NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 9 marzo 2019

Luci ed ombre della Vittoria


Testo della conferenza tenuta dal Presidente Giglio per il circolo Rex il 27 Gennaio

Le luci.

Tutti conoscono o dovrebbero conoscere il Bollettino della Vittoria, del 4 novembre 1918, firmato Diaz, dove si ricorda “l’alta guida” del Re Vittorio Emanuele III,” Duce Supremo”, concludendo con la frase dell’esercito austro-ungarico,”uno dei più potenti esercito del mondo”, che risaliva “ in disordine e senza speranza le valli che aveva disceso con orgogliosa sicurezza“. Il bollettino aggiunge e precisa altri elementi storici ed è su questi che vorrei soffermarmi e particolarmente sulla elencazione delle forze in campo dalle due parti.Il numero delle 51 divisioni italiane, contro le 73 avversarie, dimostra che lo sforzo fu sostenuto quasi totalmente dalle nostre truppe, in quanto le divisioni alleate, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, erano, salvo alcuni reggimenti, in una posizione di riserva, come lo erano state anche in precedenza, dopo Caporetto, quando furono fatte affluire sul fronte italiano, ma sia la battaglia d’arresto del novembre-dicembre 1917 e così pure quella del “Solstizio” del giugno 1918, che si concluse con il fallimento dell’offensiva austro-tedesca, prodromica alla nostra offensiva finale del 24 ottobre 1918,furono sostenute e vinte dal nostro esercito. 

La data di inizio della battaglia finale, era poi particolarmente significativa, perché era lo stesso giorno, che un anno prima, aveva visto l’inizio dell’offensiva nemica che aveva portato alla nostra sconfitta ed alla ritirata sul Piave. Quindi se vi era stato un contributo degli alleati va a nostra volta ricordato che il Regno d’Italia contraccambiò con l’invio in Francia nel 1918,( dove già operavano con ruolo ausiliario, non combattenti, dal gennaio 1918, ben 60.000 nostri soldati, denominati “Truppe Ausiliari in Francia- T.A.I.F-. ”), di un Corpo d’Armata, composto da due divisioni,comandato dal generale Albricci, che ebbe un ruolo importante nella difesa vittoriosa del fronte francese in occasione dell’ultima spallata tedesca del giugno 1918 a Bligny e poi nell’offensiva alleata dell’ottobre riconquistando l’importante posizione dello Chemin des Dames, spingendosi fino alla Mosa. pagando un pesante contributo di caduti, (5.000 ), testimoniato dal grande Cimitero Militare Italiano, sulla collina di Bligny, che impressiona per la sua grandezza, e ricevendo riconoscimenti dai comandati francesi Foch e Petain e dallo stesso Presidente Poincarè..
Quindi la nostra vittoriosa offensiva che dal Grappa, al Montello ed al Piave ci portò, a Trento e Trieste, impropriamente chiamata di Vittorio Veneto, fu merito esclusivo dei nostri soldati che dovettero superare una accanita resistenza nei primi giorni in quanto l’esercito austriaco, non era affatto in dissoluzione,( la dissoluzione dell’Impero era a Vienna), per cui si battè con valore degno del suo passato. A chi, sedicente storico, oggi parla di una battaglia “per modo di dire”, addirittura una “non battaglia”, stanno a smentirlo le migliaia di morti da entrambe le parti e le decine di migliaia di feriti. E sempre in merito al valore degli austriaci è da ricordare l’ordine del giorno che il 26 ottobre,emanava alle sue truppe il feldmaresciallo austriaco Boroevic: “Esprimo alle truppe uno speciale riconoscimento ed il mio cordiale ringraziamento, con la sicurezza che esse potranno persuadere il nemico, che il suo sangue è sparso invano”.
Vittoria quindi italiana e l’armistizio di Villa Giusti, del 4 novembre, portava fatalmente a quello che dovette frettolosamente concludere l’Impero Germanico, il successivo 11, in quanto ormai le nostre truppe vittoriose avrebbero potuto attraversare l’Austria e piombare nel territorio germanico praticamente indifeso. E va anche sottolineato che l’Austria chiese l’armistizio indipendentemente, e non comunicandolo all’alleato germanico senza che lo stesso l’abbia mai accusata di tradimento !Come pure, in precedenza, il giovane Imperatore Carlo I, succeduto nel novembre del 1916, a Francesco Giuseppe, aveva intrapreso autonomamente la strada di una trattativa di pace separata. E come prima ho ricordato il nostro corpo d’armata in Francia, è bene ricordare che altre nostre truppe, della forza di oltre cinquantamila uomini, inquadrati in più divisioni, prendevano parte alle operazioni militari nei settori di guerra della Albania e della Macedonia, insieme con le truppe alleate, per cui un nostro reggimento, ad esempio, entrò vittorioso a Costantinopoli, il 30 ottobre 1918. Queste precisazioni sono necessarie perché anche all’epoca si cercò di sminuire l’importanza del nostro intervento nella guerra, ed oggi, in questo periodo in cui si ricorda il centenario della grande Guerra, in ponderosi testi di autori stranieri, viene egualmente trascurato o sottovalutato, nel quadro generale del conflitto il peso determinante avuto, invece, dal Regno d’Italia sul suo esito vittorioso. E quindi, per rispetto della verità storica e non per un ritorno di sterile nazionalismo, è doveroso ricordare l’andamento del conflitto, ed il ruolo importante avuto dell’Italia, anche per respingere le consuete accuse di tradimento, opportunismo, nonché di incapacità, impreparazione e simili.
Sull’accusa di tradimento la risposta è semplice e precisa: la Triplice Alleanza con gli Imperi Germanico ed Austro-Ungarico era una alleanza esclusivamente difensiva. La sua applicazione sarebbe scattata se una delle tre nazioni fosse stata attaccata da altri, mentre in questo caso fu l’Austria- Ungheria a dichiarare guerra al Regno di Serbia, non avendo lo stesso accettato integralmente l’ultimatum inviatogli. Inoltre il Regno d’Italia non fu informato di questa iniziativa, né fu richiesto il suo consenso, mentre nell’anno precedente, 1913, quando egualmente l’Austria voleva attaccare la Serbia, la sua richiesta al nostro governo, lo ricordò Giolitti, allora Presidente del Consiglio, ricevette risposta decisamente contraria, il che, all’epoca, evitò una guerra, che non aveva motivazione alcuna. Nel luglio 1914 l’Austria ebbe il “placet” dal solo Impero Germanico ed imboccò così la strada senza ritorno del conflitto, non valutando il rischio dell’espansione dello stesso, dimenticando che l’Impero Russo, da decenni aveva assunto il ruolo di difensore e patrono degli ortodossi slavi di cui i serbi rappresentavano il nucleo più importante insieme con i montenegrini. A tale proposito possiamo ricordare il comportamento amichevole, quasi paterno, dello Zar, con la Casa Reale Montenegrina, accogliendo nel prestigioso collegio Smolny, a San Pietroburgo, per una educazione aristocratica, le figlie del Re Nicola, fra cui Elena, che sarebbe divenuta prima principessa ereditaria e poi nostra Regina. Perciò nessun tradimento fu la dichiarazione iniziale di neutralità da parte del nostro governo ed anche successivamente, falliti tutti i tentativi diplomatici di addivenire, a norma dell’articolo 7 del trattato di alleanza, ad una compensazione territoriale, con la pacifica acquisizione di quei territori abitati da italiani, fu pienamente legittimo il nostro rivolgersi alle potenze della cosiddetta “Intesa” che erano scese in guerra contro Austria e Germania, per ottenere, questa volta con le armi, quello che non avevamo ottenuto diplomaticamente. Cioè raggiungendo i confini storici e geografici dell’Italia, che gli irredenti chiedevano fin dal 1866, quando Garibaldi, vittorioso sugli austriaci a Bezzecca, fu fermato sulla strada di Trento, da un telegramma, al quale rispose con il famoso “Obbedisco”. Salandra, capo del Governo, dal 1914, succeduto a Giolitti che lo aveva indicato al Re quale suo successore, parlò di “sacro egoismo”, Bismarck avrebbe più cinicamente detto che i trattati erano ”chiffon de papier “ !
 E l’accusa di opportunismo di esserci schierati dalla parte vincente? Ora nell’aprile del 1915 le sorti della guerra non erano affatto favorevoli alle potenze dell’Intesa, Regno Unito, Francia e Russia, e la Francia doveva già ringraziare la nostra neutralità che le aveva consentito di sguarnire la frontiera alpina e spostare le truppe sul fronte dove i tedeschi avevano conquistato importanti posizioni, giungendo a poche decine di chilometri da Parigi, attestandosi sulla famosa Marna. Quanto poi al fronte orientale i tedeschi avevano respinto l’esercito russo, battendolo nella celebre battaglia dei Laghi Masuri e nel 1915, nella battaglia di Gorlice iniziata ai primi di maggio avevano ottenuto un’altra clamorosa vittoria, tale da spingere la Zar ad esonerare dal Comando Supremo, il cugino granduca Nicola. Quindi la discesa in campo dell’Italia distogliendo importanti contingenti di truppe austro-ungariche dal fronte russo, che fino ad allora era stato,insieme con quello serbo il loro fronte di guerra, faceva rifiatare l’esercito zarista. Ed anche se i nostri progressi territoriali, fino alla triste data del 24 ottobre 1917, furono scarsi e pagati ad un prezzo altissimo di sangue, questa nostra presenza nel conflitto, a fianco dell’Intesa, fu, ad esempio,determinante nel salvataggio dei resti dello sconfitto esercito serbo, che, insieme con il vecchio Re, Pietro I, Karageorgevich, avevano effettuato una delle ritirate più drammatiche della storia, in pieno inverno, con neve e gelo,dal dicembre 1915 al gennaio 1916, trasbordando con le nostre navi, attraverso l’Adriatico ben 113.000 fuggiaschi.Operazione imponente di cui al momento i serbi ci furono grati, ( il Re Pietro fu poi anche ospite del nostro Sovrano),salvo poi minimizzarla anni dopo e dimenticandola quando,alla fine dell’ottobre 1918, cercarono di impadronirsi della flotta austriaca donata loro, ignobilmente, dall’agonizzante impero austro-ungarico, evento sul quale ritorneremo. Quindi nessuno opportunismo nella nostra scelta che, ripetiamo giovò alle potenze dell’Intesa, che fino all’ottobre del 1917 non ci dettero alcuno aiuto. Scelta inoltre che propiziò anche quella successiva ed analoga della Romania a favore dell’Intesa e contro gli Imperi Centrali.
 Sempre per sminuire la legittimità della nostra decisione e la spontaneità della spinta dei giovani a favore dell’ l’intervento, che pagarono in gran numero con il loro sangue, i fautori del neutralismo hanno cercato di accreditare leggende sugli interventisti che eliminano i “triplicisti”, che sarebbero stati i più lungimiranti, come nelle fantasie riguardanti un personaggio estremamente importante, il generale Pollio, Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito, morto per malattia ai primi di luglio del 1914.Si dice da questi sedicenti storici essere stato, il Pollio, ucciso perché “triplicista”, come se ai primi di luglio qualcuno già sapesse che alla fine del mese sarebbe scoppiata la guerra e che l’Italia non vi doveva partecipare a fianco dell’Austria. Qui è bene chiarire un punto basilare: nel Regno d’Italia i militari non facevano “politica”, ma da corretti e fedeli servitori dello Stato erano doverosamente allineati a quella che era la politica governativa, per cui se l’Italia era alleata degli imperi austriaco e germanico un militare doveva tenere rapporti corretti, se non amicali, con i colleghi austriaci e tedeschi, e questo era stato l’atteggiamento di Pollio. Cosa poi pensasse nel suo intimo non lo sappiamo, ma è stato trovato, già decenni or sono un suo appunto manoscritto, sia pure senza data, nel quale si esaminavano tutti i pro ed i contro “in caso di guerra contro l’Austria-Ungheria”, redatto pensando forse ad una aggressione da parte austriaca, dove personalità come il feld-maresciallo Conrad von Hotzendorf, divenuto Capo di Stato Maggiore,( su segnalazione e per volontà dell’Arciduca Ereditario Francesco Ferdinando, notoriamente non amico dell’Italia),era capo di quella corrente che chiamava l’Italia sua nemica ereditaria, ed avrebbe voluto una guerra “preventiva” contro di noi.
Altre fantasie riguardano il triplicismo del marchese Antonino Paternò Castello di San Giuliano,già da anni ministro degli esteri con Giolitti, che se non fosse venuto a mancare, per cause naturali, dopo lunga malattia, il 16 ottobre del 1914 non avrebbe portato, secondo questi storici, il Regno d’Italia alla guerra contro l’ Austria, per cui è valida anche qui la stessa precisazione relativa a Pollio, sul senso dello stato,oltre a ricordare la stima che il San Giuliano godeva presso Vittorio Emanuele, che lo riteneva il miglior uomo politico che l’Italia avesse avuto dopo l’Unità. Ora,San Giuliano sapeva bene come il Re, dopo l’ascesa al trono, aveva operato una politica personale di amicizia anche con le nazioni esterne alla Triplice, scambiando visite con il Presidente francese, Loubet, con il Re Edoardo VII e con la Zar Nicola II. Quindi,anche se è logico che il nostro ministro fosse stato triplicista fino al 1914 perché riteneva essere gli interessi dell’Italia meglio tutelati nell’ambito di questa alleanza difensiva, già nel luglio aveva indirizzato l’Italia verso la neutralità e nel settembre del 1914, pensava che i nostri interessi potessero, invece, essere coincidenti con quelli della “Intesa”, predisponendo la linea che avrebbe seguito il suo successore,Sidney Sonnino, forse con minore abilità diplomatica, malgrado la sua cultura e le sue precedenti esperienze governative. A tale proposito è indicativa in una intervista rilasciata da San Giuliano alla “Tribuna”, poco prima della scomparsa, la frase,dove con l’ironia ed il fine umorismo quasi anglosassone e da gran signore, relativamente all’eventuale prosecuzione della neutralità, diceva: “L’Italia si troverà in una situazione eccellente: con tutto l’odio degli Imperi Centrali che attribuiranno alla nostra defezione la loro sconfitta, e tutta l’ingratitudine dell’altra parte che non avrà nessuna voglia di ricordarsi del beneficio (avuto) della nostra neutralità “.

Quanto infine alla nostra incapacità e impreparazione militare si sono anche qui, sempre dai neutralisti, lanciate accuse, per cui è bene ricordare che l’Italia aveva da poco concluso la guerra contro l’Impero Ottomano, che aveva portato alla acquisizione della Libia, e,a titolo provvisorio, delle isole del Dodecanneso, guerra che si era rivelata più dispendiosa del previsto, sia come mezzi che come numero di soldati, per cui si dovevano ricostituire adeguate scorte e non era facile reperire i relativi mezzi finanziari. Il Regno d’Italia,eccettuate le operazioni coloniali di cui parleremo,aveva avuto una politica essenzialmente pacifista e l’esercito era dimensionato alle esigenze economiche dello Stato e non in proporzione alla sua popolazione. E questo era dovuto agli enormi problemi economici e sociali che aveva dovuto affrontare dopo l’ Unità, per cui il Regno d’Italia non aveva potuto dedicare ai bilanci militare la quota che agli stessi dedicavano le altre potenze europee, ed anche in questa circostanza, nei mesi della neutralità, non largheggiò con integrazioni del bilancio. Il Re conosceva ed aveva sempre seguito le problematiche militari, ma da corretto Sovrano costituzionale non poteva non prendere atto delle decisioni governative in questo delicato settore, approvate dal Parlamento. Inoltre vi erano le spese non indifferenti per la Marina Militare, in quanto l’Italia aveva dovuto creare una flotta potente data la sua posizione geografica che la vedeva circondata dal mare per migliaia di chilometri e le sue coste esposte a possibili incursioni in caso di guerra con potenze marittime.
Relativamente all’esercito vi è una frase nel Bollettino della Vittoria che va meditata, dove è scritto, “ …L’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi-..”. Perché Diaz sottolinea questa inferiorità iniziale, dal momento che fu l’Italia e non l’Austria a dichiarare la guerra ? Questa frase scritta dopo l’esito vittorioso è una velata polemica verso i governanti che nel 1914, dopo la neutralità avevano lesinato i fondi all’esercito, e poi nel 1915 avevano tenuto all’oscuro l’allora Capo di Stato Maggiore, Cadorna. delle trattative che portarono al Patto di Londra, firmato il 26 aprile, accettando la richiesta dei nuovi alleati di entrare in guerra entro un mese da tale data, senza dare quei tempi necessari per preparare il piano di guerra e la mobilitazione generale. Segno tipico di incomprensione e di non conoscenza dei politici nei confronti dei militari e dei relativi problemi, che Cadorna contraccambiò dopo l’entrata in guerra. Per cui il responsabile massimo della vicenda bellica, Diaz,quale Capo di Stato Maggiore Generale, voleva sottolineare con questa frase le difficoltà superate grazie alla tenacia del soldato italiano,al suo spirito di sacrificio,unito a quello di tutta la nazione, ed allo sforzo delle nostre attività produttive, in primo luogo l’industria bellica, che avevano saputo recuperare il distacco iniziale e raggiungere la vittoria, malgrado anche la dolorosa e drammatica sconfitta avvenuta un anno prima, a Caporetto. Di queste problematiche relative alle spese militari ed alla preparazione dell’esercito, la migliore sintesi fu espressa proprio in questo Circolo REX cinquant’anni or sono, in una conferenza tenuta dal col. Enzo Avallone, stampata in un volume che è stato pubblicato nuovamente dal nostro Circolo nel 2017, con il titolo “La Guerra 1915-18”, ( collana “i libri del Borghese” – ed. Pagine s.r.l). Avallone ricorda e fa presente la nascita dell’Esercito Italiano avvenuta poco più di cinquanta anni prima, in una nazione dove solo due Stati, principalmente il Regno di Sardegna, ed in minor misura il Regno di Napoli, nel periodo napoleonico e murattiano, avevano delle tradizioni militari ed esperienze guerresche, per cui, anche in questo caso, come per le ferrovie, strade, scuole, ospedali in molte zone d’Italia, specie meridionale, si era partiti quasi da zero quanto ad attitudini militari, senso della disciplina, del dovere, spirito di servizio e di corpo, ad eccezione dei carabinieri, bersaglieri ed alpini. Quanto alle esperienze avute in precedenza dal nuovo Stato, dopo il 1866, le stesse erano state tutte in guerre coloniali, da quella etiopica degli anni 1887-1896, coinvolgente un numero esiguo di militari, meno di 20.000, e che aveva visto una dolorosa sconfitta ad Adua (il 1 marzo 1896 con ben due generali,Arimondi e Dabormida morti in combattimento), ma contemporaneamente aveva mostrato il valore ed il coraggio personale di soldati ed ufficiali,( da Dogali con il colonnello De Cristoforis, caduto combattendo insieme il 26 gennaio 1887 con i suoi 500 soldati, a Makallè, con Galliano, e all’Amba Alagi, con Toselli), alla guerra di Libia del 1911-1912. Guerra, quest’ultima, preparata con cura, e il cui corpo di spedizione aveva raggiunto le 100.000 unità,ma svoltasi in territori, in parte sconosciuti, ben diversi da quelli europei e senza alcuna battaglia campale, con prevalenza di imboscate e guerriglia, dove però i primi nostri velivoli dimostrarono la necessità di una aviazione militare per l’osservazione e successivamente il mitragliamento ed il bombardamento delle truppe nemiche.
Quindi la guerra iniziata il 24 maggio 1915 costituì il primo grande banco di prova per le nostre forze armate, costituendo, come riconoscono oggi tutti i commentatori, storici, memorialisti, giornalisti, la consacrazione della nostra unità come nazione e come popolo, anche se pagata con un alto prezzo di caduti, prezzo che pagarono in misura molto maggiore sia chi aveva scatenato il conflitto, gli imperi germanico ed austroungarico, uscendone uno territorialmente ridimensionato e l’altro dissolto, sia dall’altra parte la Francia, per l’acquisto dell’Alsazia e Lorena, sia la Gran Bretagna, per l’aumento delle sue colonie africane, senza parlare dell’impero russo,che si dissolse anch’esso e dove i morti furono milioni. E quanto allo sforzo organizzativo ed economico relativo all’esercito sarà bene ricordare che il Regno d’Italia mobilitò nel corso dei 41 mesi di guerra, 5.230.000 uomini, cioè oltre il 14%, dei suoi 36.820.000 abitanti, cifra imponente, anche se inferiore a quanto mobilitato dagli altri belligeranti,dove la Germania toccò il massimo del 20,30% e la Francia il 20,08% di mobilitati rispetto alla popolazione totale, dove si deve tenere presente la suddivisione quasi paritetica tra uomini e donne.
Espresse queste doverose precisazioni rimane il problema di fondo rilanciato in questo centenario se il nostro intervento poteva essere evitato e sui costi gravosi dello stesso. Abbiamo già precisato che l’Italia nessuna responsabilità aveva avuto per lo scoppio della guerra, secondo la politica del nuovo Stato Unitario, che aveva altri problemi che non si risolvevano con la guerra per cui per la sua tranquillità aveva aderito nel 1882 ad una alleanza difensiva, la “Triplice”, ed aveva dovuto frenare le spinte irredentiste. Per questa scelta necessaria la stessa Monarchia Sabauda veniva accusata di essere rinunciataria e di aver tradito addirittura gli ideali del Risorgimento, dimenticando che se, intanto vi era un Regno d’Italia, comprendente quasi tutta l’Italia storica e geografica, il merito spettava a quella Monarchia e non a certi teorici, di cui preferisco non parlare. Si gridò nel 1915 anche “o guerra o repubblica”, ma non fu per questo che entrammo poi in guerra, ma quando le trattative diplomatiche dimostrarono che il “parecchio” si riduceva a poco o nulla, vedi le ultima offerte del ministro austriaco,il barone von Burian,( riportate nel “Libro verde” dei nostri documenti diplomatici), specie nei tempi di realizzazione, ed era stato quasi imposto dai tedeschi all’Austria, dove sia l’Imperatore Francesco Giuseppe,che il suo nuovo Principe Ereditario Carlo, non volevano assolutamente rinunciare al Trentino. Più precisamente trattavasi solo di parte del Trentino, ed era appunto frutto dell’azione di un uomo di stato tedesco, il Principe Bernhard von Bulow, già Cancelliere dell’Impero Germanico,dal 1900 al1909, che mandato ambasciatore straordinario a Roma dove conosceva numerose personalità, avendo anche sposato una nobildonna italiana, figlia della Principessa di Camporeale, si era quasi sostituito nelle proposte agli uomini di stato austroungarici, con una lungimiranza alla quale la storia avrebbe dato ragione, senza però concludere nulla di veramente soddisfacente territorialmente per cui non ci rimaneva che la scelta delle armi. La neutralità ad oltranza “inconsistente ed ininfluente”, come definita da Fisichella in un suo saggio,non avrebbe pagato qualunque fosse stato la schieramento vincente,mentre non erano da escludere al nostro interno rivolte, scontri violenti, scioperi e sommosse, quasi una guerra civile fra neutralisti ed interventisti, sentitesi traditi, per non parlare anche di problemi alimentari, al limite di carestia, e di altri approvvigionamenti di materie prime, in primo luogo del carbone, indispensabile motore, all’epoca, di ogni attività, che ci dovevano pervenire tutti via mare, dove la navigazione commerciale era a rischio. Problemi non considerati all’epoca dai neutralisti ed oggi dai “neoneutralisti” del “senno del poi”. “Conoscere per deliberare” scriveva Einaudi nelle sue “prediche Inutili” e questa sintesi è sempre più valida ancor oggi, dove meno si conosce e più si delibera !
Stranezze della storia e della politica: un tedesco, von Bulow, nel 1915 decide la possibile cessione di territori appartenenti ad un altro stato sovrano, ed anni dopo nel 1917, un austriaco, l’Imperatore Carlo, nel tentativo di impostare una trattativa di pace mette sul piatto della bilancia per facilitare ai francesi la accettazione della sua proposta, la restituzione delle due regioni dell’Impero Germanico, Alsazia e Lorena, acquisite dallo stesso dopo la vittoria sulla Francia del 1870, senza consultare il collega ed alleato Guglielmo II, e dimenticando volutamente l’Italia, per la quale non era previsto nessun compenso territoriale. Dimenticanza che fu uno degli elementi che fecero fallire la trattativa, perchè le potenze dell’Intesa non potevano non tenere conto di quanto da loro accordatoci con il “Patto di Londra”.
Le ombre.
Abbiamo quindi esaminato le luci, ma già nei primi del 1918 erano cominciate ad addensarsi delle nubi. Il 18 gennaio, parlando al Congresso, il Presidente degli Stati Uniti, Thomas Woodrow Wilson, del partito democratico, aveva enunciato 14 punti per addivenire ad una pace giusta e tra questi vi era un preciso riferimento alla Serbia e ad un suo sbocco sul mare Adriatico ed un altro punto non favorevole all’Italia ed ai suoi nuovi possibili confini, anche per una abile azione propagandistica di esponenti slavi a favore delle loro tesi espansionistiche. Gli Stati Uniti erano infatti entrati da alcuni mesi in guerra a fianco delle potenze della Intesa, il 6 aprile 1917 contro la Germania ed il 7 dicembre contro l’Austria,ed i soldati americani stavano sbarcando sempre più numerosi in Francia, dove si sarebbero rivelati indispensabili nel rafforzamento dello schieramento difensivo,che avrebbe arrestato l’ultima grande offensiva germanica. Quindi Wilson era diventato un elemento determinante dell’alleanza di cui facevamo parte ed i suoi “punti”, una nuova base di discussione in vista della conclusione della guerra, e, per quanto ci riguarda non era legato al “patto di Londra”, non essendone stato sottoscrittore. Inoltre, proprio nei giorni immediatamente precedenti l’armistizio, era avvenuto un fatto incredibile, fortunatamente subito bloccato, che riguardava l’ancora imponente flotta austroungarica. Il 31 ottobre, l’Austria-Ungheria, con documento formale, conformemente al rescritto dell’Imperatore Carlo, redatto il 30, mentre l’impero si dissolveva, come un ultimo atto, cedeva l’intera flotta,con i suoi servizi a terra e tutti i materiali, ad un Consiglio Nazionale Serbo, Croato e Sloveno, costituitosi il precedente 29 ottobre a Zagabria! Trasferimento avvenuto alle 9 del mattino del 31 ottobre alle Bocche di Cattaro, per cui i marinai mutarono già i berretti con i distintivi jugoslavi. Abbiamo detto “fortunatamente bloccato” perché l’Intesa, non poteva riconoscere, ai sensi del diritto internazionale, questa nuova potenza marittima ed i nostri marinai, dopo l’armistizio poterono prendere possesso di queste navi, che il successivo 25 marzo 1919, furono passate in rivista dal Re Vittorio Emanuele.Per la storia,a puro titolo informativo, il successivo 13 gennaio 1920 le potenze vincitrici, ed in primo luogo l’Italia si divisero queste navi e delle corazzate rimaste, l’Italia ebbe la “Tegetthof” ( gemella della “Santo Stefano” e della “Viribus Unitis”, da noi affondate ) demolita nel 192 5, ed al nuovo stato jugoslavo, formalmente costituito dal 1 dicembre 1918,fu assegnato solo qualche naviglio minore.
Questa fu l’avvisaglia di quanto sarebbe poi avvenuto per Fiume e per la Dalmazia in sede di trattato di pace. A questo punto è necessaria una riflessione per come oggi vengono giudicati gli avvenimenti passati, senza la contestualizzazione degli stessi, per cui ad esempio oggi negli USA, Cristoforo Colombo è considerato un genocida e Washington e Jefferson degli schiavisti. Perciò parliamo del Patto di Londra, contestualizzandolo, quando oggi viene appunto criticato, perché vi si parlava di Dalmazia, ma non di Fiume.
Ora questo Patto discusso nei primi mesi del 1915 e concluso ad aprile nei suoi scopi non aveva la dissoluzione dell’impero austroungarico, ma solo il suo ridimensionamento con l’acquisizione da parte del Regno d’Italia del suo confine geografico, le Alpi, contenenti terre dove vivevano degli italiani e altre di antica civiltà veneta, cioè italiana, dove era sentito e profondo il desiderio di ricongiungersi con le altre regioni d’Italia, finalmente riunite dopo secoli di dominio straniero e di dinastie straniere- Unità, sia pure ancora incompleta, ottenuta grazie al Risorgimento,alle sue Guerre d’Indipendenza ed all’opera dell’unica casa regnante italiana, la Casa Savoia. Ben diversa era invece la situazione il 4 novembre 1918: l’impero era dissolto, l’Austria stava per divenire repubblica,i cecoslovacchi erano già pronti a costituire il nuovo stato, l’Ungheria si era definitivamente separata ed infine gli slavi si stavano predisponendo a creare una grande Serbia. L’Italia era ad un bivio: richiedere l’applicazione testuale del Patto di Londra o accettare il principio wilsoniano della nazionalità. Nel secondo caso Fiume era indiscutibilmente italiana, e già il 30 ottobre, il suo Consiglio Nazionale aveva proclamato, con nobili espressioni, la volontà di congiungersi all’Itala, ma cosa dire dell’Alto Adige e del retroterra dell’Istria e Dalmazia dove la situazione era diversa, perché l’Austria, iniziato il nostro Risorgimento, aveva favorito l’avanzata slava, fino a farla diventare maggioritaria in molte parti, originariamente italofone. Tra le due strade all’inizio fu battuta quella del “Patto”, e, divenuti gli slavi un nuovo regno, con ambizioni territoriali, si trovò con loro, con il trattato di Rapallo del 12 novembre 1920, l’accordo, positivo ai fini della sicurezza nazionale,sul confine istriano, delle Alpi Giulie, di cui faceva parte il Monte Nevoso, (il cui titolo di Principe, fu successivamente concesso a d’Annunzio dal RE), e sulla enclave della città di Zara, divenuta provincia, con un territorio di 110 chilometri quadrati, una popolazione di circa ventimila abitanti,ed un solo altro comune,Lagosta, nonché le isole di Cherso e Lussin e altre isolette delle Curzolane, dove ancora la maggioranza era italiana. Il nodo fiumano, dopo la vicenda dannunziana che costrinse all’ intervento militare, “il Natale di sangue “ del 1920, governando Giolitti, si concluse a nostro favore dopo alterne vicende, con l’annessione definitiva del 1924, sia pure concedendo alla Jugoslavia una parte della città e del porto, con il nome di Porto Barros. A titolo di cronaca, per dare lavoro a Fiume fu potenziato il locale cantiere navale ( Cantiere Navale del Quarnaro) da dove uscirono numerose unità della Regia Marina ( cacciatorpediniere, torpediniere e sommergibili) e così pure per Trieste ( Cantieri Riuniti dell’Adriatico e Stabilimenti Tecnici), dove furono, tra l’altro, costruite la grandi corazzate “Vittorio Veneto” e “Roma”.
Conclusione
Fu dunque in definitiva, così “mutilata” la Vittoria ? Per la Dalmazia, in parte, forse, ma una striscia costiera,quasi senza retroterra,una lunga linea di confine,che Cadorna stesso aveva ritenuto, a suo tempo, essere difficilmente difendibile, e con una popolazione in maggioranza non amica, ci avrebbe giovato ? E per l’ex Impero Ottomano era così importante acquisire quella parte della Turchia prospiciente le isole dell’Egeo, il Dodecanneso, che invece ci furono definitivamente assegnate,quando poi per la stessa ci saremmo trovati di fronte Kemal Pascià, cioè Ataturk, che costrinse alla ritirata l’esercito greco addentratosi verso Smirne e reintegrò la Turchia in quelli che sono ancora oggi i suoi confini ? E per le colonie ? non dimentichiamo che la nostra non era e non doveva essere una guerra “imperialista” e l’Impero Austroungarico era l’unico paese europeo che non avesse alcuna colonia sulla quale poter esercitare qualche diritto. Chi lanciò il termine della “vittoria mutilata”, arrecò da una parte un forte argomento ai neutralisti che potevano dire come il nostro sforzo, costato centinaia di migliaia di morti e mutilati, non avesse prodotto il risultato sperato e vantato, e dall’altra provocò risentimenti e malcontenti, in parte ingiustificati, che portarono ai torbidi anni immediatamente successivi alla conclusione della guerra, grazie alla quale,invece, si era ricongiunto al Regno d’Italia il Trentino e l’Alto Adige, (denominati Venezia Tridentina), con il confine al Brennero, e l’Istria ( denominata Venezia Giulia) e le città di Trento, Bolzano, Gorizia, Trieste, nonché Pola, Fiume, Zara (quest’ultime tre purtroppo successivamente perdute). Vittoria, quindi non mutilata, che dobbiamo ancora oggi ricordare, commemorare, celebrare, essendo la grande vittoria dell’Italia, e della sua raggiunta Unità, e che ci inserì nel ristretto gruppo delle maggiori potenze europee, e consacrare la giornata del 4 novembre, quale vera, unica Festa Nazionale.

Domenico Giglio
                                               ******************
APPENDICE – Numero 1 ) -Bollettino del 4 novembre 1918 – ore 12 dal Comando Supremo del Regio Esercito
“La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso mese dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano contro settantatre divisioni austroungariche, è finita. La fulminea ed arditissima avanzata del XXIX corpo d’armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria ricaccia sempre più indietro i nemico fuggente.
Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta, avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata,anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nella accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiali di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranze le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.
                                                                       DIAZ
APPENDICE - Numero 2 ) – onorificenze concesse alle persone:
387 Medaglie d’Oro
38529 Medaglie d’Argento
59490 Medaglie di Bronzo
23368 Croci di Guerra al V.M.
Totale 121.775
                                                           ***************
BIBLIOGRAFIA
1) Felice de Chauroud ( generale)– “Come l’Esercito Italiano entrò in guerra” – ed. Mondadori –Milano –
1929

2) Amedeo Tosti – “come ci vide l’Austria Imperiale –dall’ultimatum alla Serbia a Villa Giusti” –ed.Mondadori -1930
3) Giovanni Mira – “ Autunno 1918.Come finì la Guerra Mondiale” – ed. Mondadori –Milano – 1935
4) Roberto Segre ( generale) – “La missione militare italiana per l’Armistizio”- ed.Zanichelli- Bologna- 1928 -
5) AA.VV. ( D’Andrea,Avallone,Tur,R.Lucifero) – “La guerra 1915-18”- ed.Pagine s.r.l.- Roma- 2017
6) Giacomo Perticone – “L’Italia Contemporanea- 1871-1945” – ed. Mondadori – Milano -1962
7) Fritz Weber – “Tappe della disfatta “ – ed.Mursia – 1965
8) Carlo Meregalli – “Grande Guerra – Tappe della Vittoria “- ed.Ghedina- 1996
9) Giuseppe Romolotti –“1914: suicidio dell’Europa”- ed. Mursia-
10) Angelo Gatti – “Uomini e folle di guerra”- ed. Mondadori – Milano -1930
11) Achille Benedetti- “Cronache di guerra” – ed.Mondadori – Milano 1929
12)Mario Caracciolo ( colonnello)- “Bligny, Ardenne, Chemin des Dames”- ed. Libreria del Littorio-Roma-1928
13) Amedeo Tosti – “Storia della Grande Guerra” –vol. II°- ed. Mondadori - Milano 1938
14) Alberto Pollio ( generale) – “Custoza – 1866” – ed. Libreria dello Stato – Roma – 1935
15) A. Polzer Hoditz – “L’ultimo degli Absburgo” – ed.Mondadori – Milao -1930
16) A.J.Taylor - “L’Europa delle grandi Potenze” –ed.Laterza – Bari – 1961
17) Storia in rete – “1918:l’anno della Vittoria” – numero speciale – Roma- 2018
18) Enzo Capasso Torre – “Il centenario del conflitto” – stampato in proprio – Roma- 2015
19) AA.VV. ( Fisichella) - Atti Convegno “La manovra in ritirata da Caporetto al Piave” – Roma-2017
20) periodico “Nuove Sintesi”- Milano -numero 2 – dicembre 2018 – “Profilo della Grande Guerra degli Italiani-da Caporetto a Caporetto” –
21) Camera dei Deputati –Documenti diplomatici presentati al Parlamento Italiano dal Ministro degli Affari Esteri ( Sonnino)- Seduta 20 maggio 1915-“ Libro Verde”- Tipografia Editrice Nazionale – Roma - 1915
22) Raffaele Di Lauro – “Italia e Casa Savoia” – ed. Tosi – Roma – vol.II
23) AA.VV. – “1918: La nostra Vittoria –Cento anni dopo “ – ed.Centro Studi Cavalletto- Padova-2018
24) Giampiero Carocci ( a cura di ) – “Il Parlamento nella storia d’Italia” – ed.Laterza – Bari -1964

giovedì 7 marzo 2019

Madame reali – intrighi, potere, passioni alla corte sabauda del 1600



Un altro appuntamento con la Storia vista “al femminile” che viene proposto dall’Associazione Culturale InNovara.

Sabato 9 marzo dalle h 16 alle 17,00 in Vicolo Canonica a Novara.



Avvalendosi della collaborazione della storica novarese Maria Rosa Marsilio, il pubblico sarà accompagnato in un vero e proprio “viaggio nel tempo” alla scoperta della Corte Ducale dei Savoia del 1600. Due Principesse francesi che diventeranno non soltanto motivo di scandali e pettegolezzi “licenziosi” ma che daranno alla città di Torino, al Piemonte, quelle innovazioni stilistiche, culturali, sociali, capaci di traghettare lo Stato Sabaudo da un pigro Rinascimento allo splendore opulento del Barocco. 

[...]

Consigliata la prenotazione – (posti limitati) cell. 331 16 59 568 - offerta minima consigliata euro 6,00 comprensive di merenda (the e biscotti).

mail: prenotazioni@innovara.eu

Le origini della democrazia repubblicana in Italia



Segnaliamo anche questo. Resoconto sintetico ma abbastanza veritiero. Abbiamo sostituito solo l'immagine di presentazione. Quella aderente alla verità.




Si numerano le repubbliche per convenzione, anche se si tratta di una convenzione non sempre osservata. Ciò che conta, infatti, è la nascita e il consolidamento di nuovi rapporti di forza fra partiti, élite sociali ed economiche. Talvolta questo processo si traduce in modifiche costituzionali, ma non necessariamente. Per altro verso, non necessariamente modifiche costituzionali segnano un rivolgimento nei sistemi di potere. Allora la domanda è: in Italia oggi siamo di fronte ad un mutamento nei tradizionali equilibri di potere? La risposta non può che essere affermativa. La nascita del governo Frankenstein, per riprendere la felice formula coniata da Mario Sechi, è in qualche misura il sigillo del passaggio alla Terza Repubblica.
La Prima non entrò nella storia nazionale con le folle in tripudio e i nuovi tricolori esposti ai balconi. Al contrario, vi entrò quasi di soppiatto, con uno scarno comunicato del governo. E vi entra con un Paese diviso e turbato dalla dozzina di morti che insanguinano i vicoli di Napoli. È l’episodio forse più drammatico del tormentato esordio della democrazia repubblicana, ricostruito da Gianni Oliva “sine ira et studio” (“Gli ultimi giorni della Monarchia”, Mondadori, 2016).
[...]




Il Duce e il Re



Condividiamo la lettura di questo articolo con la solita premessa: non significa una condivisione totale di ogni sillaba. Significa che è interessante.
di Carlo Cisbani

Lo invocarono in molti , per anni, prima e dopo la Marcia su Roma: parliamo della “normalizzazione” del fascismo. Ma accadde che furono, invece, fascistizzati il Governo, il Parlamento, le Organizzazioni Sociali; in buona sostanza, il fascismo veniva “statizzato”.
Il 30 dicembre 1926, un Decreto-Legge dichiarò il “Fascio Littorio”, emblema dello Stato. Il 31 dello stesso mese, una circolare di Mussolini ai Ministri, stabilì che negli atti ufficiali, alla data del calendario, si aggiungesse quella dell’annuale fascista. Dagli atti ufficiali, la soggezione portò l’”Era Fascista” anche nelle comunicazioni private. Alla fine, non vi fu più un editore che osasse pubblicare un libro senza la doppia data. Nei primi giorni del gennaio 1927, il Sottosegretario alla Guerra, Generale Ugo Cavallero, veterano della Campagna Italo-Turca, ordinò che fossero resi gli onori militari alle insegne della Milizia e dei Fasci. Alla fine di quel mese, la Cassazione riconobbe alla Milizia stessa, il carattere di “Corpo Armato dello Stato” (ancorchè il suo capo rimanesse il Duce e non il Re). Agli inizi di marzo, il Fascio Littorio fu apposto sulle ali e sulle fusoliere degli aerei militari.


[...]

http://www.deanotizie.it/news/2019/03/06/il-duce-e-il-re/

mercoledì 6 marzo 2019

Il libro azzurro sul referendum - XIII cap - 7-8


Consiglio dei Ministri la notte del 10 all’ 11 al ritorno dell’On. De Gasperi e dell’On. Bracci dal Quirinale (1)

 
«La relazione di De Gasperi al Governo riunito suona fallimento delle trattative con la Corona. Corale reazione:

Lombardi : « Facciamola finita ».
Cianca: «La parola alla forza ».
Senni: «Della luogotenenza non si parla più. Proclamiamo subito la repubblica e avvertiamo il Savoia questa notte stessa».
Cevolotto approva.
Scoccimarro: «Ritengo assai probabile un immediato colpo di mano monarchico. Forse mentre noi ci perdiamo in discussioni, quelli preparano il nostro arresto. Io chiedo la pronta cattura dell avv. Lucifero e del suo padrone.».

Togliatti : «Sono d’accordo per l'uso della l'orsa, ma invito i colleghi a fare prima un esame prudente ed obbiettivo della situazione ».
Al riguardo egli precisa che vi è equilibrio di forza, a svantaggio dei. repubblicani. Si può contare - aggiunge - forse sulla polizia, inoltre su una parte dell’esercito e su una massa di 150 mila partigiani, considera invece nettamente ostili i carabinieri, la marina la maggior parte dell’esercito, ignoto l’atteggiamento degli alleati (E’ significativa la cifra dei partigiani, fornita con tanta esattezza - evidentemente egli si riferiva, in un moto impulsivo di sincerità, alla propria organizzazione militare).


De Gasperi ascolta con la testa bassa, spaventato del clamore 
Nenni:« Votiamo seduta stante il decreto di investitura

Scoccimarro: , Se vogliono arrestarci la cosa riesce. Questa sorda aula e una trappola per tutti noi ».

Romita: « Il Viminale è ben guardato. Lo sapete, ho preso le mie misure ».

Scoccimarro: « Non fidarti ! Sappiamo bene che alti ufficiali intrigano a palazzo. La Corona conta su forze « fedelissime ». Chiedo che si mettano le mani su quegli alti ufficiali di cui tutti conosciamo i nomi ».


 Togliatti: «Se oggi, non è repubblica, la Confederazione Generale del lavoro proclama lo sciopero generale. La massa del popolo lavoratore ha già pazientato troppo »
Si passa alla stesura di un ordine del giorno, in cui hanno gran parte gli estremisti. De Gasperi e rimorchiato. Ne vien fuori un testo in termini durissimi; i più gridano che si deve varare senza indugi. Si alza allora la voce di Corbino, uno che, abitualmente tace sulle questioni politiche «Permettetemi una considerazione. Non dimentichiamo che alle nostre spalle ci sono 11 milioni e mezzo di monarchici. Non precipitiamo le cose ».


Cattani : « Quest ’ordine del giorno significa provocare la guerra civile. Non intendo condividerne le responsabilità. Ma se esso dovesse essere approvato così con,'è stato concepito e formulato io non posso limitarmi a votare contro, sarò costretto a presentare le dimissioni.»
De Gasperi coglie l’occasione: « La gravità degli avvenimenti, una legittima esasperazione ci stanno trascinando a risoluzioni estreme non sufficientemente ponderate ».

Fu quindi votato l’ordine de! giorno dell’ 11 giugno ».


Ordine del giorno del Governo Voto contrario di Cattani: il dissenso inserito a verbale (notte dell’11 giugno 1946)

« Il Consiglio dei Ministri in considerazione della proclamazione dei risultati del referendum, fatta a termini di legge dalla Suprema Corte di Cassazione, e che assicura la maggioranza della repubblica, si è riservato di decidere nella seduta di oggi martedì sui provvedimenti concreti che ne derivano. Il Consiglio confida nel senso di civismo di tutti gli italiani e fa appello al Paese che si è dimostrato nella sua maggioranza repubblicano — perché nella sua forza e nel
suo diritto non si presti a provocazioni di elementi faziosi nella sicurezza che nessuno potrà strappargli la vittoria raggiunta nella legalità della consultazione popolare della quale il Governo rimane pienamente garante.

In conformità della precedente deliberazione la giornata di oggi, martedì ii giugno, è considerata festiva a tutti gli effetti ».

(1) Da Storia segreta..., pag. 173, 174.

ANDREA CAMILLERI, IL “LATO C” DI FRANCESCO CRISPI


E ROSALIA MONTMASSON, L'ANGELO CADUTO  

di Aldo A. Mola

Il neo-meridionalismo siculocentrico di Andrea Camilleri...
“Maxima debetur puero reverentia...” dicevano gli antichi. Altrettanta se ne deve agli anziani. Con una differenza. Dal “puer” non ci si attendono lezioni di storia. All'anziano, invece, si concede volentieri che narri il “suo” buon tempo andato, spesso rivisto con occhiali deformanti atti a cancellare i cattivi ricordi e a salvare i gradevoli. Ma se il vecchio parla del tempo “di tutti”, se s'impanca a sentenziare sui massimi sistemi dell'universo, allora si espone a obiezioni e a correzioni come chiunque altro. È il caso di Andrea Camilleri, che ha fustigato Francesco Merlo con una lettera a “Repubblica” intrisa di commosso elogio dell'Isola del Sole, a suo avviso terra  felice sino a quando venne saccheggiata, come tutto il Mezzogiorno, da “piemontesi” e “nordisti”. La reverenza verso la verità storica ha la meglio su quella per l'anagrafe.  Camilleri ha un'età invidiabile, ma questo non è un merito particolare. Accade a un numero sempre più elevato di abitanti del Paese Italia proprio grazie al progresso sociale, economico e civile dovuto all'unificazione nazionale del 1859-1860 e al suo inserimento nel circuito mondiale che ha sommato scienza e diffusione del benessere, superando i particolarismi. Per buona sorte (il suo provvidenziale Stellone) e di alcune ondate di classe dirigente vera susseguitesi nel tempo, sia pur con cesure e discontinuità, l'Italia fece e ancora fa parte dell'“Occidente”. E' avvenuto per merito della unione, che fa aggio sulla deflagrazione e sulla temuta balcanizzazione implicita nei propositi pseudo federalistici, antitetici al senso complessivo della sua storia millenaria. Camilleri gode del plauso per la trasposizione filmica dei suoi racconti, in specie la serie televisiva del Commissario Montalbano, dovuta alla speciale bravura di Luca Zingaretti, anche più delle “storie”, il cui pregio letterario esula dalle presenti considerazioni. Quando appunto si è autorevoli, quando si parla “erga omnes”, si assumono speciali responsabilità. Anzitutto la “reverentia” che tutti dobbiamo alla verità dei fatti.
Orbene, secondo Camilleri intorno al 1100 la Sicilia già aveva un parlamento mentre l'Italia settentrionale “brancolava nel buio del medioevo”. Forse dovrebbe rileggere alcune opere sicuramente a lui ben note, da “Gli arabi in Sicilia” del suo conterraneo Michele Amari all'“Italia moderna” dell'abruzzese  Gioacchino Volpe. All'epoca, come nei secoli precedenti e in quelli successivi, l'Italia fu un crogiolo di genti e di conseguenti apporti di civiltà. Solo sull'inizio del Novecento, poco più di un secolo fa, una conventicola fanatica, imbevuta di nazionalismo, inventò il mito della “razza italiana”. I suoi apologeti non ne furono mai pienamente consci, ma nell'insieme ebbero l'intento di superare i “popoli d'Italia” e le loro rispettive vicende in un “unicum”, una “nazione” storicamente mai esistita, come ripetutamente spiegato, fra altri, da Giuseppe Galasso nell'insuperato “L'Italia come problema storiografico”.

… e la “razza italiana” di uno spretato massonofago.
Un famoso spretato, massonofago come tanti clericali dei tempi suoi, quando riuscì a farsi nominare Ispettore della razza nella Repubblica sociale italiana da Benito Mussolini (che per note ragioni cercava di vederlo meno possibile e solo con le mani in basso) impostò la legge che riconosceva “italiani” quanti fossero stati in grado di indicare gli antenati almeno dall'inizio del secolo XIX. Scordava che tra il 1800 e il 1814 mezza Italia dipendeva direttamente da Parigi, l'altra metà era governata dal figlio adottivo di Napoleone o da suo cognato, Gioacchino Murat, la Sardegna aveva per re il francofono Vittorio Emanuele I di Savoia e la Sicilia era sotto controllo di lord William Bentinck, che convinse Ferdinando IV di Borbone a liberarsi dall'ingombrante moglie Maria Carolina d'Asburgo, farfallona amorosa, e gli dettò la Costituzione dell'isola. Al confronto con lo spretato Telesio Interlandi, il razzista di complemento biografato da Giampiero Mughini (ed.Marsilio) pare un dilettante. 
A sostegno del neo-meridionalismo siculocentrico Camilleri cita con orgoglio alcune città monumentali della Trinacria: Agrigento, Erice, Monreale, Noto, Siracusa, Taormina... Sono tutti capolavori di altrettante e diverse civiltà e della loro sovrapposizione e, talvolta, fusione nel corso del tempo: fenici, greci, romani, bizantini, arabi, normanni, aragonesi, spagnoli, asburgici d'Austria, Borboni di Spagna e loro progenie. Lì è il fascino dell'Isola: un “continente”, uno straordinario mosaico, che affascinò nel tempo i suoi visitatori. Il “viaggio in Sicilia” divenne un classico attestato da Wolfgang von Goethe. Esso propiziava l'incontro con i suoi uomini, così unici e così fantasmagorici, dallo sguardo intenso come nei ritratti di Antonello da Messina. A proprio conforto Camilleri cita anche, in ordine molto sparso, le eccellenze politico-culturali siciliane: Vincenzo Bellini, Finocchiaro Aprile (Camillo, ministro della Giustizia con Giolitti e massone come suo figlio, Andrea: con la differenza che il primo fu tenacemente “unitario”, il secondo focosamente separatista), lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa (precorso dall'insuperabile Federico De Roberto), Salvatore Quasimodo, massone e premio Nobel per la letteratura, e Vittorio Emanuele Orlando, giureconsulto insigne. Quando, dopo Caporetto, questi ascese a presidente del Consiglio il 30 ottobre 1917 la deputazione siciliana gli propose di barattare l'abolizione del servizio militare per gli isolani con l'autonomia economica. Unitario sino al midollo, Orlando respinse sdegnosamente un' “offerta” che sapeva di ricatto, se non di tradimento.
Naturalmente Camilleri esalta il presunto primato economico del Regno delle Due Sicilie alla vigilia della nascita del regno d'Italia (1861): marina, commerci, cantieri, riserve d'oro... “Laudator temporis acti”, lo scrittore dovrebbe però spiegare come mai, se il Mezzogiorno viveva in amorosi sensi, come egli sostiene, la Sicilia insorse ripetutamente in armi contro Napoli, nel 1820 e nel 1848, e la sua ribellione fu sanguinosamente repressa “manu militari” da Ferdinando I di Borbone (ex IV) e poi dal nipote, Ferdinando II di, che si meritò l'epiteto di “Re Bomba” per quanto fece sulla pelle di Messina. Va anche ricordato che nel 1713 re di Sicilia divenne il duca Vittorio Amedeo II di Savoia e che nel 1848 i siciliani offrirono la corona dell'isola a un altro Savoia, a conferma che non volevano proprio saperne di Napoli. Il dualismo tra la Sicilia e le terre “al di qua del Faro” fu pari solo a quello tra Sicilia occidentale e Sicilia orientale, tema che esula da queste poche righe. Camilleri dovrebbe anche spiegare perché la “Borbonia Felix” con tutto il benessere da lui decantato avesse pochi chilometri di ferrovia in Campania e nessuno nel resto del regno, Sicilia inclusa. Dovrebbe dire come mai la popolazione di Calabria, Basilicata, Abruzzo fosse per l'80-90% analfabeta, la rete stradale quasi inesistente (il traffico commerciale costiero superava quello per via interna) e mancassero decenti collegamenti terrestri tra Tirreno e Adriatico, come del resto nello Stato Pontificio.
I “fatti” sono nelle statistiche, nell’ingente massa di ricerche esperite da politici indipendenti, quali Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti, che a proprie spese condussero la celebre “Inchiesta” sulla Sicilia, perno del meridionalismo  un tempo fiorente ma oggi soffocato dalla confusione tra polemica spicciola e storia (è il caso dei libelli e della pletora di articolesse di Pino Aprile e dei suoi imitatori, corrivi ai ditirambi in onore di briganti e brigantesse).
Per un ritratto veridico della sua terra, Camilleri dovrebbe infine ricordare i tanti siciliani e, più in generale, meridionali suppliziati, detenuti, costretti all'esilio da sovrani spergiuri e imbelli: gli Illuministi “napoletani” (in realtà rappresentanti di tutto il Mezzogiorno, come ampiamente documentato da Benedetto Croce e Franco Venturi), i costituzionalisti del 1820-21 e quelli del 1848: Vincenzo Cuoco, Pietro Colletta, benefattore di Giacomo Leopardi, Luigi Settembrini, Pasquale Stanislao Mancini (intrinseco di Camillo Cavour e docente di Giolitti a Torino) e il grande Francesco De Sanctis, il cui “Discorso ai Giovani” (1848) è stato ripubblicato dal presidente dell'Associazione ex Allievi della Nunziatella, Giuseppe Catenacci, in memoria del grande storico della letteratura italiana e ministro della pubblica istruzione, già docente nella Scuola militare dalla quale uscirono Enrico Cosenz, Domenico Primerano e Alberto Pollio, capi di stato maggiore dell'Esercito italiano,  e Salvatore Pianell, tra i migliori in campo nella guerra del 1866.

Francesco Crispi: rivoluzione, riforme e un matrimonio volante
Esuli siciliani furono anche Giuseppe La Farina, Francesco Ferrari e Francesco Crispi, detto “Ciccio” in famiglia e per gli amici, come Camilleri appella Francesco Merlo.
“Albanese” come Bettino Craxi, il siciliano Crispi (Ribera, provincia di Agrigento, 1818 – Napoli, 1901) con Giovanni Giolitti è e rimarrà tra i massimi Statisti della Nuova Italia. Studiato da Arturo Carlo Jemolo, Sergio Romano e vent'anni addietro da Christopher Duggan, col passare degli anni Crispi emerge sempre più nel suo vero valore di uomo di Stato. Al suo principale governo (1887-1891) si debbono riforme fondamentali: l'istituzione dei sottosegretari di Stato, il nuovo codice di diritto penale, che abolì la pena di morte e pose l'Italia all'avanguardia nel mondo, l'elezione dei sindaci dei comuni con più di 10.000 abitanti e dei presidenti delle deputazioni provinciali, la trasformazione degli enti di carità in istituti di pubblica assistenza e beneficenza, l'accelerazione di gigantesche opere pubbliche e una politica estera fondata sull'alleanza difensiva di Roma con Berlino e Vienna e sulla convergenza con Londra  per la stabilità del Mediterraneo, a tutto vantaggio dell'espansione italiana, tarpata dall'imposizione francese del protettorato sulla Tunisia. In termini solo apparentemente diversi la sua linea venne proseguita e riaffermata dal “grande ministero” Giolitti- Antonino di San Giuliano, catanese, che si sublimò nella sovranità dell'Italia su Tripolitania e Cirenaica e nella liberazione di Rodi e del Dodecanneso dal feroce dominio secolare di quella Turchia che oggi qualcuno, pretendendo ci bendassimo gli occhi dinnanzi a un regime oggettivamente liberticida e negatore delle conquiste civili introdotte dal “fratello Ataturk”, vorrebbe nell'Unione Europea.
Molti uomini politici (ma vale anche, se non di più, per capitani d'industria, finanzieri, artisti, scrittori, scienziati e persino per ecclesiastici perché “tous les hommes sont hommes et les moines sourtout...”) hanno pagine più e meno commendevoli. Quelle di “don Ciccio” Crispi sono ora narrate da Marco Ferrari nel gustoso e informato Rosalia Montmasson. L'angelo dei Mille (Mondadori). Nata nel 1823, di origini savoiarde (ovvero dell'allora Regno di Sardegna), migrata a Marsiglia per trar di che vivere dal suo mestiere di lavandaia, Rose (Rosalia) vi “conobbe” (nel senso biblico) il giovane Crispi, esule politico. Di avventura in avventura il giovane “don Ciccio”, avvocato senza reddito, la prese in moglie in un forzato soggiorno a Malta: un matrimonio celebrato il 27 dicembre 1854 da un sacerdote forse non abilitato all'amministrazione del rito e con due testi a loro volta esuli, Giorgio Tamajo e Luigi Dario Depreti.

Il “lato C” di “don Ciccio”.
Un giorno a Torino, ove dimorava in via Vanchiglia,  Rosalia ebbe la sgradevole sorpresa di aprire la porta a una  precedente moglie di Crispi, Felicita Vella, detta Ciuzza, accompagnata dal figlio, Tommaso. Fu poi col marito nella garibaldina spedizione dei Mille (5 maggio 1860), unica donna a bordo, poi a Palermo (ove “don Ciccio” subì l'attentato che lo convinse a rifugiarsi in una loggia massonica il 13 febbraio 1861), e ne assecondò passo passo il corso politico, segnato dalla scelta fondamentale enunciata nel settembre 1864: “La monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe”. Crispi ormai rifiutava di essere classificato mazziniano o garibaldino. Era Crispi. E lo mostrò nel tempo, sino all'elezione a presidente della Camera dei deputati e all'ascesa a ministro dell'Interno e a presidente del Consiglio.
Dopo i due figli avuti dalla “segretaria” del suo ormai fiorentissimo studio forense,  Luisa Del Testo, egli ebbe l'ultimo incontro fatale, con la giovane Filomena (Lina) Barbagallo. Ottenuto un “accordo” con Rosalia (1875) e l'annullamento del precedente matrimonio “per vizio di forma”, formalmente libero dall'imputazione di bigamia sposò Lina. La loro figlia, Giuseppa Ida Marianna, era ormai grandicella. Andò in sposa al principe di Linguaglossa ed ebbe l'onore di un carme di Giosue Carducci,  dalla vita “sentimentale” abbastanza disordinata. Il “lato C” della vicenda umana di Crispi riserva dunque pagine sconcertanti, ma non troppo diverse da quelle del “birichino” Cavour e dei primi due re d'Italia. Umberto I lo liquidò come “un porco”, ma ne aveva bisogno e ne condivise la politica estera, specie la coloniale, perno del suo secondo governo (1893-1896), alla cui guida venne chiamato benché fosse implicato fino al collo nello scandalo della Banca Romana. A distruggerlo non furono i romanzi scollacciati di Léo Taxil e di Domenico Margiotta, né i “fasci siciliani”, né socialisti rivoluzionari e anarchici. Proprio Crispi, precursore della Conciliazione Stato-Chiesa, presente Guglielmo Sanfelice, arcivescovo di Napoli, invitò al patto “Con Dio, con il Re, per la patria”. Egli fu travolto dalla sconfitta del corpo di spedizione italiano contro Menelik, negus d'Etiopia (1° marzo 1896). Al governo salì un altro siciliano, il marchese Antonio di Rudinì, dalla vita privata altrettanto sfortunata.
“Sunt lacrimae rerum...”. Malgrado le loro sorti individuali, quegli uomini fecero l'Italia. È emblematico che un dibattito sul bel libro di Ferrari venga promosso ad Alessandria (alle 17 del 9 marzo, Museo della Garbarina) dal centro studi presieduto da Marco Mensi e intitolato a Urbano Rattazzi, altro statista dalla vita privata parecchio turbinosa: un cognome, un destino. Così fu e per molti aspetti è la Storia d'Italia...

Aldo A. Mola

lunedì 4 marzo 2019

I Savoia, storia di una dinastia in quattro incontri



Viaggio alla scoperta della famiglia dalle sue origini alla decadenza. Il ciclo di incontri si svolge a Villa Smilea

Montale (Pistoia), 3 marzo 2019 - Un viaggio alle origini di una delle dinastie più antiche d'Europa. Ancora tre gli incontri che si svolgeranno nel salone di Villa Smilea, a Montale (via Garibaldi 2A), per saperne di più sulla famiglia Casa Savoia.
[...] 
Prossimo appuntamento giovedì 14 marzo alle 21 dal titolo "Perché abbiamo fatto l'Italia con i Savoia?", seguirà il 28 marzo "Vittorio Emanuele II e la bella Rosina: vita privata del Re d'Italia". Si chiude l'11 aprile con Umberto e Vittorio Emanuele III, gli ultimi Re d'Italia". Gli incontri sono a ingresso gratuito. Per info: 0573.952234/65.
https://www.lanazione.it/cultura/savoia-smilea-montale-1.4472650

domenica 3 marzo 2019

L’ultimo caduto della Grande Guerra

di Emilio Del Bel Belluz.
Mio zio Gaetano, un giorno, mi fece avere un ritaglio di giornale, dove si ricordava la vita di un soldato, l’ultimo caduto della Grande Guerra. Era il 4 novembre del 1970, il suo volto era triste e si ricordavano i caduti della guerra del 1915-1918. Gaetano aveva combattuto nella Grande Guerra come bersagliere, nella stessa compagnia di Benito Mussolini. 
Il quattro novembre di ogni anno Gaetano mi faceva vedere la sua bandiera sabauda, perché per quel vessillo e per il Re d’Italia aveva combattuto e onorato la patria. 
Era fratello di mio nonno Emilio che aveva combattuto la guerra di Libia del 1911. I suoi fratelli avevano combattuto nella Grande Guerra. Gaetano raccontava sempre che della nostra famiglia, sette non erano tornati, portavano tutti il cognome di Del Bel Belluz, e questo aveva segnato con il dolore le famiglie, il più difficile da consolare. Gaetano, quel giorno, mi raccontò di un suo parente caduto in guerra e di sua madre che aveva fatto costruire un capitello in suo ricordo e ogni giorno si recava a pregare, e il dolore per la morte del figlio non la lasciò mai. 
Gaetano la ricordava sempre vestita di nero, fino alla fine. Lo zio, ogni quattro novembre, mi faceva leggere ad alta voce la storia dell’ultimo caduto della Grande Guerra e vedevo nei suoi occhi una lacrima che scendeva e si fermava sul suo volto scavato dal tempo, come una trincea. L’ultimo soldato del Re Vittorio Emanule III che cadde si chiamava Riva Villasanta Alberto (1900-1918). 
Trascrivo la sua storia che trovai nel giornale, il Borghese, che mi diede lo zio Gaetano:“ Fu uno degli ultimi, e forse l’ultimo dei caduti nella guerra del 1915-1918; guerra felice, in cui si riuscì ancora a sapere chi fu il primo e chi fu l’ultimo a morirvi. Il Riva Villasanta, era figlio di un maggiore caduto nel Trentino: e a 17 anni era fuggito da casa per arruolarsi. 
Aspirante ufficiale all’VIII Bersaglieri, vi prese il comando degli arditi reggimentali. Sul cadere della sera del 4 novembre, pochi minuti della cessazione delle ostilità, egli incalzava con i suoi uomini gli austriaci in fuga, quasi” per lanciare più oltre la vittoria”, come disse d’Annunzio: quando, al quadrivio detto del Paradiso, presso il Tagliamento, fu raggiunto e disteso a terra da un randagio proiettile nemico. 
Ebbe la medaglia d’oro con una motivazione enfatica e ridicola; mentre la doveva avere con una motivazione breve e solenne a sigillo della guerra finita”.

sabato 2 marzo 2019

Io e la tomba del Re Soldato

Un articolo che ci era sfuggito a suo tempo.
Lo proponiamo grazie alla cortesia dell'Autore che ringraziamo vivamente.




STEFANO TESI18 DICEMBRE 2017

In Romania ali di folla accolgono le spoglie di Michele I, l’ultimo Re. In Italia polemiche di bassissima lega accolgono quelle di Vittorio Emanuele III, morto 70 anni fa. Quando se ne parlava poco o punto, io quella tomba ad Alessandria d’Egitto l’ho visitata.

Mentre in Romania migliaia di persone e decine di reali o ex reali europei rendono omaggio al ritorno delle spoglie di Michele I, l’ultimo sovrano rumeno, in Italia infuria una polemica ideologica, di bassissima lega, sul rientro in patria della salma – sottolineo la salma – di Vittorio Emanuele III, morto il 28 dicembre del 1947. E la mia memoria corre allora a quando, quasi vent’anni fa, ad Alessandria d’Egitto andai a portare il mio sommesso, personale saluto al Re Soldato.
Da italiano, a prescindere dalle simpatie, lo ritenevo più che un 
atto dovuto. Inoltre, giornalisticamenteparlando, mi affascinava l’idea di andare a respirare l’aria attorno a quella tomba, nel cuore di una città al tempo stesso vibrante e indolente come l’Alessandria a cavallo dei due millenni.
Non voglio imbarcarmi ora in uno 
sterile giudizio storico nè politico, che relego nel novero degli esercizi patetici: a settant’anni dalla morte, ognuno pensi di quel Re ciò che vuole. Vorrei solo – utopisticamente, lo so – che la vicenda rimanesse estranea alle strumentalizzazioni e ai vaniloqui mediatici a cui invece stiamo già assistendo.
Comunque, 
andò così.
Era, mi pare, il 
2000.
E col collega 
Aldo Pavan eravamo stati inviati a fare un reportage sulla nascente Bibliotheca Alexandrina. L’indagine, però, presto si estese: gli scavi archeologici in corso, le tante suggestioni letterarie, la comunità italiana o ciò che ne restava. Ero partito, lo ammetto, già con l’idea di visitare il sepolcro reale, ma dopo una serie di risposte (forse comprensibilmente) evasive ricevute in merito dal nostro consolato, il mio proposito divenne certezza.
Come è ovvio andai a piedi, partendo dalla 
Corniche in direzione di Attarine. Avevo solo una vaga idea di dove fosse la cattedrale cattolica di Santa Caterina, tenevo la mappa cittadina, tutta scarabocchiata, in mano. Dopo un po’ di giri a vuoto nell’atmosfera che solo chi ha conosciuto la città di allora può immaginare, eccomi, quasi di colpo, lì davanti: un edificio biancheggiante, sobrio in definitiva, assai meno imponente di quello che avevo immaginato. Appannato, come tutto del resto: i marciapiedi, le insegne, le vetrine, le case erano coperte dall’impalpabile, inconfondibile pulviscolo egiziano. Quasi nessuno intorno, proprio nessuno dentro.
Superai la porta cigolante e entrai piano, sospeso tra 
timore e rispetto, ancora una volta senza riuscire a immaginare cosa avrei trovato davvero. Guardai in giro, aspettandomi magari lapidi solenni e labari sabaudi.
Trovai invece una 
chiesa spoglia, avvolta nella penombra, con le file delle sedie, qualche ronzante ventilatore sgangherato, una luce violenta che filtrava troppo verticale dalle finestre senza riuscire a illuminare bene la grande navata.
Del Re Soldato, 
nessuna traccia.
Per un attimo ebbi paura di aver 
sbagliato chiesa ma, no, non è possibile. Nuovo sguardo alla cartina. Il posto era giusto.
Avanzai a 
passi lenti, scrutando il pavimento in cerca di una pietra tombale e le mura in cerca di un segno. Che però non c’erano. O io almeno non li vidi.
Ero insomma nel luogo in cui era stato sepolto il penultimo Re d’Italia, ma 
lui dov’era?
Arrivai infine davanti al 
grande altare. Mi pare fosse di marmo. Il crocifisso, i candelabri. Buttai lo sguardo in alto, ma vidi solo l’emisfero chiaroscurale della cupola.
Ancora più esitante, 
l’aggirai.
E lì, scolpita sulla lastra o forse solo incisa su un intonaco di gesso, ora non mi ricordo bene, trovai la scritta in caratteri romani: “
Vittorio Emanuele di Savoia, Re d’Italia, 1869-1947“. Era insomma una tomba defilata, polverosa e un po’ dimenticata. Le lettere del nome, ripassate di nero, in qualche punto avevano perduto il colore. Non c’era altro,  un fiore, né un simbolo. Solo la solita patina pulviscolare che ad Alessandria permeava ogni cosa, quasi il sintomo che il genius loci cittadino aveva pervaso anche quel sepolcro rimasto sprofondato in una città divenuta di provincia. La quale, improvvisamente, mi apparve al tempo stesso troppo esotica e troppo italiana.
Rimasi a lungo, 
immobile e attonito, a guardare l’intitolazione. La chiesa era sempre deserta. Ebbi per un attimo perfino l’istinto di mettermi sull’attenti, poi di fare un saluto militare che, lo riconosco, non mi sarebbe appartenuto. Ma mi trattenni. Decisi di non fare nulla. Eppure faticai a staccarmi da quel luogo che pareva risucchiato nel fondo di una voragine metafisica: un retroaltare, una retrotomba, una retrostoria.
Fui preso allora da un’
enorme tristezza ed è questa la cosa che meglio ricordo di quel giorno. Una tristezza pesante, plumbea, che andava al di là del tempo e della situazione, al cospetto di quel piccolo Redal grande nome, forse troppo piccolo per reggere il peso di sè e finito malinconicamente ai margini di tutto, tra gli sberleffi, le condanne, le cronache scritte dagli altri, le opposte retoriche, le nostalgie, le miserie.
Non era affatto di 
moda, allora, Vittorio Emanuele III. Anzi, era assai impopolare, sempre ammesso che qualcuno si ricordasse di lui se non per luoghi comuni e rigurgiti d’ideologia.
Mi tornarono in mente la 
diaspora sabauda, la Regina Elena a Montpellier, il figlio a Cascais, il nipote a Ginevra.
In quella tomba, Vittorio Emanuele III sembrava immobile, inamovibile, come 
incatenato da un incantesimo divino.
Ora che dunque è tornato, e a prescindere da ogni altra cosa, 
benvenuto al Re.

venerdì 1 marzo 2019

Conferenza per il Circolo Rex


CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA
REX



“il più antico Circolo Culturale della Capitale”


71° CICLO di CONFERENZE 2018-2019


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“Siamo tornati orgogliosi della nostra sovranità , fieri delle nostre istituzioni o siamo solo insofferenti di regole , liberamente accettate che sembrano limitare la nostra autonomia e le nostre decisioni ?”
                           
Su questi temi parlerà
Domenica 3 marzo alle ore 10.30

Il Professore  RICCARDO SCARPA

“SOVRANITÀ O SOVRANISMO”





Sala Roma presso “Associazione Piemontesi a Roma”,
via Aldovrandi 16 (ingresso con le scale), 
o 16/B (ingresso con ascensore)
raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” 
ed autobus, “ 910” ,” 223” ,”52” e “ 53”

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Ingresso libero