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| Carlo Sforza |
Sforza a Mussolini: «Se il vostro Governo fosse breve,
significherebbe un disastro».
Da Parigi l'ambasciatore Carlo Sforza telegrafa le sue
dimissioni, prima ancora di avere conosciuto le direttive del governo in
materia di politica estera e «formula per il nuovo governo i voti più cordiali».
Dopo le dimissioni si fa intervistare da un giornalista italiano al quale fra
l'altro dice: «Ho la massima ammirazione per il nuovo capo di Governo che è un
uomo leale che ragiona ed agisce con la sensibilità della realtà. Sono sicuro
che il suo sarà un governo forte e che durerà a lungo. Gli auguro sinceramente
che duri il più a lungo possibile. Sorretto da questo governo forte avrei potuto
svolgere anche meglio la mia missione a Parigi lavorando alla diretta intesa
fra la Francia e l'Italia nel senso di trattarci con schietta parità».
Egli ha l'aria di dire, anzi lo dice chiaramente, che pur
dimesso da ambasciatore sarebbe pronto a collaborare col nuovo governo. Infatti
in una lettera a Mussolini, dopo avergli espressi i soliti auguri di «vita
lunga e felice, perché se fosse breve significherebbe un disastro», così
continua: «Ma se la mia decisione è immutabile, è anche certo che io sento oggi
il profondo dovere di dimostrare che non solo non vi è opposizione nell'animo
mio, ma che desidero anzi cooperare in quel modo che potrei, senza sentirmene
diminuito. Da ciò la mia dichiarazione di essere pronto a rimanere al mio posto
sino al giungere del nuovo Ambasciatore, ed anche - ove ci intendessimo sulle
direttive - di essere pronto ad accettare la rappresentanza dell'Italia nella
conferenza del vicino Oriente, se V.E. lo desiderasse, e conservando in ogni
modo sino alla fine della conferenza la direzione dell'Ambasciata». E' chiaro
il piano dello Sforza: si dimette da Ambasciatore ma pone la sua candidatura a
ministro degli esteri. Mussolini lo chiama a Roma ed accetta le sue dimissioni.
Come tanti altri, come tutti i fondatori della repubblica
accuserà un giorno il Sovrano di avere voluto e creato il fascismo, di avere
chiamato Mussolini al governo: quel Mussolini del quale egli aveva la massima
ammirazione e fiducia.
Il Corriere della Sera, di cui i fascisti avevano impedito
l'uscita il 29 ottobre, riprende dopo un giorno di sospensione le pubblicazioni:
«Usciamo pertanto, ma per assolvere solo il compito dell'informazione, non
quello del giudizio sui fatti, che intendiamo riprendere solo quando il nuovo
governo abbia la volontà prima e l'autorità e la forza poi, di restituire alla
stampa i suoi diritti e di mettere questi diritti al riparo da ogni pericolo di
arbitrio e di violenze».
Mussolini telegrafa ai Prefetti: «Lo stillicidio domenicale
delle risse e dei conflitti con morti e feriti", stillicidio che
insanguina e disonora la Nazione, deve assolutamente cessare ». E a De Nicola
che gli richiama la difficoltà di circolazione dei deputati, risponde: «Il mio
fermo proposito è di restaurare il diritto di libera circolazione per tutti i
cittadini, deputati, avversari compresi». Al senatore Barzilai che invoca la
restaurazione della libertà di critica telegrafa: «Intendo salvaguardare la
libertà di stampa, purché la stampa sia degna della libertà. La libertà non è
soltanto un diritto, è anche un dovere». Ed il Corriere della Sera dopo avere
constatato che «nel corso di pochi giorni il governo ha acquistato diritto ad
una benevola attesa» aggiunge che «la più leale collaborazione è dunque
giustificabile».
La commemorazione della Vittoria assume una intonazione di
commossa rievocazione delle glorie nazionali: è una vera apoteosi dei
combattenti e dei mutilati; tutta Italia è imbandierata ed il 4 novembre è
dichiarato festa nazionale. A Firenze si acclama a Cadorna. Mussolini lancia un
proclama al Paese nel quale è detto fra l'altro: «Il Governo intende governare
e governerà!» A Roma la popolazione sosta in piazza dell'Esedra per la funzione
di Santa Maria degli Angeli. A piazza Venezia all'apparire del Re, solo, tutti
si inginocchiano davanti al Milite Ignoto mentre suonano a distesa le campane
del Campidoglio. A sera il Re è chiamato dalla folla al balcone del Quirinale
ed è acclamato ancora.
La dimostrazione assume l'impeto del delirio. Il Re deve aver
visto quel giorno nel fascismo l'espressione evidente e clamorosa della volontà
popolare e sopratutto la realizzazione delle idealità nazionali e la
restaurazione dello Stato.

Che Dio mi perdoni, ma mi capita persino di perdere il rispetto per i Morti, per certi morti! Tranquilli, tengo per me la lunga Serie di epiteti che sgorgano dal mio animo per... per quel... per S.E. Carlo Sforza!!!
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