NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 10 ottobre 2014

La Monarchia e il Fascismo - Ottavo capitolo - IX

Il memoriale di Cesare Rossi.

La questione morale sollevata da Mussolini contro De Gasperi e contro il P.P. intacca fortemente l'attività offensiva di questo i cui aderenti saliti sull'Aventino sono fra i più incerti e porta lo scompiglio nell'opposizione.

Ne approfitta Mussolini che improvvisamente presenta alla Camera un progetto di riforma elettorale. E' un colpo di scena che desta viva sorpresa. Ma non è difficile comprendere i motivi della mossa audace. L'atteggiamento della magistratura con la sentenza di assoluzione della Voce Repubblicana nel processo contro Balbo per l'uccisione di don Minzoni, le lettere del generale prodotte alle udienze, la levata di scudi al Senato contro il progetto Di Giorgio per la riforma dell'esercito, la denuncia del dottor Donati contro il generale De Bono all'Alta Corte di Giustizia come favoreggiatore del delitto Matteotti, gli fanno avvertire la gravità e l'inesorabilità della situazione che la furibonda campagna della stampa fascista non è riuscita a trasformare. Già le minacce della «seconda ondata» avevano trovato l'ostacolo nei diritti e nei doveri della Corona. Questa funziona e lavora a riportare l'equilibrio nel Paese ma cerca il punto di appoggio.

Il 31 di dicembre viene pubblicato il memoriale di Cesare Rossi nel quale questi si scagiona delle accuse di responsabilità per l'uccisione di Matteotti ed i giornali di opposizione ne fanno un potente ariete che scagliano contro il governo. Salandra si dimette da Presidente della Giunta generale, del bilancio ed accenna a passare all'opposizione. Giolitti, intervistato dal Mattino contesta al Duce il diritto di fare le elezioni che si suppone siano lo scopo della nuova riforma: «Egli non può farle specialmente dopo che le opposizioni sollevano contro di lui la pregiudiziale morale». Il ministero atterrito da tanta avversione concomitante, viene convocato di urgenza, e sono emessi - con la solidarietà di tutti i ministri - severi provvedimenti contro la stampa. Molti giornali dell'opposizione subiscono l'ennesimo sequestro, ma nello stesso tempo si proibiscono le adunate fasciste.
Mussolini ha capito che l'opinione pubblica si trova davanti ad un eccezionale disorientamento politico come non lo fu mai e che è necessario creare a qualunque costo un orientamento nuovo.

Sarebbe anche questa l'ora delle opposizioni: tornare alla Camera, stringersi attorno alla Corona e dare battaglia sul terreno parlamentare. Ma ecco la direzione del Partito Popolare lanciare un manifesto nel quale intuendo le sue gravi colpe nella situazione del Paese addossa come al solito ogni responsabilità alle istituzioni «che fatalmente hanno favorito, sviluppata e mantenuta la dittatura fascista». (!!!). Tuttavia il P.P. rifiuta di imperniare la lotta nella difesa della Carta Statutaria, sostiene la inutilità di ogni manovra parlamentare o ministeriale ed affida la soluzione al normale sviluppo della lotta politica».


Mai come in questi giorni l'Aventino, ma soprattutto il Partito Popolare, appaiono complici necessari della dittatura.

lunedì 6 ottobre 2014

La Monarchia e il Fascismo - Ottavo capitolo - VIII

De Gasperi in una vignetta di Guareschi del 1954. 
Ci sembra la maniera migliore di 
rappresentarlo anche se la vignetta è di 30 anni 
più tardi. La riproponiamo in grande 
formato
Mussolini passa al contrattacco e solleva la «questione morale» contro De Gasperi e il Partito Popolare.

Mussolini invece da abile polemista quale egli è, è passato al contrattacco. Alla «questione morale», perno del movimento aventiniano, egli contrappone un'altra « questione morale » con la quale investe il Partito Popolare. Ha inizio verso la fine di ottobre, quando Gino Sottochiesa sul Popolo d'Italia chiede al Donati (autore della denuncia contro De Bono all'Alta Corte di Giustizia fatta per colpire il governo) se non si rammenta di una lettera di Cesare Battisti della quale gli diede copia l'anno precedente,lettera di cui il Donati, direttore del Popolo, intendeva servirsi allora per abbattere De Gasperi aspirante alla successione del quotidiano popolare. La lettera di Battisti, datata da Roma (Hotel de la Paix,5 Novembre 1914) così diceva:

Carissimo Lanzerotti,

«Sono da qualche giorno a Roma, ove apprendo che lassù nel Trentino continua feroce ed accanita la lotta contro di me. E più del governo inveiscono contro di me certi messeri del Partito Popolare.
«Un deputato di Trento (ed è facile capire chi) s'è preso il disturbo di raccontare al console italiano di Insbruck Giovanni Chiovenda, le cose più infamanti sul conto mio: dando perfino ad intendere che io abbia falsificato documenti e cambiali! ».
CESARE BATTISTI


I deputati di Trento erano due: monsignor Gentili ed Alcide De Gasperi. Questi nega, Chiovenda si limita a dire che De Gasperi non si recava mai a quel consolato e pertanto il nome del deputato rimane sconosciuto. Si ha la conferma che De Gasperi non aveva alcun rapporto nemmeno affettivo con l'Italia.

D'altronde, mentre il De Gasperi godeva della fiducia delle autorità militari e civili austriache, il Gentili, di provata fede italiana, veniva internato con altri patrioti. Chi dunque insidiava l'onorabilità di Battisti se non il De Gasperi?

La triste luce che lo colpisce, sia pure di riverbero, è quella proveniente dalla condotta del Partito Popolare trentino del quale egli era fra gli esponenti più eminenti in quanto che fu segretario del gruppo parlamentare alla Camera austriaca. Inoltre, perché mai il Donati vedeva nella lettera di Battisti così gravi elementi per colpire De Gasperi?

Il Popolo d'Italia martella per settimane e settimane, e quotidianamente in lunghi corsivi dimostra l'essenza anti-italiana dei popolari trentini, salvo pochi eccezionali casi. Denuncia la partecipazione dei deputati popolari trentini alla dieta di Innsbruck, alla sottoscrizione delle 7 corone per festeggiare i catturatori di Battisti; pubblica la lettera nella quale questi, durante la propaganda per l'intervento dell'Italia in guerra bollava il partito trentino di cui era capo il De Gasperi; rileva l'indirizzo di fedeltà patriottica all'Imperatore di 5 ex deputati popolari trentini alla Dieta di Innsbruck, e la concessione della medaglia d'oro, l'unica medaglia d'oro dei cacciatori tirolesi, al fratello Augusto. La «questione morale» contro il P.P. trae ancora una ragion d'essere dal fatto che l'on De Gasperi, che ne è il segretario, è stato uno dei compilatori dell'aspro manifesto che le opposizioni lanciarono l'11 novembre alla vigilia dell'apertura del Parlamento, nel quale si illustra la «pregiudiziale morale» contro il governo.

Il Popolo d'Italia ha buon giuoco per rispondere che la figura dell'on. De Gasperi basta da sola a disonorare una intera opposizione che si voglia in qualche modo chiamare italiana e voglia esserlo di fatto e non può avere nessuna «pregiudiziale morale» contro nessun governo italiano, fosse pure il peggiore perché egli non ha mai sentito alcun disagio morale verso i governi austriaci dell’Impiccatore, verso quei governi  che hanno impiccato Oberdan, Battisti, Filzi, Sauro, Chiesa, Rismondo:

«L’on. De Gasperi collaborava con il governo I.R. di Vienna e ne approvava la politica, e anche dopo l'impiccagione di Battisti egli partecipò alle sedute del parlamento austriaco come capo-gruppo dei popolari trentini. Il deputato austriacante che è oggi segretario di un partito politico che si dice italiano non dimostrò mai a Vienna l'energia della quale fa sfoggio contro il governo fascista. Da Vienna partivano gli ordini di erigere forche per i trentini che combattevano nell'esercito italiano e De Gasperi non fiatava; da Roma un governo di italiani proclama la necessità della disciplina nazionale e l'on. De Gasperi organizza la resistenza, sbava ingiurie, protesta per le libertà infrante.

«Dove era mai la vostra sensibilità morale on. De Gasperi, quando impiccavano la gente della vostra terra, rea d'amare l'Italia?
«E un uomo di così tristo passato osa elevarsi contro il governo nazionale! Un uomo che ha assistito impassibile a tutte le infamie dell'Austria, che ha collaborato ed ha aiutato con la sua fiducia i governi austriaci, il dirigente di un partito ritenuto, a ragione, fedelissimo alla monarchia asburgica, questo uomo, questo De Gasperi, ci viene oggi a parlare di «pregiudiziali morali » verso il governo Mussolini! Eh, via.

«L'on. De Gasperi - conclude il giornale - ha un marchio profondo e incancellabile. Gli contestiamo il diritto di elevarsi a giudice di un governo italiano, come gli contestiamo le capacità sentimentali di italianità che sono necessarie per dirigere un partito, che affermi di volere la Nazione grande e rispettata».

Alle accuse sopra riprodotte, ripetute nei numeri successivi, il giornale fa seguire alcune domande:

-«Perché De Gasperi non venne arruolato nell'esercito austriaco quando si chiamavano alle armi persino gli storpi ed i ciechi, mentre furono arruolati gli altri deputati suoi colleghi appartenenti a tutte le nazionalità?

-«Perchè non venne internato assieme alle persone, sospette di sentimenti italiani?

-«Come mai l'Austria non ebbe mai dubbi sui suoi sentimenti di fedeltà?

-«Perchè durante tutta la guerra poté circolare liberamente per Vienna, per l'Austria, per il Trentino?

Implacabile il Popolo d'Italia continua il suo atto d'accusa ed il 5 dicembre pubblica:

« ... l'ufficiale partecipazione dell'on. De Gasperi nel novembre del 1916 ai funerali di Francesco Giuseppe a Vienna (1) in rappresentanza del gruppo parlamentare popolare italiano alla Camera austriaca, di quel gruppo cioè che giorni prima a mezzo del suo presidente e cioè del famigerato Faidutti faceva pervenire ai «gradini del Trono sovrano» l'espressione di compianto per la morte del «Venerato imperatore» Francesco Giuseppe, impiccatore di italiani.

«Risulta insomma chiaro che mentre l'Italia combatteva contro l'Austria per raggiungere i giusti confini mentre si impiccavano dall'Austria i martiri Battisti, Sauro, Filzi, e Chiesa, mentre tutti i trentini veramente italiani o combattevano nelle fila dell'esercito italiano o gemevano nelle prigioni e nei campi di concentramento austriaci, l'on. De Gasperi, attuale segretario del Partito Popolare italiano, partecipava alla vita politica austriaca aderendovi intimamente accettandone quindi in gran parte le responsabilità gli onori, perfino quello di rappresentare le popolazioni italiane dell'Impero ai funerali dell'Impiccatore.

« L'on. De Gasperi che osa formulare delle « questioni morali nei confronti del governo Mussolini è pregato di risolvere dinanzi agli italiani questa sua «questione morale» che è gravissima; presenti cioè le carte e le prove del suo sentimento patriottico italiano».

Dopo aver ripetuto la domanda perché l'on. De Gasperi nel 1918 dal Comando Supremo austro-Ungarico ebbe il salvacondotto per tutta la zona di guerra trentina mentre lo rifiutava a tanti altri deputati locali e anche all'attuale senatore Conci, il giornale ci dà la lista dei deputati provinciali trentini che, assieme allo stesso principe vescovo di Trento mons. Endrici, furono internati a Katzenau: da Gustavo Chiesa (padre di Damiano) a Giovanni Lorenzoni (fucilato poi a Firenze, assieme alla figlia, nel 1944 dai tedeschi), dall'on. barone Valerio Malfatti all'onorevole mons. Gentili, ecc. ecc.; mentre l'on. De Gasperi «girava ilare e baldanzoso su e giù per il Trentino e perfino in zona di operazione. E quando si presentava ai suoi elettori ripeteva il suo noto discorso del doveroso appoggio al Governo austriaco, in nome del Dio tedesco!» (2).

Il giornale di Mussolini si domanda ancora: «Quale sentimento quale fiamma di italianità può alimentare nell’animo di un De Gasperi che ha servito per tanti anni lo straniero e non ha dimostrato mai un proposito irredentista?».

La violenta campagna del Popolo d’Italia è, a volte suffragata da testimonianze varie. I giovani della legione trentina accennano al tentativo dell'I.R. Tribunale di Trento di inscenare un processo per far fallire Cesare Battisti come editore del giornale Il Popolo al fine di ottenere dall'Italia l'estradizione per reato comune. De Gasperi, che pare aveva amici in quel tribunale, non fece nulla per impedire questo tentativo. Viene anzi la lettera di Battisti al Lanzerotti che getta un'ombra sulla condotta di De Gasperi, il quale, pur affermando di non aver avuto rapporti col console italiano Chiovenda, non nega di averli avuti col luogotenente tedesco conte Toggenburg, dal quale doveva essere partita l'iniziativa per infamare il Battisti (3).

Un trentino, Valerio Benuzzi, manda al Popolo d’Italia una lettera aperta all'on. De Gasperi nella quale, dopo aver detto che persino delegati e commissari di PS austriaci insorsero contro l'Austria, così Io investe: «Se lei fosse stato un vero italiano avrebbe dovuto occuparsi almeno di coloro che languivano mesi e anni nelle prigioni di guerra e nei vari penitenziari austriaci. Mentre nella galera di Mollerdorf fra gli altri molti, anche degli italiani morivano di inedia e di tubercolosi, mentre nel cortile del cellulare di Vienna io ridotto a uno scheletro passeggiavo raccattando delle sigarette e del pane che le pietose dattilografe tedesche del tribunale di guerra gettavano dalle finestre come a un animale in gabbia, lei on. De Gasperi passeggiava serenamente nelle strade di Vienna sordo agli appelli che dalle nostre prigioni lanciavamo a lei e ai suoi onorevoli colleghi. Lei non mosse un dito, non rispose con una parola, né direttamente né indirettamente. Magari avesse avuto il coraggio di lottare contro il Governo austriaco come ora lotta contro il Governo italiano! A parte il mio fatto personale, le confermo pubblicamente che lei, on. De Gasperi, nulla ha fatto durante la guerra italoaustriaca per la grande causa italiana ».

Il corrispondente da Vienna manda al giornale una intervista col Dr. Muk, che durante la guerra aveva ricoperta la carica di dirigente la I.R. polizia di Trento. Dopo aver descritto De Gasperi come uomo prudente, l'intervistato risponde testualmente: «Egli era ritenuto dal Governo di Vienna persona indispensabile nel Trentino. Questo è quanto posso dire. Era poi il braccio destro e factotum del barone Mersi, persona che godeva della illimitata fiducia della polizia e del governo austriaco. Essendo quindi a lato del barone Mersi, il De Gasperi poteva contare su una sicura immunità.

In questa campagna interviene sovente Il Popolo organo di don Sturzo per affermare che De Gasperi fu un brillante campione del patriottismo italiano e sempre «rappresentò nobilmente e fieramente i nostri fratelli oppressi». Ma il Popolo d’Italia risponde riportando un brano che Cesare Battisti aveva scritto sul suo giornale nel 1912 quando Guido Podrecca, recatosi a Trento per una conferenza, ne veniva espulso ed i degasperiani giustificarono l'espulsione perché si riteneva l'oratore incitatore contro il Re d'Italia. Battisti rispondeva ai popolari di colà:

«Bugiardi, mascalzoni!
«Non è invece forse il vostro partito l'esponente di quanto in Austria c’è di più antitaliano, di più antinazionale? Non fu il vostro partito che all'Austria consigliò la guerra contro l'Italia, (durante la guerra libica), non è il vostro partito, non siete voi, o popolari clericali, coloro che vogliono cacciare da Roma il Re Vittorio Emanuele, che per voi è uno scomunicato, un'altro traditore, degno della forca, per mettere sul trono il Papa Sarto?».

Altra volta il martire trentino era stato molto severo nel giudicare la condotta anti italiana dei popolari di lassù: «Il partito popolare, egli scriveva, a seconda delle, opportunità e dei luoghi, va camuffandosi da cristiano-sociale, da antisemita, ecc. ma sempre, senza reticenze si proclama austriacante. Sotto la scorta dei preti, queste masse fanatiche vanno a fischiare i socialisti e si organizzano talvolta in vere bande che armate di potaioli, di randelli, di attrezzi di Campagna, danno l'assalto alle case o alle osterie dove si radunano i socialisti. D'essere devoti sudditi austriaci non negano: mettono il ritratto di Sua Maestà almeno una volta all'anno sui loro giornali. Il loro grido preferito è: per Iddio e per l'Imperatore ».

L'organo fascista dopo aver definito il De Gasperi l'«esponente» di quanto in Italia vi fosse «di più anti italiano e di più antinazionale», così commenta: «La vittoria italiana lo consigliò a cambiar bandiera; come il Giusti, mutò coccarda: al giallo e nero sostituì il tricolore e partì alla conquista di Roma fidando nella dabbenaggine degli italiani. Egli è un infido ed è assurdo pensare che nel suo animo si agiti una passione nazionale qualsiasi». E poi ancora: «Bando alle parole, signori del Popolo! Il vostro De Gasperi è un insulto permanente all'Italia di Vittorio Veneto, ed è una ignominia del Partito Popolare Italiano».

La figura morale del De Gasperi e la fisionomia austriacante ed anti italiana del Partito Popolare trentino sono rafforzate dalla rivelazione di un documento di eccezionale importanza, pubblicato nel giornale Neues Wiener Jurnal il 23 maggio 1915 (ed. del mattino IV pagina) sotto il titolo: L'Italia demolisce l'onore italiano. Questo documento che porta la firma del dott. Joseph Bugatto, consigliere di Stato e deputato del gruppo popolare trentino, non essendo mai stato sconfessato assume il carattere dì documento ufficiale ed investe in modo particolare il De Gasperi che del gruppo parlamentare ne era segretario e faceva parte di ben sette commissioni tra cui quella importantissima per l'Economia bellica.

La dichiarazione di guerra dell'Italia aveva fatto sciorinare una colonna di prosa insultante contro di noi a sostegno della assurda tesi della indissolubilità della Triplice Alleanza, dimenticando che la validità di questa era caduta con il mancato «casus foederis» poiché l'obbligo all'Italia di intervenire a fianco dell’Austria vigeva soltanto ed esplicitamente nel caso che questa fosse stata aggredita, mentre nel 1914 fu lei ad aggredire la Serbia dopo l'ultimatum spedito senza consultare l'Italia. La nostra libertà d'azione non era discutibile: prima la neutralità, poi l'intervento a fianco delle nazioni amiche, Francia e Inghilterra con le quali eravamo legati da un'Intesa. Dimentico di questo il Bugatto trascendeva in un linguaggio del quale diamo qui due periodi esemplari:
«Non è nel nostro potere di fermare un simile delitto, ma che l'Italia e il mondo sappiano: gli italiani d'Austria deplorano, detestano e maledicono il modo di agire, dell'Italia.
«Italiani d'Austria, nascondiamo la nostra faccia per la vergogna della gran colpa che non è nostra. La nostra coscienza è pura e la nostra vergogna e il nostro dolore vengono condivisi da tutti quegli italiani che sono liberi dalle catene dei massoni d'Italia».

Una testimonianza decisiva sull'attività anti-italiana di De Gasperi - testimonianza grave senza dubbio - la troviamo nelle Memorie del generale von Conrad il quale pubblica una lettera dell'ambasciatore austriaco a Roma conte Macchio, alla vigilia della guerra 1915-1918: «...her De Gasperi sembra convinto della incondizionata fedeltà all'Impero, specialmente della popolazione rurale del Tirolo del sud: per esempio egli ha fatto la significativa affermazione: che si dovrebbe permettere un plebiscito; si vedrebbe che il 90 per cento opterebbe per l'Austria». E poi il Conrad commenta: «Mentre in quel doloroso periodo tutti gli italiani del Trentino tradivano l'Austria solo rimase accanto a me, fiducioso nella vittoria a confortarmi con i suoi consigli Alcide De Gasperi del Partito Popolare».



(1) il Risveglio austriaco di Trento così dava la notizia: «La partecipazione degli italiani ai funerali: Nel posto riservato ai membri delle Camere del Parlamento austriaco, di rimpetto al colonnato estremo della Reggia Imperiale assistettero al passaggio del corteo funebre i deputati on. De Gasperi ed on. Cons. Spadaro».

(2) Il Trentino quotidiano diretto da De Gasperi, a pochi giorni dallo scoppio della guerra il 30 dicembre 1914, riproduceva già, in caratteri ben visibili, due lunghi articoli dell'ex ministro ungherese Alberto de Berzeviczy sull'atteggiamento dell'Italia (eravamo allora neutrali) nei quali si parla di «coltello nella schiena».

(3) Nel maggio 1914 il Toggenburg, ministro dell'Interno di Vienna, ringraziava l'on. Alcide De Gasperi per il voto favorevole alla Dieta di Insbruck, circa l'aumento del corpo dei bersaglieri tirolesi che saranno i più accaniti combattenti contro l'Italia.

venerdì 3 ottobre 2014

Aggiornato il sito dedicato a Re Umberto II




La terza parte dell'intervista di Nino Bolla nel consueto aggiornamento mensile del sito dedicato a Re Umberto.


domenica 28 settembre 2014

Tempi duri per la politica. E rispuntano i monarchici...

«Il Quirinale costa sei volte più della monarchia inglese. Ovvero 245.300.000 euro rispetto a 37.890.000 euro». Con la crisi della politica, che continua a farsi sentire nonostante l’era Renzi, sono i monarchici i “protagonisti” di una proposta politica completamente alternativa.
E a Varese sono tanti e “agguerriti”. Ieri pomeriggio sono scesi in piazza con una gazebo per incontrare la cittadinanza e diffondere il proprio materiale informativo. 
[...]

Il Savoia ricorda la carica di Isbuschenskij





«Uomini normali che non abbandonarono i compagni di battaglia»

GROSSETO – “Vorrei ora dirti cosa ci fu di fantastico al reggimento in questo periodo operativo. Ufficiali, Sottufficiali e cavalieri formidabili. Formidabili per lo spirito, meravigliosi per l’addestramento. I risultati si sono avuti sul terreno della verità, dove ogni errore sarebbe stato fatale. Da attaccati e accerchiati siamo diventati attaccanti e con i risultati che sai. E, devo aggiungere, con perdite dolorose sì, ma relative. Le numerose decorazioni concesse oggi dai tedeschi fanno fede di quello che è stato Isbuschenskij. A oltre un mese di distanza noi riviviamo quelle ore e ne traiamo il giusto spirito per l’avvenire che ci attende.” Così, citando un passo della lettera che il Colonnello Bettoni, comandante di Savoia a Isbuschenskij, scrisse al Generale Cadorna circa un mese dopo la carica, il comandante del Savoia ha salutato, ieri, gli intervenuti alla cerimonia che ricorda la carica di Isbuschenskij, quando, nel 42, sul Don, gli uomini del reggimento sconfissero le truppe russe.
«Siamo qui riuniti oggi per onorare quegli uomini, che non erano di certo guerrafondai o esaltati. Erano uomini normali, i quali, però, nel momento del bisogno ebbero il coraggio di non farsi sopraffare dalla paura, di non recedere – ha proseguito il comandante -. Siamo qui per ricordare uomini che non indietreggiarono, che non scapparono, che non abbandonarono il commilitone di fianco a loro, pur avendolo, forse, potuto fare approfittando della confusione della battaglia».

sabato 27 settembre 2014

Varese, Giovani Monarchici: un gazebo sui costi della Repubblica

Scopo del gazebo monarchico quello di presentare l’associazione ai varesini. Verrà distribuito un volantino in cui si comparano i costi delle Monarchie europee e quelli della Repubblica: la sorpresa è che il Quirinale costa ben 6 volte più di Buckingam Palace.Sabato 27 settembre 2014, dalle ore 10.00 alle ore 19.00, in corso Matteotti (vicinanze di piazza Monte Grappa), il movimento giovanile dell’Unione Monarchica Italiana organizza un gazebo informativo.
[...]


http://www.varesereport.it/2014/09/25/varese-giovani-monarchici-un-gazebo-sui-costi-della-repubblica/

venerdì 26 settembre 2014

La Monarchia e il Fascismo - Ottavo capitolo - VII

L'Aventino, con la sua assenza si sottrae alla lotta nei momenti più favorevoli.


Un giornale satirico dell'opposizione ironizza sulle 
« quadrate legioni all'assalto dell'ultima trincea ».
Eppure, malgrado le incertezze della piccola opposizione costituzionale il momento propizio per tentare di abbattere il ministero o quanto meno per frenarlo nelle intemperanze della dittatura mussoliniana potrebbe essere questo. Il processo Balbo, intentato dal generale della Milizia contro La Voce repubblicana ha rivelato certi retroscena dell'uccisione di don Minzoni, parroco di Argenta, ed il sistema delle responsabilità impunite incomincia a suscitare le reazioni del pubblico e della stampa, anche perché Mussolini esprime a Balbo la sua solidarietà. Una lettera di Balbo, prodotta al processo e diretta ad un amico, dice, riferendosi ad alcuni socialisti assolti dai giudici di Mantova: «Se essi insistono a rimanere a Ferrara ed a procurare, di conseguenza, un disagio morale bisognerà bastonarli senza esagerare, ma con consuetudine fino a che si decidano». E più oltre: «Mostra pure questa parte della mia lettera al signor Prefetto, al quale dirai, a nome mio, che ho elementi sufficienti per giustificare la mia pretesa di non volere in città e provincia i masnadieri. La Questura farà bene a perseguitarli con fermi almeno settimanali, e sarà bene che il Prefetto faccia capire al Procuratore del Re che per eventuali bastonature (che dovranno essere di stile), non si desiderano imbastiture di processi. Se scrivo questo da Roma è segno che so quello che dico ».

L'impressione suscitata da questa lettera è enorme ed il Balbo è costretto a dimettersi da comandante generale della milizia. Il partito è insidiato dai fascisti dissidenti mentre nell'interno si inasprisce l’attrito fra «puri e revisionisti». In certi ambienti politici si ritiene che il governo potrebbe cadere, ma l'opposizione è assente e non ha dato prova di saper raccogliere la successione. Si incomincia a dubitare degli uomini del regime, ma non si ha fiducia alcuna in quelli dell'opposizione (1). Infatti il voto di fiducia al Senato sulla politica interna, dà questo risultato:

Votanti: 299; favorevoli: 208; contrari: 54; astenuti 37. (5 dicembre 1924).

Come si vede l'opposizione sale a Palazzo Madama, ma è rallentata dall'atteggiamento dell'Aventino al convegno di Milano che Mussolini sa abilmente sfruttare: ...«tutta l'assemblea fu pervasa da un profondo e spontaneo spirito repubblicano». Ed aggiunge sapendo di promuovere la commozione dei senatori: «Si è detto: voi volete restare al potere in ogni caso. Non è vero. Se il Re alla fine di questa discussione mi dicesse: - Se ne vada - io dinanzi a Sua Maestà Vittorio Emanuele III mi metterei sull'attenti e me ne andrei. Ma quando si tratta di Sua Maestà il Corriere della Sera io non me ne vado». Più che naturale che il Senato sostenga il governo dopo simile discorso. Tuttavia a quattro giorni di distanza (9 dicembre) nello scrutinio segreto sul bilancio dell’Interno i voti favorevoli scendono a 190 dopo le implacabili requisitorie di Tassoni e Zuppelli contro la Milizia (2). Il Senato, a differenza della Camera, non ha esitato ad affrontare i problemi fondamentali della situazione presente.

Per la prima volta da uomini che non appartengono a partiti di opposizione è stato posto nettamente il problema della Milizia e si sono chiesti al Capo del Governo provvedimenti decisivi e persuasivi che sostanziassero la calcolata imprecisione delle molte e varie promesse precedenti. Ciò è tanto importante che viene consacrato in un ordine del giorno votato dal Comitato direttivo delle opposizioni aventiniane. Quando alla Camera l'on. Lessona investe l'estrema: «Se continua di questo passo noi fascisti dovremo compiere veramente la seconda ondata, Mussolini lo interrompe: «Questo mai neppure per ipotesi».

Giunta si dimette da Vice della Camera a causa di una domanda di autorizzazione quale mandante di un delitto comune     ( aggressione all’on. Forni, ma le dimissioni sono respinte.      Giunta insiste e la maggioranza è costretta a ripiegare e ad accettarle, il che denota un segno del imitato stato d'animo di Mussolini. Infatti a Michele Bianchi che difende la tesi dei colleghi fascisti Mussolini dice: «Tu voterai a favore delle dimissioni e farai il tuo dovere!» Si tratta di un caso morale e giudiziario: rifiutando le dimissioni la Camera avrebbe sanato questa immoralità e Mussolini che ha compreso l'enormità del voto del giorno precedente ordina il capovolgimento della situazione. Viene così     il problema della perseguibilità dei reati imputati a fascisti cioè si è stabilito che tutti i reati debbano essere colpiti, da chiunque essi siano stati commessi qualunque sia
l'epoca in cui i reati risalgono.

Qualche cosa potrebbe maturare sia alla Camera che al Senato e forme anche nel Paese. Il discorso di Giolitti e quelli pronunciati a palazzo Madama hanno innegabilmente recato un grave colpo all'autorità morale del governo fascista. Ma l'Aventino non crede allo sfaldamento della maggioranza e continua a rimanere assente proclamandosi però l'autentico rappresentante della Nazione e negando di riconoscere l'autorità parlamentare dei ministri. Situazione paradossale alla quale non credono gli stessi oppositori. L'on. Giovanni Conti, ad esempio, che è fra i fanatici della tendenza repubblicana che attende la manna dal Re e poi disprezza con tanta virulenza Monarchia e governo, che rifiuta di riconoscere, non disdegna di inviare interrogazioni al Ministro dei Culti per ottenere... giustizia! Gli aventiniani sostengono la inutilità della battaglia parlamentare, ma quando alla metà di dicembre il progetto di legge sulla stampa - la cui discussione è stata chiesta di urgenza - viene rinviato alla prossima ripresa parlamentare, la Voce Repubblicana è costretta a riconoscere:
«Questo rinvio ha tutto il significato di una ritirata strategica. Il governo forte, il governo che disdegna i patteggiamenti e gli accomodamenti, ha dimostrato anche in questa evenienza tutta la sua intrinseca debolezza. Nonostante il cordone ombelicale di frode e di violenza che lega la maggioranza al governo l'on. Mussolini ha preferito rinunciare ad affrontare una discussione che avrebbe potuto essere fatale al suo programma di restare come che sia al Potere ».

Gli oppositori proclamano agli italiani con tono vittorioso che il fascismo è finito, che è sull'orlo del fallimento, ma che Mussolini non lascerà mai il suo posto per propria volontà. Allusione forse all'intervento regio, che invocano in privato e disprezzano in pubblico; forse alla rivoluzione della piazza che predicano ma nessuno ha il coraggio di capitanare. E intanto brancolano nella più sconcertante indecisione, anche perché vi è fra di loro discordanza intorno alla soluzione del conflitto: alcuni vorrebbero il siluramento pacifico del governo mediante l'intervento della Corona altri sognano di far cadere Mussolini mediante il trapasso dei poteri ad un governo militare. Assurdo che la Corona possa seguire le illusioni epilettiche dell'opposizione poiché non ha per una crisi pacifica e costituzionale indicazioni di sorta che non possono venire che dalle Camere, come non ha motivo di investire l'autorità militare se la piazza non mi muove.

(1) Luigi Salvatorelli, lo storico del periodo fascista (Venti anni tra due guerre - Ed. It. Roma 1941 a. XIX) per quanto la sua opera se non proprio apologetica tenda però alla giustificazione del regime, dice che «nè l'Aventino suscitò un moto nel paese nè un piccolo gruppo di opposizione alla Camera capitanato da Giolitti - che fino allora aveva sostenuto il Governo - ebbe successo in Parlamento » (pag. 259).

(2) Il senatore Zuppelli rivela, smentendo Mussolini, che non è affatto vero che le armi della Milizia siano custodite nelle caserme ma che invece i militari detengono personalmente a casa loro moschetti fucili e bombe a mano.

lunedì 22 settembre 2014

La Monarchia e il Fascismo - Ottavo capitolo - VI

Giolitti aveva chiesto agli aventiniani
di tornare in Parlamento 
L'Aventino repubblicano. Congresso liberale di Livorno e dichiarazioni di Giolitti alla Camera - Come Orlando giustifica la dittatura.

E' giunta l'ora dell'Aventino: ritornare in Parlamento e stringersi intorno al Re. Amendola, che domina gli elementi intransigenti continua a tenere i suoi amici aggrappati al monte delle illusioni e dei fantastici programmi mentre socialisti e democristiani, e specialmente i repubblicani continuano nella campagna contro la Monarchia sotto l'insegna della bandiera rossa sulla quale hanno scritto il motto: «Italia senza Víttorio Emanuele». Invocano l'intervento del Sovrano e nello stesso tempo lo insultano, accecati come sono dalla passione politica e oltrepassano ogni limite. La sconfitta dell'Aventino e le conseguenze che ne deriveranno hanno origine qui. Le gravissime responsabilità dei catoni montagnardi non sfuggiranno al severo giudizio della storia.

Nel discorso all'adunanza del Comitato delle opposizioni a Milano (1 ottobre) Cipriano Facchinetti, dopo aver lanciato a nome del Partito Repubblicano e dell'Italia Libera il nuovo grido di guerra, tenta persino la diffamazione, dell'Esercito: «Sul Piave si fermarono i soldati quando molti generali non c'erano più». Questa distinzione bassamente demagogica suscita lo sdegno fra i combattenti i quali possono testimoniare dell'eroismo degli ufficiali e generali sul Piave (1).

L'assurda situazione dell'Aventino è aggravata dalla circolare dei cardinale Gasparri che ordina ai sacerdoti, proprio in un momento in cui il Partito Popolare è passato all'opposizione, di non ingerirsi di politica. Il divieto è diretto ad allontanarvi il clero per dirigerlo ad appoggiare invece il fascismo. Contemporaneamente il Vaticano ordina ai preti francesi di scendere nella lotta politica. L'Avanti! fa di ciò aperta accusa alla Chiesa che permette o tollera la benedizione dei gagliardetti, ma l'Osservatore Romano risponde: «Guardi piuttosto ai suoi vicini l'Avanti!, ai vari suoi compagni di tenda sull'Aventino: e vi riconoscerà parecchi di coloro che favorirono e salutarono allora il fascismo quale era genuina reazione prorompente dall'esasperazione per la prepotenza bolscevica unica vera, autentica favoreggiatrice delle sue conquiste. L'organo Vaticano allude evidentemente ai vari sostenitori di Mussolini prima e dopo la marcia su Roma ti  Paolo Cappa, Mario Cingolati, Eugenio Chiesa, Colonna di Cesarò, Raffaele De Caro, Alcide De Gasperi, Giovanni Conti, Cipriano Facchinetti, Giovanni Gronchi, Giulio Rodinò, Giuseppe Micheli per non citare che i maggiormente compromessi,  in cerca ora di rifarsi una verginità.
A Livorno, il congresso liberale (5-6 ottobre) non porta una sufficiente chiarificazione. L'ordine del giorno Petrazzi che questi dichiara non essere di opposizione al governo ma soltanto affermazione di autonomia ottiene circa 24 mila voti contro quello di Ricci, di completa adesione, che ne raccoglie poco meno di 11 mila. Mussolini respinge questo atteggiamento che non lo soddisfa poiché non è di completa
sottomissione e il giorno stesso ribadisce i suoi concetti antiliberali in un discorso tenuto a Milano: «Si vorrebbe questa libertà per fare dei cortei con bandiere rosse, dei comizi nelle pubbliche piazze, magari per fracassare delle vetrine, rovesciare le lucerne dei carabinieri gridare «Viva Lenin»; per ricominciare insomma come negli anni scorsi. Ma questa libertà io non la do, non la posso dare. Non la voglio dare perché coloro che me la chiedono, se domani fossero al potere sono quelli che la negherebbero, quelli che durante gli scioperi non ammettevano la libertà del lavoro, non ammettevano questa pratica applicazione del liberalismo individuale applicata all'officina, esercitavano la tirannia».

Sarrocchi e Casati, rappresentanti con Celesia De Nava e di Nava e Di Scalca dei liberali nel ministero, confermano la loro collaborazione incondizionata, dopo aver preso parte ad una riunione di 40 fra deputati e senatori presieduta dall'on. Salandra e nella quale «Considerando, intangibili le istituzioni fondamentali sancite dallo Statuto del Regno, decidono di perseverare nella loro reale adesione al Governo Nazionale ».

L'unica seria e fattiva opposizione di parte liberale si inizia nella seduta del 15 novembre col voto contrario di Giolitti il quale così giustifica il suo atteggiamento:

GIOLITTI: «Se il Governo si fosse limitato a chiedere il volo solo nella politica estera, non avrei avuto difficoltà di darlo; ma perché egli ha dichiarato che il voto doveva comprendere tutta la politica del governo, ciò che era logico trattandosi di un bilancio essenzialmente politico, e per di più del bilancio del Presidente del Consiglio, devo dire le ragioni del mio dissenso che sono principalmente di politica interna. Dopo le elezioni generali le condizioni della politica interna sono molto mutate; fu soppressa per decreto reale di fatto e di diritto la libertà di stampa.

MUSSOLINI, seccamente: «Di fatto no!».

GIOLITTI: «Si dirà che quel decreto è applicato con discrezione; ma il rispetto di una libertà statutaria non può dipendere dalla maggiore o minore tolleranza dei prefetti. Vi sono stati nella storia del nostro Paese, momenti difficili, come Novara, Aspromonte, Villafranca, Custoza e il regicidio, ma nessun governo pensò di sopprimere la libertà di stampa; ciò che ha contribuito a far ritenere il nostro Paese fra i più civili e liberi. Profondo turbamento ha prodotto il proposito del Presidente del Consiglio di modificare, lo Statuto. Se si dovesse dare seguito ai propositi vagamente accennati di restringere i poteri del Parlamento, si dovrebbero addossare alla Corona le responsabilità che ora spettano solo al Parlamento. La illegalità è patente quando si mantiene una quantità di comuni senza amministrazione, specie quando si tratta di comuni prima bene amministrati. Lei, on. Mussolini, ha l'abitudine di attaccare i suoi predecessori. Non me ne dolgo. Il giudizio definitivo lo darà la storia. On. Mussolini, per carità di Patria non tratti il popolo italiano come se fosse un popolo che non merita quella libertà che ha sempre avuta nel passato».

Così Giolitti si dimostra più vivo dell'Aventino. Egli difende i diritti del Parlamento e quindi quelli delle libertà statutarie. Le opposizioni invece si limitano a proclamare che il fascismo è in dissoluzione, ma continuano a praticare la tattica tolstoiana di non resistenza al male. Disertato queste l'arengo parlamentare - e sono oltre 100 deputati - i pochi rimasti nell'aula si sperdono nel nulla poiché la maggior parte, come Orlando ed i combattenti, si limitano ad astenersi, mentre votano a favore i mutilati. E così il voto sulla politica generale del governo sul quale è stata posta la questione di fiducia dà questi risultati:

Presenti: 347; favorevoli al Governo: 315; votanti: 321; contrari: 6; astenuti: 26. (15 novembre 1924).

Hanno votato contro: Giolitti, Fazio, Poggi, Massimo Rocca, Rubilli e Soleri. La votazione ha pertanto rivelato la secessione di una parte dei combattenti Giolitti si distacca apertamente dalla maggioranza parlamentare mentre Orlando, Gasparotto, Giovannini, Boeri e i combattenti che agiscono ancora con prudenza si astengono. I fiancheggiatori accusano un certo malessere, incominciano le dimissioni di personalità e di deputati del partito. Particolarità delle sedute della Camera è pertanto questa: che deputati dell'opposizione possono pronunciare lunghi discorsi di critica alla politica interna del governo ascoltati in grande silenzio, come accade a Soleri che parla indisturbato per alcune ore. Rumoreggiati invece i comunisti - scesi dall'Aventino e rientrati in aula - per le loro violenze ed intemperanze.
Nella seduta del 22 novembre, approvando il bilancio dell'interno la Camera concede ancora la fiducia a Mussolini con 337 voti contro 17 e 18 astenuti, dopo che Orlando parlando per dichiarazione di voto ha fatto una serena critica alla politica interna, giustificando l'appoggio dato in passato al governo: «D'altronde - dice testualmente il Presidente della Vittoria - l'istituto parlamentare consente le dittature; il Parlamento, mirabile costruzione il cui solo difetto è la sua estrema delicatezza, è capace di provvedere a tutte le necessità di un Paese e di uno Stato ».

(1) Dopo il discorso i monarchici uscirono dall'Italia Libera che del resto non ebbe mai grande seguito.

domenica 21 settembre 2014

Commemorazione della Principessa Mafalda, Racconigi 28 Settembre 2014

Il Centro Studi "Principe Oddone" organizza la commemorazione della Principessa MAFALDA di SAVOIA nel 70° anniversario della Sua scomparsa nel campo di sterminio di Buchenwald il 28 Agosto 1944.
Alle ore 10,30 si celebra la S.Messa in ricordo di tutti i Martiri dei campi di sterminio al Santuario Reale Madonna delle Grazie di Racconigi.
Alle ore 11,30 nel Castello Reale si terrà una breve conferenza sulla vita della nostra Principessa e seguirà il conferimento del Premio "Mafalda di Savoia" da parte dell'illustre ospite convenuta, la nipote S.A.R. la Principessa Mafalda d'Assia, Contessa Brachetti Peretti, figlia del defunto Langravio Principe Maurizio d'Assia.
Alle ore 13 colazione in una Tenuta Berroni al ristorante L'Arancera, previsto menù che ricorda il pranzo nuziale degli Sposi Savoia-Assia celebrato a Racconigi il 23 Settembre 1925. Chi vuole può scegliere altro modo per trascorrere tempo libero dalla fine della conferenza alla partenza.
Hanno aderito alla manifestazione l'Unione Monarchica Italiana, l'Istituto per la Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon e altre sigle di associazioni varie.

sabato 20 settembre 2014

Ha vinto la Regina

Ha vinto la Regina e ha vinto la Sterlina. Hanno perso i ricordi del passato mitico dei clan e le paure del futuro anteriore della globalizzazione. 55,3% a 44,7% il No alla indipendenza della Scozia batte il Si, Edimburgo e le colline del whisky, le isole del tweed, l’industria, il riluttante tennista Murray (alla ultima ora un tweet per il Si) restano uniti a Londra. Perde il pittoresco leader del Partito nazionalista scozzese Alexander Salmond, persuaso che la Scozia senza Londra potesse diventare una Norvegia radicale, via i sommergibili nucleari, via l’esercito. Salmond l’ha fatta troppo facile, l’unione monetaria con Londra, il ritorno nell’Europa e nella Nato dati per scontato, la fuga dei capitali e del lavoro verso il Sud irrise. Ha evocato la memoria dell’economista Smith, ma gli scozzesi hanno applaudito i suoi comizi e poi han fatto esattamente quel che la regina Elisabetta II ha suggerito loro domenica scorsa, uscendo dalla Chiesa in Scozia: “Riflettete”. 

Maria Pia di Savoia: i ricordi in un libro


CASTEL DI LAMA - "L'Italia è talmente bella che non si finisce mai di conoscerla e amarla". 
Con queste parole, la principessa Maria Pia di Savoia si è espressa dopo aver visitato nei giorni scorsi le Marche. 
Durante la permanenza nel Piceno, la primogenita dell'ultimo sovrano d'Italia, Umberto II, ha anche presentato il suo libro, un atto d'amore alla sua famiglia, alla sua storia, alla sua vita. 
"Sono una donna fortunata ed era doveroso scrivere" ha aggiunto la rappresentante sabauda nel corso di un incontro ieri al borgo storico "Seghetti Panichi" a Castel di Lama. 
La principessa, accompagnata da marito e dal figlio, Serge di Jugoslavia, insieme a un gruppo di amici americani, ha presentato il volume dal titolo "La mia vita, i miei ricordi", edito da Mondadori: un excursus storico, affettivo, emotivo attraverso le gesta di una famiglia che è stata di basilare importanza per la nascita dello Stato italiano. 
Con preziose fotografie, il volume coniuga avvenimenti pubblici, eventi mondani e il quotidiano, cavalcando il '900. 
[...]

giovedì 18 settembre 2014

Pansa: "Vi racconto l'Italia in cui tutti, o quasi, gridavano Eia Eia Alalà"

"Eia Eia Alalà. Controstoria del fascismo" , Giampaolo Pansa, Rizzoli, pagg. 378, euro 19,90
 
Nel suo nuovo libro Giampaolo Pansa autore del «Sangue dei vinti» ricostruisce l'ascesa del fascismo e il consenso di massa al regime. Che molti dimenticano...

Matteo Sacchi 
Mercooledì 17 settembre 2014
 
Si chiama Eia Eia Alalà ed è in libreria da oggi. Se non bastasse il titolo (a caratteri cubitali rossi in stile molto littorio), ci pensa il sottotitolo a spiegare che cosa si può trovare in questo volume (Rizzoli, pagg. 378, euro 19,90) a firma Giampaolo PansaControstoria del fascismo. Pansa infatti, usando l'artificio del romanzo - «a me il lettore piace acchiapparlo per la coda, non annoiarlo a colpi di saggio» - mette i puntini sulle «i» della storia italiana della prima metà del '900 per spiegare che cosa sia stato e come sia nato il Ventennio mussoliniano. Il suo espediente narrativo è partire dalla sua terra e raccontare attraverso le vicissitudini del possidente terriero Edoardo Magni (personaggio di fantasia, ma nel libro ce ne sono molti realmente esistiti) come l'Italia sia diventata, convintamente, fascista. E lo sia rimasta a lungo. Non c'è bisogno di dire, viste le scomode verità venute a galla con i suoi precedenti libri (a partire da Il sangue dei vinti ) e il tema, che la polemica è garantita. E che qualche gendarme della memoria, per usare un'espressione dello stesso Pansa, avrà qualcosa da dire.
 
Dunque, Eia Eia Alalà. L'urlo di una generazione?
«Non sai quante volte l'ho sentito gridare quando ero bambino ed ero un Figlio della Lupa. Ho anche una foto in cui, piccolissimo, facevo il saluto romano, davanti al monumento ai Caduti. Non ho fatto in tempo a diventare balilla, però. Il regime è caduto prima. E per quanto in casa dei gerarchi sentissi dire peste e corna. Il sottofondo della vita degli italiani era quello lì».
 
Per questo l'hai scelto come titolo?
«In parte, volevo anche un titolo che cantasse. Che rendesse l'idea di quello che a lungo il regime è stato per gli italiani. L'avventura del fascismo è stata legata all'idea di vincere, di migliorare il Paese. Rende l'idea di quella giovanile goliardia che affascinò molti. Un fascino che iniziò a incrinarsi solo con le orribili leggi razziali e crollò definitivamente solo con gli orrori della guerra».
 
Non molti hanno voglia di ricordare che il fascismo ebbe davvero una presa collettiva. Tu invece questo lo racconti nel dettaglio...
«Ho voluto fare un racconto senza il coltello tra i denti. Che cosa rimprovero io a storici, anche molto più bravi di me che di solito scrivono su Mussolini? Ma di avere una partecipazione troppo calda, schierata. Io, anche grazie all'invenzione di un personaggio come Magni, invece ho cercato di fare un racconto neutrale. Per chi c'era è un'ovvietà che il fascismo ebbe un consenso di massa. Tutti erano fascisti tranne una minoranza infima. Gli antifascisti erano una scheggia microscopica rispetto a milioni di italiani. Gli italiani ieri come oggi volevano solo un po' di ordine... E Mussolini glielo diede. Ai più bastò».
 
Tu attribuisci molte responsabilità ai socialisti che favorirono involontariamente il successo del fascismo, regalandogli il potere... A qualcuno verrà un colpo!
«La guerra perpetua tra rossi e neri creava sgomento. Gli scioperi nelle città, ma soprattutto nelle campagne crearono il caos... Si minacciò la rivoluzione senza essere capaci di farla davvero. Si diede l'avvio alle violenze senza calcolare quali sarebbero state le reazioni. E per di più, esattamente come la sinistra attuale, i socialisti erano perpetuamente divisi. Pochi capirono quanto fosse grave la situazione. Tra questi Pietro Nenni, il quale a proposito della scissione comunista del 1921 scrisse: A Livorno è cominciata la tragedia del proletariato italiano».
 
Però qualche responsabilità la ebbe anche la borghesia italiana, o no?
«Noi non avevamo la tradizione liberale di altri Paesi. Ed eravamo in una situazione economica terribile che a tratti mi ricorda quella di oggi. C'erano dei partiti-casta in cui la gente non si riconosceva e lo scontro tra ceti (o classi) era alle porte... Il nero è nato dal rosso, la paura ha fatto allineare gli italiani come vagoni ferroviari dietro a Mussolini. Non per obbligo, nonostante le violenze degli squadristi. Sono stati conquistati dalla grande calma dopo la marcia su Roma. L'italiano dei piccoli centri, delle professioni borghesi, voleva soltanto vivere tranquillo. Avuta la garanzia di una vita normale e dello stipendio a fine mese, di chi fosse a palazzo Chigi o a palazzo Venezia gli importava poco».
 
Qualunquismo?
«L'Italia continuava a essere soprattutto un Paese agricolo. Lo sciopero agrario del 1920 rischiò di paralizzare la campagna. Le leghe rosse impedendo la mungitura, nel libro lo racconto, minacciarono di far morire le mucche... Da lì nacque un fascismo virulento e tutto particolare che poi si prese la rivincita. Il fascismo è stato il ritratto di gruppo degli italiani. C'era dentro di tutto. C'erano molte forze vitali e diverse. Poi il criterio dell'obbedienza cieca, pronta e assoluta che tanto propagandava Starace fece sì che nel cerchio di persone più vicine al Duce si andasse verso una triste selezione al ribasso».
 
In Eia Eia Alalà descrivi la parabola triste di molti fascisti «diversi».
«La scollatura tra italiani e regime iniziò con le leggi razziali, non prima. Lì inizio il male assoluto, la vergogna. Una delle figure più tragiche del libro è Aldo Finzi. Di origine ebraica, aviatore, fascista della prima ora, poi messo ai margini e fucilato alle Fosse Ardeatine. Poi è arrivata la guerra e la rimozione di massa».
 
Ma davvero vedi così tante assonanze tra l'oggi e l'avvento del fascismo?
«È possibile non vederle? L'unica variante è il terrorismo internazionale. Ed è una variante peggiorativa».

lunedì 15 settembre 2014

I primi 30 anni di Harry, principe fuori dagli schemi


Possiamo dire che ci piace questo Principe, così esuberante, allegro e pur contemporaneamente così all'altezza del ruolo che la Storia e la sua nazione gli richiedono?

Su La Stampa un bellissimo fotoservizio per i suoi trenta anni.


I nostri auguri!