NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 25 febbraio 2012

I lazzaroni del Re

di Giovanni Semerano

Massimo Di Massimo, giornalista, scríttore, ricordato autore di due particolari libri di successo: "A Donna Marcella tenutaria in Roma", Giovanni Semerano Editore, Roma 1958.
Rinomata Ditta Italia - "Cinquant'anni di usi e consumi" scritto assieme a Luciano Guidobaldi, Giorgio de Fonseca Editore,Roma 1973.
Massimo Di Massimo è stato il primo giornalista che andò a trovare il Re Umberto in esilio a Cintra in Portogallo. Era il 1947 mi pare di ricordare fosse nei primi mesi dell'anno, dopo che il Re ricevette, a dicembre del 1946, l'onorevole Luigi Filippo Benedettini, deputato all'Assemblea Costituente. Due avvenimenti che furono seguiti con interesse dai monarchici e da tutti gli avversari.

Benedettini intervistò Umberto II per il suo settimanale "la Voce Monarchica ". Di Massimo intervistò l'Augusto Esule per

realizzare un filmato che girò sul posto, improvvisando con una Hariflex 35mm presa a noleggio a Roma. Documentò una
giornata come la viveva il Re in esilio con la sua Famiglia, nella nuova casa, nel giardino, i giochi dei bambini.
Il documentario fu proiettato a Roma a un affollato pubblico, al cinema Galieria, nella Galleria Colonna, in una memorabile serata rumorosa di applausi e vivace di sventolii di tricolori con lo Stemma Sabaudo, la vera Bandiera degli Italiani. Replica dopo qualche mese a Napoli, si può immaginare con quanto scrosciante entusiasmo. Una copia della pellicola dovrebbe essere conservata nell'archivio dell'Unione Monarchica Italiana.
Dopo il Referendum del 2 giugno incontrai la prima volta Massimo nella redazione del settimanale "Italia Monarchica ", diretto da Alfredo Covelli e Pasquale Pennisi. In redazione c'era anche Paolo Glorioso. All'epoca io collaboravo con la "Voce Monarchica" dove scrivevano valenti giornalisti come Nino Serventi, Giuseppe Fanelli e Nino Guglielmi; quest'ultimo dopo essere stato Segretario Generale dell'Unione Monarchica Italiana costituirà il Partito Monarchico Italiano.
Si stabilì con Di Massimo subito un rapporto di vivissima amicizia e collaborazione. Ricordo di avere imparato molto da questo uomo piccolo di statura, occhi vivaci, grande parlatore, variopinta intelligenza. Impaginatore veloce sul bancone della tipografia tra piombi e caratteri: allora i giornali si stampavano su fogli grandi, formato elefante, su nove colonne, con testi corpo otto e giustezza dieci tutto piombo uscito dalla linotipe ancora fumante. Un giornalista dalla penna facile e di piacevole lettura, stile longanesiano. Quando Aldo Salerno mi chiamò alla condirezione della sua "Azione Monarchica". Di Massimo si unì a me e insieme stampammo il settimanale che nel formato si trasformò nel primo tabloid politico italiano. Erano con noi Nicola Torcia, anch'egli condirettore, Sergio Raffo, Carmelo Lo Voi, Enzo Sasso, Gianpiero Caffarrelli, Enrico Boscardi, Renzo e Alberto Puntoni e tanti altri, ma eravamo veramente tanti e il giornale rappresentò, nella nuova versione, l'organo del Movimento Giovanile del Partito Nazionale Monarchico. Fu quella una bella stagione ricca di entusiasmi e battagliere posizioni fino a quella di ostacolare con forza polemica l'azione intrapresa da Alfredo Covelli di realizzare una alleanza con il Movimento Sociale Italiano. Il giorno della firma tra Covelli e Michelini dell'accordo che stabiliva l'apparentamento elettorale del PNM con il MSI, Azione Monarchica strillò per le strade del centro di Roma la sua Edizione Straordinaria dove i giovani del PNM si schieravano contro tale accordo e uscivano per protesta dal Partito.
Fu l'ultimo numero di Azione Monarcbica. Ideato e diretto da Massimo Di Massimo nacque allora nella nostra stessa tipografia Francioni in via del Gambero il nuovo settimanale "Nazione Monarchica", organo della rivoluzione monarchica. Contemporaneamente Massimo costituì il Movimento dei Lazzaroni del Re. Fu un caso che il nuovo Movimento aprisse la sua sede in via Crescenzio proprio di fronte al portone del palazzo dove era l'appartamento del Ministro della Real Casa Falcone Lucifero. Con il Ministro Di Massimo stabili buoni rapporti e intercorsero spesso visite di cortesia. Cosi il Re veniva informato periodicamente dell'attività dei Lazzaroni che seguiva con simpatia. Di Massimo tenne un applaudito comizio al cinema Capranica di Roma per annunciare la nuova formazione e giunsero numerose le adesioni anche da tutte le parti d'Italia. I Lazzaroni del Re aderirono in seguito al Fronte di Unità Monarchica che fu costituito dagli onorevoli Tommaso Leone Marchesano e Gianfranco Alliata. Non aggiungo altro dai miei ricordi e riproduco qui di seguito l'articolo di Ilario Fiore pubblicato, il 4 agosto 1951, sulla prima pagina del quotidiano "Il Tempo" allora diretto da Renato Angiolillo. Mi sembra una della migliori testimonianze per ricordare dopo tanti anni I Lazzaroni del Re.
Giovanni Semerano


Gli ultimi arrivati sono stati quelli che hanno fatto più chiasso. I nuovi Lazzaroni del Re, circa quattrocento a Roma e duemila in tutta Italia, sono raggruppati intorno al giornale "Nazione Monarchica" che porta nel sottotitolo "Settimanale della Rivoluzione Monarchica". Col loro decalogo programmatico hanno sorpreso, fatto ridere, hanno commosso, hanno, insomma, fatto del rumore. Ed è quello che volevano.
Uno dei dirigenti, Di Massimo, che è stato poco tempo fa dal Re in Portogallo, afferma : "Per menare un colpo ai titubanti, ai frigidi, ai cauti lumaconi del monarchismo ufficiale...".
Il decalogo è "una manifestazione di protesta, un grido di reazione al quietismo giovanile":

1) il Re non si discute, si serve fino al sacrificio; 
2) quando sei stanco non riposare: cambia fatica; 
3) spesso con gli avversari, il migliore argomento polemico è un pugno in faccia;
4) ricorda che nella vita potrai diventare anche ladro, ma mai repubblicano; 
5) poiché la tua istituzione è la Monarchia, tutti gli atti della repubblica sono compiuti in tuo danno; 
6) la migliore vendetta è la vendetta; 
7) la repubblica ha sempre torto specialmente quando ha ragione; 
8) un solo Lazzarone vale cento comunisti, mille democristiani, diecimila repubblicani; 9) la Monarchia sarà liberale e  socialista o non sarà; 
10) è meglio essere affamati sotto la Monarchia che sazio sotto la repubblica.

Appena uscì, il decalogo fu riprovato da molte parti. Il documento era accompagnato da una dichiarazione che non risparmiava nessuno: dalla nostalgia dei colonnelli alle lacrime delle contesse valetudinarie. Un ex ufficiale dell' Esercito telefonò a uno dei ragazzi: Il vostro, per esser un decalogo sul serio, manca di un punto: non ce ne importa di nessuno parlate di noi bene o male non importa,
purchè ne parliate ......
Il ragazzo rise: forse il maturo ufficiale aveva ragione ; ma la verità è che quest' ultima manifestazione giovanile intorno al problema monarchico ha riproposto il tema delle relazioni passate tra l'istituzione e la gioventù. Recentemente, l'onorevole Marchesano disse: "Occorre tornare all'entusiasmo garibaldino che pervade le organizzazioni giovanili. E questi giovani che hanno assunto, resuscitandola dal passato la gloriosa denominazione di Lazzaroni del Re, insegnano a noi vecchi combattenti che la Monarchia non è morta se i giovani sono dalla sua parte".
Il decalogo può anche essere un saggio di umorismo come hanno detto gli avversari del gruppo giovanile di Nazione Monarchica, ma nella sua esagerazione contiene due aspetti fondamentali della causa monarchica: i giovani e il popolo.
Non è forse perché tra il popolo e il Quirinale vi fu durante il fascismo un'invisibile barriera di silenzio , che il due giugno la Monarchia fu battuta? E, ancora, non è forse per mancanza di un forte gruppo di uomini vivi, coraggiosi, audaci, intelligenti, intorno alla persona dell'ex Re, che la battaglia elettorale del Referendum fu perduta? In sede storica, il giudizio comincia a delinearsi e non c'è chi non possa ammettere che con quei risultati (dieci milioni contro undici), sarebbe bastata una maggiore dose di vitalità per spuntare l'accanita contesa.
Dicono i Lazzaroni: "Noi sappiamo quale esca abbiamo offerto ai nemici, ma noi
vogliamo smuovere le acque della palude monarchica".
Umberto, saggiamente, affermava nei mesi precedenti il referendum che il Quirinale doveva stare al di fuori dei partiti al disopra della battaglia politica . Ma i suoi consiglieri si resero ben conto qual'era la vera aria che tirava nel Paese, capirono fino in fondo la situazione sociale del dopoguerra nella quale un triste binomio, Monarchia e Fascismo, era stato lanciato come slogan dai nemici del Re? E non furono trascurati i giovani da parte monarchica, mentre la sinistra aveva già organizzato le proprie legioni giovanili?
Durante il periodo elettorale i giovani chiamati o impegnati nella propaganda per il Re non superarono il migliaio. Si parla, naturalmente, di quelli che presero parte attiva alla campagna, ai quali era stato iniettato quel carico di entusiasmo necessario per affrontare gli oratori repubblicani che sulle piazze vuotavano sacchi di insulti e di accuse contro i Savoia. Oggi, in ogni caso, queste sono discussioni accademiche e persino i
Lazzaroni se ne accorgono. Essi non appartengono a un partito monarchico, hanno aderito con qualche riserva al Fronte di Unità Monarchica, riserva condizionata all'opera che il Fronte presieduto dall' onorevole Alliata svolgerà per la convocazione di un congresso nazionale delle forze monarchiche.
Il linguaggio dei Lazzaroni del Re come quando dicono che essi credono nella rivoluzione monarchica senza santoni e senza profeti. Essi si propongono di andare alla ricerca di quei dieci milioni di Italiani che votarono per la Monarchia e che oggi sono dispersi e abbandonati a se stessi, per recuperarli alla buona causa.
Il loro movimento è un fatto curioso: noi non possiamo trascurarlo facendo il panorama della forze monarchiche nazionali. E i temi da loro agitati entrano di forza nel giudizio complesso che la storia darà sul cambiamento degli idoli costituzionali, votato dal popolo nella primavera di cinque anni fa.

Ilario Fiore (Il Tempo, 4 agosto 1951)