NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 5 novembre 2011

Ritratti della Famiglia Savoia. Una mostra a Bergamo


Mercoledì 9 novembre si inaugurerà la mostra «Ritratti della Famiglia Savoia dal Seicento al Settecento». L'appuntamento è alle 18 nella sala dell'Ex-Ateneo Piazza Reginaldo in Bergamo Alta.


L'esposizione nell'Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti, nella sala principale, ed è l'occasione per ripercorrere un'accattivante sequenza dei visi di alcuni dei personaggi – spesso effigiati con caustico realismo – che hanno costituito la genealogia aristocratica dei Savoia nei secoli XVII e XVIII, nel periodo della continua lotta con le potenze vicine, la Francia e gli Asburgo. 

Sarà possibile così riconoscere protagonisti celebri come Vittorio Amedeo II o Carlo Emanuele IV, insieme ad altri membri meno noti della dinastia sabauda che possiamo comunque spesso identificare grazie alle scritte presenti sui dipinti stessi e che troviamo rappresentati secondo canoni stabiliti dalla ufficialità dell'epoca, sul modello dei molti ritratti analoghi presenti ancor oggi nelle antiche residenze reali di Torino, realizzati da pittori di corte come Giorgio Domenico Dupra (1689-1770) o Giovanni Panealbo (1751-1819). 
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venerdì 4 novembre 2011

Il 4 Novembre della repubblica

Soldato Austriaco a guardia di prigionieri Italiani dopo Caporetto


Curioso come accada che nella stessa data a volte si sovrappongano eventi di significato affatto diverso.
Mentre nel 4 Novembre del 1918 l'Italia, costituita a Regno, conseguiva la più importante e fondamentale vittoria da quando era stata finalmente riunificata, portando la sua sovranità su tutte le genti e le terre di lingua italiana ecco che il 4 Novembre del 2011, nell'Italia costituita a repubblica, nata dalla guerra civile, dall'aggressione alla volontà popolare ed allo stato, leggiamo la notizia che accettiamo di essere sorvegliati speciali del FMI, fondo monetario internazionale, ammettendo chiaramente che le finanze di questo nostro sfortunato Paese non siamo in grado di gestirle da soli.
E' evidente la crassa differenza tra un'Istituzione prestigiosa rappresentata da Casa Savoia che aveva saputo attrarre a sé la stima, l'affetto sincero, il prestigio di infinite personalità che avevano care le sorti dell'Italia stessa prima ancora delle proprie, al punto di uscire come forsennati da una trincea andando incontro a morte pressoché certa, ed una istituzione svilita, debole, asservita ai partiti che di fatto invoglia chiunque al richiedere mentalmente di appartenere ad un altro popolo perché per il nostro non si vede salvezza né dignità.
Un parlamento sul quale ci piacerebbe fare nuovamente volare un Guido Keller perché lo bombardasse di pitali, che nello sfacelo totale pensa soltanto alla propria misera sopravvivenza ed all'accrescere i propri privilegi conseguiti in chissà quali oscuri modi. Ed oscuri è già un complimento.
Un presidente della Camera che si schiera contro la maggioranza degli italiani e dei parlamentari che l'hanno votato. 
Gli allarmi inascoltati quando la tempesta era ancora lontana e si poteva prevedere che presto avrebbe virato verso di noi.
E niente che sia capace di fermare questo declino irreversibile, senza speranza, senza onore.
Nel giorno del 4 Novembre festa della Vittoria del Regno d'Italia sull'Austria Ungheria l'Italia repubblicana nata dalla resistenza e dai brogli di Romita, Togliatti e De Gasperi celebra la sua personalissima Caporetto accettando di fatto che altri facciano i conti al nostro posto.

Che la vergogna che non conoscete vi seppellisca tutti!

Celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia a Loano

Sabato 5 novembre, a Loano, Palazzo Doria, ospiterà una programma di eventi, organizzati, nell’ambito delle Celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, dalla delegazione savonese dell’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon, con il patrocinio dell’Assessorato al Turismo, Cultura e Sport del Comune di Loano e della Provincia di Savona.
Alle ore 16.30, nella Sala Consiliare, si svolgerà la conferenza sul tema “L’unificazione italiana e l’Europa 1848-1870” con la presenza dello storico e scrittore Aldo A. Mola, che presenterà l’opera “Italia. Un paese speciale – storia del Risorgimento e dell’Unità” (Edizioni del Capricorno, 2011).
Collana dedicata alla storia del Risorgimento, “Italia. Un Paese speciale” si compone di 4 volumi, in cui lo storico Aldo Mola ricostruisce tutte le tappe dell’epopea risorgimentale, dall’età franco-napoleonica fino al 17 marzo 1861, giorno della proclamazione del regno d’Italia.
Nell’opera l’autore ricorda gli eventi politico-militari e le ragioni culturali che hanno portato alla nascita di un sentimento di identità nazionale: non solo guerre, trattati e diplomazia, ma anche letteratura, editoria, musica, arte, scienza, canti popolari.
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martedì 1 novembre 2011

La Monarchia rossa

Questo articolo, firmato da "un affezionato lettore", comparve su "Il borghese" del 1 Aprile del 1950 in risposta all'articolo di Giovanni Spadolini "Monarchici e non monarchici". Secondo il Nostro Amico, ingegner Giglio, l'estensore potrebbe essere Giovanni Ansaldo. 

Ho letto con grande interesse l'articolo di Spadolini pubblicato nel primo numero del Borghese articolo acuto e che ha chiarito molti degli equivoci creati in Italia dalla rettorica repubblicana. Non c'è dubbio che la funzione della monarchia, come già fu detto da Mario Missiroli, sia quella di difendere i principi dell'unità dalla minaccia del potere politico della Chiesa; e non v'è dubbio che, tutto sommato, la monarchia, almeno sulla carta, sia qualcosa di più serio della repubblica; ma lo Spadolini ha trascurato certi aspetti della nostra situazione politica.

La monarchia va raccogliendo nel paese un numero di simpatie sempre maggiore, e molti, fino a ieri favorevoli alla repubblica oggi rimpiangono sinceramente il re; poco per volta, per vie opposte, si scopre che casa Savoia era proprietaria, oltre che di una grossa sostanza, anche delle libertà liberali. Tutto ciò è vero, ma si tratta di verità teoriche, storiche, di verità arretrate che non trovano più rispondenza nella realtà italiana. La monarchia ha perduto la sua autorità tradizionale e resta soltanto un partito, un vecchio partito, battuto due volte: prima dal fascismo, poi dall'antifascismo del C.L.N. Ora essa è passata nel numero dei piacevoli ricordi, delle care e vecchie cose di un tempo. In Italia, non si è più monarchici, si ha soltanto nostalgia della monarchia; cosa ben '" diversa, perchè la nostalgia non è una forza attiva, ma soltanto un sentimento, se così si può dire, inerte.

Ho detto che la monarchia fu battuta dal fascismo perchè quest'ultimo riuscì a toglierle di pugno l'eredità del Risorgimento, ed attuò una politica estera ed una politica sociale proprie, sostituendo il fascio alla corona. Non soltanto, ma riuscì a conciliarsi con la Chiesa, pur rafforzando l'autorità dello Stato come la monarchia non vi era mai riuscita prima.

Ho detto ch'essa fu battuta dal C.L.N., perchè la monarchia, staccando le sue responsabilità dal fascismo, non riuscì ad imporre la propria autorità al paese, e si piegò alla volontà di partiti provvisori, accettando un plebiscito non molto chiaro, dal quale poteva uscire vittoriosa se lo avesse soltanto posposto di un anno. Ma quella seconda sconfitta subita dal C.L.N. era pur sempre la logica conclusione della sconfitta precedente subita dal fascismo il quale, in punto di morte, proclamando la repubblica di Salò, metteva fine a una tradizione e apriva la via al definitivo tramonto della Corona. La repubblica di Einaudi è stata fondata da Mussolini sul lago di Garda; ed ancora viviamo in una situazione politica dominata dall'ombra del defunto dittatore. Prima di chiudere gli occhi, egli volle regolare per sempre i suoi rapporti con casa Savoia e porre gli italiani nella condizione di dover ancora fare i conti con lui. Nulla di nuovo, infatti, dalla fine di Mussolini ad oggi, è stato fatto o concepito che il fascismo, bene o male, non avesse già affrontato. E quando parliamo di un ritorno alla monarchia, dobbiamo bene intenderci a quale: chè se si tratta di quella aulica, risorgimentale, passata dalle braccia di Crispi a quelle di Giolitti, dobbiamo pur dire ch'essa è tramontata, e che nessuno saprà più darle vita. Se, altrimenti, si tratta di una diversa monarchia, dobbiamo allora riallacciarci a quella mussolinìana. Ma come ho detto, essa è già stata assassinata dal defunto dittatore, il quale prima disarmò la Corona, poi la riformò, e infine la seppellì a Salò.

Oggi, nessuna forma monarchica può vivere in Italia senza l'appoggio di un grande partito. Da sè sola, la Corona, con la sua lunga coda di monarchici, non può reggersi. Quale è infatti il grande partito nazionale che ha interesse a sostenere la causa del re? Non certo la Democrazia cristiana, non certo i neofascisti, non certo i repubblicani. Restano soltanto i socialisti democratici ed i comunisti. Ma i primi, anche associati ai liberali e a quella massa vaga dei sentimentali della monarchia, non riusciranno mai a costituire un blocco saldo e valido. Toccherebbe allora al partito comunista la sorte di associarsi a Sua Maestà. E in questo caso si ripeterebbe la formula della monarchia fascista, con la stella rossa sulla corona al posto del littorio. Vedremmo una monarchia italiana protetta dalla Russia e appoggiata dal partito di Togliatti, ma costretta, nello stesso tempo, a difendersi dai suoi protettori con l'aiuto della borghesia e della Chiesa. Situazione incerta e difficile, che pone appunto la monarchia fra le istituzioni tramontate.

La nostra nostalgia del re è viva, certo, ma chi di noi ne desidera il ritorno? Chi di noi si augura una alleanza della Corona coi partiti di estrema sinistra? Se ciò accadesse, assisteremmo alla restaurazione di una monarchia stile 1935, una monarchia di tipo fascista, guidata da un Gran Consiglio progressista. E ne vedremmo delle belle! Ma, ripeto, Mussolini ha avvelenato i pozzi, e ogni ritorno è impossibile.

Oggi, la Corona ha soltanto una forza sentimentale, estetica, dottrinaria: tutte cose di scarsa efficacia politica. Inoltre, le vere forze monarchiche si sono consumate nel ventennio nero. L'ultima guerra vinta dal re è quella del '15, e i reduci del '15 oggi sono vecchi. I reduci delle altre guerre, cioè i giovani, sono legati al fascismo, e la sola epica ancora viva è quella mussoliniana: lo spirito della rivincita, benchè i nostri storici non lo sappiano, è la sola leva valida del paese. L'Italia come potenza, come Stato, come nazione, come patria non trova nella monarchia nessun mito. Nemmeno il mito più modesto, neppure quello dell'ordine e dei « treni in orario ». La futura battaglia che vedremo combattere in Italia, avverrà fra le forze democristiane e quelle neofasciste, le sole due forze nazionali vitali: la repubblica di Salò contro la repubblica del Papa. Posta la lotta entro questi termini, la monarchia, il liberalismo e quel che c'è d'altro passano in archivio.

E se ciò non bastasse, Umberto II non ha,mostrato tempra di gran sovrano. Dei quattro re d'Italia, egli è il più timido, il più incerto, il più modesto; più modesto di Carlo d'Asburgo, il quale, almeno, tentò un putsch. A paragone del padre, Umberto di Savoia è un signorino bene educato che scopre «un'anima sensibile e una coscienza» nell'onorevole Togliatti (vedi intervista del Mosca sulla Gazzetta del Popolo): è il re dell'Europeo e dei giornali a rotocalco, il re che, nella fantasia popolare, sta accanto alla Bellentani e a Ingrid Bergman.

Un ritorno della monarchia non significherebbe il trionfo delle virtù laiche, ma la definitiva liquidazione dello Stato, di quella ombra di Stato che ancora si regge per virtù delle defunte tradizioni piemontesi e del fascismo. Assisteremmo a un carnevale di alleanze fra contesse savojarde e proletari, fra generali repubblicani e partigiani, a un « badoglismo » più scadente, plebeo, sanfedista e progressista, illuminato da un esercito di consiglieri della Corona ottantenni, reduci da cento tradimenti, e pronti a preparare il ritorno della repubblica.

Scusi, signor direttore, questa lettera troppo vaga e riceva i sensi della mia stima.

Il Milite Ignoto e la folla. Quel treno come nel '21

Da Aquileia a Roma, si ripete il rito collettivo


«Domani partirò per chissà dove, quasi certo per andare alla morte. Quando tu riceverai questa mia, io non sarò più. Forse tu non comprenderai questo, non potrai capire come non essendo io costretto sia andato a morire sui campi di battaglia. Addio, mia madre amata...».
La folla che da tre giorni accorre nelle stazioni del Friuli e del Veneto - in migliaia alla partenza da Cervignano, binari bloccati a Conegliano dove il treno è stato costretto a una sosta non prevista, altri capannelli commossi a Udine, Treviso, Venezia, Padova, Rovigo, Bologna - forse non ha mai letto la lettera di Antonio Bergamas alla madre Maria, la donna incaricata novant'anni fa di indicare il Milite Ignoto che riposa all'Altare della patria a Roma. Eppure in tantissimi, molti più delle previsioni, hanno sentito di dover salutare il passaggio del «treno della memoria», che rievoca il viaggio compiuto nel 1921, in questi stessi giorni, dalla tradotta con la bara del soldato che rappresentava tutti i 650 mila caduti italiani. Antonio Bergamas era uno dei duemila volontari partiti da Trento e Trieste: sudditi austriaci, che l'imperatore mandava a combattere in Galizia, contro i russi, o in Serbia. Ma in duemila disertarono, e andarono a combattere con gli italiani, contro gli austriaci, andando verso morte quasi certa: se anche sopravvivevano agli assalti, non venivano fatti prigionieri ma impiccati, come Cesare Battisti.

Il figlio di Maria Bergamas cadde sul Carso, nel 1915. Sette anni dopo, la donna fu portata nel Duomo di Aquileia, davanti a undici bare di ragazzi sconosciuti, come suo figlio. Lei si tolse lo scialle nero, e lo posò sulla seconda bara. A quel punto il cerimoniale tentò di farla uscire. Ma lei volle salutare anche gli altri caduti, come per chiedere scusa di non aver scelto loro. Arrivata davanti all'ultima bara, si accasciò per l'emozione. Poi si riprese, visse ancora una vita lunga, morì nel '54, e ora riposa nel cimitero di guerra di Aquileia, accanto agli altri dieci militi ignoti.
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venerdì 28 ottobre 2011

GIOACCHINO VOLPE


(1876-1971)
di Gianluigi CHIASEROTTI

Cade quest’anno, e precisamente il giorno 1 ottobre, il quarantesimo anniversario della scomparsa di Gioacchino Volpe, uno storico innovatore del  Secolo XX, sicuramente, da ricordare nel CL Anniversario della proclamazione del Regno d’Italia.
Il Volpe nacque a Paganica, in provincia de L’Aquila, il 16 febbraio 1876; si trasferì con la famiglia prima ad Aquilea, e poi a Santarcangelo di Romagna.
Nel 1895 si iscrisse all’Università Normale di Pisa, laureandosi in Lettere. Gioacchino Volpe fu allievo dello storico Amedeo Crivellucci (1850-1914) e pubblicò sulla rivista “Studi storici” i suoi primi lavori dedicati alla Pisa Mediovale.
Il Volpe, dal 1906 al 1940 fu professore di Storia Moderna, prima (1906-1924) all’Accademia scientifica di Milano, eppoi (1924-1940) all’Università di Roma. Diresse la Scuola di Storia moderna e contemporanea (dal 1906 al 1943), ed anche (dal 1935) la “Rivista Storica Italiana”.
Di indirizzo politico nazional-liberale, fu interventista e, quale Ufficiale del Regio Esercito, prese parte alla I Guerra Mondiale, svolgendo attività di propaganda per i soldati della VIII Armata, ricevendo, tra l’altro, una Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Quindi, da nazionalista e monarchico, si avvicinò al Fascismo entrando a far parte della Camera dei Deputati dal 1924 al 1929, poi si iscrisse nel 1925 al “Manifesto degli intellettuali fascisti”. Fu quindi un apprezzato membro della speciale commissione [presieduta da Giovanni Gentile (1875-1944), tra l’altro, suo compagno di studi alla Normale di Pisa] insediata dal regime fascista per lo studio delle riforme costituzionali.
Il nostro fu Accademico d’Italia dal marzo 1929, della quale fu anche segretario generale fino al 1934.
Fu uno dei fondatori dell’”Enciclopedia Italiana” (poi “Treccani”), di cui fu responsabile della sezione di storia mediovale e moderna.
Negli anni del regime fascista il nostro assolse il ruolo di importante organizzatore culturale, riuscendo, però, a conservare equilibrio e capacità di giudizio, non avendo mai a che fare con il fascismo corrotto, né con l’antisemitismo dei razzisti.
Gioacchino Volpe aiutò con il “passaporto ex allievi” Sabatino detto Nello Rosselli (1900-1937) ed alcuni suoi amici. Per questo suo atteggiamento, il grande intellettuale, fu osteggiato fortemente e quindi privato della cattedra all’Università, ma con alta dignità e fierezza riprese a lavorare ed a dedicarsi agli studi storici.
Diresse, quindi, fino al 1943 la scuola di storia moderna e contemporanea.
Nell’imminenza delle elezioni politiche del 18 aprile 1948, il nostro aderì al Partito Nazionale Monarchico. Dal 1963 fu il primo presidente ed animatore incomparabile della rinata “Associazione Nazionale Italia Irredenta”, fermo e tenace nel denunciare l’avvilente dettato di pace e di ingiustizie patite nei territori sottratti all’Italia prima e dopo l’infamia del trattato di Osimo. Scrisse, al riguardo, in occasione del suo 95° compleanno (1971) di sentirsi “esule morale in patria”.  
Come abbiamo visto, le prime ricerche storiche del Volpe riguardano l’età mediovale e, in particolare, la civiltà dei comuni, eppoi, dopo la I Guerra Mondiale, saturo di Medio Evo e di Età Comunale, si volse agli studi di storia moderna e contemporanea, con l’intento prevalente di cogliere ed illuminare lo sviluppo della nostra Nazione in Europa, con un “animus”, come abbiamo poc’anzi detto, nazionalista.
La produzione storiografica del Volpe puo’ comodamente essere inquadrata in quel fertile filone metodologico che Benedetto Croce (1866-1952), abbruzzese di nascita come il nostro, definì “scuola economico-giuridica”.
Il “realismo storiografico” emerse nelle ricerche sull'età medievale, da cui Volpe trasse spunti fondamentali per i suoi studi successivi sul Risorgimento italiano e l'Italia liberale, con aperture di metodo che sottolineavano gli aspetti creativi dell'esperienza umana.
Della produzione storiografica di Gioacchino Volpe ricordiamo, tra l’altro: “Medio Evo Italiano” (1923), “L’Italia in cammino” (1927), “Caporetto” (1928), “Vittorio Emanuele III” (dalla nascita alla Corona d’Albania, 1939) (ristampato, con l’introduzione di Domenico Fisichella, per la Marco Editore nel 2000), “Italia Moderna” (in tre volumi, 1949-1955).
A cura della casa editrice di Giovanni Volpe (1906-1984), figlio dell’insigne storico, particolare è l’antologia “Scritti su Casa Savoia” (1983), con presentazione di Emilio Bussi (1904-1997). Al riguardo è interessante “Il Millennio di una Dinastia” [estratto dal volume: “Un Secolo di Regno. L’Unità Nazionale”  (1959), ristampato con la prefazione di Francesco Perfetti, per la Luni Editrice nel 2000] e “Il Centenario del Regno d’Italia”  (1961), in cui, tra l’altro scrisse: “[…] La Monarchia, quella Monarchia rappresentata da quel Casato di antica origine, che nel ‘700 rimase l’unico Casato in certo senso “nazionale” della Penisola, cominciò ad operare, anche senza proporselo, per l’unità, sin da quando, nel ‘600 e ‘700, essa, per difendere il suo Stato o per guadagnare qualche provincia o città della Lombardia, ebbe a fronteggiare stranieri e soltanto stranieri, Spagna o Austria o Francia, richiamando su di sé l’attenzione, la simpatia e qualche speranza di Italiani di ogni paese, stanchi di tanta sarabanda di conquistatori e predoni, e diventando il punto di convergenza loro. […]”.
Il Re Umberto II (1904-1983) insignì  Gioacchino Volpe dell'Ordine Civile di Savoia il 15 settembre 1961, e lo creò conte il 16 febbraio 1967. In occasione del novantesimo compleanno (16 febbraio 1966), il Re, tramite il Ministro Falcone Lucifero (1898-1997), gli inviò il seguente telegramma: “Sovrano desidera Le giungano vive felicitazioni particolarmente affettuose ricorrenza Suo novantesimo genetliaco ricordando eminenti servigi resi da Vostra Eccellenza alla patria in una nobile vita di studio e di lavoro et formula fervidi voti perché Ella continui per lunghi anni ancora a servire et onorare l’Italia.”. 
Il nostro fu anche membro della Consulta dei Senatori del Regno dal 12 maggio 1960 e Presidente Onorario del Circolo di Cultura e di Educazione Politica Rex dal novembre 1968 fino alla morte, circolo dove fu un ricercato conferenziere su svariati argomenti.
Gioacchino Volpe fu, senza dubbio, uno storico di ampi interessi e di tempra notevolissima. Qualità codeste che fanno di lui uno dei maggiori rappresentanti della cultura italiana del secolo XX.

Presentazione dei discorsi parlamentari di Alfredo Covelli

25/10/2011 Il Discorso di Gianfranco Fini


Montecitorio, Sala della Lupa -  La Camera dei deputati è lieta di presentare la raccolta degli interventi parlamentari di Alfredo Covelli.

Saluto e ringrazio gli illustri relatori: Gerardo Bianco, Gianni Bisiach, Beniamino Caravita di Toritto, Vincenzo Trantino.

La pubblicazione dei discorsi di Covelli rappresenta il giusto riconoscimento a una figura che ha onorato la Camera con il suo senso della legalità istituzionale e della democrazia parlamentare, occupando un posto di tutto rilievo nella storia politica italiana.
I due volumi che compongono l'opera, oltre a rispecchiare i molteplici ambiti dell'impegno di Covelli in Parlamento, restituiscono un quadro vivido del suo tempo e del mondo di cui egli fu autorevole protagonista.
La sua cifra culturale e ideale la troviamo innanzi tutto nel desiderio di ricomposizione delle fratture storiche dell'Italia, a partire dalla più grave, la contrapposizione politica tra le forze repubblicane e i sostenitori della dinastia sabauda che si svolse in occasione del referendum istituzionale del 2 giugno 1946 e che si protrasse idealmente, ancorché in forme sempre più attenuate, negli anni immediatamente successivi.

Covelli fu il leader di quei settori di elettorato e di opinione pubblica che credevano nei princìpi della monarchia costituzionale e che -vale la pena ricordarlo- svolsero in una certa fase, soprattutto negli anni Cinquanta, una non trascurabile influenza sul mondo politico italiano.
Un indubbio merito storico che va riconosciuto al leader del PNM (poi divenuto PDIUM) è quello di aver favorito la partecipazione dei monarchici alla vita democratica repubblicana, rifuggendo dalla tentazione dell'estraniazione o del radicalismo.
La vita politica di Covelli fu improntata al più compiuto senso della legalità e della dignità della funzione parlamentare.

Le sue idee non lo portarono a essere tra la stragrande maggioranza dei costituenti che approvarono il testo della Costituzione repubblicana.
Ma poi, i princìpi democratici e liberali posti alla base della Carta del '48, li osservò sempre con lealtà e dedizione non venendo mai meno ai propri doveri di deputato: costante fu il suo appello al rispetto delle Istituzioni e al prestigio del Parlamento.
Covelli credeva in un parlamentarismo democratico e moderno capace di rappresentare in modo compiuto il pluralismo culturale e ideale della Nazione e di ispirare le grandi scelte politiche del Paese.

"Il concetto che un governo si qualifichi politicamente - disse in una seduta alla Camera del luglio 1955 - con i voti che esso attinge per formare e completare la sua maggioranza, non solo non può reggere ma è in assoluto contrasto con un sano e aperto regime parlamentare. In una vera democrazia parlamentare le maggioranze governative devono formarsi su un programma".

In tale prospettiva, e di vivissima attualità, il Parlamento, lungi dal configurarsi come mera istanza di ratifica della decisione governativa, era concepito come fonte primaria ed imprescindibile di legittimazione democratica.

Il leader del Partito monarchico considerava inoltre la massima Istituzione rappresentativa come una grande, libera ed intangibile assemblea di uomini eminenti, collocata al centro della società e capace di influenzarne il progresso Covelli attribuiva in tal senso al Parlamento ed alla classe politica anche la responsabilità di esercitare una delicata funzione pedagogica; la funzione, cioè, di "educare la Nazione", attraverso l'esempio, l'autorevolezza, la sobrietà e l'adempimento dei doveri civili.
Sul piano ideale e culturale, la sua costante preoccupazione fu di ribadire l'importanza di mantenere viva la memoria del ruolo cruciale svolto dalla dinastia sabauda nel processo di unificazione nazionale.
Il sentimento della lealtà che aveva ispirato l'atteggiamento dei monarchici nei confronti dello Statuto Albertino e della Casa Reale costituiva un patrimonio che la Repubblica non poteva permettersi di disperdere.

E qui è importante sottolineare che la consapevolezza di quella ricchezza storica e ideale trasmessa dall'Italia liberale e monarchica all'Italia democratica e repubblicana rappresenta uno degli elementi culturali più significativi emersi nel corso delle intense celebrazioni per il Centocinquantenario dell'unità nazionale.

Nell'orizzonte politico e ideale di Covelli non c'erano comunque soltanto l'espressione di lealtà verso Casa Savoia e l'affermazione dei princìpi della monarchia costituzionale: c'era anche il suo profondo legame con il Meridione.

Di quelle terre conosceva le potenzialità e le risorse, ma anche le tragiche contraddizioni sociali, soprattutto nel dopoguerra, quando si imponevano la ricostruzione e la pacificazione del Paese. A proposito della politica di intervento straordinario per il Mezzogiorno, Covelli si batteva perché questa fosse guarita da ogni forma di inefficienza e dissipazione, spesso causate da pratiche clientelari. "La Cassa per il Mezzogiorno che noi aiutiamo a difendere - disse nel corso di un intervento parlamentare dell'aprile del 1969 - deve essere liberata dai rami morti e restituita alla funzione propria di fornire, come disse De Gasperi, polmoni al Mezzogiorno, dando ad esso un aspetto sociale conforme a tutte le altre regioni più progredite del nostro Paese".

Per quanto riguarda il profilo strettamente politico, è importante rilevare che Covelli sosteneva una linea di allargamento dello spazio e dell'influenza delle forze politiche di destra attraverso una loro intesa sempre più stretta con i settori moderati dello schieramento italiano.

Tale politica portò, fin dagli anni Cinquanta alla vicinanza e alla collaborazione tra il Partito monarchico e il Movimento sociale italiano e alla proposta, negli anni Sessanta, di allargare l'intesa al PLI, che però non trovò disponibile il partito allora guidato da Malagodi.

Quella linea sfociò, nel 1972, nella fusione del Pdium con il Msi, che da allora aggiunse alla denominazione di partito l'espressione "Destra nazionale". In tale ambito va ricordato che Covelli partecipò nel 1976 alla breve esperienza di Democrazia nazione.
Al di là dei diversi giudizi storico-politici che si possono dare della strategia di unione delle destre perseguita a lungo da Covelli e da Almirante, si deve onestamente rilevare che l'esponente monarchico fu tra coloro che individuarono con indubbio anticipo la necessità di fornire espressione politica unitaria, attraverso una cultura moderna e democratica, a quei settori di elettorato e di società, di ispirazione di destra, che non si sentivano rappresentati, o che non si sentivano sufficientemente rappresentati, dalle forze moderate al governo nel nostro Paese.

Vale la pena sottolineare che non si trattò di una preoccupazione effimera, ma di una esigenza importante, ancorché poco riconosciuta per molto tempo, della politica italiana, come le trasformazioni degli anni Novanta hanno del resto, per molti versi, dimostrato.

Non si possono infine dimenticare, nel tratteggiare il profilo politico di Covelli, le sue capacità di oratore vivace e facondo. Il suo messaggio programmatico contenuto nei suoi interventi in Parlamento egli sapeva comunicarlo direttamente ed efficacemente anche a quanti accorrevano ad ascoltarlo nei comizi o seguivano davanti al televisore le prime esperienze mediatiche di comunicazione politica, quali erano allora le "Tribune elettorali".

In quelle occasioni, si faceva apprezzare per la passione politica, per la veemenza oratoria e per la fermezza nei momenti di pur aspro confronto dialettico, criticando, se necessario, le idee, ma rispettando sempre le persone.

Lo stile di Covelli ci riporta ad un'Italia di valori e sentimenti certo lontana nel tempo, ma non per questo meno ricca di insegnamenti e di modelli. A partire dall'ideale della pacificazione nazionale, di cui Covelli fu coerente interprete e di cui noi abbiamo sempre il dovere di conservare vivida memoria.

mercoledì 26 ottobre 2011

Piccola rassegna stampa sui 90 anni di Re Michele I di Romania.













Il discorso di Re Michele I al parlamento rumeno

Signore e signori parlamentari,
sono trascorsi più di 60 anni dall'ultima volta che mi sono rivolto alla nazione rumena dalla tribuna del Parlamento. Ho così  voluto accogliere l'invito  dei legittimi rappresentanti del popolo.
Il nostro primo dovere è ora di ricordare coloro che sono morti per la nostra indipendenza e per la libertà, immolandosi nelle guerre e negli eventi del dicembre 1989 che portarono alla fine della
dittatura comunista. Non possiamo avere un futuro senza rispettare il nostro passato.
Gli ultimi venti anni hanno portato la democrazia e la libertà, dando il via ad un periodo di prosperità in cui il nostro popolo ha avuto l’opportunità di relazionarsi con il mondo, di realizzare  dei sogni e
di  cercare  il rafforzamento della vita familiare  a beneficio delle generazioni future. La Romania si è  molto  evoluta nel corso degli ultimi due decenni.
Lo spirito profondamente europeo della Romania di oggi si fonda sull'esistenza del Parlamento. Il nostro cammino verso l’UE è ormai irreversibile  e non sarebbe stato possibile se non grazie al rispetto
della libertà e della democrazia; così ha agito il Parlamento rumeno dal 1989, con il supporto dell’azione della Nato.
Ma la politica è un'arma a doppio taglio.  La  Democrazia  garantisce il rispetto delle libertà se attuata
seguendo le leggi e nel rispetto delle Istituzioni. Ma la politica può danneggiare i cittadini se attuata con
un’etica malvagia e piegando al proprio interesse le logiche di potere con disprezzo delle istituzioni statali.
Molte realtà della società rumena, competenti e gestite con oculatezza,  sono riuscite  ad andare avanti
nonostante la crisi economica: le piccole e medie imprese,  i  giovani e  gli  insegnanti provenienti da
università e scuole, le realtà agricole.
Il nostro popolo ha espresso eccellenze nel mondo dell’arte, in quello militare,  in quello della diplomazia  e  dei  funzionari pubblici,  nonostante la grande crisi delle comuni risorse economiche.  Ognuno è riuscito a non venir meno al proprio dovere nei confronti delle  Istituzioni e del Paese - cito come esempio l'Accademia rumena e la Banca nazionale - non curanti della crisi attuale dei valori nella quale stiamo incorrendo.
Mi dolgo del fatto che dopo due decenni  dal ritorno alla democrazia vi siano  persone anziane e malati  che debbano vivere ancora le situazioni di indigenza.
La Romania ha bisogno di infrastrutture. Autostrade, porti e aeroporti moderni sono parte della nostra forza in quanto Stato indipendente. L'agricoltura  rappresenta il nostro passato, ma anche il nostro futuro. La scuola è e sarà una pietra miliare della società.
La Regina ed io, insieme con la nostra Famiglia, continueremo nell’impegno profuso da sempre: sosterremo gli interessi fondamentali della Romania, della continuità e delle tradizioni del nostro paese.
Non potevo rivolgermi alla Nazione senza parlare della Famiglia Reale e  della sua importanza nella vita del Paese.  La Corona Reale è sì un simbolo del passato, ma  soprattutto  una  viva  rappresentazione della indipendenza, della sovranità e della nostra unità. La Corona ancor oggi rappresenta lo Stato nella sua continuità storica, e la  nazione nel suo divenire.  Il peso  della  Romania  è  rafforzato dalla lealtà,  dal  coraggio,  dal  rispetto,  dalla serietà e dalla modestia. Signore e signori parlamentari,
le istituzioni democratiche non sono disciplinate esclusivamente dalla legge, ma anche dall’etica, dal senso
del dovere. Amor di Patria e competenza sono i criteri principali della vita pubblica: la fiducia nella
democrazia, lo scopo delle istituzioni e delle loro regole!
Il mondo di domani non può esistere senza  morale, senza fede e senza memoria.  Gli
interessi particolari, il cinismo,  e la  codardia non dovrebbero rientrare nella vita. La Romania
ha  perseguito gli ideali di grandi uomini della nostra storia,  esempio di  responsabilità e
generosità.
Nel 1989 la Romania  ha visto il levarsi di  voci autorevoli provenienti da tutto il mondo in
sostegno al nostro Paese. Molti giovani si sono sacrificati per sconfiggere la tirannia  ed hanno
ottenuto il nostro tornare ad essere la nazione.
E’ora, dopo vent'anni,  di dimostrare pubblicamente la rottura con il triste passato.
Demagogia, ipocrisia, egoismo,  affezione estrema al potere non  devono trovare posto  nelle Istituzioni
rumene del 2011. Ci riporterebbero nella situazione precedente al 1989.
Si deve  persistere in una gestione limpida del bene pubblico e per preparare il nostro futuro. Dobbiamo
continuare lo sforzo iniziato per riconquistare dignità e rispetto, uniti tra di noi e con i nostri vicini e fratelli.
Ho servito la nazione rumena  per una vita lunga e ricca di eventi, alcuni felici, altri drammatici.  Sono
passati 84 anni da quando sono diventato Re e posso dire senza esitazione nazione rumena che le cose più
importanti da  preservare per la libertà e la democrazia, sono l'identità e dignità.  I rappresentanti della
società rumena hanno quindi una grande responsabilità.
La democrazia  è una fonte di arricchimento. La Romania, come tutti i paesi europei, ha bisogno di
governanti rispettati e qualificati.
I Rumeni non dovranno mai dimenticare  le  nostre terre che sono state perse a seguito della divisione
dell'Europa secondo il giogo di potenze straniere. E' loro diritto di decidere se vivere nel nostro Paese o se
rimanere separati. Oggi l'Europa è un continente dove i popoli e i confini territoriali non cambiano a seguito
delle decisioni dei politici. Il mio impegno è stato e continua ad essere valido per tutti i rumeni. Essi sono
tutti parte della nostra nazione e questo rimarrà per sempre.
Solo noi abbiamo il potere di rendere il paese rispettoso, prospero e ammirato in tutto il mondo.
La Romania di oggi è un’eredità dei nostri avi ma, come Paese, abbiamo dei precisi doveri verso i nostri figli.
Che Dio vigili su di noi!
Bucarest, 25 Ottobre 2011
Michele I di Romania

domenica 23 ottobre 2011

Una cravatta rossa sventola al vento

L’anno era il 1706 e nei 117 giorni che vanno dal 14 maggio al 7 settembre si decisero le sorti dell’Italia. Oltre 44.000 soldati franco spagnoli avevano attraversato le Alpi e stringevano in un cerchio di ferro e di fuoco la città di Torino, capitale del Ducato di Savoia, difesa da meno di undicimila Piemontesi. Il giorno in cui l’assedio ebbe inizio si verificò un’eclissi di sole, che incoraggiò i Torinesi a resistere, dal momento che il sole era il simbolo del re di Francia Luigi XIV, detto il “Re Sole”. E l’eclissi fu presa come un presagio di vittoria.


L’assedio tuttavia fu lungo e sanguinoso. E non mancarono episodi gloriosi, come quando Pietro Micca si sacrificò facendo saltare una galleria che i Francesi avevano scavato sotto le mura per entrare in città. Agli inizi di settembre la situazione volse però a favore degli assediati, grazie all’arrivo di un’armata austriaca comandata da un cugino del Duca di Savoia, il Principe Eugenio di Savoia.
Eugenio, fuggito giovanissimo dal convento in cui era stato rinchiuso con l’idea di farne un uomo di Chiesa, dopo varie vicende rocambolesche era giunto a Vienna facendo rapidamente carriera al servizio dell’Impero. Si era distinto per il suo valore nelle continue guerre di quegli anni, come quando fu ferito da un archibugio durante l’assedio di Belgrado del 1688. Per inciso, Eugenio di Savoia conquisterà Belgrado ancora nel 1717, dopo che era tornata sotto il dominio turco. In quella occasione il primo a scalare le mura della città fu il soldato Giovanni Vittone di Sambughetto di Valstrona, nato nel 1692 e morto nel 1721. in suo onore fu coniata persino una moneta d’oro.

Torniamo al 7 settembre 1706. Piemontesi ed Austriaci sferrarono il contrattacco. Il Duca Vittorio Amedeo II di Savoia guidò personalmente l’attacco della sua cavalleria sfondando le linee nemiche e aprendo la strada alla vittoria.
Narra la leggenda che un portaordini, ferito mortalmente dai nemici, spirò dopo aver annunciato la vittoria al Duca. Il sangue sul colletto di questo ignoto soldato divenne il simbolo del reggimento Savoia Cavalleria, rappresentato dapprima da un filetto rosso sul bavero nero e dal 1933 da una cravatta rossa.

Il Savoia Cavalleria, che esiste tuttora inquadrato nella Brigata aeromobile "Friuli", fu protagonista di un episodio bellico che ha dell’incredibile durante la campagna di Russia, nella Seconda Guerra Mondiale.
Il 23 agosto 1942, mentre l’armata italiana sul fronte russo ripiegava, incalzata dai Sovietici, in un’ansa del fiume Don le “cravatte rosse” effettuarono l’ultima carica di cavalleria della storia. Solo dei pazzi temerari potevano pensare di caricare con le sciabole contro le mitragliatrici. Eppure, contro ogni probabilità, vinsero le sciabole. 

http://it.paperblog.com/una-cravatta-rossa-sventola-al-vento-646951/

Santa Messa di riparazione

Il nostro è un blog laico nel quale trovano posto le opinioni e le religioni di tutti.
Proprio per il rispetto che abbiamo delle religioni siamo indignati ed offesi per lo scempio fatto ad una statua della Vergine Maria a Roma.
Per questo riportiamo volentieri l'invito alla Santa Messa di riparazione per la profanazione avvenuta.

Lo staff di monarchicinrete.




Parrocchia tradizionale dei Pellegrini in Roma, 29 ottobre 2011



SABATO 29 ottobre 2011 - ore 10:00 la Fondazione Lepanto invita a partecipare o a unirsi con la preghiera
alla Santa Messa nella forma extraordinaria del Rito Romano in riparazione
degli atti sacrileghi compiuti a Roma lo scorso 15 ottobre presso la
chiesa di Santa Trinità dei Pellegrini in piazza Trinità dei Pellegrini a Roma.

Fondazione Lepanto


http://blog.messainlatino.it/2011/10/parrocchia-tradizionale-dei-pellegrini.html

Tre serate con Giovannino Guareschi e Alessandro Gnocchi




«Sono molto contento di avere qui, questa sera, Alessandro Gnocchi, per poter parlare di un grande scrittore: Giovannino Guareschi, figura da riscoprire e da amare. La letteratura guareschiana è ricca di Fede e portatrice di speranza». Così ha detto Monsignor Arrigo Miglio, Vescovo di Ivrea, nell’introdurre Alessandro Gnocchi nella prima di tre di serate interamente dedicate a Giovannino Guareschi e organizzate dal Centro Culturale «Amici del Timone» di Rivarolo Canavese.
Il 17 ottobre, nel teatro dell’Oratorio San Giuseppe (Via Armondo Arborio 6) di Ivrea, Gnocchi, presentato dal Presidente dell’Associazione «Amici del Timone» (Dottor Andrea Peracchio) quale esperto di Guareschi, nonché il primo ad essersi occupato dello scrittore dal punto di vista peculiarmente cattolico, ha parlato proprio della Fede del grande scrittore tradotto in tutto il mondo, Fede che ha il suo fondamento nel rapporto con il Crocifisso e con la Chiesa. Da dove nasce un’adesione così convinta e così ragionata? Il lager fu il momento più importante per la messa alla prova della Fede di Guareschi: questa prova segnò per sempre la sua consapevolezza di essere una creatura che deve tutto il proprio essere al Creatore. Qui sta la radice della sua narrativa che coniuga umorismo e toni drammatici.
Guareschi fu testimone in prima linea dei cambiamenti epocali della civiltà cristiana: attraverso il suo “piccolo” osservatorio della Bassa egli fotografò con una lucidità sorprendente la corruzione dell’identità cristiana e la crisi della Chiesa. Come non ricordare la così attuale e drammatica introduzione a Il compagno don Camillo (riportata nell’introduzione del libro di Gnocchi-Palmaro,Giovannino Guareschi. C’era una volta il padre di don Camillo e Peppone)?

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giovedì 20 ottobre 2011

In Australia sempre meno repubblicani

Si riunisce il Commonwealth, visita di 11 giorni della Regina Elisabetta 
SYDNEY - La regina Elisabetta è giunta oggi in Australia per una visita di 11 giorni, la sua 16/ma e verosimilmente ultima nell'ex colonia britannica, di cui è capo di stato. Principale impegno della regina, 85 anni, accompagnata dal principe Filippo, è la riunione biennale dei capi di governo dei 54 paesi del Commonwealth, a Perth il 28 ottobre.
La coppia reale è stata accolta nell'aeroporto militare di Canberra dal governatore generale d'Australia Quentin Bryce e dal Premier Julia Gillard, oltrechè da 200 scolari. È stato tenuto a distanza un gruppetto di animalisti che protestava per l'uso di pelle d'orso nei cappelli delle guardie di Buckingham Palace. A Canberra Elisabetta II incontrerà oltre alla Gillard il leader dell'opposizione Tony Abbott. Seguirà una tappa a Brisbane, con un ricevimento per le persone colpite dalle alluvioni e dai cicloni della scorsa estate, una a Melbourne, e quindi Perth.
La regina, che visitò l'Australia la prima volta appena incoronata nel 1954, è ancora molto amata dagli australiani: secondo un sondaggio il sostegno per la monarchia è salito al 55% mentre quello per la repubblica è sceso al 34%, il minimo in 23 anni. Ma i repubblicani non mollano: sono previste infatti proteste contro la corona britannica.
ATS

lunedì 17 ottobre 2011

Ricordando Andrea Provana (1511-1592)


di Marco BONGI

In questo mese di ottobre, nel quale si commemora fra i cattolici l'importante battaglia di Lepanto, vorrei brevemente richiamare, visto che quest'anno ricorre il quinto centenario della sua nascita, uno dei comandanti militari che si distinsero in quel frangente ovvero l'ammiraglio Andrea Provana di Leinì (1511 - 1592).
Egli comandava il piccolo drappello di navi inviate dal ducato di Savoia, uno stato che non poteva certo vantare, fino a quel momento, grandi tradizioni in ambito marinaresco. L'unico sbocco sul mare del ducato era rappresentato infatti dai porti di Nizza e Villefranche.
La flottiglia piemontese era composta pertanto soltanto da tre galee: Capitana, Margherita e Piemontesa. Si battè tuttavia con grande eroismo. La Capitana, su cui era imbarcato l'ammiraglio, fu circondata da due navi turche e il Provana colpito alla testa da un proiettile. Si salvò grazie all'elmo donatogli dal duca di Urbino Francesco Maria II Della Rovere.
Ma ben presto la galea sabauda riuscì a rompere l'assedio ed a catturare, a sua volta, due imbarcazioni ottomane. Cadde invece eroicamente la "Piemontesa" ma dopo aver però resistito a lungo agli assalti rendendo possibile poi la controffensiva cristiana.
Degli oltre duecento uomini che erano a bordo se ne salvarono soltanto dodici.
Ma Andrea Provana si era già distinto, in precedenza, per importanti missioni politiche e militari a favore della Cristianità.
Da governatore di Nizza si era molto impegnato a contrastare gli ugonotti infiltrati dalla Francia. Assieme alla flotta spagnola partecipò inoltre a numerose spedizioni contro i pirati barbareschi e, in particolare, si distinse nella riconquista della piazzaforte di Penon de Velez avvenuta nel 1563.
Due anni dopo lo troviamo invece impegnato nella difesa di Malta, assediata dai Turchi, accanto ai Cavalieri Gerosolimitani. In tale occasione si ricorda la rocambolesca cattura di una nave-spia nemica che, una volta neutralizzata, non riuscì ad avvisare il sultano turco di una manovra a sorpresa che ruppe l'assedio all'isola.

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