NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 25 novembre 2024

LA REGINA ELENA (1873-1952) LUCE DA ORIENTE

 



di Aldo A. Mola

 

Elena di Savoia, medico-chirurgo “honoris causa”

Il 27 maggio 1940 il Consiglio della Facoltà di Medicina dell'Università “La Sapienza” di Roma approvò la proposta del suo presidente, Giovanni Perez, di conferire la laurea in Medicina e chirurgia “honoris causa” “a Augusta Persona”, meritevole per «l’attuazione in Italia di un metodo terapeutico che con fine intuito concepì per le desolanti conseguenze di una fra le più grandi malattie, l'encefalite letargica o epidemica»: la cura, cioè, del Parkinsonismo post encefalico.

Presenziarono i nomi più prestigiosi della sanità in Italia, quali Cesare Frugoni ed Eugenio Morelli. Il nome dell'insignita, Jelena Petrovic, rimase riservato. Era Elena di Savoia, Regina d'Italia. Il 30 maggio il ministro dell'Educazione Nazionale, Giuseppe Bottai, antico iniziato alla loggia massonica “La Forgia” di Roma, approvò. Accolti dai sovrani a Villa Savoia il 2 giugno Bottai, Perez e il rettore dell'Università, Pietro de Francisci, consegnarono personalmente il diploma di laurea alla Regina più amata dagli italiani. Erano giorni bui. Lasciati cadere gli inviti a desistere, giunti anche dal presidente degli USA, Franklin D. Roosevelt, ipotizzando un imminente armistizio tra Germania, Francia a Gran Bretagna, in guerra dal 1° settembre 1939, e  e di potervi svolgere il ruolo di mediatore, Mussolini premeva per entrare in guerra a fianco di Hitler. L'attacco da sud-est offriva alla Francia il motivo di arrendersi e scongiurava il rischio che i tedeschi giungessero sul Mediterraneo. Ascoltate le voci più autorevoli del Paese, il Re assecondò.

   La Regina, annota Maurizio Grandi nell'incipit di “I farmaci e la meccanica quantistica della dottoressa Jelena, la Regina d’Italia” (ed. Torino, La Lorre), fu «tra coloro che connotavano il lavoro “scientifico” con fervore visionario e entusiasmo. Ideale di un impegno intenso e in prima persona. Reazione contro l'idea di un universo meccanico, [la Regina Elena, NdA] favorì la nascita di una scienza fatta da forze invisibili e energie misteriose». Era una Luce giunta in Italia da Oriente, col suo matrimonio con Vittorio Emanuele di Savoia, principe di Napoli, il 24 ottobre 1896: una scelta propiziata da politici sagaci come il siciliano Francesco Crispi. Nel tempo, i Savoia si erano uniti alle grandi Case dell'Europa centro-occidentale, dagli Asburgo (sia d'Austria, sia di Spagna), ai Borbone (di Francia, Spagna e delle Due Sicilie) e della Germania. Figlia di Nicola, principe (poi re) del Montenegro, come lo zar e molti sovrani dell'Europa orientale Jelena di Montenegro era di confessione ortodossa.

   Malgrado esploratori di talento, annota Grandi, a fine Ottocento per la quasi totalità degli italiani il Montenegro era un mondo pressoché sconosciuto. In parte lo rimane tuttora. Solo l'1,5% dei turisti che annualmente lo visitano sono italiani. Perciò la storia dell'attuale Repubblica del Montenegro merita un sintetico ripasso.

 

Il 13 luglio 1878: quando il Montenegro divenne Stato

Poche miglia marine separano la costa orientale della Penisola dalle Bocche di Cattaro. Eppure per secoli l'Adriatico meridionale nella percezione degli abitanti degli Stati preunitari italiani (Venezia a parte) rimase più largo di un oceano. Al di qua vi erano il Sacro romano impero e i Principi ai quali venne via via delegato l'esercizio del potere. Al di là, dopo la caduta di Costantinopoli nelle mani di Maometto II (1453), improvvisamente ci fu l'ignoto, anzi un nemico mortale, l'impero turco-ottomano, giunto ad assediare Vienna e fermato solo tra Sei e Settecento da Eugenio di Savoia che lo sconfisse a Zenta, a Petervaradino e a Belgrado, come documentò S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia in una dotta conferenza svolta in perfetto francese al Castello di Racconigi. Perciò si susseguirono secoli di disattenzione nei confronti delle popolazioni indomite che al di là dell'Adriatico difendevano strenuamente la propria indipendenza, radicata anche nella confessione cristiana ortodossa. Solo nell'ultimo quarto dell'Ottocento un'esigua pattuglia di “politici” colti e lungimiranti scoprì l'esistenza del Montenegro e ne comprese l'identità, soprattutto da quando, a conclusione del Congresso di Berlino (13 giugno-13 luglio 1878), esso venne riconosciuto quale Stato sovrano dalla Comunità internazionale.

   Dopo la feroce guerra franco-prussiana e la proclamazione dell'Impero di Germania (1870-1871) l'Europa rimaneva in fibrillazione. Ad allentare la tensione non era bastata l'Alleanza degli imperatori di Russia, Germania e Austria-Ungheria (1873). Nel 1877 la guerra russo-turca, segnata da orrori medievali, rimise in discussione l'impero ottomano, classificato come il “grande malato di Oriente”. La pace di Santo Stefano (3 marzo 1878) chiuse quel conflitto a vantaggio dello zar, ma le sue conseguenze andavano condivise e ratificate dalle “grandi potenze”. Occorreva appunto un “Congresso”, come era avvenuto a Parigi nel 1856, al termine della guerra anglo-franco-turca (con adesione del regno di Sardegna) contro l'impero russo e, più addietro ancora, nel 1815 a Vienna, inizio del “secolo della pace” (1815-1914). Come scosse telluriche a bassa intensità, i conflitti “di teatro” scaricavano la tensione in aree circoscritte, rinviando il terremoto devastante: la conflagrazione europea.

   Il “concerto delle grandi potenze” in realtà non accettava un unico direttore d'orchestra. Perciò ogni Stato suonava per proprio conto. Spesso steccava. Il bisogno di adottare uno spartito comune si impose (o così si ritenne di fare) con l'ultimo Congresso di pace dell'Ottocento, voluto dal Cancelliere germanico Otto von Bismarck. Bisognava prendere atto delle “nazioni senza Stato” e dare loro un assetto senza causare la deflagrazione degl'imperi turco e asburgico. La politica di equilibrio aveva già accettato le due principali “novità” di metà Ottocento: la costituzione del regno d'Italia nei confini del 1870 e quella dell'impero di Germania proclamato nel Salone degli specchi di Versailles sotto l'egemonia della Prussia. Però vi erano tabù intoccabili. Fu il caso della cattolica Polonia che rimase spartita tra Russia (ortodossa), Prussia (luterana) e impero d'Austria (prevalentemente cattolico).

   Con il trattato “di pace” del 13 luglio 1878 Austria-Ungheria, Francia, Germania, Gran Bretagna, Russia e Turchia, «desiderando regolare in un pensiero d'ordine europeo le questioni sollevate in Oriente dagli avvenimenti degli ultimi anni», raggiunsero «felicemente» l'intesa. Uno “strumento” di soli 64 articoli inglobò e superò quelli di Parigi del 30 marzo 1856 e di Londra del 13 marzo 1871. Alcune “partite” molto delicate erano già state risolte alla chetichella tra i diretti interessati. Fu il caso dell'occupazione di Cipro da parte della Gran Bretagna, pattuita con una convenzione segreta tra Londra e la Sublime Porta il 4 giugno 1878.

   Le innovazioni concordate dal Trattato di Berlino segnarono il successivo secolo e mezzo della storia europea e in gran parte vigono tuttora. Gli articoli 1-11 riconobbero la Bulgaria come principato autonomo, con governo cristiano e milizia nazionale, benché ancora tributario del Sultano, e con un sovrano liberamente eletto dalla popolazione ma estraneo alle dinastie al potere nelle Grandi potenze. Gli articoli 13-22 istituirono la Rumelia Orientale, retta da un governatore generale nominato dalla Sublime Porta ma con temporanea occupazione di truppe russe gravanti sulla popolazione. Il Sultano si impegnò ad «applicare rigorosamente nell'isola di Creta il regolamento organico del 1868» con eque modifiche a garanzia dei non islamici. La loro continua violazione suscitò rivolte duramente represse nel silenzio generale dell'Europa occidentale, miope e vile. Bosnia ed Erzegovina furono occupate e amministrate da Vienna, che vi avrebbe mantenuto una guarnigione. Gli articoli 34-42 riconobbero l'indipendenza del Principato di Serbia e ne definirono le frontiere. Fu altresì riconosciuta l'indipendenza del Principato di Romania, ma con restituzione della Bessarabia all'impero russo. Venne deliberata la smilitarizzazione delle rive del Danubio, con libertà di navigazione. Furono inoltre ridisegnati i confini tra gli imperi russo e turco. La Sublime Porta si impegnò a concedere le riforme chieste dagli Armeni e a tutelarli dai Circassi e dai Curdi, ma verso fine Ottocento ne perpetrò il primo genocidio, condannato da Giosue Carducci negli aspri versi “La mietitura del turco”. I sovrani sottoscrissero il “principio della libertà religiosa”, caposaldo della “pax europea”, intimato sia al principe di Romania sia, in specie, al Sultano: «In nessuna parte dell'impero ottomano, la differenza di religione potrà essere opposta da alcuno come motivo di esclusione o di incapacità in ciò che concerne l'uso dei diritti civili e politici, l'ammissione ai pubblici impieghi, le funzioni e gli onori o l'esercizio delle diverse professioni e industrie». I monaci del Monte Athos ebbero speciale garanzia di libertà.

   Inoltre, gli articoli 26-29 del Trattato riconobbero l'indipendenza e la neutralità del Montenegro. Per garantirle venne ordinata la demolizione di tutte le fortificazioni esistenti sul suo territorio e gli fu vietata la costruzione di fortificazioni e di navi da guerra. Il suo sbocco al mare, Antivari, fu precluso ai vascelli militari di Paesi terzi. Dunque, la “forza” del nuovo Principato risultò tutt'uno con il suo “disarmo”. Proprio perché oggettivamente indifendibile, esso era anche invulnerabile. Chiunque avesse voluto soggiogarlo avrebbe scatenato un conflitto di dimensioni imprevedibili, come avvenne nel 1914 con l'aggressione della Serbia da parte dell'impero austro-ungarico. La “Montagna Nera” divenne un fulcro della pace europea, sempre più precaria. Era “Il Piemonte dei Balcani”.

 

Una storia aggrovigliata

Abitato da una popolazione fiera e bellicosa, prevalentemente cristiano ortodossa, col 1711 il Montenegro divenne di fatto indipendente dalla dominazione ottomana. Dal 1697 fu retto dalla dinastia Petrovic-Niegos, principi-vescovi, che si susseguivano al potere da zio a nipote perché i vescovi osservavano il celibato a differenza del clero. Tra loro spiccò Petar II (1830-1851), due metri di altezza, volitivo ed elegante, autore del capolavoro letterario “Il serto della montagna”, nel quale sono celebrati i “vespri montenegrini”, cioè il massacro degli islamici alla vigilia del Natale ortodosso del 1702. Le sue spoglie riposano in un suggestivo Mausoleo sulla vetta di un monte. Suo nipote, Danilo II, interrompendo la tradizione, nel 1852 “laicizzò” il principato e, col titolo di Danilo I, lo rese simile agli altri Stati europei. Con abile strategia matrimoniale suo figlio Nicola (1860-1918), molto legato allo zar di Russia, strinse rapporti con altre dinastie.

   Come accennato e ampiamente narra Maurizio Grandi nel suo libro, il 24 ottobre 1896 Vittorio Emanuele di Savoia, erede della Corona d'Italia, sposò una delle sue figlie, Elena, previa la sua conversione alla chiesa cattolica. La loro fu unione singolarmente felice, allietata dalla nascita di quattro principesse (Jolanda, Mafalda, Giovanna e Maria) e del principe ereditario Umberto di Piemonte (Castello di Racconigi, 15 settembre 1904-Ginevra, 18 marzo 1983).

   Nel 1910 il Montenegro fu elevato alla dignità di regno. Sei anni dopo, nella bufera della Grande Guerra, venne occupato dagli austro-ungarici. Nicola riparò in Francia. Un'assemblea a Podgorica nel 1918 lo dichiarò decaduto e approvò l'incorporazione del Montenegro nel nascente Stato serbo-croato-sloveno. Regno di Jugoslavia dal 1929, questo ebbe vicende interne turbolente sino alla seconda conflagrazione europea, che vide il Montenegro travolto dalle armate germaniche e affidato a un corpo di occupazione italiano. Il 12 luglio 1941 fu proclamato a Cettigne un effimero Regno libero e indipendente di Montenegro. L'indomani, ricorrenza dell'indipendenza del 1878, iniziò la rivolta dei montenegrini contro gli occupanti, repressa con metodi brutali dal governatore civile e militare Alessandro Pirzio Biroli. La popolazione visse pagine tragiche. Fiancheggiò i “comunisti” locali e quelli di Tito, non per motivi ideologici ma per liberarsi dalla dominazione straniera.

   Nel settembre 1943, al momento della resa agli anglo-americani, l'Italia contava 27 divisioni in Jugoslavia e un corpo d'armata in Montenegro agli ordini del generale Ercole Roncaglia. Nel groviglio di fazioni in lotta (cetnici, monarchici filoserbi; ustascia croati e bande di varie stirpi e colori) i militari italiani sopravvissuti agli scontri con i tedeschi e con i “partigiani” stabilirono intese con l'Esercito popolare di liberazione jugoslavo e si organizzarono in Divisione “Garibaldi”, d'intesa con il governo presieduto dal maresciallo Pietro Badoglio. Dettero ripetute prove di valore, in specie nell'agosto 1944 quando i tedeschi tentarono l'ultima offensiva. A fine conflitto il Montenegro entrò a far parte della Repubblica federale di Jugoslavia che sedette tra i vincitori al congresso di pace di Parigi, concluso con il diktat del 10 febbraio 1947 imposto all'Italia a tutto vantaggio di Tito.

   La distanza tra le due coste dell'Adriatico si ampliò nuovamente. Separò mondi che rimasero a lungo quasi privi di relazioni. Alla deflagrazione della Jugoslavia (1991), il Montenegro formò una federazione con la Serbia, che però, per la disparità di “forze”, per lui si rivelò nettamente svantaggiosa.

 

Il Montenegro: destino europeo contro l'orrore della guerra

Nel 2002 la federazione venne commutata in “unione”, da sperimentare per tre anni. L'esito fu scontato. Nel 2006 con un referendum i montenegrini chiesero l'indipendenza, proclamata a giugno e soccorsa da imponenti investimenti bancari internazionali. “Oh, splendente alba di maggio” è l'inno nazionale. Dopo un lungo percorso, il 28 aprile 2017 il parlamento montenegrino ha ratificato l'adesione alla Nato, mettendo tra parentesi i bombardamenti e le vittime subite dalla sua stessa capitale, Podgorica, durante la “guerra di Bosnia”. Il governo presentò la richiesta di ingresso nell'Unione Europea, rinviata per la persistente gracilità del suo assetto economico, che tuttavia migliora di anno in anno, al di là della complicatissime vicissitudini parlamentari e partitiche e della sequenza di presidenti del governo, comprensibili per una Entità antica e nuova qual è la Repubblica del Montenegro. Tra le sue personalità di valenza internazionale spicca Dukanovic, politico di lungo corso, già presidente del Consiglio e poi della Repubblica con mandato sino al 2025.

   L'Italia ha tutto da guadagnare dal rafforzamento dell'amicizia con il Montenegro. Lo aveva intuito il futuro Vittorio Emanuele III anche prima di andare a Cettigne a chiedere in sposa la Principessa Elena Petrovic-Niegos a suo padre Nicola. L'Europa già c'era. Occorreva rendere effettivo il “principio della libertà religiosa” e rimuovere tutti i motivi di conflitto attraverso la diplomazia, la Corte internazionale dell'Aja e, ancor più, la promozione della conoscenza reciproca tra i popoli o, quanto meno, tra le loro dirigenze. Erano gli anni delle Esposizioni universali, dei congressi scientifici non solo internazionali ma sovranazionali, dei Premi Nobel e delle organizzazioni pacifiste. Occorreva, inoltre, abbattere le frontiere doganali e rivendicare la libertà della ricerca scientifica dalla subordinazione al potere politico-militare nazionale. Sono altrettanti temi passati in rassegna da Maurizio Grandi, specialista in oncologia clinica all'Università di Torino, esperto di bioetica, fitoterapia, etnomedicina, etnofarmacologia e di applicazione della fisica alla medicina, nei suggestivi capitoli che tratteggiano la figura della Regina Elena, sempre in prima linea nella ricerca e nella promozione degli studi medici, con particolare attenzione per la ginecologia, le malattie infantili e quelle legate all'invecchiamento. Mentre ricorda le imponenti realizzazioni promosse dalla Regina in campo sanitario, Grandi stigmatizza “la fisica della morte” coltivata negli USA e culminata nel “progetto Manhattan”.

   Dopo il bombardamento di Hiroshima il presidente Harry Truman, “Prometeo americano”, rivendicò orgogliosamente i suoi effetti devastanti e tacque sulle sue atroci conseguenze irreversibili. Altrettanto silenzio, aggiunge Grandi,  ha circondato il materiale radioattivo disseminato dai bombardamenti nella guerra del Kosovo un quarto di secolo addietro. Vi è motivo di ricordarlo mentre nell'Europa orientale da un canto viene minacciato l'impiego di armi nucleari “tattiche”, dall'altro vengono disseminate micidiali mine antiuomo (sia pure “desistenti”) invano messe al bando, come tanti altri strumenti di morte, largamente impiegati nei conflitti in corso.

   Così vi è motivo di tornare a riflettere sulla figura esemplare della Regina della Carità (come Elena di Savoia venne detta). Per fermare la seconda “grande guerra”, poi divenuta mondiale, ella tentò persino la carta di un appello alla pace, firmato su suo impulso dalle sei regine di Paesi europei ancora neutrali. È tra i motivi che hanno fatto nascere la causa per la sua beatificazione. Utopia? Sarà. Tuttavia, forse è meglio passare alla storia come ingenui che con la taccia di criminali di guerra.

domenica 24 novembre 2024

Umberto di Savoia: Il Principe di Piemonte e Re d’Italia nel ricordo di Reggio Calabria, martedì 26 novembre


La figura di Umberto di Savoia, Principe di Piemonte e Re d’Italia (15 settembre 1904 – Ginevra, 18 marzo 1983) nel 120° anniversario della na
scita e nel centenario della scuola reggina “Principe di Piemonte” a lui intitolata, sarà al centro di un incontro promosso dall’Associazione Culturale Anassilaos che si terrà 
martedì 26 novembre alle ore 17,30 presso lo Spazio Open di Via Filippini. A parlare di Umberto di Savoia due studiosi di storia, il Dott. Fabio Arichetta e il Prof. Domenico Romeo, entrambi Deputati della Deputazione di Storia Patria per la Calabria che ha concesso il Patrocinio all’iniziativa. Il primo, Arichetta, alla luce del volume “Reggio e i Savoia” dello scomparso Agazio Trombetta, tratterà in breve dell’intenso rapporto che Reggio Calabria, soprattutto nel Novecento,  ebbe con la dinastia regnante fin da quando, il 31 luglio del 1900, proprio nella Città dello Stretto, sbarcò l’ormai Vittorio Emanuele III, salutato per la prima volta a Reggio come sovrano d’Italia dopo l’assassinio di Re Umberto (29 luglio 1900). Da allora il sovrano tornò più volte nella città della Fata Morgana in circostanze  liete e meno liete: nel 1907 per inaugurare il busto al padre nella Villa Comunale, nel 1908, insieme alla Regina Elena,  nella tragica circostanza del terremoto; e poi ancora il 27 aprile 1922 per inaugurare il nuovo Palazzo di Città (Municipio) e ancora nel maggio 1930 per l’inaugurazione del Monumento ai Caduti sul Lungomare opera di Francesco Jerace. Umberto, Principe di Piemonte, venne molto spesso a Reggio anche in veste privata.  Basti ricordare la sua visita nel 1932 insieme alla neo consorte Maria José per la prima posa dell’edificando Museo Archeologico Nazionale. La coppia visitò la Città e altri importanti centri della Provincia inaugurando numerose opere pubbliche e caritatevoli.  Il Principe tornò nel 1935 per inaugurare il Tempio della Vittoria e nel maggio 1946, ormai Sovrano d’Italia, nel corso della campagna elettorale per i referendum istituzionale, accolto con grande calore dai Reggini che il successivo 2 giugno votarono massicciamente per la Monarchia.

[...]

 Calabria Reportage


sabato 23 novembre 2024



Confermiamo il Nostro Incontro di Studio e di Ricerca

DOMANI  DOMENICA MATTINA   ore  10


 

Invito PALAZZO BRASCHI.  MUSEO DI ROMA

Il Museo di Roma documenta l’espansione della Città

da spazio urbano a metropolitano,

al fine di conservare il ricordo della Roma del passato,

in vista dell’avvenire.

Il percorso espositivo racconta le trasformazioni urbanistiche

e le metamorfosi antropologiche

dalla Roma Pontificia alla Roma Moderna

attraverso dipinti, sculture, stampe, fotografie, plastici.

DOMANI  DOMENICA  MATTINA

 

24  NOVEMBRE  2024  ORE 10

PIAZZA  DI  S. PANTALEO  10  (PIAZZA NAVONA)  ROMA

GRATUITO CON CARTA MIC    La puntualità è cosa gradita

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA

In ALLEGATO ulteriori informazioni e le modalità di partecipazione.

Cordialmente.

Prof. Massimo Fulvio Finucci e D.ssa Clarissa Emilia Bafaro


Saggi storici sulla tradizione monarchica - XI

 


 

6) RIVOLUZIONE E RESTAURAZIONE

Nel 1789, scoppiò in Francia la rivoluzione che tanti mali doveva attirare sull'Europa; sembrò dapprima che si trattasse di un semplice processo politico destinato a produrre alcune riforme, ma ben presto

l'idra rivoluzionaria si manifestò in tutta la sua ferocia, attraverso i massacri, le violenze e gli eccidi in massa di migliaia di persone. Neppure il Re Luigi XVI la regina Maria Antonietta e la principessa Elisabetta sorella del Re sfuggirono al patibolo, il Delfino, figlio di Lui­gi XVI, salutato dai monarchici come Luigi XVII, morì in carcere in circostanze misteriose che neppur oggi sono state definitivamente chiarite.

Le altre potenze rimasero sulle prime ad assistere, liete di vedere la Francia indebolita dai gravissimi avvenimenti, ma dovettero poi comprendere con maggior chiarezza come la rivoluzione minacciasse anche i loro stessi interessi e decidersi a combatterla. L'Italia dapprima non ebbe una parte determinante perché i paesi che in essa avevano sede nulla potevano fare contro la potenza francese, ma l'esercito sardo, guidato dall'eroico Re Vittorio Amedeo III, tentò di opporsi alleato alle potenze europee alla prepotenza francese imponendosi all'ammirazione di tutto il mondo civile per il suo eroismo e il suo disinteresse. L'armata del generale Bonaparte sconfisse i piemontesi imponendo quell'armistizio di Salasco per il quale Vittorio Amedeo III morì di dolore, vero martire dell'indipendenza italiana (1796).

I motivi per i quali i francesi invadevano l'Italia erano perfettamente delineati nel proclama di Napoleone Bonaparte ai suoi soldati:

"Io vi condurrò — egli scriveva — nelle più fertili pianure del mondo: città grandi, doviziose provincie verranno là in nostra mano." 

Erano ancora i barbari che varcavano le Alpi per abbandonarsi al saccheggio e alla rapina. Il piccolo inerme stato pontificio veniva aggredito e costretto ad una pace rovinosa a Tolentino, con l’impegno di cedere a Napoleone somme enormi e una parte considerevole dei patrimoni artistici conservati a Roma; ma non era tutto, successivamente Papa Pio VI veniva arrestato, deportato e fatto morire in esilio, mentre nello stato pontificio Si istallavano i francesi; i tentativi di ribellione popolare erano sanguinosamente repressi. Anche glialtri stati caddero, i Borboni di Napoli si rifugiarono in Sicilia, mentre  a Napoli Napoleone insediava prima il fratello Giuseppe e poi, passato questo a fare il re di Spagna, il proprio cognato Gioacchino Murat; i Savoia ripararono in Sardegna, mentre i domini di terra ferma erano aggregati alla Francia; i Lorena fuggivano da Firenze dove fu prima insediata la duchessa di Parma costretta a cedere i propri domini e dopo la relegazione di questa in un convento a Roma una sorella di Napoleone, Elisa Baciocchi. Il successore di Pio VI, Pio VII che era riuscito a tornare a Roma, fu prima costretto ad assistere all'incoronazione di Napoleone come imperatore dei francesi (1804) e successivamente anch'egli deportato mentre i cardinali erano dispersi o imprigionati in remote fortezze di confine. La repubblica italiana, fondata sotto la protezione francese nell'Italia settentrionale, veniva nel 1805 trasformata in regno per Napoleone che l'affidava al figliastro Eugenio di Beauharnais come viceré.

Quasi due decenni durò la dominazione napoleonica e sei furono le coalizioni che l'Europa fece per combatterlo. Alla fine, dopo aver inondato l'Europa di sangue ed aver seminato la strage dai deserti africani alle steppe russe, Napoleone veniva vinto e costretto ad abdicare il 4 aprile 1814. Gli fu concessa l'isola d'Elba come regno, ma egli tentò nuovamente di riprendere il potere in, Francia; nuovamente sconfitto a Waterloo nel 1815, fu relegato nell'isola di Sant'Elena nell'Atlantico, dove morì il 5 maggio 1821.

Un grande congresso si radunò a Vienna, per regolare tutta la situazione europea, riconoscendo l'Italia quale territorio d'influenza austriaca: il Lombardo Veneto fu il Regno creato per l'Imperatore d'Austria che divenne il principe più potente della penisola; gli altri stati furono: il granducato di Toscana, dove tornarono la figlia di questo e moglie di Napoleone. il ducato di Lucca concesso a Maria Luisa di Borbone già duchessa di Parma che avrebbe riavuto lo stato alla morte della ex imperatrice dei francesi, restituendo Lucca alla Toscana; il ducato di Modena a Francesco IV d'Austria Este; il Ducato di Massa e Carrara alla madre di questo, Maria Beatrice d’Este Cybo; il Papa riebbe lo stato Pontificio e Ferdinando IV di Borbone, Napoli e Sicilia, che da allora furono uniti iun unico dominio: il Regno delle due Sicilie; infine i Savoia rioccuparono i loro antichi stati accresciuti dal territorio della vecchia repubblica di Genova.

L’Europa era pacificata ed anche l’Italia sperava di godere un periodo di pace dopo la grande burrasca, ma nuovi eventi premevano.


sabato 16 novembre 2024

Saggi storici sulla tradizione monarchica - X


 

5). — LE DOMINAZIONI STRANIERE

Con la discesa di Carlo VIII inizia per l'Italia il periodo delle dominazioni straniere e dell'influenza delle nazioni europee sulle sorti della penisola. Carlo VIII re di Francia volle con la sua spedizione rivendicare i diritti angioini sul regno di Napoli e conquistato il territorio, ottenne da Alessandro VI papa, l'investitura del regno (1495) che però perdette non appena ebbe fatto ritorno in Francia, combattendo contro l'esercito dei principi italiani che tentarono di sbarrargli la strada. Il suo progetto di affermare la potenza francese in Italia fu però ripreso dal suo cugino e successore Luigi XII i cui piani furono di conquistare non solo il regno di Napoli, ma anche il ducato di Milano come erede dell'ultima dei Visconti, Valentina. Ai suoi tentativi, in parte riusciti, si oppose il Papa Giulio II che si pose a capo di una Lega santa insieme a Venezia e alla Spagna, e al grido di fuori i barbari inflisse ai francesi gravi sconfitte. La politica di questo papa, volta ad impedire la preponderanza francese, fu però origine di molte guerre che devastarono il suolo italiano, facendolo percorrere da soldatesche di tutti i paesi.

Tristi anni furono quelli che seguirono in cui l'Italia fu campo di battaglia fra Francesco I re d i Francia e Carlo V che dal nonno paterno, l'imperatore Massimiliano aveva ereditato la corona germanica e dalla madre, figlia di Ferdinando il Cattolico, il regno di Spagna. Nel 1527 la stessa Roma fu presa d'assalto ed espugnata dalle milizie imperiali e mentre il Papa Clemente VII alleato dei francesi restava chiuso in Castel Sant'Angelo, la città fu messa a sacco e sottoposta alle più atroci violenze, degne del confronto con quelle di Alarico e di Genserico nell'epoca delle dominazioni barbariche.

La pace di Cambrai, firmata nel 1529, fra francesi e austrospagnoli, sanzionava la rinuncia dei francesi ad ogni pretesa su Napoli, su Milano e su ogni altro territorio Italiano e segnava l’inizio della  preponderanza spagnola in Italia, mentre Francesco  II Sforza otteneva dall'imperatore l'investitura del Ducato di Milano e Cosimo del Medici quella della Toscana con il titolo di Duca, poi divenuto di Granduca. (1) Si verificava intanto un avvenimento religioso che ebbe ripercussione in tutto il mondo: la cosiddetta riforma protestante dava origine ad una nuova chiesa, quella luterana in ribellione all'autorità del Papa
sostenendo affermazioni teologiche contrarie all'ortodossia cattolica.

Alla nuova chiesa subito divisasi in molte sette aderirono gran parte dei principi minori della Germania e in seguito l'Inghilterra dove si formò una chiesa nazionale, detta appunto anglicana. La Chiesa Romana reagì energicamente attraverso la riforma cattolica, che ebbe la sua più alta espressione nel Concilio di Trento ove venne tracciata la configurazione disciplinare della Chiesa quale è oggi ancora in vigore.

Mentre le guerre di religione, fra protestanti e cattolici, insanguinavano l'Europa, l'Italia non ebbe guerre di religione e rimase ferma nell'ortodossia cattolica; dopo la pace di Cateau Cambrésis, che nel 1559 pose fine ad un ennesimo tentativo francese di infrangere il predominio spagnolo, essa fu ridotta a nove stati principali, oltre ai minori di poca o nessuna importanza; tali stati erano: il ducato di Milano, regno di Napoli con Sicilia e Sardegna e lo stato dei presidii (piccola terra fra il Lazio e la Toscana) tutti dipendenti dalla Monarchia spagnola, rappresentata da Filippo II figlio di Carlo V; la repubblica di Venezia, che estendeva i suoi dominii fino alla Dalmazia e alle isole di Cipro e di Creta (detta anche Candia); Genova con le due riviere e la Corsica; il marchesato di Monferrato e il ducato di Mantova sotto i Gonzaga; il ducato di Parma e Piacenza, che era stato staccato dai feudi della Chiesa e conferito ai discendenti di Papa Paolo III Farnese; il ducato di Ferrara, Modena e Reggio sotto gli Estensi; la Toscana soggetta, tranne la piccola repubblica di Lucca e lo stato dei Presidi, ai Medici Granduchi di Toscana; lo Stato pontificio e infine il ducato di Savoia, comprendente oltre questa regione, il territorio fra la Sesia e le Alpi.

Nuovo ruolo assunse in quell'epoca questo stato che iniziò allora una sua politica italiana. Fra i successori di Amedeo VIII, si distinse in maniera eccezionale Emanuele Filiberto che fu il secondo fondatore della grandezza della sua Casa; salito al trono nel 1553, mentre i suoi territori erano invasi da francesi e spagnoli, si mise a capo delle truppe della Spagna e riportò la grande vittoria di S. Quintino; con la pace di Cateau Cambrésis, riebbe il suo stato che egli restaurò abbellì, decorandolo di opere e di istituti di cultura, incrementando le scienze, le arti, le lettere, l'agricoltura e il commercio. Sotto Emanuele Filiberto lo stato posto a cavaliere fra l'Italia e Francia, divenne decisamente italiano in ogni sua espressione e sarà il figlio Carlo Emanuele I a vagheggiare una liberazione dell’Italia dagli stranieri e una riunione di Stati sotto il suo scettro. (2)

Il XVII secolo, che vide l'Europa immersa nella guerra dei trenta anni, durata dal 1618 al 1638, non mutò sostanzialmente la situazione italiana, ma consolidò ed ampliò la potenza sabauda che trasse van­taggi dalla lotta fra imperiali e francesi, alle volte drammatica e ric­ca di innumerevoli episodi, fra i quali l'assedio di Torino dove la reg­gente e madre del duca Carlo Emanuele II dovette, con l'aiuto fran­cese, difendersi dagli spagnuoli che appoggiavano una fazione detta dei principisti, dai due principi Tomaso e Maurizio di Savoia zii del Duca, che avrebbero voluto sostituire la cognata nel governo dello stato. (3)

Un po' di tranquillità tornò in Europa con la pace di Westfalia

(1648), anche se Francia e Austria continuarono a combattersi, ma le armi furono nuovamente riprese per la successione spagnola. Ancora una volta l'Italia fu campo di battaglia e la pace di Utrecht che se­gnò la fine della guerra nel 1714, fu anche il principio della supre­mazia austriaca nella penisola; venivano infatti attribuite all'Austria la Lombardia, la Sardegna, il regno di Napoli e Mantova. Vittorio Amedeo II, duca di Sardegna, otteneva il Monferrato e la Sicilia con il titolo di Re, ma fu poi costretto a cederla all'Austria in cambio della Sardegna, e Re di Sardegna da allora fu il titolo principale dei capi di Casa Savoia.

Un ennesimo mutamento territoriale subì l'Italia alla pace di Vienna nel 1738, dopo la guerra di successione polacca: la Lombardia e il ducato di Parma e Piacenza venivano assegnate all'Austria; il regno di Napoli con la Sicilia a Carlo di Borbone; la Toscana, in segui­to all'estinzione della dinastia medicea, passava ai duchi di Lorena. Nulla riceveva il Re Carlo Emanuele III di Sardegna che pure era sta­to valido alleato dei vincitori, ma dieci anni dopo la Pace di Aquisgra­na che pose fine all'ultima delle guerre di successione, quella austriaca gli riconobbe il possesso dei territori fra il Po e il Ticino e fra il Po e Voghera; il ducato di Parma e Piacenza passava dall'Austria a Don Filippo Farnese Borbone, fratello di Carlo III di Napoli e l'Europa godeva di quarant'anni di pace prima di una nuova terribile tempesta.


(1) La pace di Cambrai fu anche detta delle « due dame » perché negoziata da Margherita d'Austria zia di Carlo V e da Luisa di Savoia madre di Francesco I.

(2). Carlo Emanuele I fu, fra i principi sabaudi uno dei più compresi della sua missione di restauratore della nazione italiana; allorquando l'ambasciatore spagnolo gli intimò di restituire le terre del Monferrato, da lui conquistate, egli rispose strappandosi dal petto il collare del Toson d'oro, la massima onorificenza absburgica, e gettandola ai piedi dell'incauto ambasciatore. In punto di morte, non volle ricevere il Viatico a letto e, alzatosi vestito degli abiti ducali, esclamò: «Dio non voglia che accolga nel letto un tanto Re!». 

(3) L'assedio di Torino fu uno dei più singolari della storia consistendo in tre assedi concentrici  infatti le truppe della fazione dei principisti occupavano Torino assediando la cittadella ove si era rinchiusa madama reale Maria Cristina . Le truppe francesi giunte in aiuto di Madama Reale, assediavano ed erano a loro volta circondate da quelle spagnole che sostenevano i principisti.


lunedì 11 novembre 2024

Roma, visita al Museo Montemartini

 



Siete cortesemente invitati a un Nostro 

Incontro di Studio e di Ricerca

dedicato al Patrimonio Storico Italiano, 

con particolare attenzione alla Storia del Regno d'Italia.

 Invito MUSEO CENTRALE MONTEMARTINI
Il Museo si presenta in un luogo di sintesi eclettica

tra archeologia industriale e architettura neoclassica,
monumentalità e funzionalità.
Il percorso espositivo mette in luce il dialogo straordinario
tra macchina moderna e archeologia classica,
produttività e bellezza.
Incipit del Processo di Modernizzazione di Roma Capitale d’Italia.
DOMENICA  MATTINA   17  NOVEMBRE  2024  ORE 10
VIA  OSTIENSE  106  (Ingresso  Museo)  ROMA
GRATUITO CON CARTA MIC    
La puntualità è cosa gradita
   PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA
In ALLEGATO ulteriori informazioni e le modalità di partecipazione.
Cordialmente.
         Prof. Massimo Fulvio Finucci e D.ssa Clarissa Emilia Bafaro





domenica 10 novembre 2024

Saggi storici sulla tradizione monarchica - IX



4) — IL RINASCIMENTO

Il ritorno del Papato a Roma, avvenuto con Gregorio XI nel gennaio del 1378 anziché sanare definitivamente la situazione della Chiela la inasprì, provocando il grande scisma d'Occidente; infatti il dualismo fra francesi e italiani esistente nella curia, sboccò nella creazione di un antipapa Clemente VII contro i legittimo Pontefice Urbano VI e tale situazione si prolungò per molti anni attraverso una successione ininterrotta di papa e di antipapi, finché un concilio riunito a Costanza Pisa, deposti l’antipapap Benedetto XIII e l’antipapa Giovanni XXIII, ricevuta la rinuncia del Pontefice Gregorio XII procedette  all’elezione di Martino V della grande famiglia romana dei Colonna, che rientrò in Roma, riconosciuto da quasi tutta la Cattolicità, e dall'imperatore Sigismondo. (1417-18)

Enorme fu l'influenza esercitata da questo avvenimento sulla storia europea e particolarmente italiana; alle lotte fra i sostenitori delle due obbedienze, parteciparono i principi italiani e più di tutti la dissoluta Giovanna I di Napoli che, passando a terze e quarte nozze, tentava di

conservare il regno nonostante le sue nefandezze e i suoi delitti. Ma scomunicata da Urbano VI che offerse il regno a Carlo di Durazzo, principe ereditario d'Ungheria, fu da questi vinta e uccisa; Carlo III dovette per questa impresa tener testa al rivale Luigi d'Angiò che gli era stato contrapposto dall'antipapa Clemente VII e riuscì a vincerlo, ma tornato in Ungheria per prendere anche quella corona, fu assassinato lasciando erede del trono di Napoli il piccolo Ladislao. (1386)

Pieno sviluppo assumeva intanto l'ascesa della Casa di Savoia la cui potenza si veniva rafforzando; la dinastia aveva acquistato nuovo prestigio sotto Amedeo V il grande che aveva avuto parte principalissima negli avvenimenti della prima metà del XVI secolo, e sotto i successori Amedeo VI e Amedeo VII il « conte verde » e il « conte rosso» il primo dei quali portò la guerra in Oriente in difesa dell'imperatore bizantino Giovanni V Paleologo e fu il fondatore dello storico ordine del Collare, detto poi della SS. Annunziata (*).

Il figlio di Amedeo VII, Amedeo VIII, conquistò la contea di Ginevra e il Vercellese ed ottenne dall'imperatore Sigismondo nel 1416 il titolo di Duca che da allora decorò i sovrani sabaudi. Egli fu restauratore delle finanze dello Stato e sapiente amministratore, ma l'opera sua veramente grande fu la riforma generale giuridica attuata nel 1430 con la prormulgazione degli Statuti che durarono in vigore fino alla riforma dei codici di Carlo Alberto quattro secoli dopo. Dopo molti anni di regno si Riritirò nel castello di Ripaglia, dove fondò l'ordine di S. Maurizio,    intervenendo come mediatore e pacificatore nei più delicati problemi di politica europea e tanta fu la sua fama, che il cosiddetto concilio di Basilea,       che si era sottratto all'obbedienza al pontefice Eugenio IV, ben presto ne fece !l suo antipapa col nome di Felice V. Amedeo accettò, si accorse di detenere un potere non suo e dopo nove anni abdicò nelle mani del pontefice Nic­colò V, che lo creò Cardinale, e tornò nei suoi stati dove poco dopo, nel 1451, morì.

Con Amedeo VIII la Casa Sabauda divenne una delle dinastie più potenti della penisola, anche se maggior ruolo avevano ancora i Visconti e gli Angioni di Napoli; gli ultimi anni del XIV secolo e i primi, del XV registrano appunto un tentativo egemonico di Giangaleazzo Visconti primo Duca di Milano, l'ambizioso sogno del quale fu troncato nel 1402. Successivamente fu Ladislao re di Napoli che fallito il progetto di assicurarsi la corona ungherese tentò di estendere i propri domini nell'Italia centrale approfittando, della confusione generata dallo scisma, mentre la Sicilia dopo la morte dell'ultimo aragonese siciliano e le molte discordie dalla successione provocate, veniva riunita con l'Aragona, sotto lo scettro del Re Ferdinando.

Nel corso del XV secolo alcuni cambiamenti si verificarono nella penisola, mentre in Oriente l'antico impero cadeva definitivamente con l'ingresso dei turchi in Costantinopoli e con l'eroica morte in battaglia dell'ultimo imperatore, Costantino XII Paleologo (29 maggio 1453); i principati italiani spesso vennero in lotta fra loro, mentre a Milano gli Sforza sostituivano i Visconti e a Napoli, in seguito alla morte senza figli della regina Giovanna II, gli Aragonesi prendevano il posto degli Angioini.

Dopo la pace di Lodi fra i vari Stati italiani (1454), l'Italia godette di un quarantennio di pace che fu singolarmente propizio allo sviluppo della civiltà rinascimentale, che in Italia ebbe la sua culla. Gli aspetti principalissimi del Rinascimento si riassumono nella rivalutazione della personalità dell'uomo e dei valori dell'intelletto umano, di fronte ai valori della trascendenza e nel ritorno appassionato, nel campo dell'esegesi letteraria e delle arti figurative e filologiche, all'antichità classica, greca e romana. Le corti principesche furono i centri della cultura della rinascenza, e nel loro splendore fiorì questo aspetto della civiltà italiana.

 

Alla fine del secolo la configurazione politica dell’Italia presentava cinque grandi stati: Milano, Firenze in cui signoreggiavano i Medi con Cosimo il Vecchio e Lorenzo il Magnifico; lo Stato Pontificio; il Regno di Napoli, e la repubblica oligarchica di Venezia. Seguivano i ducati di Savoia e di Ferrara, la signoria di Piombino, le piccole repubbliche di Genova Siena e Lucca , e alcuni feudi minori imperiali o pontifici tra cui Urbino eretto in ducato dal Papa per i Montefeltro. Come si vede in un mosaico in cui vari interessi anche contrastanti entravano talvolta in dipendenza di interessi delle grandi monarchie straniere; però già si cominciava a parlare di Italia e le menti  profonde dei grandi politici da Macchiavelli a Guicciardini, cominciavano a elaborare il concetto dell’Unità per la penisola, cercando intorno i principi capaci di realizzare un progetto che molti avevano accarezzato, ma che nessuno era stato capace di portare a compimento.

 

(*) Il Conte Verde fu singolare figura di cavaliere e di signore dell'epoca sua: campione della cavalleria, secondo l'uso del tempo fondò l'ordine «della collana o del collare» trasformato poi nell'ordine supremo della SS. Annunziata, composto di quindici cavalieri, in memoria dei misteri del Rosario, che ebbero il grado di cugini del Sovrano. Attualmente i cavalieri dell'ordine possono essere ventuno, non contando nel. numero il Sovrano, i principi della Casa Reale, gli ecclesiastici e gli stranieri.


Elena di Savoia: la Regina dei dimenticati




 

Milano 14 Novembre 2024
Con Luciano Regolo e Silvia Stucchi 

Per oltre 20 anni Luciano Regolo ha condotto ricerche su Casa Savoia e ora riporta in libreria, interamente rivista e arricchita, la biografia della Regina Elena. Il libro contiene numerosi inediti e si fonda su fonti di prima mano, consultate col permesso della famiglia reale, come un epistolario di Elena, autografi di Vittorio Emanuele III, l’Archivio Olivieri, segretario della Regina, e l’Archivio Jaccarino, le testimonianze di Nicola Romanoff e di Simeone di Bulgaria. Ne risulta un ritratto particolareggiato della seconda sovrana d’Italia, di cui si sottolinea l’anima montenegrina. Dall’infanzia a Cettigne nel calore della famiglia Petrovich Njegosh alla giovinezza a Pietroburgo dove fu corteggiata dal futuro presidente della Finlandia Mannerheim e candidata alle nozze con lo zar Nicola II. L’incontro con Vittorio Emanuele avvenne a Venezia nel 1895 e tra i due si instaurò un’intesa fra le più riuscite nella storia delle dinastie reali europee. Aneddoti brillanti, nuove rivelazioni sulla vita privata e pubblica, le passioni per la musica, la poesia, la medicina, ma anche la cucina, la pesca e la fotografia, l’infaticabile impegno nel sociale e il sostegno allo sviluppo della sanità ci restituiscono l’immagine di una donna vitale, intelligente e curiosa, madre e regina consapevole e premurosa. Ma rivivono in queste pagine anche i rapporti con i protagonisti di un’epoca: Mussolini, Hitler, o don Orione e il futuro papa Giovanni XXIII. L’autore danza magistralmente tra vita pubblica e il dietro le quinte confermandosi giornalista e ricercatore caparbio col rigore dello storico e la freschezza del narratore. 

Edizioni Ares

Book city Milano 11-
17 Novembre2024

Al Castello di Vinovo una mostra sulla Regina Elena e la principessa Mafalda

 



Sabato 9 novembre l’Associazione Amici del Castello, in collaborazione con il Comune di Vinovo, presenta la mostra “Regina Elena e Principessa Mafalda” al Castello della Rovere. La mostra sarà aperta tutti i sabati e le domeniche con orario 10-12 e 14:30-19 fino al 1 dicembre.

Questo sabato appuntamento al Castello della Rovere di Vinovo per la presentazione della nuova mostra dedicata alla Regina Elena e alla sua secondogenita Principessa Reale Mafalda di Savoia.

Il progetto espositivo, promosso dall’Associazione Amici del Castello con la collaborazione del Comune di Vinovo, è a cura dell’Associazione Internazionale Regina Elena Odv con il Coordinamento Sabaudo.

Durante l’inaugurazione di sabato 9 novembre, ore 10, sarà presente anche il dottor Luciano Regolo, Condirettore dei settimanali della San Paolo Periodici “Famiglia Cristiana” e “Maria con te”, nonché Presidente del Comitato per la beatificazione della Regina Elena. Per l’occasione presenterà il suo libro “La Regina Elena. Una vita all’insegna dell’amore”, pubblicato nel maggio di quest’anno da Edizioni Ares.

L’esposizione, allestita al piano nobile del Castello, permetterà al pubblico di ammirare oggetti unici che provengono dalla collezione del Cav. Pierangelo Calvo, Vice Presidente dell’Associazione Internazionale Regina Elena Odv, e da collezionisti privati, tra i quali Luigi Corino, fondatore del Museo Fotografico di Isola d’Asti, che presenterà numerosi strumenti ottici ottocenteschi e preziose macchine fotografiche d’epoca, e il Museo della Cartolina di Busca.

[...]
Fonte: Il Carmagnolese

venerdì 11 ottobre 2024

“La Granda”, un’eccezione monarchica

 


Al voto in affanno

 

Al referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946 la monarchia prevalse nettamente nell’Italia meridionale, nelle isole e nel Lazio mentre la repubblica vinse con ampio vantaggio in Toscana, Umbria, Marche, Emilia e nell’Italia settentrionale. Per una riflessione pacata su quei risultati occorre partire dal suo panorama generale. Il primo repertorio ufficiale dei voti espressi al referendum monarchia/repubblica e nell’elezione dell’Assemblea Costituente venne pubblicato quasi due anni dopo, in vista delle elezioni politiche del 17-18 aprile 1948, quando tanti malumori per l’esito del referendum, palesemente manipolato, erano stati sopiti o, se si preferisce, repressi.

 

Secondo i computi più attendibili, che fanno perno sui dati demografici del 1938, gli aventi diritto al voto nella consultazione del giugno 1946 erano circa 28.000.000. Alle urne andarono in 25.000 000. Tre milioni di elettori non poterono votare per diversi motivi. Gli abitanti dell’intera XII Circoscrizione elettorale (Venezia Giulia, Istria, Fiume, Zara…) e quelli dell’Alto Adige (o Sud Tirolo, come dicevano gli austriacanti) furono esclusi dalle urne perché quelle terre erano “inquiete”, ovvero “sub judice” sino al Trattato di pace che il 10 febbraio 1947 fu dettato all’Italia in Parigi dalle 18 Potenze vincitrici. Il Decreto legge luogotenenziale (Dll), voluto dal governo presieduto da Alcide De Gasperi e firmato da Umberto di Savoia, principe di Piemonte, Luogotenente di Vittorio Emanuele III dal 5 giugno 1944, promise che gli elettori esclusi sarebbero stati consultati più tardi, il che non avvenne mai più: un brutto vulnus, che cozza con l’art. 139 della Carta.

 

Un cospicuo numero di cittadini furono interdetti perché fautori conclamati del passato regime, che, come noto, era stato approvato dagli elettori nel 1924, 1929, 1934 e che nel 1939 aveva persino fatto a meno del voto. Gli bastavano le piazze piene di italiani plaudenti, come ricorda Ugoberto Alfassio Grimaldi in “10 giugno 1940. Il giorno della follia” (Laterza). La Costituzione repubblicana, in vigore dal 1° gennaio 1948, vietò la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del partito fascista e l’esclusione dal voto dei “capi responsabili del regime fascista” per non più di un quinquennio dall’entrata in vigore della Carta costituzionale. Ma il regime non era stato solo di gerarchi. Fu una spugna che si imbevve e rilasciò, dai cacumini ai sottoscala.

 

Nel 1946 il voto fu negato non solo su indicazione politica. Nel caos ancora dilagante negli uffici comunali – soprattutto nelle regioni settentrionali, dove i regimi si erano alternati convulsamente: Regno d’Italia, Repubblica sociale italiana, ritorno del Regno in regime di costituzione provvisoria in forza del Dll 25 giugno 1944, n. 151 che rimise ai cittadini la scelta della forma dello Stato – un numero di elettori imprecisato ma sicuramente alto non ricevette il certificato elettorale per motivi burocratici mentre altri ne ebbero due. Le tessere elettorali di Vittorio Emanuele e della Regina Elena, partiti dall’Italia il 9 maggio per l’abdicazione del re, vennero recapitate al Quirinale, a conferma che non erano “esuli”, privati dei diritti politici, ma cittadini di pieno diritto. Vittorio Emanuele lo rimase sino alla morte, il 28 dicembre 1947, quattro giorni prima che la Costituzione, entrata il vigore il 1° gennaio 1948, vietasse loro rientro e soggiorno in Italia, come avvenne per Umberto II, la Regina Maria José e il loro figlio Vittorio Emanuele, alla nascita creato dal nonno principe di Napoli. Molti di quanti non ricevettero la tessera elettorale non si premurarono di chiederla nel timore di vedersela negare per motivi politici, con tutte le possibili conseguenze pubbliche e private; altri perché, per cause belliche o d’altra natura, erano irreperibili.

 

Infine non poterono votare le centinaia di migliaia di militari italiani ancora prigionieri di guerra degli inglesi in Sud Africa, India e altrove, degli Usa in America e di altri nemici: greci, jugoslavi e soprattutto dei russi, che li restituirono con il contagocce, protraendo l’agonia dell’attesa in quanti continuavano a sperare rimanessero vivi. I generali Emilio Battisti della “Cuneense”, Umberto Ricagno della “Julia” ed Etelvoldo Pascolini della “Piacenza” vennero trattenuti dall’Unione Sovietica di Stalin sino al 1950 come “criminali di guerra”.

 

Una corposa documentazione sulla Corte Suprema di Cassazione, contenente carte sullo svolgimento del referendum, consultata da chi scrive con la guida del suo Sovrintendente Aldo G. Ricci, mette in luce che a una miriade di persone (soprattutto ecclesiastici in servizio presso case di cura) fu impedito di votare con i pretesti più astrusi, così asfissiando il voto sicuramente monarchico.

 

 

 

Votanti e voti validi: l’“unicum” negativo del 1946

 

Comunque, nella seconda e ultima adunanza, convocata il 18 giugno 1946, la Suprema Corte confermò, con piccole modifiche, i risultati già prospettati nella seduta precedente (10 giugno). La repubblica ottenne circa 12.700.000 suffragi, mentre la monarchia si fermò a poco più di 10.700.000. Nell’insieme i voti per l’una o altra forma di Stato sommarono a 23.400.000: 1.600.000 in meno dei votanti. Quei voti mancanti comprendevano schede bianche, nulle, annullate o contestate, che vennero conteggiate solo dopo il 10 giugno, su richiesta del presidente della Corte, Giuseppe Pagano. Prima nessuno si era premurato di computarli analiticamente. Il riepilogo dei voti delle circoscrizioni elettorali venne scritto a penna sul retro di fogli stampati (la carta non andava sprecata), ripartiti grossolanamente su due colonne sormontate da una “R” da una “M”, scritte a penna, sotto le quali furono annotati e sommati solo i voti validi riportati dalle due opzioni. Il computo dei voti non validi avvenne nei giorni 13-17 giugno sulla base dei verbali estratti dai sacchi inviati all’Ufficio Elettorale Centrale dagli Uffici Elettorali Circoscrizionali. Una massa di impiegati lo effettuò con calcolatrici. I dati furono stampati su rotoli sbiaditi tuttora conservati nel citato fondo dell’Archivio Centrale dello Stato. Le somme degli esiti parziali vennero fatte via via a matita sulle strisciate, quando capitava. Da un primo riscontro balza “ictu oculi” che spesso “i conti non tornano”. Ma ormai poco importa. Un voluminoso brogliaccio evidenzia che alla vigilia della proclamazione dei risultati mancavano quelli veramente definitivi di migliaia di seggi.

 

Ma dalle 16 del 13 giugno Umberto II aveva lasciato il suolo patrio alla volta del Portogallo. Partì da Re, senza conoscere l’esito del referendum, che fu reso noto solo alle ore 18 del 18 giugno, quando venne comunicato dalla Cassazione, il cui presidente, Pagano, lo lesse senza però procedere alla “proclamazione” della repubblica, perché non era prevista. Essa “nacque”, dunque, solo per effetto del Dll che aveva regolato la votazione referendaria. Di seguito, Pagano rifiutò di accompagnare il democristiano Alcide De Gasperi al Quirinale, perché disgustato dal “colpo di stato contro la lingua italiana” perpetrato a maggioranza dalla Suprema Corte. Infatti questa un’ora prima dell’apertura dell’adunanza conclusiva con dodici voti contro sei (fra i quali il suo) aveva deciso che per “votante” s’intende solo il “voto valido” anziché, come sostenuto dal procuratore generale della Corte, Massimo Pilotti, magistrato integerrimo, il voto espresso da chi si reca al seggio, ritira la scheda, si reca in cabina, ne esce e la riconsegna: votata, annullata, bianca o poi dichiarata nulla dagli scrutatori. Che per votante si intende chi va a votare, non solo i voti validi, è l’interpretazione adottata in tutte le elezioni politiche e amministrative dal 1948 in poi, così come era avvenuto nel regno di Sardegna e in quello d’Italia dal 1848 al fatale referendum del 1946, che costituisce dunque un “unicum” negativo nella storia elettorale italiana.

 

 

 

Ma quando nacque la repubblica italiana?

 

Il 19 giugno 1946 uscì il primo numero della “Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana”. La quale Repubblica, invero, era già stata proclamata e festeggiata varie volte nei giorni precedenti. La prima fu nella notte tra il 10 e martedì 11, quando nel corso di un affannoso consiglio dei Ministri il socialista Pietro Nenni ne propose l’immediata instaurazione e fece proclamare festivo il giorno medesimo. Non se ne fece niente. La pressione per la svolta crebbe però di ora in ora. Per saperne di più basta leggere l’edizione critica dei Verbali del Consiglio dei Ministri curata da Aldo G. Ricci: un’opera poderosa e assai più interessante dei “romanzetti storici” sempre più dilaganti, perché le fiabe hanno la meglio sulla verità storica documentata sulla base degli archivi.

 

Le posizioni erano chiare, nette e inconciliabili. Da un canto il governo aveva fretta di rompere gli indugi e voltare pagina. Con sorpresa degli osservatori esteri, malgrado i toni della campagna elettorale, spesso esasperati, violenti e persino volgari (contro il re si scagliò anche un generale che non merita menzione), le votazioni del 2-3 giugno si erano svolte in un clima complessivamente sereno. Anche i primi giorni degli scrutini non avevano dato adito a manifestazioni pro o contro uno o l’altro contendente. Poi, però, il clima iniziò a surriscaldarsi. Numerosi ricorsi chiesero la nullità radicale del referendum. Tra i molti due prevalsero. Uno, presentato dall’on. Enzo Selvaggi, chiese il chiarimento del conflitto formale e sostanziale tra “votanti” e “voti validi”. La questione era già stata posta al presidente del Consiglio De Gasperi, da Selvaggi e dal presidente del Partito liberale italiano, Giovanni Cassandro, “maestro di color che sanno”. “Fondare” la vittoria dell’una o altra opzione sui soli voti validi comportava di conferirla a una minoranza. Il vincitore doveva mostrare di avere il consenso almeno della metà più uno dei votanti, il cui numero doveva essere correttamente computato e comunicato dal ministero dell’Interno. Il suo titolare, Giuseppe Romita, era dichiaratamente repubblicano e, come scrisse nelle memorie, si era proposto da sempre la demolizione della monarchia sabauda. Un secondo rilevante ricorso, propugnato dal liberale Edgardo (Eddy) Sogno, valoroso comandante partigiano, chiedeva la nullità del referendum per l’esclusione dal voto della XII Circoscrizione elettorale. Ora dopo ora la tensione crebbe. In un colloquio con il generale Adolfo Infante, aiutante di campo di Umberto II, il pacioso contrammiraglio americano Ellery Stone disse che la Commissione Alleata in Italia, di cui era Capo, non intendeva intromettersi nella questione monarchia/repubblica: un “affare interno” dell’Italia ed egli doveva preoccuparsi dell’opinione pubblica del suo paese (filo-repubblicana). Aggiunse che i monarchici, se ritenevano di averne, dovevano far valere i loro diritti “con le loro mani”. Alla “far west”, insomma, anziché in punto di diritto. Quali rischi questa linea comportasse si vide a Napoli ove una dimostrazione popolare di monarchici inermi contro la sede del Partito comunista italiano fu bersagliata da colpi d’arma da fuoco, sia degli “assediati”, sia di forze dell’ordine, che in via Medina causarono morti e feriti. La situazione stava divenendo incandescente.

 

La posizione del Re era e rimase limpida. Il 5 giugno fece partire di fretta la Regina e i figli dal Quirinale per Napoli. L’indomani la sua famiglia si imbarcò sul “Duca degli Abruzzi” di rientro da Alessandria d’Egitto, ove aveva recato Vittorio Emanuele III, ormai “conte di Pollenzo”, con la consorte Elena, e salpò alla volta del Portogallo. Il sovrano però era determinato ad attendere la conclusione formale del referendum: la pronuncia della Corte Suprema di Cassazione, come previsto dalla legge istitutiva del referendum. Garante della legalità il Re non poteva e non voleva sottrarsi alla legge ma, al tempo stesso, chiedeva al governo di rispettarla. Come sopra accennato, l’adunanza del 10 giugno non fu concludente perché risultavano mancanti i verbali di circa 150 seggi. Un’inezia, secondo  molti esagitati. Ma la legge non ammette scorciatoie, soprattutto quando sia in campo niente meno che la forma dello Stato. Dopotutto, proprio perché forti del risultato provvisorio, nettamente favorevole, i repubblicani non avevano motivo di violare la legge con misure affrettate.

 

Invece proprio la fretta fu cattiva consigliera. Alle 0:30 del 13 giugno, con il voto contrario del solo Leone Cattani, il consiglio dei ministri conferì al presidente De Gasperi, democristiano, l’esercizio delle funzioni di Capo dello Stato. De Gasperi le accettò e suggellò a quel modo un greve “patto” con gli alleati di governo che precipitava verso una soluzione forzatamente traumatica. L’Italia si trovò con due capi di Stato, inevitabilmente contrapposti: un contrasto potenzialmente esplosivo poiché i militari avevano giurato fedeltà al Re. Che cosa fare? Informato che gli anglo-americani non ne garantivano l’incolumità fisica, vagliate varie opzioni (sciogliere il governo e nominarne un altro, arroccarsi nel Quirinale, lasciare Roma per una città nettamente monarchica), Umberto II decise di lasciare l’Italia e protestare contro il “colpo di Stato”, ridimensionato a “gesto rivoluzionario” nel Proclama lanciato agli italiani dopo la partenza da Ciampino alle 16 del 13 giugno. De Gasperi replicò con una prolissa dichiarazione polemica poco apprezzata anche Oltre Tevere.

 

All’arrivo in Portogallo il Re scrisse a Falcone Lucifero, ministro della Real Casa, di essere rimasto vittima di un “truc”, un misto di fascinazione e imbroglio. A cospetto della sua condotta pacata, gli era stata fatta intravvedere una soluzione conciliativa. Invece i costituenti si preparavano a rubricare e a combattere i monarchici come nemici dell’ordine dello Stato he essi stessi avevano fondato. Non solo. Era stato Vittorio Emanuele III a revocare Mussolini e ad approvare la resa che nel settembre 1943 aveva salvaguardato il riconoscimento dell’integrità territoriale dell’Italia, riconosciuta co-belligerante delle Nazioni Unite dalla dichiarazione di guerra alla Germania del 13 ottobre. Di quei meriti indiscutibili non si volle tenere alcun conto, come poi venne calato un velo di silenzio sul concorso dei monarchici alla guerra di liberazione, con il Fronte monarchico clandestino dell’eroico Giuseppe Cordero di Montezemolo, con le tante formazioni partigiane dichiaratamente monarchiche e con il generale Raffaele Cadorna al comando del Corpo Volontari della Libertà.

 

Molti nodi rimasero ingarbugliati malgrado i colpi di mano politici. Lo conferma il Comunicato della Presidenza del Consiglio dei Ministri sull’insediamento del Capo Provvisorio dello Stato pubblicato dalla “Gazzetta Ufficiale” del 1° luglio 1946: «Oggi alle ore 13 in un sala di Montecitorio [non al Quirinale, NdA] ha avuto luogo l’insediamento del Capo Provvisorio dello Stato On. Enrico De Nicola, al quale l’On. De Gasperi ha trasmesso i poteri di Presidente della Repubblica, da lui esercitati, nella sua qualità di presidente del Consiglio dal giorno dell’annuncio dei risultati definitivi del referendum istituzionale» (corsivo dell’Autore). Ma non li aveva assunti il 13 giugno? Chi li aveva esercitati fra il 13 e il 19 di quel mese? Tante cose andavano dimenticate in quei giorni e tante altre andavano sepolte nell’oblio. Enrico De Nicola era presidente della Camera all’insediamento del governo Mussolini, il 31 ottobre 1922, e non aveva battuto ciglio quando, nel suo primo intervento da presidente del Consiglio, il duce aveva detto che avrebbe potuto trasformarla in un bivacco per i manipoli delle camicie nere. Nella stessa seduta De Gasperi aveva pronunciato il voto del Partito popolare italiano a favore del governo Mussolini, nel quale sedeva con ministri e sottosegretari, come Giovanni Gronchi, futuro presidente della Repubblica.

 

 

 

Un’Italia divisa in due, ma con qualche eccezione

 

Al referendum istituzionale i voti validi per la repubblica furono il 39,1% in Sardegna, 35,3% in Sicilia, 32,6% nell’Italia meridionale, 63,5% in quella Centrale e 64,5% nella Settentrionale, ove la monarchia ebbe appena il 35,2% dei consensi, mentre ottenne il 36,2% nella Centrale, il 67,2% nella Meridionale, il 64,7% in Sicilia e il 60,9% in Sardegna. Ma non tutte le regioni dell’Italia centro-settentrionale furono compattamente repubblicane. Nel Lazio la monarchia prevalse nelle province di Roma, Rieti e Frosinone, la terra che aveva sofferto gli orrori delle truppe marocchine. Nella Capitale la repubblica ottenne appena il 46,2% dei voti validi. Tra i capoluoghi di provincia Roma si collocò al sessantesimo per simpatie repubblicane. Dopo averne viste tante nei secoli, preferiva l’“usato sicuro”.

 

Nell’Italia settentrionale a favore della monarchia si schierarono le province di Cuneo, Asti, Bergamo e Padova, nei cui capoluoghi, per altro, vinse la repubblica (56,1% ad Asti, 54% a Cuneo, 52,6% a Bergamo e 51,7% a Padova). Ma a prevalere, in quelle terre del Nord, fu la “provincia profonda”, nettamente distinta dalle altre delle medesime regioni. Erano una retrograda Vandea o una civiltà del buon tempo antico? Mentre ad Asti la monarchia si attestò appena oltre la soglia del 50%, nella “Granda” essa ottenne il 54,2% dei voti validi.

 

Il Cuneese è noto sia come seconda culla dei Savoia, sia come “capitale della Resistenza”. È un’“eccezione” che merita di essere approfondita, perché è anche un osservatorio per capire una terra di frontiera e cerniera d’Europa. Ne parleremo ancora.


Fonte

“La Granda”, un’eccezione monarchica - Civico20 (civico20-news.it)