Le
accuse al Re viziate di faziosità. - Il Risorgimento gloria
della Monarchia.
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| profetica dichiarazione.... |
Vero
è che la marcia su Roma fu accompagnata dal consenso della maggioranza del
popolo, vero che Mussolini esercitò il ricatto alla Monarchia per avere tutto
il potere; vero che la proporzionale aveva dato un risultato elettorale così ibrido
da impedire praticamente il funzionamento di un Governo di maggioranza
parlamentare; vero che don Sturzo fu quanto mai imprudente ponendo il veto del
partito popolare a una reincarnazione di Giolitti in un ministero di coalizione
in cui fossero rappresentati adeguatamente anche i fascisti dando invece vita
al debolissimo ministero Facta; vero (o almeno assai probabile che Giolitti al
potere avrebbe saputo evitare con poche mosse della sua consueta strategia
politica il formarsi dì quello stato d'animo che indusse il fascismo a fare la
marcia su Roma; vero che il Parlamento, malgrado fosse trattato da « strame per
i bivacchi delle camicie nere» dall'oratoria
pittoresca di Mussolini, si acconciò supinamente e conferì subito i pieni
poteri per un anno, vero tutto questo e altro ancora... ».
Questa
chiara, precisa difesa della Monarchia non è uscita dalla mia penna, né è opera
di un cortigiano. Sono parole di Carlo Silvestri, tratte dal volume I responsabili della catastrofe italiana (C.E.B.E.S. - Milano) libro scritto
appositamente per colpire l'Istituto monarchico. Dopo quanto abbiamo riportato
non vi sarebbe bisogno di confutare le ragioni addotte dall'autore per chiamare
in causa il Sovrano, anche perchè quanto è escogitato dal suo ragionamento ha origine
da un partito preso. Ecco infatti su che cosa egli imposta le sue accuse: « ...
ma la Monarchia
non ha affatto, che si sappia, il semplice ufficio notarile di registrazione dei
fatti e movimenti nazionali per adattarsi ad essi senza muovere fogli». Il
Silvestri continua a girare intorno ai fatti più salienti della dittatura con
delle considerazioni che - basta un poco di buon senso e di spirito di
giustizia - ci danno diritto a computarle come altrettante ragioni in difesa
dell'opera del Monarca. Egli infatti afferma che se è vero che i Savoia misero
a repentaglio il Regno di Piemonte e Sardegna, gli è « incomprensibile la
timidezza del Re dinanzi ad un veto dì don Sturzo o alle grida della piazza
invocante Mussolini». Chiama il Re - con Badoglio e lo Stato maggiore
dell'Esercito - responsabili della catastrofe in quanto li vede tutti dominati
dalla paura, dimenticando ch'egli fu segretario dell'Aventino, di quel nefasto
Aventino che fu la più eloquente espressione di incapacità e di paura. In
parole povere il succo del lavoro del Silvestri è questo: E' vero che il Re era
stato messo (dai partiti, dal popolo, dalle Camere, dagli uomini di governo)
nella impossibilità di fare qualche cosa, ma deve essere condannato lo stesso
perché non ha saputo arrogarsi i poteri del Re assoluto. Cioè non ha fatto
sparare sulle camicie nere il 28 ottobre e non ha fatto arrestare don Sturzo.
Forse, egli pensa, quelle camicie nere e quelle masse acclamanti non erano
popolo? Il vero popolo è forse soltanto quello che segue la volontà dei catoni
della democrazia?
Dal
Silvestri ci attendevamo un'altro atteggiamento. La critica dell'istituto
monarchico fatto nel suo volume in termini aggressivi e di condanna
inesorabile, è ingiusta ma sopratutto è ingenerosa, e siamo sicuri che un più
meditato esame degli avvenimenti lo indurranno a riconoscere cavallerescamente
la vera situazione di Vittorio Emanuele di fronte ai veri responsabili, così
come cavallerescamente è andato incontro a Mussolini nell'ora buia del
pericolo. Perchè il Silvestri, dal momento che riconosce le buone ragioni della
Monarchia, non vuole riconoscere i torti e gli errori di tutti quei campioni
della democrazia? Basta riandare i decenni trascorsi per sorprenderli nelle
loro giuste responsabilità. Hanno faticato ed intrigato trent'anni per togliere
ogni autorità ed indipendenza al Sovrano, ogni diritto ad interventi diretti e
decisivi, hanno pompato applausi sulle piazze screditando il Parlamento,
lunsingando, ubriacando le folle con le promesse le più strabilianti ed
aizzandole intorno alla fatua formula della « volontà popolare » e quando il
Re, fedele all'impegno assunto questa volontà ascolta ed agisce in conformità,
ecco che i santoni della nuova religione « voce di popolo voce di Dio» si
rivoltano e pretendono che il Re si trasformi in feroce tiranno tutto inteso ad
emanare leggi e decreti di persecuzioni per soddisfare le loro faziose brame e
reclamano mitraglia e cannonate sui combattenti e mutilati frammisti ad una
folla entusiasta, soltanto perchè questa massa è sfuggita loro di mano. Riveda
il Silvestri il suo atteggiamento nei riguardi della Monarchia - dal momento
che ne ha ammesso l'innocenza - e valorizzerà ancora di più il suo magnifico
operato ai fini della pacificazione nazionale. Egli dovrà ammettere che il Re,
nella condizione in cui era stato trascinato dalla volontà popolare, non poteva
più frenare la politica fascista. Fu contro il patto d'acciaio fu contro la
guerra d'Albania, contro la campagna di Grecia. Fu contro la guerra. Quando
Mussolini chiese il comando delle forze armate, glie lo rifiutò e si limitò ad
una semplice delega, che del resto con la nomina a Primo Maresciallo conclamata
dalle Camere e dal popolo festante, gli spettava quasi automaticamente.
Non
ritengo sia necessario soffermarsi oltre, dopo quanto ho documentato, per
dimostrare la più rigida costituzionalità della Corona di fronte al fascismo.
Ritengo invece opportuno ricapitolare la situazione dei partiti e le loro
responsabilità circa la nascita, l'affermazione, lo sviluppo del movimento e
l'avvento della dittatura nei confronti della Corona:
Come
abbiamo visto, nell'immediato dopo guerra del 1915-18 si delinea subito la
tragedia ond'è percossa l'Italia. Le sinistre, socialisti e repubblicani, non
sono maturi né per la rivoluzione né per il potere sia pure attraverso la
collaborazione. Il loro rivoluzionarismo si limita alla rissa domenicale, che
tutto al più degenera in rivolta incomposta. I capi non hanno fiducia nelle
folle e tanto meno queste ne hanno per tutti quei demagoghi che al momento del
pericolo regolarmente si squagliano. Essi si affannano soltanto a colpire la
borghesia sgretolandola, senza avere idee chiare sul sistema politico ed
economico che dovrebbe sostituire quello borghese, ma sopratatto senza avere i
quadri della nuova impalcatura statale, convinti poi come sono della incapacità
dei proletariato a raccogliere l'eredità assumendo il potere. Di fronte a questa
insidia distruttrice del sovversivismo delle sinistre sta il disorientamento
della borghesia.
I
due uomini che la rappresentano non sono nemmeno concordi nel rimedio: Nitti
conservatore ma pessimista non credendo alla possibilità di una collaborazione
efficace della vecchia borghesia di lavoro rinnovata ed aperta ai nuovi
problemi, si getta verso sinistra; Giolitti, spirito altrettanto liberale
quanto il Nitti, ottimista per temperamento, ritiene di poter conservare la
struttura borghese con riassorbimento di qualche elemento più riottoso, ma è
travolto da due ordigni che gli scoppiano tra le mani senza che egli abbia
potuto prevenirli: il popolarismo di don Sturzo ed il fascismo di Mussolini.
L'insufficienza socialista alla collaborazione e l'insidia democristiana
sboccheranno fatalmente nel fascismo a sostituire entrambi: borghesia e
proletariato.
Il
fascismo fu un fenomeno, schiettamente repubblicano. Senza il partito repubblicano
il fascismo, sia stato questo un bene od un male, non avrebbe avuto fortuna.
Esso vi formò il suo primo germe vitale nei Fasci interventisti costituiti da
Mussolini nel 1915 prima dell'entrata in guerra dell'Italia e che ebbero carattere
prevalentemente repubblicano; erano molto diffusi in Emilia ed alla fine della
guerra dopo la spedizione di Fiume si abbeverarono di dannunzianesimo. La
costituzione dei Fasci di combattimento nel marzo 1919 ebbe immediata
affermazione in Romagna con l'assorbimento dei fasci interventisti. Non si
comprenderà mai il fenomeno fascista ed il suo imponente sviluppo nell'Emilia
se non si tiene presente la organizzazione dei due partiti, socialista e
repubblicano, in quella regione. Il Partito Socialista irreggimentava i
braccianti: il Partito Repubblicano organizzava i mezzadri ed i piccoli e
grossi proprietari terrieri. Ora, il bracciante è sovversivo fino a quando è
tale, ma assunto al rango di mezzadro diventa un feroce conservatore. Gli
interessi del mezzadro sono in antitesi con quelli del bracciante del quale
però sapevano valersi i grossi proprietari quando si trattava di ricattare lo Stato.
Non furono essi a promuovere ed a finanziare i grandi scioperi del 1911
scatenati per costringere il governo alle opere di bonifica nelle quali gli
agrari beneficiavano del 90% delle spese, tante a carico dello Stato? Non
appena il fascismo iniziò la lotta contro le leghe rosse, il ceto medio, il
mezzadro ed i grossi agrari in maggioranza aderenti al Partito Repubblicano,
non chiesero di meglio che correre a dare addosso, a picchiare il povero
bracciante che, scioperando per ottenere miglioramenti ed aumenti di mercede
turbava i loro sonni tranquilli. Si formarono così le squadre d'azione
repubblicane, vere bande di ventura per la difesa della proprietà terriera.
Nelle spedizioni punitive si trovarono a doversi alleare con le prime squadre
di arditi, di combattenti e mutilati formatesi per difendersi dagli insulti
dell'estremismo rosso.

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