NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 14 giugno 2017

Libertà di associazione: un principio non negoziabile

di Aldo A. Mola

Che cosa è l'“opinione pubblica”? Chi ha il potere di valutarla? Nessuno. Neppure l'Istat. I “sondaggi”? Non esiste alcuna “opinione pubblica certificata”. Circolano “opinioni”, sempre meno fondate su riflessione, valutazioni critiche, “giudizi”; prevalentemente basate su impressioni, suggestioni, sensazioni fugaci e pre-giudizi, gli “idola tribus” deplorati da Francis Bacon secoli orsono. Dall'“opinione pubblica” per secoli sono dipese le sorti di milioni di persone: gli schiavi, le donne (per millenni “esseri inferiori”, senz'anima, incapaci di stare in giudizio), gli “eretici”, i dissidenti, i “diversi”, finiti sotto la scure, impiccati o arsi sulle fascine della cosiddetta “opinione pubblica”, usata dai regimi per annientare le opposizioni. L'“opinione” cambia secondo i luoghi e, al loro interno, secondo i tempi. Ricordiamo, per esempio, il famoso “comune senso del pudore”, sulla cui base vennero emesse migliaia di sentenze rispondenti a “umori” di quanti se ne ammantavano anziché della maggioranza dei cittadini.
Nell'Italia odierna da un canto si inneggia al multiculturalismo (fallito in Paesi dalla tradizione identitaria molto più robusta della nostra, a cominciare dalla Gran Bretagna), dall'altra ci si appiglia a pregiudizi arcaici per rimettere in circolazione fantasmi artificiosi, incubi tanto inconsistenti quanto perniciosi.
Ora, mentre non abbiamo una legge elettorale decente, il Prodotto interno lordo varia di giorno in giorno (unica certezza è l'aumento del debito pubblico), il governo barcolla, “grida manzoniane” vietano la vendita di alcolici qui e là in una città come Torino (che cessò di essere sabauda 75 anni orsono) quasi fosse impossibile portarseli a spasso: siamo al culmine del ridicolo. In quest'Italia due disegni di legge (Ddl) mirano a condannare sotto pene gravissime l'iniziazione e/o l'affiliazione di pubblici impiegati (magistrati, militari, personale civile...) a “logge massoniche” senza alcuna distinzione tra (eventuali) logge segrete (la cui esistenza rimane da provare) e “ordinarie”, che però lo Stato non riconosce e quindi non conosce. Poiché questi Ddl (n. 4328, primo firmatario l'on. Mattiello; e il n. 4422, primo firmatario l’on. Fava) intaccano i cardini della Costituzione, anzi un principio non negoziabile della civiltà giuridica, quale il diritto di associazione, è bene occuparsene: dall'Alpi alle Piramidi...
Entrambi quei disegni di legge insinuano la condanna storica e attuale della massoneria, classificata come “organizzazione, pur legale, che fondi il proprio sodalizio associativo su vincoli di obbedienza tali da inquinare, anche soltanto nella percezione pubblica che se ne possa avere, l'imparzialità di giudizio e la libertà d'animo che il cittadino deve potersi aspettare”. Essi danno per scontata l'incompatibilità delle “associazioni massoniche o similari” con l'ordine costituzionale, senza però addurre fatti e documenti comprovanti il loro pre-giudizio. Poiché la storia insegna che il pur minimo attentato ai diritti di libertà costituisce un precedente pericoloso, il primo passo su una china rovinosa, bisogna essere subito chiari.
È superfluo ricordare quanti e quanto illustri siano stati anche in Italia uomini politici, militari, giuristi, scienziati, artisti e personalità dai più disparati profili iniziati all'Ordine della massoneria. Essi furono (e sono) l'aspetto “locale” di una storia universale che abbraccia tutte le democrazie “occidentali”, sia repubblicane (come gli Stati Uniti d'America e la Francia, il cui presidente, François Hollande, visitando la sede del Grande Oriente, proclamò l'indivisibilità tra la storia del suo Paese e la Massoneria) sia monarchiche (dalla Gran Bretagna a quelle scandinave). Lasciando il passato remoto e prossimo dov'è, va osservato che, ove mai adottati, i disegni di legge in discorso metterebbero in discussione la libertà dei pubblici dipendenti di iscrizione non solo alle logge ma anche a partiti e sindacati, in presenza di un regime che non ha regolamentato né la loro disciplina interna né quella dei loro rappresentanti nel Parlamento nazionale, sicché per molti aspetti rimangono “società segrete”.
Non solo. I requisiti dai Disegni di legge attribuiti alle logge si attagliano perfettamente all'associazionismo religioso (non solo ma anche, e in molti casi, cattolico), nel cui ambito vigono osservanze che, appunto, prevedono “vincoli gerarchici, solidaristici e di obbedienza”. La prelatura personale dell'Opus Dei è solo una tra le molte... Basta scorrere gli Statuti di tanti Ordini e di Congregazioni.
Il disegno di legge Fava si spinge oltre il Mattiello, giacché pretende di introdurre una disciplina abnorme persino ai danni dei parlamentari. Questi, come noto, rappresentano la Nazione senza vincoli di mandato, un principio istituito con il mai troppo elogiato Statuto Albertino del 1848, esteso al Regno d'Italia e vigente sino al 31 dicembre 1947. Ora si pretenderebbe che, entro tre mesi dalla loro proclamazione, i parlamentari depositino presso l'ufficio di presidenza della loro Camera “una dichiarazione, anche negativa, sull'eventuale appartenenza a qualunque titolo ad associazioni massoniche o similari, precisandone la denominazione”. E ai circoli filatelici o numismatici? O a un circolo filosofico? O una delle molte “religioni” incluse o meno dalle “intese” per l'erogazione dell'8 per mille?
Siamo daccapo alla caccia alle streghe, per ora solo contro la massoneria: nome comune di cosa, perché esso non è tutelato in un Paese che manca di una legge seria sulle associazioni.
In Italia nel corso dell'intero Settecento la Massoneria fu vietata dai sovrani e scomunicata dai papi. Dopo la breve stagione napoleonica le logge furono nuovamente vietate e i massoni ferocemente perseguitati. Visto che stiamo celebrando duecento anni dalla nascita di Francesco De Sanctis (1817-1883), giustamente ricordato quale forgiatore della coscienza civile (e citato a casaccio dal Ministro della Pubblica Istruzione: esempio insigne di sciatteria culturale), ricordiamo che egli fu anche e orgogliosamente massone, come Michele Coppino, Giosue Carducci e altri artefici della Nuova Italia.
Col fascismo la massoneria fu nuovamente perseguitata, come accadde nei Paesi del “socialismo reale” sino al crollo del comunismo sovietico e in quelli fondamentalisti (islamici e Oltre Tevere...). Ma la condanna politico-religiosa della massoneria fatalmente portò con sé anche quella delle “associazioni similari”. Nel 1938, appena tredici anni dopo la messa al bando del Grande Oriente e della Gran Loggia d'Italia, il Rotary Club italiano fu costretto ad auto-sciogliersi prima di essere spazzato via dal governo Mussolini che aveva ormai imboccato la strada dell'alleanza ideologico-militare con Hitler, che sin dal “Mein Kampf” aveva messo i massoni tra gli Ordini incompatibili con il nazionalsocialismo. Eppure dalla nascita i Rotary Club italiani raccoglievano le figure eminenti della società. Il Re stesso ne era presidente onorario. Il principe Umberto era socio onorario del Club di Cuneo, presieduto da Luigi Burgo, industriale geniale e umanista. Non solo, ma il fondatore del Rotary, Paul Harris, non era neppure massone, a differenza dell'ideatore dei Lions Club.
Tutto questo vuol dire in sintesi che la pre-politica o Politica vien prima della “politichetta” dei partiti: sulla Politica, che è il caposaldo della civiltà, non sono possibili né mediazioni, né pateracchi. L'unica alternativa, diversamente, rimane l'“espatrio”: il destino che toccò nei secoli a quanti vennero condannati dalla “pubblica opinione”: Dante Alighieri, il “ghibellin fuggiasco” condannato a morte nella sua Firenze; Machiavelli, torturato; Guicciardini, costretto al silenzio; Leopardi, Carducci...
Malgrado il “regime” (ne parlammo più volte con Marco Pannella) sia al collasso, vi sono priorità. La libertà di pensiero e di associazione anche nella Costituzione viene prima dei partiti. Fa parte dei principi che non possono essere messi in discussione, se non da settari che cercano la pagliuzza nell'occhio altrui senza vedere la trave che li accieca e ne ispira l'odio verso gli uomini liberi.
Espatriare, infine, non significa rinnegare l'Italia: vuol dire, anzi, rivendicarla quale fondamento dell'Universalità, della civiltà greco-romana dalla quale tutto discende: il Bello e il Diritto, dopo la Religione degli Ebrei e i Colori degli Egizi. L'Uomo libero ha per patria il mondo.


Aldo A. Mola

martedì 13 giugno 2017

CIRCOLO DI CULTURA ED EDUCAZIONE POLITICA “ REX”



Comunicato  stampa :

Lunedì  12  giugno, in  Roma, presieduto  dall’ing. Giglio, si  è riunito il Comitato Direttivo del  Circolo  REX che ha  esaminato  ed approvato  il  consuntivo  dell’annata  2016-2017, visti anche i risultati positivi  della  vendita  del  volume  “La  guerra  1915-1918“ con  la  prolusione  di  Gioacchino  Volpe e gli interventi  di  Ugo  D’Andrea, Enzo  Avallone, Vittorio  Tur e Roberto Lucifero. 

Il Comitato ha  espresso poi  un  particolare  ringraziamento  a  tutti  gli  oratori intervenuti ed ai siti che hanno  pubblicato la notizia delle  manifestazioni, dandone  anche i resoconti ed i testi. E’  stato  anche  impostato  il  programma  della  prima  parte del 70°  ciclo  di  attività  2017-2018, che inizierà  la domenica  29  ottobre, proseguendo  il  12  e  26  novembre  ed  il  3  dicembre,  nel  corso  del  quale  saranno  ricordati, nel  quadro  del  centenario  della  Grande  Guerra,  il  grande  invalido Carlo  Delcroix,  ed  il  Maresciallo  d’Italia  Armando  Diaz, che, nuovo  Capo  di  Stato  Maggiore Generale, portò alla decisiva resistenza del Piave ed alla conclusione  vittoriosa.


Ufficio  Stampa  REX

13 Giugno


Noi non dimentichiamo.

lunedì 12 giugno 2017

Nuovo libro del Prof. Giulio Vignoli

“ La repubblica italiana.
Dai brogli e dal Colpo di Stato del 1946 ai nostri giorni”


Settimo Sigillo editore,
Roma, pagg. 160.

Il testo si articola nei seguenti capitoli:

01.      Come è nata.
02.      Condizioni del voto.
03.      Il "Referendum".
04.      I brogli.
05.      Il Governo.
06.      Il Colpo di Stato e i "Martiri di via Medina".
07.      Il proclama di Umberto II.
08.      Nascita dell'Antitalia.
09.      I primi vagiti: la Costituzione "più bella del mondo".
10.      Le Regioni.
11.      Il Trattato di pace, "rectius Diktat".
12.      Le Foibe e l'esodo dalla Venezia Giulia, Fiume e Dalmazia.
13.      La Corte costituzionale. I processi contro i partigiani assassini.
14.      I primi scandali.
15.      Il 18 Aprile e il suo tradimento.
16.      La svolta a Sinistra e il caso Guareschi.
17       I Primi Ministri della R.I.
18.      I Presidenti della Repubblica.
19.      Il Miracolo economico.
20.      Il '68,  la Contestazione e le Brigate Rosse.
21.      Declino dell'opzione monarchica e morte di Umberto II.
22.      Berlusconi.
23.      Istruzione.
24.      Intellettuali.
25.      La politica estera e la tutela degli Italiani all'estero.
26.      Imbastardimento della lingua. Cinema, stampa e TV.
27.      Mafia, Camorra e Sacra Corona.
28.      La Giustizia. "I casi Priebke e Piskulic".
29.      L'economia.
30.      L'invasione.
31.      L'esercito.
32.      Politica per la famiglia.
33.      Gli Illuminati.

"I ladri arrestati sempre liberi: Carabinieri frustrati dallo Stato"




Il j'accuse del comandante dell'Arma, Fabio Ottaviani: "In Italia si parla di elezioni, non dei problemi della gente. Io do voce ai miei carabinieri"

Nei giorni scorsi a Cosenza si è celebrato il 203esimo anniversario dalla fondazione dell'Arma dei Carabinieri.
Una cerimonia commovente, anche grazie ad uno straordinario discorso del Colonnello Fabio Ottaviani che ha emozionato i presenti e che ha fatto il giro del web. Conquistando condivisioni e migliaia di visualizzazioni.
Per prima cosa il colonnello ha focalizzato l'attenzione su un tema scottante di questi tempi, ovvero il ruolo delle forze dell'ordine nell'arresto di malviventi in flagranza di reato. Molte volte, infatti, banditi e rapinatori ammanettati dai carabinieri vengono immediatamente rimessi in libertà dal giudice di turno. Con tanti saluti agli sforzi delle divise. "La maggior parte dei nostri interventi - dice Ottaviani - si conclude con l'immediata rimessione in libertà dei soggetti e questa ha un effetto devastante nella percezione di sicurezza del cittadino. È devastante vedere la vittima che rimane in caserma con i carabinieri a compilare tonnellate di atti e il delinquente che se ne torna a casa" .
"Come può il cittadino fondare la sua fiducia nello Stato" quando accade tutto questo? La domanda del colonnello è fondamentale. E merita una risposta. "Voi direte: perché un comandante provinciale alla festa dell'Arma affronta un argomento così spinoso? - continua Ottaviano - Il mio personale tutti i giorni conduce una battaglia, si espone in prima persona e queste cose producono frustrazione. Anche la polizia condivide il nostro stesso destino. E la frustrazione delle forze dell'ordine significa che poi, queste persone, si demotivano".
Semplice e diretto. Continua poi il comandante: "Permettetemi di sottoporvi quelle che sono le frustrazioni che condividiamo quotidianamente, perché lo devo ai miei carabinieri, perché io non sto in strada con loro, non rischio con loro, ma io ho la forza di dare voce a loro. Per cui quello che vi dico se vogliamo vincere la battaglia dobbiamo riflettere su queste criticità, perché io nel dibattito politico nazionale non vedo questi problemi. Ma vedo percentuali, liste, proporzionali tedeschi, inglesi, francesi. Non vedo i problemi della gente. Noi sulla strada parliamo con la gente, per cui la politica deve riscoprire il dialogo con le persone e capire veramente quali sono le esigenze dei cittadini. Perché se da una parte noi vediamo i cittadini che urlano disperati e dall'altra quello che ci impone la legge, vediamo un evidente discrasia, siccome la sovranità appartiene al popolo in una democrazia".
"Singori - aggiunge il comandante - io non ho una soluzione. La mia soluzione è quella di spingere i miei ufficiali, i miei Carabinieri a dare comunque una risposta al cittadino. Per cui se inteveniamo, se ci sono i presupposti arrestiamo, poi se quel delinquente non può finire in galera per motivi tecnici, ci rammarichiamo ma questo è un rischio che dobbiamo tenere presente". L'importante è fare in modo che non prevalga la delinquenza. Perché - conclude Ottaviano - "se la legge della strada prevale sulla legge dello Stato, lo Stato è finito. Ma noi saremo sempre al fianco della gente".

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/i-ladri-arrestati-sempre-liberi-carabinieri-frustrati-dallo-1408112.html 

domenica 11 giugno 2017

UN INCONTRO SU GIOVANNI GIOLITTI ALL'ARCHIVIO STORICO DEL QUIRINALE (21 GIUGNO 2017)

  Il 21 giugno 2017, dalle 9.30 alle 13.30, in occasione della presentazione del DVD “Giovanni Giolitti, lo Statista della Nuova Italia (1842-1928), curato da Aldo A. Mola con l'egida del Consiglio Regionale del Piemonte, l'Archivio Storico della Presidenza della Repubblica (Roma, via del Quirinale, 30; Sovrintendente: dott.ssa Marina Giannetto) ospita un “Incontro di studio sull'età giolittiana” organizzato dal Centro europeo Giovanni Giolitti per lo studio dello Stato (Dronero-Cavour).

   Intervengono, con relazioni innovative, alcuni tra i più noti studiosi del periodo: Tito Lucrezio Rizzo  (Università La Sapienza, Roma) su “L'età umbertina: le premesse del riformismo sociale giolittiano”; Cosimo Ceccuti (Fondazione Nuova Antologia), “La svolta liberale di primo Novecento”; Romano Ugolini (Presidente dell'Istituto per la Storia Risorgimento Italiano),“La strategia politica di Giolitti tra socialisti e cattolici”;  Matteo Luigi Napolitano (Pontificio Comitato Scienze Storiche), “La questione di Fiume veduta dalla Santa Sede”; Aldo G. Ricci (già Sovrintendente Archivio Centrale dello Stato), “Giolitti e il socialismo riformista: un incontro mancato”; Marco De Nicolò (Università di Cassino), “Roma laboratorio di innovazione politica: l'esperienza della Giunta Nathan”; Federico Lucarini (Università del Salento), “Antonio Salandra: da 'successore' ad 'anti-Giolitti'; GianPaolo Ferraioli (Università della Campania Luigi Vanvitellli), “La politica estera di Giolitti: oltre i Documenti Diplomatici Italiani”; Colonnello  Cristiano M. Dechigi (Capo dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito), “L'età giolittiana negli studi di storia militare”, e Aldo A. Mola (ULB, Bruxelles), “Giolitti e Vittorio Emanuele III. Tormenti e stasi di un “cugino del Re:1914-1915 e 1921-1922). Segue dibattito.

   I lavori sono aperti da Nerio Nesi, Presidente della Fondazione Camillo Cavour (Santena), Roberto Einaudi (già Presidente della Fondazione Luigi Einaudi (Roma) e Giovanna Giolitti (Centro Giovanni Giolitti, sede di Cavour).

  L' “Incontro” (i cui Atti verranno tempestivamente pubblicati nella Rivista “Tempo Presente”, diretta dal prof. Angelo Guido Sabatini) è realizzato in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo, l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, l' Associazione di Studi sul Saluzzese, l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (Napoli), l'Associazione Nazionale ex Allievi della Nunziatella (Napoli), l'Associazione Piemontesi a Roma e le Scuole di Liberalismo, nel solco di pluridecennali convergenze. 

   “L'Incontro sull'età giolittiana nella prestigiosa sede dell'Archivio Storico della Presidenza della Repubblica – osserva il suo coordinatore, Aldo A. Mola - costituisce il punto di arrivo del cammino intrapreso, quindici anni orsono, con Giolitti al Governo, in Parlamento, nel Carteggio”, un' Opera  curata da me e da Aldo G. Ricci, all'epoca Sovrintendente dell'Archivio Centrale dello Stato (5 volumi di circa 5.000 pagine) e realizzata con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo, presieduta da Gianni Rabbia, e dell'Associazione di Studi sul Saluzzese. Il DVD, dal quale è nato l' “Incontro” di Roma, richiama l'attenzione sul ruolo meritorio della Famiglia Giolitti nella promozione della ricerca storica”.


     Per partecipare all' “Incontro” occorre accreditarsi entro il 19 giugno 2017 comunicando cognome, nome, luogo e data di nascita a: archivio_storico@quirinale.it  

Intervista alla Regina Maria José

Sul sito dedicato a Re Umberto II un nuovo aggiornamento con l'intervista alla Regina



La  regina  Maria  José, donna  di  grande  cultura  storica  e  musicale, autrice  di  importanti  libri  sulla  storia  di  Casa  Savoia, dagli  Amedei  ad  Emanuele  Filiberto Testa di Ferro, il cui primo volume ebbe la prefazione di Benedetto Croce, ed  ispiratrice  di  un  concorso  musicale, per il  quale  scelse  come  Presidente  della  Giuria, il  noto  maestro  Zafred, sapeva  anche  essere  una  brava  donna  di  casa , proseguendo  la  tradizione  della  Regina  Elena.



sabato 10 giugno 2017

LA FOSSA DEI LEONI

di Giuseppe Bartolucci


Era chiaro un po’ a tutti che questo improvviso accordo sulla legge elettorale era ballerino. Un’esplosione figlia dell’incontro di troppe furbizie e troppi calcoli, senza quel minimo di idealità indispensabile a controbilanciare asprezze e tensioni.
[...]
Sarà poi vero che l’aver reso palese il voto segreto sia stato davvero un errore?
Cresce sempre più il dubbio che gli italiani, il 2 giugno 1946, preferendo la Repubblica alla Monarchia, vedendo quello che i partiti hanno combinato in 70 anni di Repubblica, abbiano commesso un tragico errore.
Le nazioni più civili d’Europa sono proprio quelle a regime monarchico; qualcuno se n’è accorto?

http://www.belligea.it/2017/06/09/la-fossa-dei-leoni/

venerdì 9 giugno 2017

Il primo soldato d'Italia - III parte

Roberto Cantalupo, autore dell'articolo che si chiude con la terza parte fu deputato e giornalista fedelissimi della Monarchia. 



Tra i feriti.
Il piccolo ospedale è improvvisato in una villa deliziosa, situata in una di quelle vallette del Trentino piene di tanta grazia campagnuola. Vi sventola sopra il tricolore e la bandiera della Croce Rossa. Il Re vi è giunto stamattina di buon’ora, già di ritorno da una visita agli artiglieri che circondano l’altipiano. Egli non vuole naturalmente che il suo arrivo provochi qualche disordine o qualche allarme; vuole soltanto controllare se tutto quel che è necessario è fatto per sollevare i feriti, e vuole a questi dare incoraggiamenti e parole buone.
Le sue visite alle ambulanze ed agli ospedali sono ispirate da una bontà profonda e paterna, dal bisogno vivo e affettuoso di dar la mano e di baciare i soldati che si sono battuti valorosamente.
Stamane è arrivato, come sempre,
all'improvviso, in automobile. Un capitano medico gli ha dato subito le notizie sulla salute dei feriti affidati
alle cure sue e di altri sanitari. Il Re ha voluto subito entrare. Qualche ferito faceva ancora colazione. Vedendo il Sovrano qualcuno ha tentato di sollevarsi, ma Egli con voce calma e dolce ha detto: - Fermi, fermi, ragazzi. Verrò io da ognuno.   Un giovanotto pallido, con gli occhiali doro, da un lettuccio in angolo, ha portato la mano alla fronte, in segno di saluto. Un capitano ha detto al Re : E un tenente: una gamba fracassata: non voleva lasciare il campo a nessun costo: ora speriamo di farlo ritornare al reggimento in un mese. -Ed il Re: - Aspetti, tenente. Tranquillo e calmo. Sono io che desidero venir da lei.
A poco a poco, nella piccola sala bianchissima s’è fatto un movimento lento e curioso verso il Re, movimento di persone deboli e stanche, di volti pallidi, di arti spezzati e fasciati: il movimento dei feriti. Era dunque il Re? Se lo chiedevano l’un l’altro. E qualche monca risposta : - Sì, si èil Re. Lo vedrete ora.Ad uno ad uno, ogni ferito ha avuto
la sua parola di conforto. La suora è stata chiamata dal Sovrano: - Mi accompagni, suora, mi accompagni:questi ragazzi le vorranno già bene,
spero. Le suore sono le nostre sorelle,La suora ha ringraziato silenziosamente col capo ed ha offerto al Sovrano una piccola sacchetta di tela,piena di medaglie : - Sono benedette dal nostro cappellano; vuole darne qualcuna con le sue mani ai feriti, Maestà?
- Volentieri.
Ed avvicinandosi al soldato che lo guardava orgoglioso e commosso, dal fondo del Iettino, con gli occhi chela febbre rendeva smarriti e lucidi,il Re ha chiesto:-- Sei cattolico?
- Sì.
- Vuoi una medaglia sacra?
Ed alla risposta affermativa del ferito, il Sovrano gli ha messo nella mano una delle piccole medaglie d’alluminio e gli ha ripiegato dolcemente le dita. Poi ha aggiunto: - Non perderla; fa conto che te l’abbia data tua madre.
“ Saremo presto a Gorizia. E passato oltre. Ogni ferito ha dato notizie di sé, della famiglia, dello scontro cui ha preso parte, della speranza di tornare al fronte appena guarito. Per tutti il Re ha avuto parole d’amore; non le solite parole stereotipato dei grandi personaggi con gli umili, ma poche espressioni profonde di tenerezza o di non celata gratitudine. Di fronte ai feriti gli occhi di Vittorio Emanuele rivelano una commozione ferma, contenuta, nobile e forte, ma tenera e fraterna. Le mamme dei soldati feriti sappiano che nel Re d'Italia i giacenti negli ospedali e i combattenti hanno un impareggiabile fratello d’armi.
II Re si è trattenuto ancora unpo’ col giovane tenente del genio, caduto sotto il fuoco nemico mentre ostinatamente, con una tenacia stupenda, costruiva con i suoi uomini suun fiumiciattolo in piena un ponticello per dar passaggio ai nostri, chedovevano inseguire il nemico.
- Ingegnere, tenente ?
- Signor sì.
- Veneto?
- Del Friuli, goriziano.
- Oh, goriziano. Ci saremo prestoa Gorizia. Cerchi distar bene subito:ci verrà con noi.
- Per il giorno in cui entreremo a Gorizia, Maestà, o sarò guarito ed entrerò con gli altri, o morirò... di dispiacere.

“ Con le vostre lettere partirà anche la mia „
Il giro dei lettucci era finito. Il Resi è fermato nel mezzo della camera.Un braccio si è ficcato per un momento sotto un guanciale, la manone è venuta fuori stringendo una lettera Lo sanno tutti, oramai, che il Re è felice se può personalmente curarsi di far pervenire alle famiglie notizie dei soldati. Egli si è avvicinato al ferito:
- Che cosa scrivi, tu, poverino?Con la tua testa fasciata? Scrivi alla mamma?
- No, Maestà, scrivo a mio padre.
La lettera è aperta.
Il Sovrano ha lentamente apertola busta, guardando negli occhi dolciil giovanissimo ferito, che aveva affondato sul guanciale il capo completamente fasciato. Poi a voce alta ha letto : -“Babbo mio, sono all'ospedale da qualche giorno, con un piede leggermente ferito. Vado ogni giorno migliorando e spero di tornar presto al campo.Niente preoccupazione per me. Pensa invece alla tua mobilitazione civile... “. - Il babbo del ferito è infatti sindaco di un comunello calabrese.
Il Re si è chinato sul ferito e gli ha carezzato la guancia scoperta. Poi ha ripreso d’un tratto il suo maschio atteggiamento: - Ragazzi, sono sicuro che tutte le vostro lettere sono scritte così, e che voi siete i primi a tener desto l’entusiasmo nelle vostro case.
Chi ha da mandar lettere in famiglia, le dia al Re. Penserò io a farle pervenire.
Non una mano è rimasta ferma.Dai guanciali sono sbucate diecine di cartoline. Un tenente che accompagnava il Sovrano le ha raccolte tutte.
Da un astuccio di pelle il Re ha cavato una busta chiusa: - Con le vostre lettere partirà anche la mia; è per Sua Maestà la Regina.
E l’augusta missiva s’è aggiunta alle umili righe scritte dalle mani tremanti dei feriti. Partiranno insieme,insieme recheranno la stessa gioia nella casetta calabrese ed al Quirinale: la stessa gioia, l’unica che possa far esultare orgogliosa l’anima di ogni italiano:la gioia di saper la Patria mirabilmente difesa.
Non col solo coraggio, dunque, il Re dà prova del suo affetto per tutti i combattenti, ma anche con la dolce e ferma assistenza che prodiga ai feriti negli intervalli delle gite ai campi della lotta. Così intorno a lui s’è formato un baluardo magnifico di entusiasmo e di devozione, di gratitudine e di ammirazione, più forte di tutte le difese nemiche, insuperabile da qualunque assalto, indistruttibile e favoloso.

Tutta la riconoscenza per Vittorio Emanuele.

Passa così su tutti i campi, dovunque un soldato combatte e soffre. Tutti i settori del confine sono stati da lui visitati; la sua automobile ha già percorso tutte le larghe vie friulane.
Il suo cavallo conosce già tutte le anfrattuosità dei monti trentini. Magnifico Sovrano, soldato di coraggio e di bontà sabauda, fervido nell'incitare alla lotta e tenero nel confortare i feriti, Vittorio Emanuele III miete sui campi di battaglia una gratitudine sconfinata. Il sentimento con cui ufficiali e soldati accolgono il Nipote del Re del Risorgimento, che come il Grande Avo è il primo a montare a cavallo, è fatto di ammirazione e di riconoscenza. Oramai nell'animo di tutti i combattenti, oltre l’entusiasmo,oltre l’ardore, oltre lo slancio, più ancora intima e profonda è la convinzione che la guerra era inevitabile,che se noi non ci fossimo slanciati a farci un nuovo confine militare, l’Austria non avrebbe molto atteso per piombarci alle spalle. La conoscenza materiale della povertà dei nostri confini è apparsa a tutti così evidente,così terribile, che si guarda con raddoppiato affetto al giovine Re che ha guidato la Patria alla riscossa, per farla più forte e più sicura. Abbiamo sentito dei poveri umili soldati esprimere la loro gioia per potersi trovar qui, a rinforzare i confini, agli ordini del Re. Essi vedono ormai con i loro occhi che cosa era l’Italia, alla mercé dei cannoni austriaci, ed hanno la precisa coscienza di compiere un dovere sacrosanto: difendere l’Italia, assai più che offendere l’Austria.
Il Re tutto questo sa e sente. Ogni giorno di più egli rileva l’entusiasmo delle truppe. Ne gioisce e ne è felice.
Sa che da un così fatto esercito otterrà sacrifici ed eroismi illimitati.
Egli è l’idolo delle truppe, può farne quello che vuole.
La riconoscenza di tutta l’Italia deve seguire il giovane Sovrano dovunque egli vada. Fra i combattenti egli è il primo. Parla loro in nome della Patria.

Due Sovrani eroici come cavalieri d’altri tempi la guerra europea ha rivelati e additati all'ammirazione del mondo e alla gratitudine dei loro popoli: Alberto re del Belgio e Vittorio Emanuele di Savoia.

Immagini tratte da "la Guerra Europea 1914-1916 n 20 , 18 Maggio 1916

giovedì 8 giugno 2017

La Storia secondo la ministra della pubblica istruzione

Nel Regno d'Italia si facevano ministri della pubblica istruzione le menti migliori dell'epoca.
Nella repubblica d'Italia basta la terza media ed un curriculum da sindacalista.


Il celeberrimo incontro tra Re Vittorio Emanuele III e Napoleone Bonaparte in un dagherrotipo dell'epoca
Montaggio del Nostro Amico  Pierluigi Romeo di Colloredo Mels

La ministra Valeria Fedeli "bocciata" in Storia

Ancora errori sul (nuovo) sito del Miur: dopo la svista grammaticale “La scuola e attualmente organizzata come segue”, adesso la matita blu si poggia sulla Storia.
Infatti, come riporta La Stampa.it, stavolta sarebbero delle dichiarazioni del ministro Valeria Fedeli scritte sul sito dell’amministrazione, che sbaglia…re d’Italia.
Sull’home page del sito del Miur, sezione Ministra, si legge l’intervento della titolare del dicastero riguardante il Premio Cherasco Storia del 27 maggio scorso. A proposito di Cherasco la Ministra (o chi per lei) scrive: “È qui che nel 1631 venne firmata la Pace che concluse la guerra del Monferrato, durante la peste che fa da sfondo ai Promessi Sposi. È qui che più tardi, nel 1796, Napoleone impose a Vittorio Emanuele III l’armistizio con cui decretò la capitolazione Sabauda”.  
“Ma il «re piccolo» o «sciaboletta» - così soprannominato dagli italiani – si legge su La Stampa.it, salirà sul trono quasi un secolo dopo. Se non fosse che il discorso è stato fatto in un «Premio Storia» si potrebbe derubricare a semplice scivolone. L’armistizio fu firmato da Vittorio Amedeo III, ma questo forse è nozionismo sfrattato dalla scuola 2.0”. 
Una bocciatura in Storia per Fedeli che, con sarcasmo viene riproposto, così: “nella vecchia scuola l’insegnante di storia avrebbe assegnato all’alunno un bel 2. E l’insegnante mai si sarebbe sognato che il malcapitato sarebbe diventato il ministro della Pubblica Istruzione”.

Insomma, un altro piccolo passo falso del Miur e del ministro Fedeli in particolare, che è ancora alla ricerca di un buon feeling con gli insegnanti. 


http://www.tecnicadellascuola.it/item/30435-la-ministra-valeria-fedeli-bocciata-in-storia.html




Gaffe della Fedeli, la ministra 'bocciata' in storia

Gaffe per il ministro Valeria Fedeli. Nel suo intervento del 27 maggio al Premio Cherasco Storia, riportato sul sito del Miur, il ministro della Pubblica Istruzione scrive che "nel 1796, Napoleone impose a Vittorio Emanuele III l’armistizio con cui decretò la capitolazione Sabauda". Peccato che Vittorio Emanuele III sia salito sul trono più di un secolo dopo. Un semplice scivolone che non sarebbe tanto grave se a commetterlo non fosse stato il ministro della Pubblica Istruzione - già vista da molti di cattivo occhio perché senza laurea - e in più in occasione del 'Premio Storia'.

http://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2017/06/06/gaffe-della-fedeli-ministra-bocciata-storia_6pfiFVQfef8CTbpWUPbeSI.html

Le date fondanti della Repubblica italiana non riguardano il confine orientale

Dopo le passioni irredentiste ed interventiste, Venezia Giulia, Fiume e Dalmazia si sono gradatamente scollegate dalle sorti della penisola

Il Referendum del 2 giugno 1946, in cui vennero designati anche i membri dell’Assemblea Costituente, che avrebbe svolto pure funzioni parlamentari, non coinvolse tutti gli italiani. Il decreto luogotenenziale che delineò i collegi elettorali riguardava anche Trieste, Gorizia, Pola, Fiume, Zara (sotto amministrazione militare angloamericana oppure jugoslava, ma formalmente ancora nella sovranità italiana in attesa delle decisioni della Conferenza di Pace) e Bolzano, ma un successivo decreto legislativo stabilì che qui “la convocazione dei comizi elettorali sarà disposta con successivi provvedimenti” per motivi di ordine pubblico. Tale sospensione del voto non fu mai sanata sicché, eccezion fatta per alcuni costituenti eletti con i resti nel collegio nazionale, non parteciparono alla redazione della legge fondamentale della Repubblica rappresentanti delle martoriate province del confine orientale e inoltre al voto sul Trattato di Pace avvenuto nell’estate 1947 nessun esponente direttamente eletto nelle terre che venivano cedute ebbe modo di far sentire la sua voce.
Questa situazione si poneva in diretta continuità con due precedenti discrasie.
In seguito allo sbandamento dell’8 settembre 1943 si scatenò in Istria e Dalmazia la prima ondata di infoibamenti compiuti dai partigiani di Tito a danno degli esponenti di spicco della comunità italiana, ma nel resto d’Italia pochi ne vennero a conoscenza. Se puramente simbolica fu la dichiarazione da parte degli insorti dell’annessione della Venezia Giulia alle future Slovenia e Croazia nell’ambito della nuova Jugoslavia titoista, ben più drammatico fu il consolidarsi della Zona di Operazioni Litorale Adriatico da parte delle truppe tedesche, che di fatto annichilirono i poteri della Repubblica Sociale Italiana (molti gli ostacoli che i comandi germanici posero allo schieramento dei reparti della Divisione Decima, il cui comandante Borghese voleva proprio difendere il confine da nuove incursioni titine), laddove il cosiddetto Regno del Sud non riuscì a convincere gli angloamericani riguardo la necessità di non lasciare queste terre in mano jugoslava a guerra finita.
Ne conseguì la ancor più profonda spaccatura fra le terre redente con la Prima guerra mondiale ed il resto d’Italia consumatasi il 25 aprile 1945. L’insurrezione generale dei Comitati di Liberazione Nazionale Alta Italia contro le truppe tedesche in ritirata segnò la fine del conflitto, ma all’estremo nord-est le colonne angloamericane furono precedute nella “Corsa per Trieste” dal IX Korpus titino, il quale prese possesso di Trieste, Gorizia, Fiume e Istria dando luogo ad una seconda mattanza ancor più cruenta nei confronti di quanti, fascisti o antifascisti, si opponevano al progetto espansionista che voleva portare i confini della rinascente Jugoslavia fino al fiume Isonzo se non addirittura al Tagliamento.
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mercoledì 7 giugno 2017

Il proclama di Re Vittorio Emanuele III

In relazione all'articolo ripreso oggi da "Il Giornale", in cui si dice sì dell'azione svolta da Giolitti e Zanardelli ma si omette di ricordare la grande moderazione del nuovo Sovrano che salito al Trono si guardò bene dall'attuare politiche repressive ma anzi si impegnò per il benessere ed il progresso del suo popolo che voleva prospero e unito, pubblichiamo il proclama che scrisse di sua mano subito dopo l'omicidio del Re suo padre.
Si rilegga anche, al proposito, "La Monarchia Sabauda ed i problemi sociali" da noi riproposto nel blog.






"Italiani ! 
Il secondo Re d'Italia è morto! Scampato per valore di soldato dai pericoli delle battaglie, uscito incolume per volere della Provvidenza dai rischi affrontati con lo stesso coraggio a sollievo di pubbliche sciagure, il Re buono e virtuoso è caduto vittima di un atroce misfatto, mentre nella tranquilla e balda coscienza partecipava alle gioie del suo popolo festante. 
A me non fu concesso di raccogliere l'estremo respiro del Padre mio. Sento però che il mio primo dovere sarà quello di seguire i paterni consigli e di imitare le sue virtù di Re e di primo cittadino d'Italia! In questo supremo momento d'intenso dolore, mi soccorre la forza che mi viene dagli esempi del mio Augusto Genitore e del Gran Re, che meritò di essere chiamato il Padre della Patria, e mi conforta la forza che ricevo dall'amore e dalla devozione del popolo italiano. 
Al Re venerato e rimpianto sopravvivono le istituzioni, che Egli conservò lealmente e giunse a rendere incrollabili nei ventidue anni del suo regno. Queste istituzioni, sacre a me per le tradizioni della mia Casa e per amore caldo d'Italiano, protette con mano ferma ed energica da ogni insidia o violenza, da qualunque parte esse vengano, assicureranno, ne sono certo, la prosperità e la grandezza della Patria. Fu gloria del mio Grande Avo l'aver dato agli Italiani l'unità e 1'indipendenza; fu gloria del mio Genitore, averle gelosamente custodite; la mèta del mio Regno è segnata da questi imperituri ricordi. 
Così mi aiuti Iddio e mi consoli l'amore del mio popolo, perché io possa consacrare ogni mia cura di Re alla tutela della libertà ed alla difesa della Monarchia, legate entrambe, con vincoli indissolubili ai supremi interessi della Patria.
Italiani ! Date lagrime ed onore alla sacra memoria di Re Umberto I di Savoia, voi che l'amaro lutto della mia Casa dimostraste di considerare ancora una volta come lutto domestico vostro! Codesta solidarietà di pensieri e d'affetto fu e sarà sempre il baluardo più sicuro del mio Regno, la migliore guarentigia dell'unità della Patria, che si compendia nel nome augusto di Roma intangibile, simbolo di grandezza e pegno d'integrità per 1'Italia. Questa è la mia fede, la mia ambizione di cittadino e di Re!".

Ripristinata a Castel Sant'Elia (VT) la lapide dedicata alla Regina Margherita a ricordo della visita l'8 Maggio 1903


Su iniziativa del Presidente onorario dell'UMI, Sen. Prof. Giovanni Semerano, e del dirigente dell'UMI Cav. Ettore Laugeni, il Sindaco di Castel Sant'Elia (Viterbo), Rodolfo Mazzolini, ha provveduto a far rifare e a ricollocare la lapide dedicata alla visita che la Regina Margherita effettuò, nello storico Comune, l'8 Maggio 1903.  

La lapide, a seguito di un violento nubifragio, era caduta e gravemente danneggiata. 






Il Comune di Castel Sant'Elia  - come Roma e tutta la Regione Lazio -  nel Referendum del 1946 votò in maggioranza per la Monarchia secondo i dati "ufficiali" del noto "truffatore" Romita.


Gli italiani monarchici della Tuscia plaudono al Sindaco Mazzolini e alla sua Giunta per la sensibilità e per la correttezza storica del loro operato, esempio purtroppo ormai raro nell'ignoranza, grettezza e demagogia dilaganti nell'era repubblicana.

L'anarchico Bresci con tre pallottole uccise Umberto I ma rese più forte la Monarchia Sabauda


Il tessitore rafforzò i suoi ideali rivoluzionari negli Stati Uniti e da lì tornò con un piano preciso. Il suo gesto simbolico non scatenò né la rivolta né la svolta autoritaria che molti auspicavano. Vinsero Giolitti e lo Stato liberale

Monza, 29 luglio 1900: l'anarchico Gaetano Bresci uccide, con tre colpi di rivoltella, il re Umberto I. Il regicidio pone fine non solo all'ultimo convulso quadriennio degli anni Novanta (la cosiddetta «crisi di fine secolo»), ma anche, in un certo senso, a tutta l'epoca seguita all'unificazione perché esalta simbolicamente la frattura fra popolo e Stato quale espressione suprema della fragile legittimità del potere monarchico scaturito dal Risorgimento.

Non c'è dubbio che nella storia italiana l'uccisione di Umberto I costituisca uno spartiacque decisivo tra un'età liberale priva di una reale partecipazione popolare e un'età liberale tesa a cercare tale partecipazione per rendere meno precario l'assetto politico e istituzionale vigente.


Bresci era nato a Coiano, vicino a Prato, nel 1869, da una famiglia di contadini non agiati, ma neppure poveri. Ultimo di quattro fratelli, si era impiegato all'età di dodici anni come apprendista in una fabbrica tessile e pochi anni dopo era già un operaio che guadagnava uno stipendio decoroso. Aderì ben presto alle idee anarchiche, tanto che dopo le leggi crispine del 1894 fu relegato al domicilio coatto nell'isola di Lampedusa, dove rimase fino al maggio del 1896. Ritornato in libertà, riprese il suo mestiere di tessitore a Ponte all'Ania (Lucca). In questo periodo ebbe varie avventure amorose con operaie del suo stabilimento e una di queste gli diede un figlio nell'estate del 1897. Di bell'aspetto, aveva successo con le donne, alle quali dava molta importanza, come dava molta importanza a tutto ciò che poteva rendere gioiosa la vita. Insomma, Bresci non aveva nulla della personalità tormentata e tenebrosa del rivoluzionario di fine Ottocento, così come appare negli stereotipi di molta letteratura dell'epoca. Era invece un individuo aperto al mondo e alle novità, non rinchiuso in se stesso.

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martedì 6 giugno 2017

Italia Reale

Carissimi amici,
Vi devo segnalare il frutto dello sforzo del cofondatore del blog, Alberto Conterio, che fa sì che nelle case dei Monarchici Italiani possa giungere carta stampata che faccia riferimento alle nostre idee.
Non chiediamo mai nulla. Ma questo è uno sforzo che va aiutato. 
Lo staff


lunedì 5 giugno 2017

No allo ius soli!

In un momento in cui i destini della nostra povera Patria potrebbero cambiare per sempre e in peggio sentiamo il dovere di prendere posizione netta e decisa contro la sciagurata svendita della cittadinanza italiana a a chi italiano non è  e che non ha nessuna intenzione di diventarlo quanto piuttosto di renderci simili a lui.

Per poco che pesiamo, per poche persone che possiamo rappresentare diciamo un NO fermo e deciso a questa che non è che una sciagurata operazione elettorale che le prossime generazioni pagheranno cara!