NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 23 agosto 2014

La Monarchia e il Fascismo - Ottavo capitolo - I

PARTE TERZA, DALL'AVENTINO FINO ALLA GUERRA


 « Io non so se la libertà abbia più da temere di coloro che hanno l'insolenza di violarla o dell'imbecillità di coloro che non sanno difenderla.»
                                                                                                                  Octave Mirabeau


1) IL DELITTO MATTEOTTI     (seconda metà del 1924)


«Questione morale» contro «Questione morale». - Gli aventiniani invocano la salvezza dal Re ma non cessano di insultarlo. - L'assurda tattica dell'Aventino: «Italia senza Vittorio Emanuele».

Mussolini annuncia la scomparsa di Matteotti.

Nel pomeriggio del 10 giugno si assentava da casa senza farvi più ritorno l'on. Matteotti. Dopo le prime incertezze si affacciò l'ipotesi di un delitto politico, anche perché correva voce in quei giorni che egli dovesse sferrare un documentato attacco contro il Governo a proposito delle concessioni di ricerche petrolifere della casa americana Sinclair.

Nella seduta della Camera del 12 giugno, Mussolini comunica la scomparsa  del Matteotti assicurando di aver dato ordini che gli autori dell’ipotetico delitto siano consegnati alla giustizia, e termina: « Mi auguro che l'on. Matteotti possa presto ritornare in Parlamento ». Sapeva Mussolini della progettata aggressione, del progettato rapimento? Non è compito del nostro studio esaminare questo neo della politica mussoliniana né siamo corazzati di elementi tali da poter venire ad una conclusione qualsiasi. Noi abbiamo posto in evidenza - nelle pagine precedenti l'atmosfera imperante nel Paese e lo stato d'animo di rancore e di odio fra i partiti, il tutto derivante da intolleranza reciproca (1). Due mesi prima il Corriere della Sera, polemizzando con coloro i quali lo rimproveravano di non comportarsi «come Salandra o come Orlando, maestri veri di liberalismo», così spiegava il suo atteggiamento: «La verità, che potremmo documentare ampiamente, è che la violenza e l'intimidazione gettano semi nefasti determinando una tensione di animi la quale può far presagire le più tristi conseguenze quando il pendolo, per legge fatale, si sposti prima o poi dall'altra parte. Solo i ciechi e gli appassionati riescono a nascondersi tale pericolo, che noi invece abbiamo ravvisato dal primo giorno, da quando si volle negare che la sola possibile cura ai nostri mali fosse quella della instaurazione di un regime liberale autentico, che reprimesse coi rigori della legge e non con quelli dell'arbitrio ».

Ma oramai lo Stato liberale è morto e sepolto e dobbiamo considerare e vagliare i fatti al lume delle situazioni che si vengono creando col nuovo regime, sorretto del resto dalla grande maggioranza del popolo italiano.

Non si può negare che la scomparsa di Matteotti abbia prodotto una enorme emozione in tutti i ceti, in tutte le classi. Anche alla Camera l'annuncio fatto da Mussolini desta vivissima, profonda impressione. Sfruttato diversamente il fatto avrebbe portato ad altri risultati. L'errore dell'estrema e di quelli che la seguirono, di investire il governo direttamente e di volerne fare una «questione morale» chiedendone le dimissioni, induce il fascismo alla mobilitazione, a serrare le fila a puntare i piedi per tenersi sulla difensiva prima e passare poi al contrattacco.

Dopo la protesta dell'on. Gonzales - fatta in seguito all'annuncio di Mussolini - che «denuncia alla Camera e al Paese il fatto atroce e senza precedenti», passato un istante di silenzio si odono alcune voci: «Parli il Presidente!». L’on. Mussolini siede al banco del governo con le braccia incrociate e non fa cenno di voler parlare. E l'on. Chiesa: «Parli il Capo del Governo! Tace! E' complice!».

(Vivissime reiterate proteste - Rumori prolungati - Vivaci apostrofi contro il deputato Chiesa - Molti deputati scendono nell'emiciclo - Viva agitazione).

PRESIDENTE Rocco: « L'on. Chiesa ha pronunciato una parola che non può che avere la riprovazione di tutta la Camera e di tutto il Paese! (Applausi) Deve ritirarla ».

Filippo TURATI: «Ritiri pure: La vita è ipocrisia!».

CHIESA: «Onorevole Presidente: nessuno oserà credere che io abbia mai voluto chiamare complice il Presidente del consiglio di ribaldi che possono avere afferrato il nostro collega! Io aveva detto una parola ed era questa: parli il Presidente del Consiglio! Egli è rimasto immobile; è la complicità ... ! (Vivaci interruzioni - Apostrofi - Rumori prolungati).
Avrei voluto che in questo momento il Capo del Governo avesse avuto una di quelle parole incisive che egli sa dire quando vuole, perchè ne sentisse la scossa il Paese, e ne sentissero la scossa gli infami che possono essersi impadroniti del nostro collega, affinché rendessero alla Camera e alla famiglia il nostro Matteotti. Unicamente questo è il significato delle mie parole. E non altro! E se il governo dirà, per bocca del suo Presidente, questa parola, si avrà la prova di quella pace che l'on. Mussolini ha invocata l'altro giorno nel suo discorso ». (Vivi rumori - Apostrofi Commenti prolungati).


PRESIDENTE: « L'incidente è chiuso » (2).

(1) Il 13 marzo era stato aggredito l'on. Forni in seguito ad una circolare riservatissima della Direzione del P.N.F. con la quale l'on. Giunta, «presi gli ordini del Pres. del Consiglio e Duce del fascismo» ordinava alle Federazioni Provinciali interessate di «rendere impossíbile la vita» ai capi del fascismo dissidente.

(2) Atti parlamentari, Camera deputati, XXVII Legislatura. Vol. 1, p. 323.

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