NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 2 aprile 2014

Il Regno d'Italia da Brindisi a Salerno: 8 Settembre 1943 - 4 Giugno 1944

Il Principe Umberto a Roma, il 5 Giugno del 44, con il Generale Infante
L ‘ ultimo  Governo  del  Re 

Badoglio  a  questo  punto  presentò  al  Re, logicamente  le  sue  dimissioni, avendo  dal  Re  il  reincarico  per  la  formazione  del  nuovo  governo, che  veniva  formato  il  22  aprile  successivo, dopo  che  erano  state  vinte  le  ultime  resistenze  del  solito  Partito  d ‘ Azione, i  cui  rappresentanti  entrarono  nel  governo, della  cui  composizione  facevano  parte  come  “Ministri  senza  portafoglio”, Croce, Sforza, Rodinò,Togliatti  e  Mancini.  Il  successivo  24  aprile, il  nuovo  Governo  veniva  presentato  al  Re, e, per  la  prima  volta, dalla  nascita  del  Regno, i  Ministri  non  giurarono  nelle  mani  del  Sovrano  ed  il  Maresciallo  Badoglio  fece  questa  presentazione:
“Maestà,  ho  l’onore  di  presentarLe  le  loro  Eccellenze  i  Ministri  componenti  il  nuovo  Governo. Essi, ad  eccezione  dei  Ministri  militari  e  di  quello  tecnico (Quinto  Quintieri  alle  Finanze), provengono  dai  sei  partiti  rappresentati  nel  Comitato  di  Liberazione. Ognuno  di  essi  ha  le  sue  opinioni  politiche  alle  quali  non  rinuncia, ma  sulle  quali  fa  prevalere  oggi  la  necessità  della  concordia  per  l’ interesse  supremo  del  Paese.”
Il  Re  così  rispose: “Signor  Presidente  del  Consiglio, sono  particolarmente  lieto  di  sentire  che  le  eminenti  personalità  che  oggi  entrano  a  far  parte  del  Governo, e  che  rappresentano  le  diverse   tendenze  politiche  della  Nazione, a  tutto  antepongono  il  supremo  interesse  del  Paese. Lei , caro  Maresciallo  ed  io, ascriviamo  a  nostro  onore  di  avere  sempre  posto  l’ Italia  in  cima  ad  ogni nostro  pensiero.”
Seguì  il  primo  Consiglio  dei  Ministri  ed  un  altro  il  successivo  27  aprile, dove  fu  approvata  una  lunga  dichiarazione  programmatica  nella  quale  si  precisava    che  permanendo  lo  stato  di  guerra , non  doveva  essere  discusso  né  la  questione  istituzionale , la  cosiddetta  “tregua“   che   i  partiti  repubblicaneggianti   si  guardarono  bene  dal  rispettare, né  l’assetto  dell’ ordinamento  statale, politico, amministrativo  ed  economico, ed  invece  doveva  essere  accresciuto  il  contributo  degli  uomini  combattenti, ripresa   un’attività  industriale, favorita  la  produzione  agricola, agevolati  gli  scambi  commerciali  e  combattuta  la  speculazione “….chiamando  a  raccolta  le  energie  di  tutto  il  popolo, senza  distinzione  di  classe  e  di  partito, perché  l’ Italia  possa  risorgere  a  nuova  vita.”
Per  il  Degli  Espinosa  con  questo  governo  finiva  quello  che  lui  stesso  aveva  definito  “il  Regno  del  Sud”  ed  iniziava  il  governo  dell’ esarchia  che  avrebbe  condotto  alla  repubblica. In  realtà  per  40  giorni  fu  invece  in  atto  una  formula  governativa, la  cui  esperienza  avrebbe  potuto  essere  ancora  più  interessante, se  il  4  giugno  non  fosse  intervenuta  la  liberazione  di  Roma, con  l’ entrata  in  vigore  della  Luogotenenza. Il Re, infatti  in  quei  quaranta  giorni, non  interruppe  da   “ Re  Soldato”, quale  era  sempre  stato, le  sue  visite  nella  zona  del  fronte, ancora  il  18  e  23  maggio, nella  zona  di  Cassino, ed  addirittura  il  primo  giugno  a  Terracina.
Firmato  il  5  giugno  a  Ravello, l’atto  di  trasmissione  di  ogni  suo  potere   al  Principe  Umberto, Vittorio  Emanuele  III, si  ritirava  a  vita  privata, dismettendo  la  divisa  militare  ed  indossando  abiti  civili. Badoglio, secondo  le  consuetudini  costituzionali, presentava  al  Luogotenente, le  dimissioni  del  governo, ottenendo  il  reincarico. A  Roma, però  l’ 8  giugno, al  Grand  Hotel, i  rappresentanti  romani  del  CLN   comunicavano  senza  possibilità  di  modifica, la  loro volontà  che  il  nuovo  governo  fosse  presieduto  da  Ivanoe  Bonomi, che  era  stato  già a  suo  tempo ,nel  1921, Presidente  del  Consiglio, per  cui  Badoglio, correttamente  ritornò  dal  Principe  Umberto, riferendogli  quanto  sopra, e  di  convocare  a  questo  punto  il  Bonomi, perché  formasse  il  nuovo  Governo, che  sarebbe  entrato  in funzione, ancora   nella  “capitale “  Salerno, il  22  giugno, prima  di  ritrasferirsi  a  Roma  nel  mese  di  luglio, per  cui  i  vecchi  ministri  di  Badoglio  rimasero  al  loro  posto  fino  a  tale  data.
In  occasione  dell’incontro  di  Roma, Badoglio, accommiatandosi, volle  però  precisare  un  fatto  storico  incontrovertibile  e  cioè  di  avere  consegnato  a  Bonomi  una  Italia  ormai  in  piedi, concludendo: “Mi   sia  concessa  una  dichiarazione. Voi  siete  riuniti  intorno  a  questo  tavolo  in  Roma  liberata, non  perché  voi  che  eravate  nascosti  e chiusi  in  conventi, abbiate  potuto  fare  qualcosa: chi  ha  lavorato  finora, assumendo  le  più  gravi  responsabilità, è  quel  militare  che, come  ha detto  Ruini, non  appartiene  ad  alcun  partito.”
Così, quasi  contemporaneamente, uscivano  di  scena  Vittorio  Emanuele III  ed  il  Maresciallo  d’ Italia  Pietro  Badoglio  e  gli  “Alleati”, che  avevano  firmato  una  “cambiale“  a  favore  dell’ Italia  del  Re  e  del  Maresciallo, eliminati  gli  stessi, non  si  sentirono  più  obbligati  ad  “onorarla”, e  l’Italia  ne  pagò  l’amaro  scotto  con  il  trattato  di  pace  del  1947, contro  l’ accettazione  del  quale  parlò  con  nobilissimo, elevato  linguaggio  quel  Benedetto  Croce, tardivamente, forse, pentito  della  sua  azione  in  quei  nove  mesi  dall’ 8  settembre  1943  al  4  giugno  1944.


Domenico   Giglio


B I B L I O G R A F I A
  • Agostino  degli  Espinosa: “Il  Regno   del   Sud“    Editore  Migliaresi -  aprile  1946  Editori  Riuniti – 1973 /Rizzoli Editore-1995.
  • Pietro  Badoglio: L’ Italia  nella  seconda  guerra  mondiale“ Editore  Mondadori- 1946 
  • Mario  Roatta:  “Otto  milioni  di  baionette”      Editore  Mondadori – giugno  1946
  • Giuseppe  Castellano: “Come  firmai     l’armistizio”  Editore   Mondadori – ottobre  1945
  • Giuseppe  Castellano: “ La  guerra  continua”       Editore  Rizzoli – settembre  1963
  • Nino  Bolla:  “ Colloqui  con  Umberto II”      Editore  Fantera – aprile  1949
  • Vanna  Vailati: “L’ armistizio  ed  il  Regno  del  Sud”  Editore  Palazzi –novembre  1969
  • Massimo  Mazzetti: “Salerno  Capitale d’ Italia”      Editore  Beta Salerno –settembre  1971
  • Antonio  Ricchezza:“La   resistenza  dietro  le  quinte” Editore  De  Vecchi- febbraio 1967
  • Domenico  Bartoli:  “L’ Italia  si  arrende “  Editoriale  Nuova –settembre  1983
  • Roberto   Ciuni:  “L’ Italia  di  Badoglio”    Editore  Rizzoli – 1993 -  (vedi  nota  1)
  • Gianni  Oliva:   I  vinti  e  i  liberati “  Editore  Mondadori – 1994 (vedi  nota 1)
  • Giovanni  Artieri:  “Cronaca  del  Regno  d’ Italia” vol. II° - Editore  1978
  • AA: VV:  “Il  secondo  Risorgimento”      Edito  Centro  Studi  e  Ricerche  Storiche  Sulla  Guerra  di  Liberazione -1996
  • AA.  VV:  “La  riscossa  dell’  esercito”   Edito  Centro  Studi  e  Ricerche  Storiche        sulla  Guerra  di  liberazione – 1994

  • Nota  1)  Ciuni   ed  Oliva  sono  decisamente  schierati  contro  Re  e  Badoglio, ma i  loro  libri  sono  ricchissimi  di  fatti  e  nominativi risalenti  al  periodo  Settembre  1943 – Giugno  1944

lunedì 31 marzo 2014

Amedeo IX di Savoia Il Re che servì i poveri per costruire la pace

Da www.avvenire.it
Il santo del 30 Marzo

Amate i poveri e Dio vi garantirà la pace: è questa l'eredità spirituale lasciata dal beato Amedeo IX di Savoia. Un testimone della fede nobile, un sovrano che non disdegnò nemmeno da duca la compagnia degli ultimi, degli affamati, che alle volte sedevano alla sua mensa.
Era nato nel 1435 in Alta Savoia, il padre era Ludovico I di Savoia, dal quale nel 1464 ereditò il ducato. Nel 1452 sposò in un matrimonio combinato Jolanda di Valois, figlia del re di Francia: i due trovarono profonda affinità soprattutto nella scelta di vivere secondo il Vangelo, ma senza per questo rinunciare alle responsabilità di governo, ed ebbero otto figli.
Amedeo condusse una vita austera e, segnato dall'epilessia, morì nel 1472 a Vercelli.

domenica 30 marzo 2014

Intervista del 1947 a Re Umberto II

Famiglia Reale in esilio. Estoril. Umberto II e i principini osservano un pescatore che aggiusta le reti. 
Foto di Patellani Federico. www.lombardiabeniculturali.it 
















Un'intervista del 1947 sul sito dedicato a Re Umberto II. Il Re non ancora a Cascais, la famiglia Reale ancora sotto lo stesso tetto, la Regina che prepara il suo trasferimento. Giudizi poco lusinghieri nei confronti di Badoglio.

Varese, Guardie del Pantheon a Villa Mirabello

Il comandante D'Atri in un momento della cerimonia
Una cerimonia che si è svolta a Villa Mirabello, ora sede dei Civici Musei di Varese. Sul muro esterno una vecchia lapide scolorita, dimenticata, che evoca l’arrivo di Vittorio Emanuele II nella città giardino: questa mattina è stata scoperta una targa esplicativa che riproduce il testo della lapide rendendolo leggibile. Una cerimonia che ha visto, su insegne, sulle divise, sui distintivi, il simbolo dei Savoia.
Protagoniste della cerimonia i rappresentanti dell’Istituto Nazionale per la Guardia d’onore alle reali tombe del Pantheon. Delegazioni di Bergamo, di Milano e, soprattutto, di Varese. Poi garibaldini in armi, fanfara dei bersaglieri di Vergiate, rappresentanti delle associazioni d’arma. A rappresentare il Comune di Varese, che ha patrocinato l’iniziativa, l’assessore di Forza Italia, Simone Longhini.
[...]
http://www.varesereport.it/2014/03/29/varese-guardie-del-pantheon-a-villa-mirabello-gonfalone-del-comune/

sabato 29 marzo 2014

La Monarchia e il Fascismo - quinto capitolo - XVII

L'on Alfredo Misuri
L'on. Misuri è bastonato a sangue dai fascisti ma la Camera vota ugualmente il giorno dopo la fiducia a Mussolini.

L'on. Misuri, nella seduta del 29 maggio, in un discorso benché intonato alla difesa del fascismo ed alla sua opera redentrice, osa affermare: «Gli apologisti dell'on. Presidente del Consiglio ricorrono spesso a paralleli biografici. Per una volta tanto mi permetterò di seguirli. Con l'insistenza dei ricordi dell'infanzia mi sovviene un trattatello elementarissimo di storia, un capitolo del quale era intitolato Bonaparte abbatte l'inetto Direttorio, e al capitolo seguente si leggevano le buone e grandi opere compiute dal Bonaparte dopo liberatosi dall'inetto Direttorio ». La sera stessa il Misuri viene aggredito in un vespasiano nei     pressi della Camera e bastonato a sangue. All’apertura  della seduta seguente l'on. De Nicola così annuncia il fatto che avrebbe potuto essere mortale: Onorevoli colleghi!Ieri sera l’on. Misuri, in seguito al discorso pronunciato in quest’aula, fu vittima di una vile aggressione che io, interprete della vostra unanime indignazione solennemente deploro, non solo per la violenza esercitata sulla persona di un deputato, ma anche per la violazione di una delle più sacre guarentigie parlamentari, la libertà di parola che è assicurata a tutti i rappresentanti della Nazione ».
Si associa alla protesta l'on. Acerbo a nome del governo e nessun altro fiata. Subito dopo viene presentato un ordine del giorno sulla libertà sindacale e contro il monopolio delle corporazioni fasciste fatto con minacce ai singoli e con violenze esercitate contro le sedi di altri sindacati, ma nessuno prende la parola, all'infuori del presentatore dell'ordine del giorno on. Mastracchi che lo illustra in un discorso ad intonazione drammatica ed accusatrice contro il governo. Solo l'on. Conti interrompe investendo Mussolini per avere accolto come collaboratori «questi ex bolscevichi che sono i colleghi popolari». Alcuni colleghi fascisti di Misuri che si erano congratulati con lui per lo scampato pericolo, Chiostri, Paolucci, Di Trabia, Benni, Mattoli sono da Mussolini minacciati di punizione e più tardi il Misuri sarà inviato al confino, quale atto di solidarietà del governo con gli aggressori.

Nello stesso giorno a Torino Piero Gobetti direttore di Rivoluzione Liberale è arrestato per la seconda volta per attentato contro la sicurezza dello Stato. La rivista è di pura cultura, ma si contesta al Gobetti il diritto alla critica poiché questa è considerata un reato.
All'indomani a Montecitorio si vota l'ordine del giorno Renda: «La Camera conferma la sua fiducia nel Governo e passa alla discussione dell'articolo unico della legge sull'esercizio provvisorio per l'anno finanziario 1923-1924 ». Votano la fiducia al governo tutti i deputati dei gruppi nazionali, da destra a sinistra e cioè: fascisti, nazionalisti, popolari, democrazia sociale, liberali di tutte le tendenze, socialisti riformisti.
Voti favorevoli al Governo: 238; contrari: 83. (31 maggio 1923).
Senza discussione poi, si approva l'articolo unico della legge che a scrutinio segreto dà il seguente risultato:
Voti favorevoli al Governo: 188; Contrari: 62.
Con l'approvazione dell'esercizio provvisorio la Camera ripete la sua fiducia al governo, poiché se il voto contrario su di un bilancio solo è atto di sfiducia verso il titolare di un dicastero, quello contrario all'esercizio provvisorio suonerebbe invece sfiducia a tutto il governo che verrebbe così a trovarsi nella necessità di rassegnare le dimissioni.
Nell’atmosfera di contrasti, di equivoci e di ipocrisia il governo annuncia, attraverso il Gran Consiglio, che intende portare a termine la riforma elettorale introducendo il sistema « maggioritario », seppellendo così la proporzionale che aveva tanto contribuito a trasformare il governo parlamentare in “Direttorio di gruppi”, ossia di partiti.

La tirannia delle fazioni non può trovare altro rimedio all’infuori della dittatura, nel quale la farà sfociare la riforma elettorale.

mercoledì 26 marzo 2014

Dittatura e monarchia, intervista a Fisichella

di Marco Bertoncini
Il nuovo volume di Domenico Fisichella, “Dittatura e monarchia. L’Italia tra le due guerre” (Carocci ed., pagg. 416, € 22), è da poco nelle librerie. Cattedratico di scienza della politica, dottrina dello Stato e storia delle dottrine politiche a Firenze, Roma “La Sapienza” e Luiss, Fisichella ha unito a una lunga carriera accademica un’ampia esperienza politica e istituzionale come senatore per quattro legislature, ministro per i Beni culturali e ambientali, vicepresidente del Senato per dieci anni. Per decenni editorialista di grandi quotidiani (La Nazione, Il Tempo, Il Sole 24 Ore, Il Messaggero), Fisichella è autore di una lunga serie di volumi tradotti in più lingue.
Il Regno d’Italia nasce liberale nel 1861 e si sviluppa in chiave liberal-democratica. Poi, nel 1922, si avvia la dittatura. Come mai?
Il problema di tale transizione è complesso, e nel libro è affrontato a livello sia di politica internazionale sia di politica interna. Sul primo terreno, si deve ricordare che la Grande Guerra ha dato luogo a un profondo rivolgimento dell’intero equilibrio europeo, con la fine degli Imperi tedesco, austro-ungarico, russo e anche ottomano. L’Italia, potenza vincitrice nel conflitto, ne risente in ragione della “vittoria mutilata” e quindi pure per i rapporti con gli alleati, specie francese e inglese. Sul piano interno, già da tempo, prima soprattutto a sinistra poi anche a destra, erano emerse suggestioni e spinte antiparlamentari, che gli eventi post-bellici e le violenze acuiscono e approfondiscono, in un quadro ove il disagio sociale estremizza i comportamenti collettivi.
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martedì 25 marzo 2014

Il Regno d'Italia da Brindisi a Salerno: 8 Settembre 1943 - 4 Giugno 1944

Salerno  diventa  “Capitale”

Con  Salerno, capitale  d’Italia, anche  il  governo  dei  “sottosegretari” fu  trasformato  in  un  nuovo  governo  di  “Ministri”, dopo  la  necessaria  revoca  sovrana  dei  ministri  del  Gabinetto  costituito  da  Badoglio  dopo  il  25  luglio, “riconoscendo  che  essi  si  trovavano  nella  impossibilità  di  esercitare  le  loro  funzioni”,  mantenendo  come  ministri  quasi  tutti  i  precedenti  sottosegretari, ma  con  l’ingresso  dell’avvocato  Falcone  Lucifero, il  futuro  Ministro  della  Real  Casa, al  Ministero  dell’Agricoltura. Veniva   ricostituito  l‘8  febbraio, l ‘ Ufficio  Stampa, diretto  da  Nino  Bolla, brillante  scrittore  e  polemista, al  quale  si  devono  nel  dopoguerra  due  importanti  libri  sui  “Colloqui  con  Vittorio  Emanuele  III“  e  “Colloqui  con  Umberto  II”, ed  il  14  marzo, giornata  importante  anche  per  un  altro  evento  sul  quale  ci  soffermeremo   successivamente, usciva  “Il  Corriere”, quotidiano  ufficioso  governativo, diretto  nominalmente  da  Ugo  Scaramella, ma  effettivamente  da  Nino  Bolla, che nel  primo  numero  pubblicava  un  articolo  di  Badoglio, che  onestamente diceva: “Ci  si  potrà  fare  critiche  di  ogni  genere  perché  solo  chi  opera  può  commettere  errori,  ma  nessuno  potrà  mettere  in  dubbio  il  nostro  immenso  lavoro  per  questa  dilaniata  Italia…”.
L'eruzione del Vesuvio del 1944
Avevamo  detto  che  le  forze  antifasciste  preparavano  a  Bari  il  loro  Congresso, per  il  28  e 29 gennaio, assise  nella  quale  prevalevano  nettamente  gli  avversari  non  solo  del  Re, ma  della  stessa  istituzione  monarchica, per  cui  il  suo  svolgimento  non  fece  che  confermare  la  posizione  di  intransigenza  dei  partiti  per  l’ immediata  abdicazione  del  Re, ed  i  discorsi  più  infiammati  furono  quelli  degli  “azionisti”  Alberto  Cianca  ed  Adolfo  Omodeo, e  del  conte  Sforza. Il  liberale  Arangio  Ruiz, fu  il  più  moderato, riuscendo  nella  sua  relazione  a  non  nominare  il  Principe  Umberto,  e  di  accennare  invece  alla   distinzione  tra  la  persona  del  Sovrano  e  la  Monarchia, ed  il  democristiano  Rodinò, fu  il  solo, con  Benedetto  Croce   a  dire : ”Ai  soldati, o  signori, a  questi  fanti  che sono  morti  nell’ adempimento  di  un  loro  dovere, vada  il  nostro  pensiero  grato  e riconoscente”. Quanto  a  Croce, il  pontefice  laico  della  libertà, che ironicamente  gli  universitari  cattolici su  di  un  loro  giornale, chiamarono  Benedetto  XVI° (sic ), tenne  pure  l’unico  discorso  degno  di  questo  nome, pur  associandosi  anche  lui  alla  richiesta  di  abdicazione  del  Re.
Sempre  a  proposito  di  congressi, pochi  giorni  prima, egualmente  a  Bari, il  5 gennaio, si  era  tenuto  il  congresso  del  Partito  Democratico  Liberale, dei  De Caro, Perrone  Capano, confluiti  successivamente  nel  P.L.I., Caramia, che  troveremo  nel  P.N.M., ed  anche  Deputato  dello  stesso, unico  partito  di  convincimenti  monarchici  ed  al  di  fuori  dell’ esarchia, ed  il  25  gennaio, a  Taranto , un  congresso  dei  Combattenti  della  Puglia  e  Campania, con  discorsi   patriottici  e  monarchici, un  intervento  di  De Caro  e  l’adesione  di  Badoglio  e  Messe  e  la  nomina  a  Commissario  dell’ Associazione  Nazionale  Combattenti, del  generale  Niccolò  Giacchi, che  aveva  passato  avventurosamente  le  linee  per  raggiungere  il  Re  ed  il  Governo.
Con  il  trasferimento  della  capitale  a  Salerno, anche  i  Reali  lasciavano  le  semplici  stanze  occupate  a  Brindisi  e  prendevano  alloggio  a  Ravello, nella  villa  di  Sangro, ed  il  Re, con  il  Principe, riprendevano  le  visite  di  ispezione  nella  zona  del  fronte, dove  erano  i  soldati  del  Corpo  Italiano  di  Liberazione, che   era  la  nuova  denominazione  delle  forze  combattenti, dopo  l’esperienza  del  Primo  Raggruppamento  Motorizzato, e che  avevano  raggiunto  la  ragguardevole  cifra  di  21.000  soldati, comandati  dal  generale  Umberto  Utili. In  questo  periodo  o  meglio  in  quello  successivo, quando  già  si  profilava  la  Luogotenenza, si  inserisce  un  aneddoto, raccontatomi  dal  Ministro  Lucifero, che  una  mattina, dovendosi  recare  a  Salerno, al  suo  ufficio , in  quanto  uffici  e  residenze  erano  sparpagliate  per  la  Campania, rimasto  in  “panne”,con  la  sua  automobile, vide  sopraggiungere  un  altro  autoveicolo, che  si  fermò  a  soccorrerlo  e  sul  quale  era  il  Re. Alle  prime  ripulse  di  Lucifero  che  non  voleva  recare  disturbo  al  Re, il  Re  quasi  lo  obbligò  a   salire   al  suo  fianco, dicendo  una  frase   molto  amara   “salga  che  lo  accompagno  io  a  Salerno, così  sarò  stato  utile  in  qualche  cosa”.
Riguardo  ai  militari, agli  stessi, nella  campagna  antimonarchica, non  erano  stati  risparmiati  dalle  sinistre, violenti  attacchi , specie  nei  confronti  dei  vertici  con  termini  ignominiosi, per  cui  corre  l’obbligo  morale  e  storico  di  ricordare, come  giustamente  rileva  Domenico  Bartoli, nel  suo  libro  “L’Italia  si  arrende”, che  dopo  l’ 8 settembre: ”…gli  alti  gradi  dell’ Esercito (generali, colonnelli, stato maggiore), subirono  gravissime  perdite , le  più  alte in  proporzione  al  numero. Otto  generali  caddero  nei  giorni  dell’ armistizio. A  loro  si può  aggiungere  il  Maresciallo  d’Italia  Cavallero. Tre  furono  trucidati  alle  Fosse  Ardeatine, …l’ ultra  decorato  generale  Simoni ,  Ferulli  ed  Artale , nonché  i  tenenti  colonnello  Montezemolo  e  Frignani. Altri  due  generali  furono  uccisi  nella  resistenza  (Perotti  e  Dodi). Altri   sei   vennero  ferocemente  soppressi  dalla  scorta  tedesca  durante  una  terribile  marcia  di  trasferimento  dai  campi  di  prigionia..”  e  ad essi vanno  aggiunti  quattro  ammiragli. Per  tutti  o  quasi, dice  sempre  Bartoli, fu  dominante  l’ impegno  del  giuramento  prestato  al  Re. “ E’  ingiusto  dire, dunque, come  spesso  si  dice, che  gli  alti  gradi  non  abbiano  subito  le  conseguenze  della  tragedia”.
Tornando  alla   retrocessione  di tutte  le  province  meridionali  al  Governo  Badoglio, questa  nuova  responsabilità, anche  se  auspicata  e  richiesta, creava  problemi  gravissimi  in  tutti  i  settori, specie  per  le  difficoltà  economiche,  alimentari  e   sanitarie, che  affliggevano  la  popolazione, insieme  con  la  distruzione  delle  case  di  abitazione, i  crolli  di  ponti, il dissesto  delle  strade  e  delle  linee ferroviarie, che  rendevano  difficili  trasporti  e  comunicazioni, la  perdita  di  valore  della  moneta, ed  infine  rivolte  contadine  e  cittadine, nelle  quali  si  distinguevano  i  comunisti, come  ad  esempio  a  Sassari, dove  tra  gli  attivisti  scesi  in  piazza, vi  era  un  giovane, Enrico  Berlinguer, arrestato  e  condannato a tre  mesi  di carcere, ed  anche  congiure  neofasciste, e  fatto  ancora  più  grave, l’ esplosione  in  Sicilia, di  tendenze  separatiste, con  la  necessaria  nomina da  parte  governativa  di un Alto  Commissario  per  la  Sicilia.
Il  successivo  mese  di  marzo  del  1944  è  talmente  ricco  di  avvenimenti  di  ogni  genere  da  meritare  una  attenzione  ed  una  descrizione  particolareggiata. La  sera  del  3  marzo  una  strana  comunicazione  di  Radio  Londra, dava  notizia  di  una  conferenza  stampa  di  Roosevelt, nella  quale  il  Presidente  degli  Stati  Uniti, parlava  di  una  parte  della  flotta  italiana  da  mettere  a disposizione  dell’ Unione  Sovietica. La  reazione  del  nostro  Governo  fu  veramente  esemplare: richiesta  immediata  di  chiarimenti  o dimissioni  del  Governo  stesso  senza  che  il  Re  ne  nominasse  un  altro. Questa  notizia  infatti  colpiva  al  cuore  la  Regia  Marina, l’ arma  che, in  occasione  dell’ armistizio  aveva  dato  la  più  alta  prova  di  fedeltà  al  giuramento,  e  che  per  prima  aveva  iniziato  la  collaborazione  con  la  flotta  inglese. Era  sconvolgente  compromettere  così  tutto  il  lavoro  ed  i  sacrifici  svolto  dalle  forze  armate  e  dal  governo  dopo  l’ armistizio! Finalmente  il  10  marzo, l’ ammiraglio  Stone , piombava  a  Salerno, mentre  era  in  corso   un  Consiglio  dei  Ministri, per  precisare  che  la  dichiarazione  di  Roosevelt  era  stata  mal  riportata e che  nessun  cambiamento  era  previsto  per  le  nostre  navi. A  questo  successo  del  Governo  Badoglio  per  la   sua  ferma  e  pronta  reazione, della  quale, una  volta  tanto, diedero  atto  anche  i  partiti  dell’esarchia, seguiva  dopo  quattro  giorni, il  14  marzo, la  comunicazione  della  Presidenza  del  Consiglio  del  ristabilimento  delle  relazioni   diplomatiche  dirette  fra  “l’Unione  delle  Repubbliche  Socialiste  Sovietiche  ed  il  Regio  Governo  Italiano. In  conformità  a  tale  decisione   sarà  proceduto  fra  i   due  Governi  senza  indugio  allo  scambio  di  Rappresentanti  muniti  dello  statuto  diplomatico  d’uso”, rappresentanti  che  per  l’ URSS  fu  Kostilev  e  per  l’Italia, l’ambasciatore  Quaroni. Si  suggellava  così  una  operazione  condotta  dal  nostro  Prunas, che  prendeva  questa  volta  di  sorpresa  gli  angloamericani  e  che  collegata  al  discorso  di  Ercole  Ercoli, alias  Palmiro  Togliatti, del  successivo  31  marzo, il  discorso  della  “svolta di  Salerno“, dimostrava  l’ intelligenza  della  grande  strategia  politica  sovietica   per  porre  piede  in  Italia, rilanciando   così  il  partito  ad  essa  legato, e  dalla  stessa finanziato,  come  un  grande  partito  “nazionale“.
Abbiamo  parlato  del  3, del  10, del  14  e  31  marzo , ma  vi  erano  altri  gravi  avvenimenti, questa  volta  non  politici,come  la  tragedia  di  un  treno  a  carbone, stracarico  di  viaggiatori, fermatosi  in  una   galleria  verso  Potenza, dove  morirono, soffocate  dal  fumo, 426  persone, ed  il   19  marzo, l’eruzione  del  Vesuvio, l’ ultima  fino  ad  oggi, durata fino  al  29, con  torrenti  di lava, emissione di  ceneri  e lapilli, giunti  fino  a   Torre del  Greco, Vietri  e  Torre  Annunziata, ed  anche  Salerno,  con  il Re  ed  il  Principe  Umberto, che  si  recarono  subito  sul  posto, nello  spirito  di  quella  tradizione  sabauda, che  aveva  visto  sempre   i  Re, accorrere  per  primi  a  portare  la  propria  solidarietà  alle  popolazioni  colpite, dovunque  fosse  avvenuta  una  sciagura. 
Nel  frattempo  anche  il  doloroso  problema  dell’ abdicazione  del  Re , stava  trovando  una  soluzione  di  compromesso  grazie  all’opera  di  Enrico  De Nicola, già   Presidente  della  Camera  dal  1921  al  1924, personalità  di  indubbia  competenza   e  capacità  giuridica  e  di  grande  prestigio, che  non  essendosi  confuso  nel  “ tolle, tolle“  degli altri  uomini  politici, Croce  compreso, nei  riguardi  del  Sovrano, poteva  avere  accesso   da  Vittorio  Emanuele, e  la  soluzione  proposta  era  quella, non  dell’ abdicazione, ma  di  un  regime  luogotenenziale, da  affidare  al  Principe  Ereditario  Umberto, con  conseguente  ritiro  a vita  privata  del  Re.
La  soluzione  della  Luogotenenza, insieme  con  il  discorso  di  Togliatti , non  più  Ercoli, poteva  così  portare  a  quell’ allargamento  del  governo  agli  esponenti  dei  partiti  del  CLN, che  sarebbe  stato  raggiunto  entro  pochi  giorni.  Ma  cosa  aveva  detto  Togliatti  il  31  marzo  e  ribadito  il  14  aprile  di  così   sconvolgente? Aveva  detto  quello  che  da  tempo  avrebbero  dovuto  dire  gli  uomini  del  CLN, in  primo  luogo  i  liberali  ed  i  democristiani, cioè  che : “ogni  questione  d’ indole  interna, anche  quella  dell’ epurazione, doveva  essere  subordinata  alla  necessità  bellica”  e che  il fine  immediato  dei  comunisti (!!), doveva  essere  la  formazione  di un  governo  di  unità  nazionale, per   incrementare  lo sforzo  bellico  dell’Italia, anche con  il  Re  e  Badoglio! Ed  il  Re, proprio  il 12  aprile, dopo  un  incontro-scontro  con  i  rappresentanti  angloamericani, aveva  comunicato  ufficialmente, con  un  messaggio  agli  italiani, trasmesso  dalla  radio, la  sua  volontà  di  ritirarsi  dalla  vita  pubblica, il giorno  in  cui  Roma, la  Capitale, sarebbe  stata  liberata. Degli  Espinosa  descrive  con  parole  commosse  l’evento, commozione  che  aveva  preso  anche  il  maresciallo  Badoglio, mentre  il  Re “… non  violava  le  norme di  quella  discreta   dignità  che   impone  il  silenzio  e  la  compostezza  ai  momenti  più  drammatici.”

Il  messaggio  così  diceva: “Il  popolo  italiano  sa  che  sono  sempre  stato  al  suo fianco  nelle  ore  gravi  e nelle  ore  liete. Sa  che  otto  mesi  or  sono  ho  posto  fine  al  regime fascista  e  ho  portato  l’ Italia, nonostante  ogni  pericolo  o rischio, a  fianco  delle  Nazioni  Unite, nella  lotta  di  liberazione  contro  il  nazismo. L‘Esercito, la  Marina  e  l’ Aviazione, rispondendo  al  mio  appello, si  battono  intrepidamente  contro  il  nemico  a fianco  delle  truppe  alleate. Il  nostro   contributo  alla  vittoria  è, e sarà, progressivamente  più  grande. Verrà  il giorno  in  cui, guarite  le  nostre  profonde  ferite, riprenderemo  il  nostro  posto , da  popolo  libero  accanto  a  nazioni  libere. Ponendo  in  atto  quanto  ho  già  comunicato  agli  alleati ed  al  mio  governo, ho  deciso  di ritirarmi  dalla  vita  pubblica  nominando  Luogotenente  Generale,  mio  figlio  Principe  di  Piemonte . Tale  nomina  diventerà  effettiva, mediante  il  passaggio  materiale  dei  poteri, lo  stesso  giorno  in  cui  le  truppe  alleate entreranno  in Roma. Questa  mia  decisione, che  ho  ferma  fiducia  faciliterà  l’ unità  nazionale, è  definitiva  ed  irrevocabile.”

martedì 18 marzo 2014

24 Marzo 1983 - Il mio viaggio a Hautecombe.

di Costantino Lucatelli
"L'annuncio della morte del Sovrano mi sopraggiunge via radio nel tardo pomeriggio e allo sgomento per la notizia che non avrei mai voluto sentire, mi assalì anche una grande commozione.
Mi sentivo smarrito, perché Hautecombe era lontana e difficile da raggiungere, ma a tutti i costi volevo essere presente alle esequie del Re. Fui raggiunto per telefono, mi si avvertiva che dei pullman partivano da Roma e mi precipitai alla cieca senza sapere se avrei trovato posto.
Era notte fonda quando a Piazza Esedra mi mischiai ai tanti giovani e anziani che si apprestavano a fare quel lungo viaggio e come dichiarai alla TV presente, ero disposto a fare "anche a piedi".
La notte insonne trascorse fra mesti commenti e canti patriottici. Arrivammo all'Abbazia di Hautecombe nel primo pomeriggio e subito mi prostrai con evidente commozione davanti al mio Re adagiato in una semplice bara con indosso la Sua ultima divisa da militare del Regio Esercito Italiano.
Una grande folla continuava incessante ad invadere l'area antistante all'Abbazia e tanta era la gente che il protocollo accuratamente preparato saltò e il cancello fu spalancato dall'impeto dei tanti Italiani che non volevano che si frapponessero ostacoli fra il popolo ed il loro Re.
La cerimonia funebre fu seguita in religioso silenzio con il canto dei monaci che aleggiava sopra la folla e si disperdeva nei boschi e sulle acque del lago Bourget, mentre una fitta pioggia irrorava la folla mischiandosi alle tante lacrime.
Finito il rito funebre, incominciò il lungo e mesto corteo, che sotto la pioggia sempre più forte si snodò per circa tre Km, tanta era la distanza che ci separava dai pullman; non si sentiva un benché minimo lamento, ma solo i lenti passi che esaltavano la Fede di quanti hanno avuto la fortuna di essere stati ad Altacomba per onorare il nostro Re Umberto ll°."

Questa è la mia storia e di tutti i presenti ad Altacomba che chiedono un atto di Riconciliazione con la nostra Storia Nazionale, attraverso una degna sepoltura al Pantheon di Roma, del Re Umberto ll°, della Regina Maria Josè, di Re Vittorio Emanuele lll° e della Regina Elena.

L'Ultimo Re

Umberto II di Savoia, il re di maggio, l'ultimo re d'Italia, su Mix24 la storia a cura di Marina Milone racconta di una figura controversa...


Umberto II di Savoia, il re di maggio, l'ultimo re d'Italia, su Mix24 la storia a cura di Marina Milone racconta di una figura controversa, travolta dalle colpe di casa Savoia e dall'incalzare della tragedia. Per la casa reale quello con il regime fascista infatti è stato un vero e proprio patto con il 

diavolo: le leggi razziali e la catastrofe della guerra a fianco a Hitler sono il sigillo di un infamia incancellabile. Un giudizio che nemmeno la caduta del regime fascista, il 25 luglio del 43 e l'armistizio dell'8 settembre riusciranno mai ad attenuare. E poi la fuga da Roma di Vittorio Emanuele III e della corte che lascia il paese e l'esercito in balia dell'esercito tedesco. Lo stesso Re Umberto confermerà in una intervista a Nicola Caracciolo che fu un errore lasciare Roma in quel modo. Questi e tanti altri i nodi della vita dell'Ultimo Re d'Italia. Una puntata di Carlotta Bernabei e Sergio Leszczynsky.


Interessante il file Audio che ci fa ascoltare la voce del Sovrano in esilio.
Ovviamente per noi la figura di Re Umberto II è tutt'altro che controversa. E' invece la figura luminosa di un Re che sacrificò se stesso e la Dinastia che aveva fatto l'Italia per evitare una nuova guerra civile.
A quel Re, di cui oggi ricorrono i trentun anni della morte, il nostro affettuoso ricordo.

giovedì 13 marzo 2014

Il viaggio del Re Umberto II negli Stati Uniti d’America


SALA UNO
nel cortile della Casa Salesiana
San Giovanni Bosco
con ingresso in Via Marsala 42
(vicino Stazione Termini)

Roma

ORA INIZIO CONFERENZE: 10,45


16 marzo 2014



Il viaggio del Re Umberto II negli Stati Uniti d’America