NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 6 ottobre 2013

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - II

Carlo Sforza
Sforza a Mussolini: «Se il vostro Governo fosse breve, significherebbe un disastro».

Da Parigi l'ambasciatore Carlo Sforza telegrafa le sue dimissioni, prima ancora di avere conosciuto le direttive del governo in materia di politica estera e «formula per il nuovo governo i voti più cordiali». Dopo le dimissioni si fa intervistare da un giornalista italiano al quale fra l'altro dice: «Ho la massima ammirazione per il nuovo capo di Governo che è un uomo leale che ragiona ed agisce con la sensibilità della realtà. Sono sicuro che il suo sarà un governo forte e che durerà a lungo. Gli auguro sinceramente che duri il più a lungo possibile. Sorretto da questo governo forte avrei potuto svolgere anche meglio la mia missione a Parigi lavorando alla diretta intesa fra la Francia e l'Italia nel senso di trattarci con schietta parità».
Egli ha l'aria di dire, anzi lo dice chiaramente, che pur dimesso da ambasciatore sarebbe pronto a collaborare col nuovo governo. Infatti in una lettera a Mussolini, dopo avergli espressi i soliti auguri di «vita lunga e felice, perché se fosse breve significherebbe un disastro», così continua: «Ma se la mia decisione è immutabile, è anche certo che io sento oggi il profondo dovere di dimostrare che non solo non vi è opposizione nell'animo mio, ma che desidero anzi cooperare in quel modo che potrei, senza sentirmene diminuito. Da ciò la mia dichiarazione di essere pronto a rimanere al mio posto sino al giungere del nuovo Ambasciatore, ed anche - ove ci intendessimo sulle direttive - di essere pronto ad accettare la rappresentanza dell'Italia nella conferenza del vicino Oriente, se V.E. lo desiderasse, e conservando in ogni modo sino alla fine della conferenza la direzione dell'Ambasciata». E' chiaro il piano dello Sforza: si dimette da Ambasciatore ma pone la sua candidatura a ministro degli esteri. Mussolini lo chiama a Roma ed accetta le sue dimissioni.
Come tanti altri, come tutti i fondatori della repubblica accuserà un giorno il Sovrano di avere voluto e creato il fascismo, di avere chiamato Mussolini al governo: quel Mussolini del quale egli aveva la massima ammirazione e fiducia.
Il Corriere della Sera, di cui i fascisti avevano impedito l'uscita il 29 ottobre, riprende dopo un giorno di sospensione le pubblicazioni: «Usciamo pertanto, ma per assolvere solo il compito dell'informazione, non quello del giudizio sui fatti, che intendiamo riprendere solo quando il nuovo governo abbia la volontà prima e l'autorità e la forza poi, di restituire alla stampa i suoi diritti e di mettere questi diritti al riparo da ogni pericolo di arbitrio e di violenze».
Mussolini telegrafa ai Prefetti: «Lo stillicidio domenicale delle risse e dei conflitti con morti e feriti", stillicidio che insanguina e disonora la Nazione, deve assolutamente cessare ». E a De Nicola che gli richiama la difficoltà di circolazione dei deputati, risponde: «Il mio fermo proposito è di restaurare il diritto di libera circolazione per tutti i cittadini, deputati, avversari compresi». Al senatore Barzilai che invoca la restaurazione della libertà di critica telegrafa: «Intendo salvaguardare la libertà di stampa, purché la stampa sia degna della libertà. La libertà non è soltanto un diritto, è anche un dovere». Ed il Corriere della Sera dopo avere constatato che «nel corso di pochi giorni il governo ha acquistato diritto ad una benevola attesa» aggiunge che «la più leale collaborazione è dunque giustificabile».
La commemorazione della Vittoria assume una intonazione di commossa rievocazione delle glorie nazionali: è una vera apoteosi dei combattenti e dei mutilati; tutta Italia è imbandierata ed il 4 novembre è dichiarato festa nazionale. A Firenze si acclama a Cadorna. Mussolini lancia un proclama al Paese nel quale è detto fra l'altro: «Il Governo intende governare e governerà!» A Roma la popolazione sosta in piazza dell'Esedra per la funzione di Santa Maria degli Angeli. A piazza Venezia all'apparire del Re, solo, tutti si inginocchiano davanti al Milite Ignoto mentre suonano a distesa le campane del Campidoglio. A sera il Re è chiamato dalla folla al balcone del Quirinale ed è acclamato ancora.

La dimostrazione assume l'impeto del delirio. Il Re deve aver visto quel giorno nel fascismo l'espressione evidente e clamorosa della volontà popolare e sopratutto la realizzazione delle idealità nazionali e la restaurazione dello Stato.

1 commento:

  1. Che Dio mi perdoni, ma mi capita persino di perdere il rispetto per i Morti, per certi morti! Tranquilli, tengo per me la lunga Serie di epiteti che sgorgano dal mio animo per... per quel... per S.E. Carlo Sforza!!!

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