La raffica di violenza verbale e fisica non dà quartiere agli
uomini di opposizione e raggiunge anche quelli delle liste cosiddette
fiancheggiatrici. Alcuni oppositori si ritirano scoraggiati dalla lotta, Nunzio
Nasi e Bonomi passano all'opposizione, ma questi né a Mantova né a Milano può
parlare. L'opposizione è sommersa dal linguaggio brutale dei giornali avversari
dove gli intellettuali già filo bolscevichi del 1919 e 1920 in gara fra i più
rossi, gareggiano ora nella corsa del più reazionario, come si rileva da questi
due esemplari di prosa in quei giorni tanto comuni. Scrive Ardengo Soffici: «Vigliaccheria
del Pus, vigliaccheria fisica quando, attaccato nel suo postribolo d'infamia e
di tradimento, il Pus non si difende, ma si rintana nelle latrine o si butta
dalle finestre nei cortili e nei vicoli». Togliamo dalla Rivolta dei santi
maledetti di Curzio Malaparte, uno fra i più avanzati e intransigenti scrittori
fascisti: «Avremmo dovuto riempire Roma di morti, nell'ottobre scorso. Il
popolo ci avrebbe baciato le mani. Non già questo popolo turpe di Roma
capitale, che vuol mangiare e bere e ragionar di poppe grasse e d'anche
rotonde, e non vuol altro, ma il popolo rude sceso a Roma da tutte, le terre
con le statuine di legno dipinte dei santi paesani, coi rosari avvolti intorno
al manico dei coltelli». Giovanni Gentile così parla ai siciliani: «Sono
convinto che vera dottrina sia quella che più che nelle parole o nei libri si
esprime nell'azione. Ogni forza è forza morale, perché si rivolge sempre alla
volontà; e qualunque sia l'argomento adoperato
- dalla predica al manganello - la sua efficacia non può
essere altra che quella che sollecita infine interiormente l'uomo e lo persuade
a consentire».
Giovanni Porzio parla a Napoli e spiega perché è entrato nel
listone, e con chiara allusione a don Sturzo ed alle tremende responsabilità di
costui circa l'avvento del fascismo, così conclude: «Si volevano governi deboli
che subissero la volontà di un segretario politico di un partito di minoranza
che voleva spadroneggiare per le fortune non dell'Italia ma elettorali. E lo si
vide inibire ad un ministro scelto dal Re di assumere, il potere». Luigi
Einaudi fa una lunga violinata al discorso di De Stefani per il raggiunto
pareggio del bilancio in contrasto col rimprovero dell'opposizione che valuta a
tre miliardi il disavanzo per l'esercizio in corso.
Occorre tener presente che l'Einaudi è stato, sul Corriere
della Sera, per oltre tre lustri, l'implacabile oppositore della politica
economica di Giolitti: di questa sua collaborazione il quotidiano milanese
faceva testo per demolire l'opera del grande statista piemontese, opposizione
che sboccò nella tendenza apertamente fascista del giornale. Non parve vero
all'Einaudi poter trovare un successo delle sue formule economiche nella
politica del ministro fascista. In altri termini egli poneva l'economia al
servizio della politica.
Orlando parla a Palermo alla vigilia delle elezioni e
proclama quasi a chiosare la tendenza mussoliniana - che «l'autorità a dominatrice
del Primo Ministro è la caratteristica del Governo di Gabinetto» e riconosce al
fascismo di avere riconsacrata l'idea della Patria e di avere restaurata
l'autorità dello Stato; i fini da esso raggiunti coincidono con quelli ai quali
egli dedicò tutta la sua esistenza.
In un intermezzo della campagna elettorale sfilano, davanti
alla Reggia, i sindaci convenuti a Roma per il 5° annuale dei fasci. Il Re è
accolto da grandi acclamazioni quando appare a salutare i convenuti La sfilata
dura più di un'ora e mezza, le bandiere dei comuni si abbassano passando
davanti al Sovrano; per tutto il tempo Egli è rimasto al balcone. Terminata la
lunga cerimonia si ritira, ma la folla con insistenti applausi e clamori lo
richiama. Alla sera Mussolini parla al Costanzi; discorso in qualche punto
minaccioso, nel quale insiste nella necessità della limitazione della libertà «che
non è un diritto, ma un dovere». I convenuti a queste parole applaudono
calorosamente, così come applaudono all'affermazione che «quando i nemici vengono
contro di noi, noi abbiamo il solo dovere di vincerli e di stroncarli».
Quindici giorni dopo i Sovrani vanno a Milano per la Fiera campionaria e sono
ricevuti fra fiori e applausi; commoventi scene si svolgono quando la Regina
visita le opere di bontà, tra ciechi, vecchi, orfani e ammalati al ricovero di
mendicità. Alla sera la città è tutta piena di luci e di canti. Simili
manifestazioni si ripetono al viaggio del Re in Sardegna, ed il Principe
Umberto è acclamato nella visita alla Venezia Tridentina.
Nell'asprezza, nella violenza della battaglia elettorale
vengono aggrediti aderenti all'Azione Cattolica ed alcuni circoli della Brianza
sono devastati. Il Papa manda 500.000 lire per i danneggiati in segno di
protesta per le violenze subite, ma le opposizioni osservano che il Vaticano
non ha protestato quando violenze incendi e devastazioni si abbattevano sulle
organizzazioni non cattoliche.
Frattanto Mussolini è accolto trionfalmente in Sicilia e parlando a Palermo nega e ripudia
la dottrina costituzionale. Si attende da Orlando, una parola di li protesta ma
questi invece telegrafa: «Ringrazio con emozione Eccellenza Vostra per
nobilissime
parole onde volle ricordare mia fede nella Patria vittoriosa.
Bene augurando ulteriore suo viaggio mia Sicilia confermo mia cordiale profonda
osservanza ».
Il Mondo invoca da Orlando un chiarimento e gli chiede: «L'on.
Orlando è sempre d'accordo con se stesso di fronte al problema costituzionale,
o rinnega le proprie teorie per aderire a quelle del vero fascismo?». E
l'Avanti! commenta: «Noi riteniamo che il Mondo aspetterà un pezzo prima di
vedere una qualsiasi manifestazione di fierezza da parte dell'on. Orlando la
cui pusillanimità e la cui debolezza sono oramai proverbiali ».

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