NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 25 novembre 2015

La Monarchia e il Fascismo - XIII capitolo - III

Il Re
Nel discorso del 3 gennaio Mussolini sfida gli oppositori a denunciarlo all'Alta Corte di Giustizia in base all'art. 36 dello Statuto, ma nessuno si fa avanti.

Alla fine del 1926 (9 novembre) approfittando dell'attentato del giovane Zamboni a Bologna che ha ridato a Mussolini una enorme, decisiva popolarità, questi fa decretare dalla Camera la decadenza ai 123 deputati dell'Aventino che si sono ostinati a disertare le sedute venendo meno, secondo le precise disposizioni dello Statuto, al mandato parlamentare (1).

Con una Camera oramai tutta fascista Mussolini procede ad una nuova riforma della legge elettorale (legge Rocco) detta del Collegio Unico e con le elezioni del marzo 1929 il fascismo assume l'aspetto definitivo di Regime senza oppositori.

E' qui che si sbizzarriscono ora alcuni costituzionalisti, con Orlando in testa (che due anni prima si era già sottratto ad ogni responsabilità dimettendosi da deputato) per stabilire il punto debole della condotta di Vittorio Emanuele, il tallone d'Achille del suo costituzionalismo. Egli non doveva, dicono costoro, concedere la firma ad una legge che variava il sistema elettorale consacrato dallo Statuto. E' proprio allora, sostengono questi supercritici, che il Re doveva abdicare. Tesi assurda, secondo noi. Infatti lo Statuto non è stato nemmeno sfiorato. E' stata modificata la legge alla quale lo Statuto si riferisce. Dice infatti l'art. 39 della Carta statutaria: «La Camera elettiva è composta di deputati scelti dai collegi elettorali conformemente alla legge». Orbene, questa legge è stata modificata dalla Camera. E' stata modificata la legge ma non è stato toccato lo Statuto E questo avvio alle modifiche elettorali ebbe inizio nel 1921 con una Camera scaduta e che proprio l'on. Orlando aveva convocato contro le più rigorose norme statutarie. E' stata modificata la legge con l’instaurazione della proporzionale. Da questa al Collegio Unico (abolito cioè il collegio uninominale) non vi era che un piccolo passo, e questo passo fu compiuto dal Parlamento, - espressione della volontà popolare - cioè l'Istituto che determina l'orientamento, la condotta del Sovrano. Così la Monarchia fu liberale quando la maggioranza della Camera era tale, poi fu socialista quando gli elementi che la componevano era impregnata dello spirito socialista, indi dal Gran Consiglio e dalla maggioranza fascista è uscito lo Stato Corporativo.
Ma il Gran Consiglio assunse anche la funzione di       Consigliere della Corona e del Governo e quindi persino l'iniziativa di guerra e di pace veniva sottratta all'esame del Parlamento poiché fra questo e le prerogative della Corona si frapponeva il nuovo Istituto oramai arbitro della facoltà di legiferare anche in       materia costituzionale. Se era arduo per un Sovrano costituzionale a regime rigorosamente parlamentare respingere una     legge fu ancora più per Vittorio Emanuele terzo dopo che le democrazie lo imprigionarono     fra la Milizia, il Gran Consiglio e la Riforma elettorale. In regime democratico non è possibile al Re   negare la sanzione ad una legge approvata dalla Camera poiché la Camera è l'espressione della volontà popolare. In Italia non si è avuto un solo esempio di rifiuto di sanzione. Ragioni politiche derivanti dalla nuova concezione democratica impongono al Re di sanzionare le leggi approvate dalle Camere e dei Disegni proposti dai Ministri. Negare la sanzione significherebbe atto di sfiducia non soltanto ai ministri ma anche al Parlamento in quanto che il ministero con la nuova pratica democratica deriva i suoi poteri oltre che dalla legge, dal Parlamento cioè dalla volontà popolare, e non più dalla Corona il cui potere è soltanto discrezionale che non ha altra norma giuridica che le manifestazioni e gli atteggiamenti dei partiti. Una volta il Sovrano nominava i ministri ed il Presidente del Consiglio al di fuori delle segnalazioni della maggioranza, mentre con la nuova pratica democratica sono designati dal Parlamento. Essi traevano così la loro autorità dalla fiducia del Parlamento. Del resto lo Statuto non parla nemmeno di presidente del Consiglio dei Ministri e quindi questo si doveva intendere presieduto dallo stesso Sovrano che tacitamente e democraticamente passò la funzione all'eletto dall'alto Consesso.

I partiti dell'opposizione finsero sempre di ignorare che la nuova mentalità costituzionale era la conseguenza di quello che essi chiamarono un tempo «le conquiste della, democrazia». Quando però queste conquiste diedero modo all'avversario di strappare loro le armi di mano, allora pretesero che il Re con un colpo di Stato le annullasse per instaurare un regime di tirannia a loro uso e consumo. La dittatura nacque e si consolidò non per iniziativa della Monarchia ma in conseguenza di una mal compresa concezione del sistema democratico. Se la crisi di regime ha inizio il 31 luglio 1919 con l'avvento della proporzionale la dittatura fascista, impregnata di spirito repubblicano e quindi fazioso, è, nata il 15 luglio 1923 quando, dopo l'istituzione del Gran Consiglio e della M.V.S.N. venne varata la riforma elettorale. La Repubblica
quindi se è nata il 2 giugno, ha le sue origini il 15 luglio 1923: da allora cominciamo le sue incalcolabili responsabilità.

Sconfitto il liberalismo le democrazie tendendo all'annullamento dell'autorità dello Stato sono costrette, per sorreggersi, a sboccare nella dittatura, sia personale che di partito che il più delle volte degenera in tirannia. Senza risalire a Crornwell, dittatore sortito dalla Repubblica d'Inghilterra, di Scozia e d'Irlanda a Napoleone, argine fatale al caos della rivoluzione, non dimentichiamo che Napoleone Ill derivato dalla Seconda Repubblica francese, aveva maturato il suo spirito dispotico nell'attività cospiratrice fra le sette dei repubblicani romagnoli di Cesena, Forlì e Faenza.

La storia ci insegna, dall'epoca antica alla presente, che le dittature sono un rimedio inevitabile scaturito spontaneamente dalle macerie della distruzione dell'autorità dello Stato compiuta dalle democrazie. In Germania la Repubblica di Weimar ha generato Hitler ed il nazismo, in Russia da Kerensky si passò a Lenin, a Stalin, al terrore della dittatura democratico-bolscevica. Così in Rumenia in Cecoslovacchia in Bulgaria, in Ungheria In Turchia la Repubblica ha partorito la dittatura di Kemal Pascià. La Repubblica democratica di Spagna sboccò nella dittatura di Franco che è una dittatura repubblicana e così in Portogallo quella di Salazar. La stessa Repubblica degli Stati Uniti è basata sui poteri dittatoriali del Presidente (Truman non ammette l'ingerenza del Senato nelle sue decisioni), come quella dì Vargas in Brasile e quella di Peron in Argentina, come lo furono al Messico ed al Venezuela.

In Italia anche l'Esarchia - messo da parte il Re - non fu che un regime repubblicano dittatoriale democristiano - bolscevico retto dai Comitati di Liberazione. Non altrimenti è l'attuale ordinamento posto sotto la dittatura di un partito confessionale, alleato con le forze massoniche, conseguenza del disordine portato dai Comitati di liberazione. Immune da questo tarlo non vi fu che la Monarchia Sabauda fino al 1923 - prima della presa di posseso degli ingranaggi costituzionali da parte delle influenze repubblicane - nella quale il potere ebbe sempre e soltanto valore discrezionale, cioè anti-dittatoriale. Quando la dittatura si manifestò in pieno, allora le sparute forze democratiche superstiti pretesero dal Sovrano un atteggiamento di forza ch'Egli non poteva più spiegare. Non si può pretendere la vittoria da un generale dopo che gli sono state tolte le armi, strumenti del combattimento, e l'autorità del comando con la sobillazione dei soldati.

I denigratori del Re, gli integerrimi giuristi e politicanti dei Comitati di Liberazione, non gli perdonano la dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940 reclamata dall'entusiasmo popolare e che non ebbe nessunissima opposizione né alle Camere né sulle piazze, ma poi si associarono agli Alleati per imporgli quella contro la Germania quando di guerra più nessuno ne voleva sentir parlare. Gli italiani dopo il 24 luglio e l'8 settembre manifestarono sopratutto la loro stanchezza ed un grande desiderio che finissero gli orrori dei bombardamenti. La guerra contro la Germania fu voluta soltanto dai Comitati di Liberazione asserviti allo straniero che impose all'Italia un trattato infame, una pace vergognosa ispirata unicamente dalla vendetta e dall'errore e non dalla giustizia, dietro istigazione dell'antifascismo i cui fautori si nascosero dietro l'art. 16. Alla fine di gennaio del 1914 infatti Benedetto Croce al Congresso di Bari aveva candidamente confessato, a nome di quell'assemblea repubblicana: «Abbiamo preferito la rovina e la sconfitta dell'Italia perchè fosse possibile abbattere il fascismo». Quel fascismo ch'essi avevano contribuito a creare. Fu la prima affermazione della fede repubblicana derivata dalla nuova filosofia crociana: la gioia per la disfatta.

Rimproverano al Re di non avere costituito subito, dopo il 23 luglio, un ministero composto di personalità anti-fasciste e questa soluzione è prospettata come una ricetta infallibile. Se così il Re avesse fatto, dopo poche ore i tedeschi arrestavano il ministero al completo, il Re compreso, ed avrebbero messo su un governo qualsiasi composto di loro fiduciari, di quisling, come fecero ovunque. La soluzione adottata dal Sovrano fu l'unico ripiego possibile, poiché sin dal giorno 26 i tedeschi avevano iniziata una calata di truppe su vasta scala - 8 divisioni ed una brigata che si dislocarono in Liguria, nel Friuli in Emilia in Romagna e Toscana.

Rimproverano ancora al Re di non aver difeso Roma invece di «fuggire ». Ebbene, si ricordino costoro la testimonianza di Caviglia che si era assunto il comando della città. Quando Calvi di Bergolo andò da lui (il Re era già « partito ») a portargli l'ultimatum di Kesselring di disarmare le truppe intorno a Roma pena il bombardamento della città, era accompagnato da Bonomi, dall'on Ruini, dal senatore Casati e dal ministro Piccardi. Questi signori approvarono «ad una voce» la sua decisione di cedere all'imposizione tedesca e di capitolare. Tutto questo gli oppositori della Monarchia lo sanno ma persistono in mala fede ad ignorarlo.

Ma forse che non hanno commesso errori i famosi «grandi» ? La loro opera è tutta cosparsa di errori e di contraddizioni. Come a Versailles Clemenecau e Lloyd George prepararono la seconda guerra mondiale col tentativo di stroncare la Germania e con le ingiustizie commesse verso l'Italia, così a Yalta Churchill e Roosevelt, il primo con lo accanirsi nella formula della «resa a discrezione» ed il secondo con la sua politica insensata, empirica e trastulla piombarono l'umanità in un incandescente furore di vendetta e prepararono un'altra guerra che incombe spaventosa sul mondo intero. Tutto questo per meschine rivalità personali: rivalità contro Mussolini che lo stesso Churchill aveva protetto e aiutato; rivalità contro Hitler che Roosevelt sostenne nell'alleanza con Stalin, il tiranno rosso, mentre Londra ora detesta Franco ma si allea con Tito perché le fa comodo per toglierci Trieste... La resa a discrezione, il disarmo dell'Italia e lo smembramento della Germania hanno aperto le porte alla Russia per l'invasione dell'Europa: pericolo tremendo dal quale non si vede la via di uscita. Lontano da simili errori, mondo da colpe di tanta gravità è Vittorio Emanuele che pure essi vollero ingiustamente sacrificare per deviare le loro responsabilità. Errori forse di dettaglio i suoi e nulla più. Tutto questo gli oppositori della Monarchia lo sanno ma persistono in mala fede ad ignorarlo.

Valga ancora questa dimostrazione: si impone il referendum - mostruosa violazione dello Statuto perché in questo non vi è contemplato - e poi si negano tutti quei chiarimenti che possono determinare gli elettori a votare a favore della Monarchia. Interpellato, l'on. De Gasperi risponde sempre evasivamente e tiene segreto il fatto straordinario, che è a sua conoscenza che l'inchiesta militare condotta dal comunista Palermo aveva riconosciuta la impossibilità della difesa di Roma. Tace perché il tacerlo aggrava la situazione della Monarchia e favorisce la causa repubblicana. Eppure il signor De Gasperi sa benissimo che l'armistizio per patto convenuto, doveva essere pubblicato il 12 settembre perché per quella data era stato predisposto tutto l'organismo della difesa. Quali torbidi interessi hanno indotto gli Alleati a precipitare la divulgazione costringendo il Governo ed il Capo dello Stato a trasferirsi precipitosamente nel sud mettendolo nella impossibilità di provvedere? Quali inconfessabili intrighi italiani e stranieri hanno gettato il Sovrano nel pericolo di essere catturato dai tedeschi? Forse per aver maggior agio alla immediata proclamazione della Repubblica? Vi è in questo misfatto - che Eisenauer si è limitato a classificare come un semplice errore al quale non va data alcuna importanza - vi è forse lo zampino dei Comitati di Liberazione? Non vi sarebbe da stupirsi dopo quello che abbiamo rilevato a loro carico negli atteggiamenti anti italiani.

(1) Sono inclusi, fra i decaduti, anche gli Il deputati comunisti che, a dire il vero, dopo una prima assenza temporanea, avevano ripreso a frequentare le sedute.

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