![]() |
| Il Re |
Nel discorso del 3 gennaio Mussolini sfida gli oppositori a
denunciarlo all'Alta Corte di Giustizia in base all'art. 36 dello Statuto, ma
nessuno si fa avanti.
Alla fine del 1926 (9 novembre) approfittando dell'attentato
del giovane Zamboni a Bologna che ha ridato a Mussolini una enorme, decisiva
popolarità, questi fa decretare dalla Camera la decadenza ai 123 deputati
dell'Aventino che si sono ostinati a disertare le sedute venendo meno, secondo
le precise disposizioni dello Statuto, al mandato parlamentare (1).
Con una Camera oramai tutta fascista Mussolini procede ad
una nuova riforma della legge elettorale (legge Rocco) detta del Collegio Unico
e con le elezioni del marzo 1929 il fascismo assume l'aspetto definitivo di
Regime senza oppositori.
E' qui che si sbizzarriscono ora alcuni costituzionalisti,
con Orlando in testa (che due anni prima si era già sottratto ad ogni
responsabilità dimettendosi da deputato) per stabilire il punto debole della
condotta di Vittorio Emanuele, il tallone d'Achille del suo costituzionalismo.
Egli non doveva, dicono costoro, concedere la firma ad una legge che variava il
sistema elettorale consacrato dallo Statuto. E' proprio allora, sostengono
questi supercritici, che il Re doveva abdicare. Tesi assurda, secondo noi. Infatti
lo Statuto non è stato nemmeno sfiorato. E' stata modificata la legge alla
quale lo Statuto si riferisce. Dice infatti l'art. 39 della Carta statutaria: «La Camera elettiva è composta
di deputati scelti dai collegi elettorali conformemente alla legge». Orbene,
questa legge è stata modificata dalla Camera. E' stata modificata la legge ma
non è stato toccato lo Statuto E questo avvio alle modifiche elettorali ebbe
inizio nel 1921 con una Camera scaduta e che proprio l'on. Orlando aveva
convocato contro le più rigorose norme statutarie. E' stata modificata la legge
con l’instaurazione della proporzionale. Da questa al Collegio Unico (abolito
cioè il collegio uninominale) non vi era che un piccolo passo, e questo passo
fu compiuto dal Parlamento, - espressione della volontà popolare - cioè l'Istituto
che determina l'orientamento, la condotta del Sovrano. Così la Monarchia fu liberale
quando la maggioranza della Camera era tale, poi fu socialista quando gli
elementi che la componevano era impregnata dello spirito socialista, indi dal
Gran Consiglio e dalla maggioranza fascista è uscito lo Stato Corporativo.
Ma il Gran Consiglio assunse anche la funzione di Consigliere della Corona e del Governo e
quindi persino l'iniziativa di guerra e di pace veniva sottratta all'esame del
Parlamento poiché fra questo e le prerogative della Corona si frapponeva il
nuovo Istituto oramai arbitro della facoltà di legiferare anche in materia costituzionale. Se era arduo per
un Sovrano costituzionale a regime rigorosamente parlamentare respingere una legge fu ancora più per Vittorio Emanuele
terzo dopo che le democrazie lo imprigionarono fra
la Milizia ,
il Gran Consiglio e la Riforma
elettorale. In regime democratico non è possibile al Re negare la sanzione ad una legge approvata dalla Camera poiché la Camera è l'espressione
della volontà popolare. In Italia non si è avuto un solo esempio di rifiuto di
sanzione. Ragioni politiche derivanti dalla nuova concezione democratica
impongono al Re di sanzionare le leggi approvate dalle Camere e dei Disegni
proposti dai Ministri. Negare la sanzione significherebbe atto di sfiducia non
soltanto ai ministri ma anche al Parlamento in quanto che il ministero con la
nuova pratica democratica deriva i suoi poteri oltre che dalla legge, dal
Parlamento cioè dalla volontà popolare, e non più dalla Corona il cui potere è
soltanto discrezionale che non ha altra norma giuridica che le manifestazioni e
gli atteggiamenti dei partiti. Una volta il Sovrano nominava i ministri ed il
Presidente del Consiglio al di fuori delle segnalazioni della maggioranza,
mentre con la nuova pratica democratica sono designati dal Parlamento. Essi
traevano così la loro autorità dalla fiducia del Parlamento. Del resto lo
Statuto non parla nemmeno di presidente del Consiglio dei Ministri e quindi
questo si doveva intendere presieduto dallo stesso Sovrano che tacitamente e
democraticamente passò la funzione all'eletto dall'alto Consesso.
I partiti dell'opposizione finsero sempre di ignorare che la
nuova mentalità costituzionale era la conseguenza di quello che essi chiamarono
un tempo «le conquiste della, democrazia». Quando però queste conquiste diedero
modo all'avversario di strappare loro le armi di mano, allora pretesero che il
Re con un colpo di Stato le annullasse per instaurare un regime di tirannia a
loro uso e consumo. La dittatura nacque e si consolidò non per iniziativa della
Monarchia ma in conseguenza di una mal compresa concezione del sistema
democratico. Se la crisi di regime ha inizio il 31 luglio 1919 con l'avvento
della proporzionale la dittatura fascista, impregnata di spirito repubblicano e
quindi fazioso, è, nata il 15 luglio 1923 quando, dopo l'istituzione del Gran
Consiglio e della M.V.S.N. venne varata la riforma elettorale. La Repubblica
quindi se è nata il 2 giugno, ha le sue origini il 15 luglio
1923: da allora cominciamo le sue incalcolabili responsabilità.
Sconfitto il liberalismo le democrazie tendendo all'annullamento
dell'autorità dello Stato sono costrette, per sorreggersi, a sboccare nella
dittatura, sia personale che di partito che il più delle volte degenera in tirannia.
Senza risalire a Crornwell, dittatore sortito dalla Repubblica d'Inghilterra,
di Scozia e d'Irlanda a Napoleone, argine fatale al caos della rivoluzione, non
dimentichiamo che Napoleone Ill derivato dalla Seconda Repubblica francese,
aveva maturato il suo spirito dispotico nell'attività cospiratrice fra le sette
dei repubblicani romagnoli di Cesena, Forlì e Faenza.
La storia ci insegna, dall'epoca antica alla presente, che
le dittature sono un rimedio inevitabile scaturito spontaneamente dalle macerie
della distruzione dell'autorità dello Stato compiuta dalle democrazie. In Germania
la Repubblica
di Weimar ha generato Hitler ed il nazismo, in Russia da Kerensky si passò a
Lenin, a Stalin, al terrore della dittatura democratico-bolscevica. Così in
Rumenia in Cecoslovacchia in Bulgaria, in Ungheria In Turchia la Repubblica ha partorito
la dittatura di Kemal Pascià. La
Repubblica democratica di Spagna sboccò nella dittatura di
Franco che è una dittatura repubblicana e così in Portogallo quella di Salazar.
La stessa Repubblica degli Stati Uniti è basata sui poteri dittatoriali del Presidente
(Truman non ammette l'ingerenza del Senato nelle sue decisioni), come quella dì
Vargas in Brasile e quella di Peron in Argentina, come lo furono al Messico ed
al Venezuela.
In Italia anche l'Esarchia - messo da parte il Re - non fu
che un regime repubblicano dittatoriale democristiano - bolscevico retto dai
Comitati di Liberazione. Non altrimenti è l'attuale ordinamento posto sotto la
dittatura di un partito confessionale, alleato con le forze massoniche,
conseguenza del disordine portato dai Comitati di liberazione. Immune da questo
tarlo non vi fu che la
Monarchia Sabauda fino al 1923 - prima della presa di posseso
degli ingranaggi costituzionali da parte delle influenze repubblicane - nella
quale il potere ebbe sempre e soltanto valore discrezionale, cioè
anti-dittatoriale. Quando la dittatura si manifestò in pieno, allora le sparute
forze democratiche superstiti pretesero dal Sovrano un atteggiamento di forza
ch'Egli non poteva più spiegare. Non si può pretendere la vittoria da un
generale dopo che gli sono state tolte le armi, strumenti del combattimento, e
l'autorità del comando con la sobillazione dei soldati.
I denigratori del Re, gli integerrimi giuristi e politicanti
dei Comitati di Liberazione, non gli perdonano la dichiarazione di guerra del
10 giugno 1940 reclamata dall'entusiasmo popolare e che non ebbe nessunissima
opposizione né alle Camere né sulle piazze, ma poi si associarono agli Alleati
per imporgli quella contro la
Germania quando di guerra più nessuno ne voleva sentir
parlare. Gli italiani dopo il 24 luglio e l'8 settembre manifestarono
sopratutto la loro stanchezza ed un grande desiderio che finissero gli orrori
dei bombardamenti. La guerra contro la Germania fu voluta soltanto dai Comitati di
Liberazione asserviti allo straniero che impose all'Italia un trattato infame,
una pace vergognosa ispirata unicamente dalla vendetta e dall'errore e non
dalla giustizia, dietro istigazione dell'antifascismo i cui fautori si
nascosero dietro l'art. 16. Alla fine di gennaio del 1914 infatti Benedetto
Croce al Congresso di Bari aveva candidamente confessato, a nome di
quell'assemblea repubblicana: «Abbiamo preferito la rovina e la sconfitta
dell'Italia perchè fosse possibile abbattere il fascismo». Quel fascismo
ch'essi avevano contribuito a creare. Fu la prima affermazione della fede
repubblicana derivata dalla nuova filosofia crociana: la gioia per la disfatta.
Rimproverano al Re di non avere costituito subito, dopo il
23 luglio, un ministero composto di personalità anti-fasciste e questa
soluzione è prospettata come una ricetta infallibile. Se così il Re avesse
fatto, dopo poche ore i tedeschi arrestavano il ministero al completo, il Re
compreso, ed avrebbero messo su un governo qualsiasi composto di loro
fiduciari, di quisling, come fecero ovunque. La soluzione adottata dal Sovrano
fu l'unico ripiego possibile, poiché sin dal giorno 26 i tedeschi avevano
iniziata una calata di truppe su vasta scala - 8 divisioni ed una brigata che
si dislocarono in Liguria, nel Friuli in Emilia in Romagna e Toscana.
Rimproverano ancora al Re di non aver difeso Roma invece di
«fuggire ». Ebbene, si ricordino costoro la testimonianza di Caviglia che si
era assunto il comando della città. Quando Calvi di Bergolo andò da lui (il Re
era già « partito ») a portargli l'ultimatum di Kesselring di disarmare le
truppe intorno a Roma pena il bombardamento della città, era accompagnato da
Bonomi, dall'on Ruini, dal senatore Casati e dal ministro Piccardi. Questi signori
approvarono «ad una voce» la sua decisione di cedere all'imposizione tedesca e
di capitolare. Tutto questo gli oppositori della Monarchia lo sanno ma persistono
in mala fede ad ignorarlo.
Ma forse che non hanno commesso errori i famosi «grandi» ?
La loro opera è tutta cosparsa di errori e di contraddizioni. Come a Versailles
Clemenecau e Lloyd George prepararono la seconda guerra mondiale col tentativo
di stroncare la Germania
e con le ingiustizie commesse verso l'Italia, così a Yalta Churchill e
Roosevelt, il primo con lo accanirsi nella formula della «resa a discrezione»
ed il secondo con la sua politica insensata, empirica e trastulla piombarono
l'umanità in un incandescente furore di vendetta e prepararono un'altra guerra
che incombe spaventosa sul mondo intero. Tutto questo per meschine rivalità
personali: rivalità contro Mussolini che lo stesso Churchill aveva protetto e
aiutato; rivalità contro Hitler che Roosevelt sostenne nell'alleanza con
Stalin, il tiranno rosso, mentre Londra ora detesta Franco ma si allea con Tito
perché le fa comodo per toglierci Trieste... La resa a discrezione, il disarmo
dell'Italia e lo smembramento della Germania hanno aperto le porte alla Russia
per l'invasione dell'Europa: pericolo tremendo dal quale non si vede la via di
uscita. Lontano da simili errori, mondo da colpe di tanta gravità è Vittorio
Emanuele che pure essi vollero ingiustamente sacrificare per deviare le loro responsabilità.
Errori forse di dettaglio i suoi e nulla più. Tutto questo gli oppositori della
Monarchia lo sanno ma persistono in mala fede ad ignorarlo.
Valga ancora questa dimostrazione: si impone il referendum -
mostruosa violazione dello Statuto perché in questo non vi è contemplato - e
poi si negano tutti quei chiarimenti che possono determinare gli elettori a
votare a favore della Monarchia. Interpellato, l'on. De Gasperi risponde sempre
evasivamente e tiene segreto il fatto straordinario, che è a sua conoscenza che
l'inchiesta militare condotta dal comunista Palermo aveva riconosciuta la
impossibilità della difesa di Roma. Tace perché il tacerlo aggrava la
situazione della Monarchia e favorisce la causa repubblicana. Eppure il signor
De Gasperi sa benissimo che l'armistizio per patto convenuto, doveva essere
pubblicato il 12 settembre perché per quella data era stato predisposto tutto
l'organismo della difesa. Quali torbidi interessi hanno indotto gli Alleati a
precipitare la divulgazione costringendo il Governo ed il Capo dello Stato a
trasferirsi precipitosamente nel sud mettendolo nella impossibilità di
provvedere? Quali inconfessabili intrighi italiani e stranieri hanno gettato il
Sovrano nel pericolo di essere catturato dai tedeschi? Forse per aver maggior
agio alla immediata proclamazione della Repubblica? Vi è in questo misfatto -
che Eisenauer si è limitato a classificare come un semplice errore al quale non
va data alcuna importanza - vi è forse lo zampino dei Comitati di Liberazione?
Non vi sarebbe da stupirsi dopo quello che abbiamo rilevato a loro carico negli
atteggiamenti anti italiani.
(1) Sono inclusi, fra i decaduti, anche gli Il deputati
comunisti che, a dire il vero, dopo una prima assenza temporanea, avevano
ripreso a frequentare le sedute.

Nessun commento:
Posta un commento