NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 2 agosto 2014

La Monarchia e il Fascismo - settimo capitolo - III

Vittorio Emanuele Orlando
Guerra senza quartiere ad oppositori e fiancheggiatori.

La raffica di violenza verbale e fisica non dà quartiere agli uomini di opposizione e raggiunge anche quelli delle liste cosiddette fiancheggiatrici. Alcuni oppositori si ritirano scoraggiati dalla lotta, Nunzio Nasi e Bonomi passano all'opposizione, ma questi né a Mantova né a Milano può parlare. L'opposizione è sommersa dal linguaggio brutale dei giornali avversari dove gli intellettuali già filo bolscevichi del 1919 e 1920 in gara fra i più rossi, gareggiano ora nella corsa del più reazionario, come si rileva da questi due esemplari di prosa in quei giorni tanto comuni. Scrive Ardengo Soffici: «Vigliaccheria del Pus, vigliaccheria fisica quando, attaccato nel suo postribolo d'infamia e di tradimento, il Pus non si difende, ma si rintana nelle latrine o si butta dalle finestre nei cortili e nei vicoli». Togliamo dalla Rivolta dei santi maledetti di Curzio Malaparte, uno fra i più avanzati e intransigenti scrittori fascisti: «Avremmo dovuto riempire Roma di morti, nell'ottobre scorso. Il popolo ci avrebbe baciato le mani. Non già questo popolo turpe di Roma capitale, che vuol mangiare e bere e ragionar di poppe grasse e d'anche rotonde, e non vuol altro, ma il popolo rude sceso a Roma da tutte, le terre con le statuine di legno dipinte dei santi paesani, coi rosari avvolti intorno al manico dei coltelli». Giovanni Gentile così parla ai siciliani: «Sono convinto che vera dottrina sia quella che più che nelle parole o nei libri si esprime nell'azione. Ogni forza è forza morale, perché si rivolge sempre alla volontà; e qualunque sia l'argomento adoperato

- dalla predica al manganello - la sua efficacia non può essere altra che quella che sollecita infine interiormente l'uomo e lo persuade a consentire».

Giovanni Porzio parla a Napoli e spiega perché è entrato nel listone, e con chiara allusione a don Sturzo ed alle tremende responsabilità di costui circa l'avvento del fascismo, così conclude: «Si volevano governi deboli che subissero la volontà di un segretario politico di un partito di minoranza che voleva spadroneggiare per le fortune non dell'Italia ma elettorali. E lo si vide inibire ad un ministro scelto dal Re di assumere, il potere». Luigi Einaudi fa una lunga violinata al discorso di De Stefani per il raggiunto pareggio del bilancio in contrasto col rimprovero dell'opposizione che valuta a tre miliardi il disavanzo per l'esercizio in corso.

Occorre tener presente che l'Einaudi è stato, sul Corriere della Sera, per oltre tre lustri, l'implacabile oppositore della politica economica di Giolitti: di questa sua collaborazione il quotidiano milanese faceva testo per demolire l'opera del grande statista piemontese, opposizione che sboccò nella tendenza apertamente fascista del giornale. Non parve vero all'Einaudi poter trovare un successo delle sue formule economiche nella politica del ministro fascista. In altri termini egli poneva l'economia al servizio della politica.

Orlando parla a Palermo alla vigilia delle elezioni e proclama quasi a chiosare la tendenza mussoliniana - che «l'autorità a dominatrice del Primo Ministro è la caratteristica del Governo di Gabinetto» e riconosce al fascismo di avere riconsacrata l'idea della Patria e di avere restaurata l'autorità dello Stato; i fini da esso raggiunti coincidono con quelli ai quali egli dedicò tutta la sua esistenza.

In un intermezzo della campagna elettorale sfilano, davanti alla Reggia, i sindaci convenuti a Roma per il 5° annuale dei fasci. Il Re è accolto da grandi acclamazioni quando appare a salutare i convenuti La sfilata dura più di un'ora e mezza, le bandiere dei comuni si abbassano passando davanti al Sovrano; per tutto il tempo Egli è rimasto al balcone. Terminata la lunga cerimonia si ritira, ma la folla con insistenti applausi e clamori lo richiama. Alla sera Mussolini parla al Costanzi; discorso in qualche punto minaccioso, nel quale insiste nella necessità della limitazione della libertà «che non è un diritto, ma un dovere». I convenuti a queste parole applaudono calorosamente, così come applaudono all'affermazione che «quando i nemici vengono contro di noi, noi abbiamo il solo dovere di vincerli e di stroncarli». Quindici giorni dopo i Sovrani vanno a Milano per la Fiera campionaria e sono ricevuti fra fiori e applausi; commoventi scene si svolgono quando la Regina visita le opere di bontà, tra ciechi, vecchi, orfani e ammalati al ricovero di mendicità. Alla sera la città è tutta piena di luci e di canti. Simili manifestazioni si ripetono al viaggio del Re in Sardegna, ed il Principe Umberto è acclamato nella visita alla Venezia Tridentina.

Nell'asprezza, nella violenza della battaglia elettorale vengono aggrediti aderenti all'Azione Cattolica ed alcuni circoli della Brianza sono devastati. Il Papa manda 500.000 lire per i danneggiati in segno di protesta per le violenze subite, ma le opposizioni osservano che il Vaticano non ha protestato quando violenze incendi e devastazioni si abbattevano sulle organizzazioni non cattoliche.

Frattanto Mussolini è accolto trionfalmente in Sicilia e parlando a Palermo nega e ripudia la dottrina costituzionale. Si attende da Orlando, una parola di li protesta ma questi invece telegrafa: «Ringrazio con emozione Eccellenza Vostra per nobilissime
parole onde volle ricordare mia fede nella Patria vittoriosa. Bene augurando ulteriore suo viaggio mia Sicilia confermo mia cordiale profonda osservanza ».


Il Mondo invoca da Orlando un chiarimento e gli chiede: «L'on. Orlando è sempre d'accordo con se stesso di fronte al problema costituzionale, o rinnega le proprie teorie per aderire a quelle del vero fascismo?». E l'Avanti! commenta: «Noi riteniamo che il Mondo aspetterà un pezzo prima di vedere una qualsiasi manifestazione di fierezza da parte dell'on. Orlando la cui pusillanimità e la cui debolezza sono oramai proverbiali ».

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