Camera (s.r.), Camerata (a.), Camerini (di. poi I.d.), Capanni (f.), Capasso (s.r.), Capobianco (s.r.), Caporali (d.s. poi d.it.), Cappa Innocenzo (m.), Cappelleri (p.p.), Carapelle (p.p.), Carbonari (p.p.), Carboni Vincenzo (di. poi d.), Carnazza Carlo (d.s.), Carnazza Gabriello (d.s.), Carusi (m.), Casalicchio (a.), Casaretto (l.d.), Casertano (d.s.), Càsoli (p.p.), Catalani (a.), Cavazzoni (p.p.), Celesia (f. poi I.d.), Celli (s.r.), Cerabona (s.r.), Cermenati (d.s. poi d.), Chiggiato (a.), Chiostri (f.), Ciano (f.), Ciappi (d.l. poi d.it.), Cicogna (p.p.), Cingolani Mario (p.p.), Ciocchi (d.l.), Ciriani (s.r.), Cirincione (a.), Cocuzza (s.r.), Codacci-Pisanelli (l.d.), Colonna di Cesarò (d.s.), Colosimo (d.l. poi d.), Compagna (a. poi I.d.), Corazzin (p.p.), Corgini (f.), Coris (p.p.), Corradini Camillo (d.l. poi d.), Crisafulli Mondio (a.), Cucca (d.s. poi d.), Cuomo (d.l. poi d.it.).

D'Alessio (d.s.) D'Ayala (n.), De Bellis (d.l. poi d.), De Capitani d'Arzago (l.d.), De Caro (d.s. poi d.it.), De Filippis Delfico (d.l. poi d.), De Gasperi (p.p.), D'Elia (s.r.), Dello Sbarba (s.r.), De Nava (d.l.), De Stefani (f.), De Vecchi (f.), Di Fausto (p.p.), Di Francia (a.), Di Giovanni Edoardo (s.r.), Di Marzo (d.l. poi d.it.), Di Pietra (d.s. poi d.it.), Di Salvo (l.d.), Donegani Guido (di.), Drago (s.r.), Ducos (di. poi I.d.), Dudan (L).

Falcioni (d.l. poi d.it.), Fantoni (p.p.), Farina (p.p.), Farioli (p.p.), Faudella (s.r.), Fazio (d.l. poi d.), Ferrarese (p.p.), Ferrari Giovanni (a.), Fazzari (d.l. poi d.), Federzoni (n.), Fera (d.s.), Ferri Leopoldo (p.p.), Fino (p.p.), Finocchiaro-Aprile Andrea ( ' d.l. poi d.it.), Finocchiaro-Aprile Emanuele (d.s.), Fìnzi (f.l. Fontana (a. poi I.d.), Franceschi (Ld.), Frova (p.p.), Fulci (d.s.), Fumarola (d.s.), Furgiuele (d.l. poi d.).

Gai Silvio (0, Galla (p.p.), Gasparotto (d.s.), Gavazzeni (p.p.), Giavazzi (p.p.), Giolitti (d.l. poi d.), Girardini (d.s.), Giuffrida (d.s. poi s.r.), Giunta (f.), Giuriati (f.), Grassi di.), Gray Ezio (n.), Graziano (d.l. poi d.it.), Greco (n.), Gronchi (p.p.), Guaccero (a.), Guarienti (p.p,), Guarino Amella (d.s.), Guglielmi (a. poi m.).

Imberti (p.p.), Imperati (m.), Improta (d.l. poi d.).

Jacìni (p.p.).

La Loggia (s.r.), Lancellotti (f.), Lanfranconi (f.), Lanza di Scalea (a.), Lanza di Trabia (l.d.) La Rosa Luigi (p.p.), Larussa (di.), Lissia (d.s. poi M.), Locatelli (p.p.), Lombardi Nicola (s.r.), Lo Monte ( ' a. poi I.d.), Longinotti (p.p.), Lo Piano (s.r.), Lucangeli (p.p.), Luiggi (n.).

Mancini Augusto (d.s.), Manenti (p.p.), Mantovani (a.), Marchi Giovanni (l.d.), Marconcini (p.p.), Marescalchi (a. poi

I.d.), Mariotti (a. poi I.d.), Martini (p.p.), Masciantonio (di. poi d.), Mattei-Gentili (p.p.), Mattoli (d.l. poi d.), Mauro Francesco (p.p.), Maury (a. poi I.d.), Mazzar ella d.s. poi d.it.), Mazzini (l.d.), Mazzucco (f.), Meda (p.p.), Mendaja (di. poi d.it.), Merlin (p.p.), Miceli-Picardi (p.p.), Micheli (p.p.), Milani Fulvio (p.p.), Miliani G.B. (di.), Mininni (d.l. poi d.it.), Misuri (f.), Morisani (d.l. poi d.), Murgia (di. poi d.), Mus solini (f.).

Nasi (d.s.), Negretti Netti Aldo (d.c,.), Novasio (p.p.).

Olivetti (d.l.), Ollandini (d.s.), Orano (m.), Orlando (d.l. poi d.), Ostinelli (f.), Oviglio (f.).

Padulli (p.p.), Paleari (p.p.), Pallastrelli (d.l. poi d.), Palma (d.l. poi d.it.), Pancano (d o.), Paolucci (n.), Paratore (d.l. poi d.it.), Pascale (d.s. poi d.it.), Pasqualino Vassallo (d.s.), Pecoraro (p.p.), Pellegrino (d.l. poi d.), Persico (d.s.), Pestalozza (p.p. poi m.), Petrillo (l.d.), Peverini (p.p.), Pezzullo (d.l. poi dit.), Philipson (d.l. poi I.d.), Piatti (di. poi f.), Pietravalle (d.s.), Piscitelli (p.p.), Piva (p.p.), Pivano (di. poi d.), Pogatschnig (l.d.), Poggi (d.l. poi d.), Porzio (di.. poi d.), Presutti (d.s. poi d.it.), Pucci (a.).

Quilico (a. poi dl.).

Raineri (di.), Renda (d.l. poi d.), Riccio (l.d.), Roberti (p.p.), Rocco Alfredo (n.), Rocco Marco (p.p.), Romani (p.p.), Rosa Italo (p.p.), Rosadi (di. poi d.), Rossi Cesare (di. poi d.), Rossi Luigi (di. poi d.), Rossini (d.s. poi d.I.), Rubilli (d.s. poi d.), Ruschi (a. poi I.d.).

Sacchi (d.s.), Saitta (s.r.), Salandra (l.d.), Sandroni (m.), Sanna-Randaccio (d.s.), Sardi (f.), Sarrocchi (l.d.), Scialabba (d.s.), Selmi (p.p.), Serra (d.s.), Signorini (p.p.), Sipari (d.s. poi d.), Sitta (di. poi d.), Soleri (d.l. poi d.), Sorge (ds.), Spada (a. poi d.it.), Speranza (p.p.), Squitti (di. poi d.it.), Stancanelli (d.s.), Stefini (p.p.), Stella (p.p.), Suvich (n.).

Tamanini (p.p.), Tamborino (d.l. poi d.), Tangorra (p.p.), Termini Terzaghi (f.), Tinozzi (d.I. poi d.ìt.), Tofani (d.s. poi d.l.), Tommasi (p.p. poi m.) Torre Andrea (d.l.), Tortorici (s.r.), Toscano (s.r.) Tosti di Valminuta l.d.), Tovini (p.p. poi m.), Tripepi Troilo (d.l. poi d.), Tumiati (d.s.), Tupini (p.p.).

Ungaro (d.s. poi d.l.).

Vairo (d.s. poi d.it.), Valentini Luciano (a. poi I.d.), VallIone (m.), Vassallo Ernesto Veneziale (d.s. poi d.it.), Venino (a. poi I.d.), Vicini (f.), Villabruna (d.l. poi d.), Visco (d.l. poi d.it.), Visocchi (d.l. poi d.it.), Vittoria (d.s.), Volppini (a.).

Zaccone (p.p.), Zegretti (d.l. poi d.).


s = socialista; s.u. = socialista unitario; r = repubblicano; p.p. = partito popolare s.r. socialista riformista; d = democrazia; a = agrario; I.d. liberale democratico c = comunista; n.= nazionalista; d.l. democrazia liberale; d.i. = democratico italiano; m. = gruppo misto; d.s. = democrazia so. ciale; s. d'a. = sardo d'azione.

venerdì 15 gennaio 2016

Felipe, il Re illuminato che riconquista la Spagna

Ha rifiutato l'incontro con il presidente catalano e ha tolto il titolo alla sorella

Pochi avrebbero scommesso su di lui. All'inizio neppure la moglie prima di sposarlo. «Felipito», lo chiamava.
Ma erano altri tempi, quando Letizia era ancora una single giornalista tv repubblicana, e lui, un giovane principe cresciuto iperprotetto in una famiglia al femminile, con un padre ingombrante col vezzo di governare come un vecchio Sultano. Oggi è tutto un altro mondo. A partire dalla Spagna, e quel ragazzo alto e impacciato ha lasciato il posto al re illuminato e capace. Moderno e preparato. Dal 2014, da quando ha preso il posto del padre, Felipe VI non ha sbagliato una mossa, evitando trappole e aggirando ostacoli, con stile- certo- ma lasciando intravedere quella sua determinazione e forza che era sfuggita quando era solo un principino. Salito al trono ha preso le distanze dall'infanta Cristina, la sorella invischiata nel brutto fatto Noos, accusata di corruzione, e di evasione insieme al marito, l'ex pallavolista Inaki Urgandarin oggi finiti entrambi a processo. A giugno le ha tolto il titolo, duchessa di Palma, chiaro ed evidente segno della sua linea: la pulizia dentro prima di tutto. Da allora mai una foto insieme alla coppia dello scandalo, niente incontri pubblici con i consorti accusati di aver rubato. Anzi, quando è stato il momento, ha caldeggiato il loro trasferimento, un esilio in Svizzera, a Ginevra. Lontani il più possibile per evitare problemi.
Non sono poche le trappole che si sono presentate finora al monarca. I separatisti ad esempio, altra spina nel fianco di un Paese insofferente e in cerca di stabilità. Già nel suo discorso di insediamento aveva parlato chiaramente: la Spagna unita. Nessuno spazio a compromessi. Lo ha dimostrato recentemente, pochi giorni fa, quando ha detto no alla presidente del Parlamento catalano, l'indipendentista Carme Forcadell che aveva chiesto un appuntamento con il sovrano per prendere atto del nome del nuovo presidente della regione spagnola. La casa reale ha inviato un messaggio alla Camera catalana invitando a comunicare «per iscritto» anziché personalmente l'investitura del presidente eletto, il secessionista Carles Puigdemont. Forcadell si è dovuta quindi accontentare di inviare un'e mail. Misura forte che è piaciuta alla pancia del Paese che invoca un uomo forte; chiaro in tempi di grigi politici, dove le elezioni hanno annacquato quarant'anni di bipartitismo. Felipe ha aspettato tanto, ha studiato, è volato in America, nelle migliori scuole, ha osservato gli errori del padre e oggi sta attento a evitarli, si tiene stretta la moglie che da principessa minacciava di andarsene ma che oggi da regina ha smesso di fare i capricci, lavora sodo, prende le distanze dalle situazioni imbarazzanti, anche quelle che girano in famiglia. Ha puntato molto sul suo ruolo, ci crede e si vede. La Spagna sta riscoprendo la Corona e rispetta il suo re.
Il miracolo di Felipe, resuscitare il nome dei Borbone dagli anni più bui. Il 2014 era stato l'anno peggiore: il Paese stretto dalla morsa della crisi, oltre 5 milioni di disoccupati, molti giovani, nessun futuro, poche speranze, la bolla immobiliare che aveva sfilato via anche la casa a una classe media già al limite, l'Unione europea che chiedeva rigore e tasse, i rubinetti dei sussidi a pioggia ormai chiusi, la politica che arrancava e non trovava soluzioni. Corruzione e foto vergognose di Juan Carlos durante il suo costosissimo safari, l'ennesima amante che spuntava avevano reso la monarchia debole e traballante. L'abdicazione di Juan Carlos era arrivata quando non era più possibile far finta di niente. Il peso sulle spalle di Felipe. Il giovane re che nessuno conosceva, su cui nessuno avrebbe puntato ha conquistato il suo popolo.

giovedì 14 gennaio 2016

Lettere a Sergio Romano del Corriere della Sera


24/12/2015

La forma repubblicana

Caro Romano, 
non crede che l'art 139 della Costituzione sia ormai datato e un'imposizione di tipo dittatoriale? Mi spiego. Non sono monarchico, ma non vedo perché una democrazia matura quale l'Italia si vanta di essere (a mio parere non lo è), dovrebbe imporre dall'alto la forma istituzionale della nazione, anche se in caso di libera scelta vincerebbe in ogni caso la Repubblica. Questo è quanto si faceva nei Paesi del «socialismo reale»; perpetuandolo si danno validi argomenti a chi ha sempre sostenuto che la nostra Costituzione sia in parte di tipo sovietico

Fabio Todini, Roma 


L'art. 139 non dice che la Repubblica è imperitura. Dice che «la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale» Giovanni Gronchi, parlando per il gruppo democristiano ricordò che la questione istituzionale (Monarchia o Repubblica) era stata decisa con una consultazione popolare e che soltanto un'altra consultazione diretta avrebbe potuto modificare quella decisione.

Sergio Romano



mercoledì 13 gennaio 2016

Albino, cavallo eroe in Russia

di Emilio Del Bel Belluz  

In questi tempi così difficili ed incomprensibili, sento il bisogno di tornare alle letture che facevo un tempo. Ho ripreso in mano i libri di lettura delle elementari e per fare questo mi sono tolto cinquant'anni di dosso. Narravano degli episodi di vita vissuta e di storie che potevano essere raccontate dai nonni ai nipoti davanti al caminetto accesso.
Allora era un mondo diverso dove trionfavano i buoni sentimenti. In quegli anni non avendo più i nonni c’era un prozio paterno Gaetano  che mi raccontava spesso degli episodi di guerra, cercandoli nei suoi ricordi.
Alla mattina era solito leggere i giornali e un giorno mi parlò del cavallo più famoso d’Italia: Albino. In questi giorni ho preso in mano un libro delle elementari e vi ho trovato scritto la sua storia e una immagine in cui si vedeva il cavallo Albino vicino al suo cavaliere in divisa e alla bandiera Sabauda. Nell’agosto del 1942, in Russia, gli italiani stavano combattendo assieme all’alleato Germanico una guerra molto difficile.
I tedeschi che all’inizio avanzavano molto facilmente abbattendo ogni ostacolo, e travolgendo tutto, poi si arrestarono, non riuscivano a far un solo passo in avanti e a complicare tutto vi era il generale inverno, lo stesso generale che aveva fermato Napoleone.
Nel libro trovai questo episodio dove si narrava dell’ultimo assalto del reggimento “Savoia Cavalleria” avvenuto il 24 agosto del 1942.  
In quei giorni infuriava la terribile battaglia del Don, i Russi avevano circondato con tre battaglioni riforniti con duecento mitragliatrici, gli italiani. Non rimaneva che una sola possibilità : quella di rompere questo accerchiamento e fu quello che si verificò.
I supersiti che riuscirono a rientrare in Italia, non avrebbero mai cancellato dalla loro memoria quella data.  Al comando del colonnello Bettoni, i soldati del Savoia Cavalleria, si mossero all’attacco. L’impresa si presentava con una difficoltà assoluta, il pericolo proveniva dallo schieramento di quelle duecento mitragliatrici pronte  a fare fuoco sugli italiani.
Le parole dell’autore del racconto meritano di essere trascritte con precisione : “ Ma la carica continuava … l’alfiere, il giovane sottotenente cadde; la bandiera era in pericolo. Il sergente maggiore Fantini accorse e afferrò il glorioso stendardo del “ Savoia Cavalleria”.
Egli cavalcava Albino, un bel cavallo maremmano che si era già distinto in battaglia. – Avanti Albino! – incitò il cavaliere – Dobbiamo portarla alla vittoria. – E, senza esitare, si slanciò davanti a tutti. A un tratto, una raffica di mitragliatrice colpì Fantini in pieno petto. Il giovane cadde riverso tra i girasoli, ma la bandiera rimase infilata nel porta lancia e continuò a sventolare in alto, sulla groppa di Albino. Il cavallo, benché ferito a un occhio, proseguì da solo la sua corsa.
Gli altri cavalleggeri lo seguirono ed egli li guidò  verso le posizioni nemiche.  Il vecchio prozio Gaetano si commuoveva nel ricordare questo episodio. Il prozio era stato un combattente della Grande Guerra, e non dimenticava quello che aveva vissuto nei campi di battaglia. Quando parlava era affilato come la baionetta degli Arditi. 
L’episodio di quel giovane cavalleggero che aveva raccolto la bandiera gli era entrato nel cuore come se fosse stato tra quei soldati. Il Savoia Cavalleria  con il suo eroico attacco era riuscito ad aprirsi un varco molto importante.
Non era stato facile vincere il fuoco delle mitragliatrici, e quei soldati schierati in modo compatto, ma aveva prevalso l’onore a quella bandiera con lo stemma Sabaudo. La figura del cavallo Albino commuoveva particolarmente lo zio.
Albino, dopo la battaglia cercò il suo cavaliere in un campo di girasoli. Vagò finche non lo trovò, quando rinvenne il corpo  gli fece la guardia come ad un soldato, come ad un amico. Furono migliaia coloro che non ritornarono  dalla Russia, e che riposano in quei campi di girasoli.
Quello che fece impazzire di dolore molte donne, molte madri e spose italiane era il fatto di non poter piangere sulla tomba dei propri famigliari.
Qualche politico comunista e il mio riferimento è a Togliatti, avrebbe potuto spendere qualche parola con Stalin per far tornare quei soldati prigionieri dei Russi, oltre a facilitarne il rientro delle salame dei nostri eroici alpini. Non ne fece parola ma dimostrò totale disprezzo per quei soldati.  Dopo quella epica battaglia legata ai Savoia Cavalleria di Albino non si seppe più nulla. “ Nella confusione, Albino si perse nella steppa immensa e fu dichiarato disperso, ma, non si sa come riuscì ugualmente a rientrare in patria con gli ultimi superstiti.
In Italia non incontrò nessuno che lo conoscesse: fu venduto a un fattore di Sommacampagna come un cavallo qualunque, lui, il migliore e il più valoroso cavallo del  “Savoia Cavalleria “! Finalmente, un giorno dell’estate del 1945, il capitano De Leone, ufficiale in congedo del Savoia Cavalleria, incontrò, lungo una strada del Veneto, un cavallo che trainava un carretto di verdura e lo riconobbe: era proprio Albino, cieco da un occhio e con una macchia in fronte.

La storia dell’eroe Albino ebbe un lieto fine, il cavallo venne ripreso nell’esercito. Accolto in una stalla, fu posto assieme all’asino Mariolino, un piccolo asino che gli tenne compagnia fino alla morte. Albino morì nell’ottobre del 1960, a 18 anni dalla gloriosa carica del “ Savoia Cavalleria”. Mariolino successivamente rifiutò la biada e la crusca, non volle più mangiare e forse non sarà riuscito a sopravvivere al dolore di aver perduto il suo grande e famoso amico.

lunedì 11 gennaio 2016

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA “REX” LXVIII CICLO DI CONFERENZE

PROGRAMMA DELLE RIUNIONI 2015/2016 

SECONDA PARTE






24  gennaio 
sen. prof. Domenico  FISICHELLA 
 “Il  sistema  politico  italiano  fra  le  due  guerre  mondiali”

7  febbraio  
avv. Benito  PANARITI
 “Donne  italiane  nella  grande  guerra  “

14  febbraio  
prof. avv.  Salvatore  SFRECOLA
“Italia  1915- 1918 :  l’economia  e  la  finanza  di  guerra”

28  febbraio
 prof. don  Ennio  INNOCENZI
“Stato  e  Chiesa  sorpresi  ed  impreparati  
alla  Grande  Guerra”

6   marzo 
prof. Fabio  TORRIERO
 “Cristianità  ed  Islam : qual è  la  nostra  identità  di  italiani e \di  europei ?”

20  marzo 
prof Andrea  UNGARI.

“ Monarchici  di  ieri , monarchici  di  oggi”

200.000 volte grazie!


Questo è uno "screnshot" ( in realtà una foto dello schermo del computer) che dice quante sono state le pagine visualizzate.
Non possiamo che esserne soddisfatti e condividere con voi il risultato.
Grazie!

giovedì 7 gennaio 2016

La Monarchia e il Fascismo - XIII capitolo - VI

Con un po' di dispiacere pubblichiamo l'ultimo capitolo di quest'opera di cui alcune parti meriterebbero di essere mandate a memoria.
Seguiranno alcune pagine di appendice molto interessanti relative alle votazioni parlamentari che costituirono la chiave di volta per la resa della democrazia parlamentare al Fascismo.
Crediamo di aver fatto cosa buona.



Riconoscimento giuridico delle Camere del lavoro, libertà di sciopero e 8 ore di lavoro, che portarono al miglioramento dei salari. Redenzione delle lavoratrici delle risaie, assicurazioni sociali, divieto del lavoro notturno delle donne e dei fanciulli, spezzettamento del latifondo, conversione della rendita, statizzazione delle ferrovie, ammissione delle cooperative ai pubblici appalti, istruzione obbligatoria e lotta contro l'analfabetismo, legge del perdono, ampia libertà religiosa, riposo festivo, suffragio universale, primo maggio consacrato ufficialmente festa del lavoro e finalmente i ripetuti inviti alla classe operaia ad assumere la responsabilità del potere.

Sotto il suo Regno si rinsaldava l'Intesa cordiale con Inghilterra e, Francia, ottenendo via libera per la conquista della Libia. Intanto la nostra Marina mercantile dal 7° passava al 3° posto e con l'apoteosi di Vittorio Veneto l'Italia assurgeva al rango di Grande Potenza. Mentre le conquiste ottenute in regime di libertà costituzionale miravano a raggiungere con l'elevazione morale e materiale del popolo la pacificazione sociale, l'Italia auspice la Monarchia dei Savoia si poneva fra le nazioni d'Europa alla testa delle riforme e la sua economia, con una finanza granitica, si migliorava al punto che la nostra lira carta faceva premio sull'oro.

Vittorio Emanuele è caduto sotto il peso di colpe non sue, è caduto vittima degli errori di questa nostra disgraziata umanità miserabile e miseranda. E' stato ingiustamente e crudelmente gettato nel Tevere da quel suo popolo ch'Egli aveva energicamente difeso ed umilmente ascoltato, seguito e servito, soltanto perché volle a qualunque costo, in ogni occasione, evitare lo scatenarsi della guerra civile. Egli appare colpito dalla tragica grandiosità di un dolore cupo ed inconsolabile, come un eroe sconfitto, sperduto in una immensa solitudine, avvolto in una angosciosa tragedia. Ma la storia non può mentire. Già si delinea la riabilitazione del Vecchio Sovrano: Egli a poco a poco si risveglia. La storia dovrà assolvere la Monarchia innalzata dalla tradizione millenaria, consacrata dagli eroismi del Risorgimento e dai plebisciti popolari, mentre condannerà tutto ciò che è nato dalla frode, nel terrore delle repressioni, delle intimidazioni, delle imboscate, dei colpi alla nuca, delle fucilate proditorie dietro le siepi. La guerra è stato un errore? Non per questo si sputa sui soldati che l'hanno combattuta. I popoli forti, i popoli generosi devono saper confortare anche gli sconfitti.

Noi ammettiamo che la forma repubblicana si addica a molte nazioni, ma neghiamo che essa sia benefica all'Italia, a questo nostro meraviglioso e sfortunato Paese, che dopo avere conosciuto la grandezza e lasciato orme millenarie in tante parti del mondo, visse secoli di annientamento senza espressione unitaria consumando le molteplici energie in nuclei regionali mai affratellati fra loro, il più delle volte ostili, spesso dilaniati da guerre fratricide, sempre influenzata dal dominio della Chiesa.

Noi siamo monarchici e siamo dinastici, poiché ci sentiamo attaccati ai Savoia, che ebbero origine nel piccolo Piemonte e contarono fra loro Santi, guerrieri e audaci riformatori antagonisti delle baronie feudali. Richiamare la Monarchia Sabauda vuol dire rendere giustizia a un secolo e più di patimenti, sofferti per aspirazioni insoddisfatte. Vuol dire ridare agli italiani il senso e la responsabilità dell’Unità nazionale, vuol dire rievocare la Gloria del passato, quella Gloria che è l'idealismo, che è il pane spirituale degli umili. La Gloria degli Amidei, dei Filiberti, degli Emanueli e degli Eugeni. Vuol dire tutta la storia risorgimentale.

Si è osato chiamare l'azione dei Comitati di L. un secondo Risorgimento! Ma il Risorgimento fu la espressione più schietta, più generosa e spontanea della solidarietà nazionale, mentre l'essenza dei Comitati si ispirò all'odio ed al rancore politico scatenato in una guerra civile. La Repubblica quindi, nata in una atmosfera di bolscevismo materialista, è l'antiRisorgimento.

Questo maturò il trionfo dell'idea nazionale e la liberazione dallo straniero donde emanarono i bagliori dell'Unità della Patria: è il fermento donde scaturirono i sublimi sacrifici dei martiri del 21, di Tito Speri e di quelli appesi alle forche di Belfiore; la vita esemplare di Emilio Dandolo e di Daniele Manin, di Manara, di Mameli, di Nino Bixio; l'epopea degli studenti di Curtatone e Montanara; lo spirito combattivo delle truppe di Solferino e San Martino, di Novara e di Porta Pia; il fuoco e il furore dei Mille, dei volontari di Mentana e di Bezzeca, di Pisacane e dei fratelli Bandiera. Veri eroi perchè tutto donarono e nulla chiesero.

Sacrificando la Monarchia si è offuscato quel simbolo luminoso disceso dalla Poesia e maturato nei secoli per cui il pensiero di Mazzini e la spada di Garibaldi si erano ricomposti nella realtà del popolo risorto e nella Gloria, della quale il destino l'aveva precinta.

Solo nella Monarchia è il Risorgimento.

mercoledì 6 gennaio 2016

Guareschi, un emarginato da Nobel per la letteratura

di Daniele Abbiati

Sarà provinciale dirlo, ma molto spesso il Nobel per la Letteratura è un premio al milite ignoto (o quasi). Quando poi si pensi che esiste un esercito di generali, condottieri e in qualche caso autentici eroi del romanzo che non lo hanno vinto, tipo Tolstoj, Proust, Borges e compagnia scrivendo...
Un provinciale ben più nobile di noi (da Nobel, appunto...), anzi il provinciale per eccellenza, di penna e di gloria, ahinoi e ahilui quasi tutta postuma avrebbe potuto vincerlo, il premio dell'Accademia Svedese. Lo rivelano proprio gli archivi del sancta sanctorum scandinavo risalenti a mezzo secolo fa, anno di disgrazia (per il Nostro) 1965.
Ebbene sì, Giovannino Guareschi figurava nelle nominations, accanto a nomi grossi come Anna Akhmatova, Marguerite Yourcenar, Ezra Pound, Georges Simenon, Giuseppe Ungaretti e molti altri. Il suo sponsor? Mario Manlio Rossi, all'epoca professore di filosofia e letteratura all'Università di Edimburgo. Non a caso, un italiano all'estero. Perché l'Italia di cinquant'anni fa, l'Italia poverella del boom economico e ricca d'inventiva ma governata dai monocolore democristiani, l'Italia della commedia all'italiana, aveva messo la sordina al dramma del papà di Peppone e Don Camillo. In fondo, dieci anni prima era stato in galera per la nota questione del «Ta-pum del cecchino» non gradita a De Gasperi, e dunque non era percepito come uno stinco di santo, nonostante l'intercessione del suo amico parroco. Pensate, in occasione della sua messa al gabbio, durante un'allegra cena conviviale al «Bagutta» di Milano affollato di bella gente, s'era addirittura brindato alla lieta novella, presente fra gli altri, come relazionò Indro Montanelli sul Candido, il sommo poeta Eugenio Montale.
«Guadagnati coi libri dei quattrini - ricordava nel '65 Guareschi - ho tentato di fare l'agricoltore e l'oste, con lacrimevoli risultati per me, per l'agricoltura e per l'industria turistico-alberghiera del mio paese. Adesso sono pressoché disoccupato, perché nessuno in Italia, eccettuato un amico di Roma, ha l'incoscienza di pubblicare i miei articoli e disegni politici. Ma io non mi agito e mi limito ad aspettare tranquillamente che scoppi la rivoluzione». Alle Roncole aveva aperto un piccolo ristorante e collaborava con la Paul Film scrivendo testi per i caroselli pubblicitari...
Morirà tre anni dopo, Giovannino, il 22 luglio del '68 (22 luglio, come Indro). E Baldassarre Molossi, sulla Gazzetta di Parma, fu tra i pochissimi a ricordarne come si doveva la grandezza: «Giovannino Guareschi - scrisse il 25 luglio - è lo scrittore italiano più letto al mondo con traduzioni in tutte le lingue e cifre di tiratura da capogiro. Ma l'Italia ufficiale lo ha ignorato. Molti dei nostri attuali governanti devono pur qualcosa a Guareschi e alla sua strenua battaglia del 1948 se oggi siedono ancora su poltrone ministeriali, ma nessuno di essi si è mosso. Nessuno di essi si è fatto vivo . Anche Giovannino Guareschi ormai riposa al cimitero dei galantuomini. È un luogo poco affollato. L'abbiamo capito ieri, mentre ci contavamo tra di noi vecchi amici degli anni di gioventù e qualche giornalista, sulle dita di due mani». C'erano infatti Nino Nutrizio, Enzo Biagi, Enzo Ferrari. Gli altri, non pervenuti. L'infarto che si era portato via il deus ex machina di un Mondo piccolo ma anche grande era stato derubricato a lieve infreddatura, giudicando dai titoli di alcune testate. «Malinconico tramonto dello scrittore che non era mai sorto», borbottò in stile trinariciuto l'Unità. Ma i cattolici non furono da meno, tutt'altro. Il Nostro Tempo, espressione diretta della curia di Torino, lo omaggiò con l'elegantissimo titolo «Guareschi diede voce all'italiano mediocre». L'articolista, Elidio Antonelli, incominciò così il suo pezzo: «Era un uomo finito». E lo concluse così: «Fu in definitiva un corruttore». Evidentemente, contava di cavarsela con due Ave Maria e un Pater noster. Poco lungimirante, oltre che poco informato, don Lorenzo Bedeschi sull'Avvenire: «Peppone e don Camillo sono premorti al loro autore».
Insomma, prima di ringraziare a posteriori l'oscuro professor Mario Manlio Rossi per la candidatura di Giovannino, e prima di chiederci se ce lo siamo davvero meritati, uno scrittore come Guareschi, testimone e custode di un'Italia orgogliosamente provinciale e onesta di qualsiasi colore fosse, il nostro Bernanos al lambrusco, il nostro Turgenev in bicicletta, dovremmo chiederci che cosa abbiamo fatto di male per aver avuto questi tromboni che suonavano lo spartito del regime. Del resto, se le colpe dei padri ricadono sui figli, quelle dei nonni mettono ko i nipoti.
Nel '65, il premio Nobel per la Letteratura andò al russo Michail Aleksandrovic olochov, autore di Il placido Don. Il Don sarà anche placido, ma il Po è ancora lì che piange la morte di Guareschi.

http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/guareschi-emarginato-nobel-letteratura-1210451.html

domenica 3 gennaio 2016

La mistica della Monarchia

di Julius Evola
articolo pubblicato grazie alla cortesia del Nostro amico, Marco Clarke


 Esiste una mistica della Monarchia, indisgiungibile dalla sua dignità, elemento essenziale oggi purtroppo poco considerato da coloro che difendono ancora tale idea, la quale è quasi l'unica cosa sopravvissuta del retaggio dei simboli delle grandi tradizioni del passato. Il problema della  "dignità" dell'idea monarchica in sé stessa dovrebbe, in realtà essere posto prima di ogni altro: il compito fondamentale è di mettere in luce tale dignità sul piano che le è proprio.
Pertanto, si dovrebbe capire quanto pericoloso sia entrare in polemiche nelle quali si considera la "quistione istituzionale" in semplici, vuoti e disaminali termini giuridici, la Monarchia venendo implicitamente posta sullo stesso piano di altri regimi politici : per cui, per la sua difesa dovrebbero essere addotti argomenti di convenienza politica nel senso più volgare e «moderno»  - cioè profano, «sociale», utilitaristico e materialistico - della parola. Non che questi argomenti non abbiano il loro peso e ad essi nell'attività, che questa rivista intende svolgere, si darà indubbiamente il dovuto risalto. Ma tali aspetti concreti non sono che consequenziali non toccano la dignità del simbolo monarchico in sé stesso, dignità in ordine alla quale non dovrebbe essere ammessa alcuna discussione.
Il   fondamento essenziale gli ogni vera Monarchia è, infatti e appunto una sua sacrità reale e tradizionale che da nessun'altra forma di reggimento politico saprebbe essere rivestita. Il fatto che per circostanze contingenti legate alle ideologie che hanno propiziato i moti del Risorgimento in Italia la Monarchia non ha potuto affermarsi nella pienezza della sua potenza, non deve dar dimenticare che il suo prestigio e il suo diritto sempre e dovunque si trassero da una sfera superindividuale e spirituale: investitura, “diritto divino”      e genealogie mistiche e così via, non sono che modi figurati per esprimere il fatto essenziale sempre riconosciuto, e cioè che un vero ordine politico, una unità veramente organica e vivente si rendono possibili liti solo dove esista un centro, un principio sopraelevato rispetto a qualsiasi interesse particolare, avente in proprio l'autorità e l'intangibilità derivanti dal crisma insito in una forza dall'alto. Se in tempi passati, ma già appartenenti alla cristianità, si poté perciò parlare di una religio regalis (significativamente associata alla figura biblica di Melchisedek) e di un sacramentum  fidelitatis – formula che conferiva, per analogia, la dignità di un sacramento all’impegno di fedeltà del seguace e del suddito rispetto al Sovrano – questa mistica si conservò anche più tardi, come anima più o meno avvertibile di un etica speciale, dell’etica, appunto della fedeltà, della lealtà, dell’onore. E questi sono valori che non possono avere il loro dispiegamento quando manchi un punto superiore di riferimento, un simbolo personalizzato, reso vivente ed evidente dall'alta statura di un principe, di un capo. In tempi normali, che l’uomo non sia sempre all'altezza del Principio di una specie di “ascesi del potere” (quella stessa che Platone considerò indispensabile in chi accetta una funzione di capo), ciò non importa: la sua funzione resta sempre imprescrivibile ed intangibile, perché non è all'uomo, bensì al Re che si obbedisce, e la sua persona vale essenzialmente come un supporto a che si desti quella capacità di dedizione superindividuale, quell'orgoglio nel servire liberamente, quella prontezza all'azione e al sacrificio attivo (ove esso sia necessario), che vanno a costituire una via di elevazione e di dignificazione per il singolo, e nello stesso tempo, la forza più potente per tenere insieme la compagine di un organismo politico.



Che tutto ciò non possa     realizzarsi nella stessa misura in un'altra forma di reggimento politico è chiaro. Un "Presidente" può essere ossequiato, ma in lui non potrà mai essere riconosciuto altro che un “funzionario”  un “borghese” come un altro, che solo estrinsecamente è investito da una revocabile e assai condizionata autorità. E se conserva un senso vivo che ogni uomo ben nato, ogni uomo di buona razza ancora percepisce, il «combattere por il proprio Re”, il “morire per l'onore ed il diritto del proprio Re”, tutto ciò non  può non presentare una coloratura parodistica e quasi grottesca quando è al "proprio Presidente" , che, invece, ci si dovesse riferire. In clima di repubblica predomina fatalmente il nietzschiano  "umano,  troppo umano": nessuna realtà superiore adombra l'uomo. E in regime di “contratto sociale” chiedere all'individuo un comportamento che comunque porti di là del suo mero vantaggio personale sarebbe come chiedere all'azionista di una società per azioni di sacrificarsi per la società stessa che non incorpora nessun valore superiore, nessun diritto superiore.

E’ vero che nei tempi più recenti alla mistica aristocratica della Monarchia si è cercato di sostituirne un’altra,      degradata, facendo intervenire idee o retoriche sostanzializzate nate più o meno nel clima della rivoluzione giacobina. In primo piano più che il Sovrano, si vorrebbe mettere la “Patria”, la “Nazione”, il “Popolo”.

E’ in tal senso che si realizzarono le prime fasi del franamento collettivistico che accende una inesorabile concatenazione, doveva condurre  per gradi dal ciclo dalla grandi monarchie europee fino al socialismo, comunismo e bolscevismo. Il ricorso a tali entità in effetti, non è che un  fenomeno regressivo : patria e  nazione non sono nulla più di un dato naturalistico elementare e nella loro verità non vanno cercate in basso, nella sostanza promiscua del demos, del “popolo”, ma in alto, ove ciò che è diffuso nella moltiplicità si raccoglie, si personalizza,  viene ad atto: non alla base ma al vertice della piramide. E come anticamente poté dirsi «Dove è l'imperatore là è Roma», così  in un sistema politico virile, personalizzato, ben articolato, anticollettivistico può ripetersi, che è nel Monarca veramente all'altezza del simbolo da lui incarnato che vivono la Patria e la Nazione: nella Monarchia l'una e l'altra ricevono un superiore crisma.

E' tutto questa quasi fino a ieri lo sentì lo stesso popolo, nel fluido indefinibile, misterioso legato alla persona dei Sovrani, ben diverso da quanto può riferirsi a «stati di folla» di semplice esaltazione patriottica momentanea, o  quali l'arte demonica di un tribuno del popolo, o capo popolo può suscitarli. Con la Monarchia e col sistema gerarchico di cui essa dovrebbe essere la naturale conseguenza al nazionalismo moderno, fenomeno di sospetta origine, i cui effetti devastatori per  l'Europa sono ad ognuno noti, si sostituisce il senso sano, normale tradizionale della nazione (della «nazionalità»), e liberata la sfera politica da nebulosi miti possono avere giusto risalto quei superiori valori della personalità etica e spirituale che trascendono necessariamente il fatto naturalistico della mera appartenenza ad un particolare ceppo etico e ad una data comunità storica e che sono la base per una sana differenziazione.

Questi contenuti dell'idea monarchica sono essenziali, e nel riconoscerli dovrebbe apparire anche chiaro quale è la principale premessa per una restaurazione monarchica: è una atmosfera un clima spirituale clima che è quello proprio ad ogni vera civiltà tradizionale e che si contrappone al materialismo Politico moderno. Vi è un equivoco fondamentale circa il piano su cui, con netto distacco della prassi degli avversari, si dovrebbe impostare l'azione. Affinché la Monarchia sia riconosciuta secondo la dignità e la funzione di cui abbiamo  or ora detto, occorre che sorga nuovamente una sensibilità per tutto ciò che è rango, gerarchia, dignità, onore e fedeltà, perché tutti questi sono valori che nella Monarchia hanno il loro centro di gravità, mentre a loro volta, la Monarchia risulterà come paralizzata, ridotta ad una sopravvivenza formale quando questi valori non siano vivi ed operanti, quando essi, almeno in una élite, in una vera classe dirigente, non abbiano di fatto la preminenza di fronte a tutti gli altri di un piano più condizionato utilitaristico e realistico in senso deteriore. Non sono le stesse corde che il difensore dell'idea monarchica e quello di un qualsiasi altro sistema debbono far risuonare nel singolo: così vi è qualcosa di ridicolo, di deleterio appunto per quei fattori più sottili,  per quella “mistica” di cui si è detto, nell'affidare i destini dell’idea monarchica ad una prassi partitistica più o meno ricopiante i metodi degli avversari.

L'essenziale per la causa monarchica è invece la possibilità, o meno, che quello speciale tipo di sensibilità sia presente o sufficientemente diffuso. Propiziarlo e rafforzarlo fino a creare un clima generale è quel che veramente importa.

In tali termini l'affermarsi del simbolo monarchico e il prestigio di esso avranno anche il valore di un indice segnaletico, testimonieranno della presenza, in una data società, di un tipo umano differenziato, perché i calori di cui si è detto  sfuggiranno come acqua fra le dita a chi pensi solo  in termini di, materia e di vantaggio personale e non abbia il senso di ciò che non si lascia né vendere né comprare, né usurpare nelle dignità e nelle partecipazioni alla vita politica

Tutte queste sono cose che purtroppo oggi assai pochi capiscono ancora. Anche le persone che dimostrano le migliori intenzioni oggi sono succubi delle suggestioni dei  metodi e dell’abito mentale di un  mondo politico degradato. Eppure è su di esse che si dovrebbe insistere perché questa è la pietra di prova, questo è il vero punto di partenza.

Chi vuole restituire alla Monarchia il suo prestigio, e prepararne quindi la restaurazione, deve fare appello a forme diverse di sensibilità, di interesse, di vocazione, a forme sostanzialmente diverse da quelle su cui il demagogo il politicante democratico e l’agitatore marxista, fanno leva e su cui contano per il loro successo, sinonimo di sovversione: altrimenti oseremmo dire che la battaglia già partenza è pregiudicata nel suo esito da un equivoco fondamentale.

E’, in una parola ad un tipo di uomo esistenzialmente opposto ad u altro tipo di uomo che il monarchico deve parlare; e una nazione non spezzata questo tipo di uomo deve essere capace di produrlo.

Come controparte occorre naturalmente che l'idea venga definita rigorosamente anche nei termini di una dottrina dello Stato, la struttura positiva dello Stato facendo in un certo modo da corpo, la mistica della Monarchia facendo invece da fluido animatore, per usare l’espressione aristotelica, da "entelechia", a questo corpo. Si è detto che in via normale quando il mare della storia è relativamente calmo, il simbolo non può essere pregiudicato dall'aspetto soltanto umano della persona che in qualche caso lo incarna. In tempi, come gli attuali, occorrerebbe però che una tale eventuale disequazione fosse ridotta ad un minimo, proprio con riguardo a quel fattore spirituale immateriale, di cui abbiamo parlato: nella misura in cui un Re rivendichi ancora il titolo tradizionale di «Maestà», occorre che questo titolo non si riduca a un semplice articolo d'inventario del cerimoniale. Bisogna che la dignità, diciamo così così, non profana di un Sovrano sia assi curata di contro a certe errate concessioni alla «modernità». E per le ore decisive, per il momento dell'azione, non sia dimenticato il detto che ci viene dall'antica sapienza: Rex est qui nihil metuit - « E' Re chi nulla teme ».