NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 21 novembre 2015

La Monarchia e il Fascismo - XIII capitolo - II

Nel 1919 Orlando convoca la Camera che, per essere stata eletta nel 1913 è, in forza dello Statuto (l'art. 42 limita la durata a 5 anni) decaduta ed i singoli deputati non hanno più alcun diritto di esercitare tale mandato. Comunque gravissimo ed inconcepibile errore, per un uomo politico della statura di Orlando, fu quello di non aver indette le elezioni mentre tutto il Paese era ancora avvolto nell'atmosfera patriottica della Vittoria e convoca invece, contro Legge, una Camera che non ha potere legislativo. 
Ad Orlando succede Nitti il  quale sotto la pressione dei popolari è costretto - lui contrario - a far votare la legge elettorale che seppellisco il collegio uninominale ed instaura il sistema proporzionale. Questa riforma fatta da una Camera scaduta e non avente alcun diritto a legiferare è stata la prima e più grave delle cosiddette violazioni dello Statuto provocata e sostenuta dalla Democrazia Cristiana.

Nel luglio 1922 si delinea la impossibilità per il governo di Facta di poter governare non poggiando più sopra una sicura maggioranza, e si invoca il ritorno di Giolitti. Don Sturzo pone il veto e Facta rimane al suo posto. Nell'ottobre si riprendono le trattative per un governo (mediante una crisi extra parlamentare) presieduto da Giolitti con la partecipazione di Mussolini che verrebbe così assorbito nella responsabilità del potere, ma don Sturzo, De Gasperi e Gronchi ripetono il veto che, mettendo Giolitti nella impossibilità di comporre il ministero, spianano la via al fascismo. Invece di aiutare la Monarchia ad assorbire il fascismo, aiutano questo al assorbire la Monarchia.

Non si possono nemmeno prendere sul serio coloro i quali sostengono che il Re ha consegnato il 30 ottobre il potere a Mussolini, capo di una fazione di insorti. Il Re, come primo atto diede l'incarico di formare il Governo, a Salandra, capo della maggioranza parlamentare, ma questi non vi riuscì e consigliò la Corona, secondo la consuetudine, di chiamare Mussolini. Il Re volle ancora sentire non solo i capi partiti ma anche gli esponenti dell'Esercito e della Marina ed il Presidente del Senato i quali glielo indicarono come l'unico capace di una soluzione. Anche De Nicola, presidente della Camera, venne consultato e nel parere di questi è implicito che era stata consultata pure l'opposizione poiché negli uffici della Presidenza della Camera sono rappresentati tutti i partiti, tutti i gruppi e tutte le tendenze. Le critiche fatte dall'estrema sinistra all'avvento del potere di Mussolini erano imperniate sul fatto di esservi arrivato al di fuori del Parlamento. E' vero. Ma è anche vero che al di sopra del Parlamento ebbe la prevalenza in quei giorni la tanto esaltata volontà popolare.

Del resto la successione a Mussolini spettava già di diritto, in quanto che la tecnica costituzionale stabilisce che l'incarico debba essere affidato al capo di quel partito che ha costretto il governo alle dimissioni. Il duce delle camicie, nere si ripresentava al Quirinale dopo sole sei ore con la lista dei ministri fra i quali apparivano uomini dei partiti liberale, popolare e demosociale, coi quali egli aveva regolarmente aperte trattative, e coi quali già vi erano intese preventive. Fu una crisi extra parlamentare squisitamente costituzionale. Rimproverare al Re di non aver respinto Mussolini significa rimproverarlo di non aver fatto un colpo di Stato, di non aver fatto sparare contro il popolo acclamante, di non aver agito contro il Parlamento. Significa volerlo rimproverare di avere evitata la guerra civile, di aver tenuto fede alle norme costituzionali. Cade quindi l'assunto dello Stato di Assedio. Perché opporsi ad una massa travolgente che ha con sé la quasi totalità degli italiani ed il cui capo è stato indicato dai capi partito, dell'Esercito e della Marina come l'unico avente diritto alla successione? Come poteva Facta insistere per lo stato d'assedio quando il suo ministero era dimissionario e solo 3 ministri si erano dichiarati favorevoli allo estremo provvedimento? Si tenga ancora presente che i critici più testardi appartengono a quella stessa fazione che nel 1898 insultava Re Umberto I per lo Stato d'assedio di Milano, proclamato in seguito a gravi tentativi di insurrezione contro lo Stato.

Il Ministero di Mussolini del 30 ottobre 1922 fu un Governo di concentrazione nazionale cioè in pieno accordo coi partiti, - in pieno accordo quindi con molti di coloro che adesso lo denigrano - costituito sulle orme più rigorose della Costituzione. Infatti due settimane dopo le Camere sanzionavano la condotta del Re - già consacrata dalle trionfali approvazioni del popolo - accordando a Mussolini prima la fiducia e poi i pieni poteri, quei pieni poteri che un anno prima i popolari avevano negato al liberale Giolitti, ispirati come sempre dal loro istinto di faziosità.

Dopo appena 45 giorni di governo Mussolini crea il Gran Consiglio e nella stessa seduta questo a sua volta costituisce la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale con 300 mila armati, e nessun giornale (sfidiamo chiunque a trovarne uno solo) nemmeno quelli dell'estrema sinistra fanno la più piccola critica allo straordinario avvenimento, e tanto meno protestano.

In quei giorni a Torino 1l operai socialisti sono trucidati dai fascisti. Mussolini esprime il suo sdegno. ma don Sturzo parla ugualmente al teatro Alfieri elogiando la maniera forte del Governo fascista quasi approvando l'orrendo massacro.

La Camera (15 luglio 1923) ed il Senato (14  novembre) approvano la nuova legge elettorale a sistema maggioritario che concede, alla lista che ha avuto il 25 % dei voti, la maggioranza assoluta. Sono fra i relatori del progetto di legge compilato da Acerbo, gli on Salandra e Orlando, presidente Giolitti. Si dice che l'on De Nicola, presidente della Camera vi abbia portato correzioni di suo pugno. La Camera che ha approvato questa legge con la quale sarà legalizzata la dittatura non conta che 47 deputati fascisti.

(Tuttavia cinque lustri dopo, mentre l'on De Nicola sarà eletto presidente della Repubblica e Orlando rimarrà indisturbato, l'on Acerbo si buscherà trent'anni di reclusione per un reato al quale essi pure avevano partecipato. E l'on Scelba potrà presentare e fare approvare una legge per le elezioni amministrative che non è altro che un peggioramento di quella dì Acerbo, in quanto che questa esigeva, per l'attribuzione dei due terzi della maggioranza, almeno il 25 per cento dei voti validi, mentre la legge Scelba concede tale maggioranza « a quel gruppo di liste od alla lista non collegata che ha raggiunto la più alta cifra elettorale». Cioè senza la garanzia del minimo del 25 % contemplata nella legge fascista).

Il 31 maggio 1923 l'on. Misuri è bastonato a sangue nelle adiacenze del Parlamento per avere citato l'opera di Mussolini, ma il giorno dopo la Camera conferma ugualmente la fiducia al governo.

In seguito all'uccisione, il 10 giugno 1924, di Matteotti, le opposizioni rincrudiscono l'avversione al governo e disertano, in numero di 123, le sedute costituendo quella secessione che passò sotto il nome di Aventino. Se il gesto inconsiderato - dettato sopratutto dalla paura - ha una enorme risonanza in Italia e nel mondo, poco seguito hanno fra le masse i secessionisti. Essi attendono sopratutto la loro salvezza dal Sovrano senza offrire a questi la possibilità di intervenire, e per essere coerenti assumono come programma del loro atteggiamento il motto « Italia senza Vittorio Emanuele » e fanno di tutto per esautorare la Monarchia invece di rafforzarla.

In novembre Mussolini fa un rimpasto nel Ministero, sacrifica alcuni elementi fascisti fra i più accesi e chiama a sostituirli i liberali Casati e Sarrocchi ed i popolari Nava e Mattei Gentili, mentre Camera e Senato gli votano la fiducia. La campagna scatenata dalle opposizioni che tentano inscenare una «questione morale» contro Mussolini induce questi ad emanare, con le disposizioni ai prefetti del ministro Federzoni, le misure eccezionali così dette del 3 gennaio 1925 che già erano state prospettate in un Consiglio dei ministri nel quale erano rappresentati tutti i partiti della coalizione nazionale; infatti la maggior parte degli uomini al potere «promossero» il fascismo e la sua legalizzazione fino al 3 gennaio e soltanto il questa data, cioè al momento di assumere la responsabilità del loro operato, passarono all’opposizione cambiando casacca.



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