NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 5 novembre 2015

La Monarchia e il Fascismo - XIII capitolo - I

LA STORIA CONDANNERÀ LA FRODE

Le accuse al Re viziate di faziosità. - Il Risorgimento gloria della Monarchia.

profetica dichiarazione....
I santoni della nostra cosiddetta democrazia tolsero alla Corona ogni potere ma poi pretendevano un Re assoluto per il soddisfacimento delle loro basse vendette

Vero è che la marcia su Roma fu accompagnata dal consenso della maggioranza del popolo, vero che Mussolini esercitò il ricatto alla Monarchia per avere tutto il potere; vero che la proporzionale aveva dato un risultato elettorale così ibrido da impedire praticamente il funzionamento di un Governo di maggioranza parlamentare; vero che don Sturzo fu quanto mai imprudente ponendo il veto del partito popolare a una reincarnazione di Giolitti in un ministero di coalizione in cui fossero rappresentati adeguatamente anche i fascisti dando invece vita al debolissimo ministero Facta; vero (o almeno assai probabile che Giolitti al potere avrebbe saputo evitare con poche mosse della sua consueta strategia politica il formarsi dì quello stato d'animo che indusse il fascismo a fare la marcia su Roma; vero che il Parlamento, malgrado fosse trattato da « strame per i bivacchi delle  camicie nere» dall'oratoria pittoresca di Mussolini, si acconciò supinamente e conferì subito i pieni poteri per un anno, vero tutto questo e altro ancora... ».

Questa chiara, precisa difesa della Monarchia non è uscita dalla mia penna, né è opera di un cortigiano. Sono parole di Carlo Silvestri, tratte dal volume I responsabili della catastrofe italiana (C.E.B.E.S. - Milano) libro scritto appositamente per colpire l'Istituto monarchico. Dopo quanto abbiamo riportato non vi sarebbe bisogno di confutare le ragioni addotte dall'autore per chiamare in causa il Sovrano, anche perchè quanto è escogitato dal suo ragionamento ha origine da un partito preso. Ecco infatti su che cosa egli imposta le sue accuse: « ... ma la Monarchia non ha affatto, che si sappia, il semplice ufficio notarile di registrazione dei fatti e movimenti nazionali per adattarsi ad essi senza muovere fogli». Il Silvestri continua a girare intorno ai fatti più salienti della dittatura con delle considerazioni che - basta un poco di buon senso e di spirito di giustizia - ci danno diritto a computarle come altrettante ragioni in difesa dell'opera del Monarca. Egli infatti afferma che se è vero che i Savoia misero a repentaglio il Regno di Piemonte e Sardegna, gli è « incomprensibile la timidezza del Re dinanzi ad un veto dì don Sturzo o alle grida della piazza invocante Mussolini». Chiama il Re - con Badoglio e lo Stato maggiore dell'Esercito - responsabili della catastrofe in quanto li vede tutti dominati dalla paura, dimenticando ch'egli fu segretario dell'Aventino, di quel nefasto Aventino che fu la più eloquente espressione di incapacità e di paura. In parole povere il succo del lavoro del Silvestri è questo: E' vero che il Re era stato messo (dai partiti, dal popolo, dalle Camere, dagli uomini di governo) nella impossibilità di fare qualche cosa, ma deve essere condannato lo stesso perché non ha saputo arrogarsi i poteri del Re assoluto. Cioè non ha fatto sparare sulle camicie nere il 28 ottobre e non ha fatto arrestare don Sturzo. Forse, egli pensa, quelle camicie nere e quelle masse acclamanti non erano popolo? Il vero popolo è forse soltanto quello che segue la volontà dei catoni della democrazia?

Dal Silvestri ci attendevamo un'altro atteggiamento. La critica dell'istituto monarchico fatto nel suo volume in termini aggressivi e di condanna inesorabile, è ingiusta ma sopratutto è ingenerosa, e siamo sicuri che un più meditato esame degli avvenimenti lo indurranno a riconoscere cavallerescamente la vera situazione di Vittorio Emanuele di fronte ai veri responsabili, così come cavallerescamente è andato incontro a Mussolini nell'ora buia del pericolo. Perchè il Silvestri, dal momento che riconosce le buone ragioni della Monarchia, non vuole riconoscere i torti e gli errori di tutti quei campioni della democrazia? Basta riandare i decenni trascorsi per sorprenderli nelle loro giuste responsabilità. Hanno faticato ed intrigato trent'anni per togliere ogni autorità ed indipendenza al Sovrano, ogni diritto ad interventi diretti e decisivi, hanno pompato applausi sulle piazze screditando il Parlamento, lunsingando, ubriacando le folle con le promesse le più strabilianti ed aizzandole intorno alla fatua formula della « volontà popolare » e quando il Re, fedele all'impegno assunto questa volontà ascolta ed agisce in conformità, ecco che i santoni della nuova religione « voce di popolo voce di Dio» si rivoltano e pretendono che il Re si trasformi in feroce tiranno tutto inteso ad emanare leggi e decreti di persecuzioni per soddisfare le loro faziose brame e reclamano mitraglia e cannonate sui combattenti e mutilati frammisti ad una folla entusiasta, soltanto perchè questa massa è sfuggita loro di mano. Riveda il Silvestri il suo atteggiamento nei riguardi della Monarchia - dal momento che ne ha ammesso l'innocenza - e valorizzerà ancora di più il suo magnifico operato ai fini della pacificazione nazionale. Egli dovrà ammettere che il Re, nella condizione in cui era stato trascinato dalla volontà popolare, non poteva più frenare la politica fascista. Fu contro il patto d'acciaio fu contro la guerra d'Albania, contro la campagna di Grecia. Fu contro la guerra. Quando Mussolini chiese il comando delle forze armate, glie lo rifiutò e si limitò ad una semplice delega, che del resto con la nomina a Primo Maresciallo conclamata dalle Camere e dal popolo festante, gli spettava quasi automaticamente.

Non ritengo sia necessario soffermarsi oltre, dopo quanto ho documentato, per dimostrare la più rigida costituzionalità della Corona di fronte al fascismo. Ritengo invece opportuno ricapitolare la situazione dei partiti e le loro responsabilità circa la nascita, l'affermazione, lo sviluppo del movimento e l'avvento della dittatura nei confronti della Corona:

Come abbiamo visto, nell'immediato dopo guerra del 1915-18 si delinea subito la tragedia ond'è percossa l'Italia. Le sinistre, socialisti e repubblicani, non sono maturi né per la rivoluzione né per il potere sia pure attraverso la collaborazione. Il loro rivoluzionarismo si limita alla rissa domenicale, che tutto al più degenera in rivolta incomposta. I capi non hanno fiducia nelle folle e tanto meno queste ne hanno per tutti quei demagoghi che al momento del pericolo regolarmente si squagliano. Essi si affannano soltanto a colpire la borghesia sgretolandola, senza avere idee chiare sul sistema politico ed economico che dovrebbe sostituire quello borghese, ma sopratatto senza avere i quadri della nuova impalcatura statale, convinti poi come sono della incapacità dei proletariato a raccogliere l'eredità assumendo il potere. Di fronte a questa insidia distruttrice del sovversivismo delle sinistre sta il disorientamento della borghesia.

I due uomini che la rappresentano non sono nemmeno concordi nel rimedio: Nitti conservatore ma pessimista non credendo alla possibilità di una collaborazione efficace della vecchia borghesia di lavoro rinnovata ed aperta ai nuovi problemi, si getta verso sinistra; Giolitti, spirito altrettanto liberale quanto il Nitti, ottimista per temperamento, ritiene di poter conservare la struttura borghese con riassorbimento di qualche elemento più riottoso, ma è travolto da due ordigni che gli scoppiano tra le mani senza che egli abbia potuto prevenirli: il popolarismo di don Sturzo ed il fascismo di Mussolini. L'insufficienza socialista alla collaborazione e l'insidia democristiana sboccheranno fatalmente nel fascismo a sostituire entrambi: borghesia e proletariato.


Il fascismo fu un fenomeno, schiettamente repubblicano. Senza il partito repubblicano il fascismo, sia stato questo un bene od un male, non avrebbe avuto fortuna. Esso vi formò il suo primo germe vitale nei Fasci interventisti costituiti da Mussolini nel 1915 prima dell'entrata in guerra dell'Italia e che ebbero carattere prevalentemente repubblicano; erano molto diffusi in Emilia ed alla fine della guerra dopo la spedizione di Fiume si abbeverarono di dannunzianesimo. La costituzione dei Fasci di combattimento nel marzo 1919 ebbe immediata affermazione in Romagna con l'assorbimento dei fasci interventisti. Non si comprenderà mai il fenomeno fascista ed il suo imponente sviluppo nell'Emilia se non si tiene presente la organizzazione dei due partiti, socialista e repubblicano, in quella regione. Il Partito Socialista irreggimentava i braccianti: il Partito Repubblicano organizzava i mezzadri ed i piccoli e grossi proprietari terrieri. Ora, il bracciante è sovversivo fino a quando è tale, ma assunto al rango di mezzadro diventa un feroce conservatore. Gli interessi del mezzadro sono in antitesi con quelli del bracciante del quale però sapevano valersi i grossi proprietari quando si trattava di ricattare lo Stato. Non furono essi a promuovere ed a finanziare i grandi scioperi del 1911 scatenati per costringere il governo alle opere di bonifica nelle quali gli agrari beneficiavano del 90% delle spese, tante a carico dello Stato? Non appena il fascismo iniziò la lotta contro le leghe rosse, il ceto medio, il mezzadro ed i grossi agrari in maggioranza aderenti al Partito Repubblicano, non chiesero di meglio che correre a dare addosso, a picchiare il povero bracciante che, scioperando per ottenere miglioramenti ed aumenti di mercede turbava i loro sonni tranquilli. Si formarono così le squadre d'azione repubblicane, vere bande di ventura per la difesa della proprietà terriera. Nelle spedizioni punitive si trovarono a doversi alleare con le prime squadre di arditi, di combattenti e mutilati formatesi per difendersi dagli insulti dell'estremismo rosso.

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